_Pontificato di Innocenzo III. — Stabilimento del potere
temporale della Chiesa. — Abbassamento della fazione
ghibellina._
1197 = 1216.
La quasi simultanea morte di tutti i sovrani d'Italia lasciò nel
dodicesimo secolo libero corso all'ambizione di uno de' loro successori,
il pontefice Innocenzo III. Questo papa fu uno de' fondatori della
temporale monarchia della Chiesa; monarchia quattro volte ristabilita
dai pontefici, perchè quattro volte, malgrado l'appoggio delle opinioni
religiose, i papi lasciaronsi spogliare da quello stesso poter militare
ch'essi avevano istituito per propria difesa. I papi sollevati a tanta
potenza da Carlo Magno e dai suoi successori, furono chiamati
nell'undecimo, tredicesimo e sedicesimo secolo a nuova tenzone per
ricuperare la perduta dominazione: Gregorio VII, Innocenzo III e Giulio
II, sono gli uomini che in queste tre diverse epoche riconquistarono
l'autorità temporale e diedero uno stato alla Chiesa. Lo stabilimento
d'una potenza di primo ordine, che spesso cercò l'alleanza delle città
libere, che talvolta le oppresse e che sempre s'immischiò in tutte le
loro rivoluzioni, deve formare una parte essenziale della storia delle
repubbliche italiane.
Tra i papi e gl'imperatori doveva mantenersi una costante opposizione,
necessaria conseguenza del supremo rango di questi due capi del
cristianesimo, delle loro prerogative, delle pretensioni loro. Potevano
ben segnare fra di loro alcune tregue, ma sincera pace non mai, finchè i
papi non rinunciavano al dominio su tutti i troni della terra, finchè
gl'imperatori non si spogliavano de' più importanti diritti. Quando la
lite rimaneva sopita, non era tale tranquillità che l'effetto della
soverchia preponderanza che un partito acquistava sull'altro;
l'equilibrio riapriva sempre la guerra.
Dopo la pace di Costanza il partito imperiale aveva ricuperata in Italia
grandissima preponderanza. Alla potenza ed alla gloria di Federico I
aggiungevasi il matrimonio di suo figlio coll'erede di Napoli, che
privava il pontefice d'un antico e fedele alleato, ed accresceva le
forze del suo avversario. Lo stato ecclesiastico circondato e diviso
dalle possessioni del monarca trovavasi debole ed incapace di
resistergli, per cui i papi da Lucio III fino a Celestino III trovaronsi
sforzati di coprire con apparente moderazione la debolezza e dipendenza
loro. L'ultimo specialmente dovette opporsi agli attacchi d'Enrico VI,
che parevano compromettere la sua esistenza; e per quanto fosse grande
l'importanza della disputa ch'egli ebbe con questo monarca, non ardì mai
di far causa comune coi suoi nemici, o d'impiegare contro di lui le armi
spirituali, di cui i suoi predecessori avevano fatto così frequente
abuso[295]. Intanto Enrico aveva in ogni maniera ristretti i limiti, o,
a meglio dire, le pretensioni del papa. Dopo le investiture accordate ai
Normanni, la santa sede veniva considerata come abituale sovrana del
regno di Napoli; ma a fronte di ciò, Enrico, per impadronirsi di quel
regno, non erasi giovato che del suo diritto ereditario, senza curarsi
dell'assenso del papa. Egli aveva continuato a godere i beni della
contessa Matilde malgrado le rimostranze della santa sede, e gli aveva
accordati in feudo ai suoi parenti, o ai suoi generali; aveva richiamati
in vigore gli antichi diritti dell'Impero sulle province vicine a Roma,
il ducato di Spoleti, la Marca d'Ancona e la Romagna; e non erasi fatto
carico della pretesa sovranità de' papi su queste province; finalmente
aveva perfino entro la stessa Roma doppiamente ristretta l'autorità
ecclesiastica e coi poteri ch'egli erasi riservati e con quelli che
accordati aveva alle istanze del governo repubblicano.
[295] Innocenzo III pretese in seguito, egli è vero, ch'Enrico era
stato scomunicato per avere arrestato Ricardo I d'Inghilterra:
effettivamente egli era incorso nelle generali scomuniche fulminate
contro tutti coloro che attaccheranno i crociati; ma questa
formidabile sentenza non era mai stata contro di lui fulminata.
Enrico VI e Celestino III morirono l'anno 1197, e la loro morte cambiò
sì fattamente i rapporti e le proporzioni delle forze dei due partiti,
che il pontefice ebbe la volta sua per ispogliare di alcuni diritti
l'autorità reale senza incontrare resistenza e senza che i suoi
avversarj riclamassero contro la sua ambizione. Immediatamente dopo la
morte di Celestino, Innocenzo III, nobile romano, conte di Signa, fu
nella fresca età di trentasett'anni nominato papa. Egli portava sulla
santa sede una profonda conoscenza degl'interessi della sua patria e di
quelli della Chiesa, il coraggio e l'ambizione d'un giovane gentiluomo,
e la fama di santità e di sapere che gli avevano procacciato la
regolarità dei costumi ed alcune opere a que' tempi assai pregiate[296].
Dall'altro canto Federico II, il successore d'Enrico, era ancora
fanciullo di due anni, la di cui madre Costanza in quell'anno che
sopravvisse al marito, erasi data al partito del papa per averne il suo
appoggio; divideva co' suoi sudditi l'odio concepito contro i Tedeschi
ministri della tirannide del marito, ed aveva dichiarato nemico del suo
regno il generale Marcovaldo allora duca di Ravenna e marchese d'Ancona.
Poi quando venne a morte, scelse Innocenzo III per tutore del figliuolo
e per amministratore del suo regno; e come potesse temere che il papa si
rifiutasse a tale ufficio, gli assegnava un canone per allettarlo ad
incaricarsene.
[296] Egli aveva scritto intorno alla miseria dell'umana condizione
e sopra alcuni punti di disciplina. _Vita Innoc. III, ex anonim.
Synchrono a Balutio edita, et rursus Scrip. Ital. t. III, p. I, p.
486, § 2._
Enrico VI aveva prima di morire ottenuto dai principi di Germania
l'elezione del figliuolo Federico I in re dei Romani, onde assicurargli
con tale atto la successione all'Impero; pure, morto Enrico, niuno si
prese cura dei diritti che poteva aver acquistati all'Impero questo
fanciullo; e la corona non fu contrastata che tra due pretendenti,
Filippo, duca di Svevia, il maggiore de' fratelli d'Enrico VI, ed Ottone
allora duca d'Aquitania, figliuolo d'Enrico il leone, già duca di
Baviera e Sassonia[297]. Filippo Augusto, re di Francia, si dichiarò a
favore del primo; e Riccardo cuor di leone, re d'Inghilterra, per
l'altro; ed amendue sostennero il loro protetto con tutti i loro tesori
e tutte le loro forze, sicchè l'uno e l'altro furono dichiarati
imperatori dal proprio partito; Filippo di Svevia dal ghibellino, ed
Ottone dal guelfo; ciò che accrebbe a dismisura l'animosità delle due
parti; le quali riputando legittima l'elezione dei proprio capo, presero
a difenderla con lunghe e sanguinose guerre, che tutte occuparono le
forze della Germania. Finchè queste durarono, i diritti degl'imperatori
in Italia non ebbero chi li difendesse.
[297] Innocenzo, tutore del giovinetto principe, si credette
obbligato di porre sulla bilancia ancora i diritti del suo pupillo.
Abbiamo di lui uno scritto intitolato: _Deliberatio Domini papæ
super facto de tribus Electis_; e conchiude in favore d'Ottone.
_Annales Eccles. Oderici Raynaldi ad an. 1290. § 26_, e seguenti _p.
51. t. XIII_.
Innocenzo non tardò a conoscere i vantaggi della presente sua
situazione, e tutto si ripromise dal suo coraggio in così favorevoli
circostanze.
Le prime sue cure furono rivolte all'interna amministrazione di Roma:
sotto il pontificato di Celestino III, l'autorità del senato era stata
dai papi definitivamente riconosciuta e fissatane la costituzione con un
atto da noi altrove indicato[298]; ma i Romani non ebbero appena
ottenuto il privilegio per cui avevano tanto tempo combattuto, che se ne
mostrarono disgustati, e vollero dopo un anno imitare ciò che vedevano
praticarsi dalle altre città: soppressero allora l'autorità nazionale
del loro nuovo consiglio, per surrogargli un magistrato straniero e
militare, che sapesse con maggior vigore frenare le sediziose passioni
de' nobili: diedero a questo magistrato il titolo di senatore; e lo
collocarono nel palazzo medesimo che occupava il senato in Campidoglio,
attribuendogli tutti i poteri del soppresso corpo[299]. Benedetto
Carissimo fu il primo senatore di Roma, cui succedette Giovanni
Capoccio; e ne' quattro anni della loro amministrazione, i Romani
s'impadronirono della città di Tusculano, lungo tempo oggetto della loro
gelosia, e la distrussero interamente[300]; sottomisero tutta la
campagna marittima e tutta la Sabina, e costrinsero le piccole città di
queste due province a ricevere i giudici ed i podestà dalle loro mani.
Ma quando fu creato papa Innocenzo, il popolo incominciava ad essere
geloso dell'autorità sovrana esercitata sopra di lui da un magistrato
straniero, ed aveva chiesta al nuovo pontefice una distribuzione di
danaro. Era questa come prezzo del giuramento d'ubbidienza a san Pietro,
che il popolo era contento di dare in occasione di una nuova elezione.
Innocenzo accondiscese alla domanda, ma rese il giuramento più
obbligatorio di quello che si usava in uguale circostanza, ed
approfittando della momentanea avidità de' cittadini, fece nominare un
nuovo senatore scelto tra le persone a lui ben affette[301]; obbligò il
prefetto della città, ufficiale dell'imperatore, a prestargli
vassallaggio, ed a ricevere da lui una nuova investitura della sua
carica; finalmente scacciò da tutte le città del patrimonio di san
Pietro i giudici e podestà nominati dal popolo, nominando altri in loro
luogo; e per tal modo s'arrogò la sovranità di una provincia conquistata
colle armi de' Romani.
[298] Fu l'anno 1191. La carta trovasi nella _Diss. XLV, Antiqu.
Ital. M. Ae. t. IV, p. 35_.
[299] _Storia diplomatica dei senatori di Roma di Antonio Vitale,
Roma 1791 2 vol in 4.º t. I, p. 76. — Michel Conrigio Curtius
Comment. de senatu Rom. post tempora reip. liberæ l. VII, c. 4. §
187. p. 282. Genevæ 1769. — Vita Innoc. III, p. 487. ubi per errorem
nuncupatur Benedictus Cariscus vice Carissimi._
[300] _Corrad. Ab. Usperg. Chron. p. 303._ Gli abitanti di Tusculano
si riunirono ancora sotto capanne fatte di frasche e formarono una
borgata al disotto dell'antica loro patria, cui rimase poi sempre il
nome di Frascati.
[301] _Vita Innocent. III, § 8. p. 487._
Durante il regno d'Innocenzo, l'amministrazione di Roma provò qualche
altra rivoluzione: i Romani alternarono a vicenda il governo d'un solo e
di più senatori, come i loro antenati avevano alternato tra i consoli ed
i tribuni dei soldati; ma del 1207 fissarono definitivamente colla
mediazione d'Innocenzo quegli attributi del senatore, che fino all'età
nostra sonosi con leggerissime modificazioni conservati[302]. Supremo
capo della giustizia, della polizia e del poter militare, aveva egli
solo la rappresentanza del governo; ed uguale ai podestà delle altre
città, altro non mancavagli per diventar tiranno, che maggior durata
nell'impiego e l'appoggio di una delle due fazioni, cui la sua nascita
rendevalo quasi sempre straniero. Intanto il pontefice occupavasi della
compilazione del giuramento che questo primo magistrato doveva prestare
in sue mani; nel quale, per non disgustare i Romani, non si faceva alcun
cenno di quella sovranità cui sordamente aspirava, ma che ben sapeva che
il popolo non avrebbe voluto riconoscere; e altresì non permise che tale
giuramento potesse allegarsi in pregiudizio de' suoi diritti[303]. Il
senatore s'obbligò adunque soltanto verso il papa «a non attentare nè
coi fatti, nè coi consigli alla di lui vita o all'amputazione delle sue
membra, promettevagli di manifestargli le trame contro di lui ordite, di
cui avesse conoscenza, di mantenerlo con tutte le sue forze in possesso
del papato e dei diritti regali che si trovassero effettivamente
appartenere a san Pietro; finalmente di provvedere alla sicurezza de'
cardinali e delle loro famiglie in tutte le parti di Roma e della sua
giurisdizione.»
[302] _Storia de' senatori di Roma d'Antonio Vitale._
[303] Questa formola di giuramento è testualmente riportata nella
storia diplomatica dei senatori di Roma, _p. 82_.
Enrico VI aveva ristabiliti molti de' principali feudi dell'Impero in
Italia: aveva dato a Marcovaldo, suo grande siniscalco, il marchesato
d'Ancona ed il contado di Molise; a Filippo, duca di Svevia, suo
fratello, cui aveva fatto sposare la vedova del figlio del re Tancredi,
figlia dell'imperator Greco[304], aveva accordato il marchesato di
Toscana, ed a Corrado di Svevia, soprannominato _mosca in cervello_, il
marchesato di Spoleti. Porzione di queste province trovavasi compresa
nella pretesa donazione di Carlo Magno, un'altra nell'eredità della
contessa Matilde; e questi due titoli si fortificavano l'un l'altro,
quantunque fino allora non avessero procurato alla santa sede la pretesa
sovranità. Per far valere le sue ragioni, Innocenzo approfittò della
debolezza del partito imperiale in Italia, ed imitando l'esempio
dell'antica Roma che commetteva ai consoli la conquista delle province,
mandò due cardinali preti a sottomettere la Marca, e due altri prelati a
soggiogare il duca di Spoleti[305].
[304] _Otto de Sancto Blasio Chron. c. 41. v. 898._ — _Conrad. Abb.
Usperg. Chron. p. 304._
[305] _Vita Innocentii III, § 9 e 10._
I signori tedeschi che da Enrico VI ricevettero questi feudi, avevano
talmente abusato del loro potere, che i loro vassalli erano tutti
proclivi alla ribellione. Le città che trovavansi comprese nei loro
governi, più piccole e più deboli di quelle di Lombardia, non avevano
ancora osato di aspirare all'indipendenza; e la loro amministrazione
municipale era ancora presso a poco quale si formò nel decimo secolo,
onde lusingavansi di trovare più libertà sotto il governo della Chiesa,
che sotto il dominio di soldati stranieri; e tutte aprirono le porte ai
prelati spediti a ricevere il loro giuramento di fedeltà. Nella prima
provincia, senza per altro rinunciare ai loro governi municipali,
riconobbero la sovranità del papa, Ancona, Fermo, Osimo, Camerino, Fano,
Iesi, Sinigaglia e Pesaro; nella seconda Rieti, Spoleto, Assisi,
Foligno, Nocera, Perugia, Agubbio, Todi e città di Castello.
Il papa non avrebbe ottenuto di ridurre sotto la sua dipendenza
immediata le città della Toscana: vero è che fino allora ubbidirono
sempre agl'imperatori, ma conoscevano troppo le proprie forze per non
cambiare il presente loro stato con verun altro, quando non si trattasse
di passare a quello di repubblica. Ciò conoscendo il papa,
addirizzandosi loro, dichiarossi il protettore della loro libertà; e
lungi dal riclamare sulle città principali i diritti della contessa
Matilde, il di cui solo nome avrebbe risvegliata la loro gelosia, si
limitò a chiedere la loro assistenza come amiche della religione
ugualmente che della libertà, e protettrici della Chiesa. Di così
dilicato negoziato incaricò Pandolfo e Bernardo.
Questi cardinali s'addirizzarono prima alle città di Fiorenza, Lucca e
Siena, poi al vescovo di Volterra, allora signore temporale di quella
città, ed agli abitanti di Prato e di Samminiato. Loro rappresentarono
che la morte dell'imperatore gli aveva sciolti da ogni obbligazione
verso l'Impero[306], e che avrebbero mancato alla propria saviezza, se
non approfittavano del presente interregno per impedire che un nuovo
imperatore, strascinandole in nuove liti colla Chiesa, non
compromettesse la loro coscienza, e non mettesse in opposizione i loro
doveri verso gli uomini con i loro doveri verso Dio. Sotto il regno
d'Enrico VI, le città toscane avevano avuto cagione di lagnarsi
dell'accrescimento delle imposte e delle concussioni de' suoi ministri
tedeschi; onde acconsentirono di formare un'assemblea dei loro deputati
a san Ginnasio, borgata posta alle falde del monte di Samminiato; ove
cedendo agli stimoli dei due cardinali, s'associarono alla lega toscana
o guelfa, che si rinnovò poi tra di loro un mezzo secolo dopo[307].
Obbligavansi gli alleati di non riconoscere imperatore, re, principe,
duca, o marchese, senza l'espressa e speciale approvazione della Chiesa
romana: promettevano inoltre la vicendevole difesa e la difesa della
santa sede qualunque volta ne venissero richiesti; e di più impegnavansi
di darle ajuto perchè potesse riprendere tutte le parti del suo
patrimonio e tutti i paesi sui quali credesse avere delle ragioni,
tranne quelli che trovavansi di presente occupati da qualcuno degli
alleati.
[306] _Scipione Ammirato Istorie fiorentine l. I, p. 63. anno 1197._
[307] _Dissertaz. sopra l'istoria pisana del cavalier Flaminio del
Borgo. Diss. IV, p. 157. — Vita Innoc. III, § 12, p. 488._
L'atto originale della lega toscana conservato nell'archivio di Fiorenza
venne pubblicato da due storici moderni[308]; ma è cosa sorprendente che
niuno degli storici contemporanei, ad eccezione del biografo d'Innocenzo
III, ricordasse questa lega, per cui ne conosciamo imperfettamente le
condizioni e gli effetti. Pare che le città toscane si fossero
accostumate a considerarsi come un solo corpo dopo che gl'imperatori
stabilirono a san Miniato un commissario[309] destinato a raccogliere le
imposte di tutta la provincia; ebbero dopo tale epoca frequenti adunanze
provinciali, cui ogni città spediva un rettore o deputato. Se crediamo
allo storico di Siena Malavolti[310], questo rettore non aveva alcuna
autorità nella sua patria, ma veniva obbligato da un giuramento a
cooperare nell'adunanza al ristabilimento della pace in Toscana ed al
ben comune di tutta la provincia. Quando i rettori toscani sapevano
esser nata qualche querela tra due città, riunivansi all'istante, e,
quantunque le rispettive comuni fossero impegnate in opposti partiti,
non iscioglievasi l'assemblea, finchè non avesse fatta ogni pratica per
ristabilire la pace; e non riuscendovi, non lasciavano, anche durante la
guerra, di riunirsi i deputati a certi determinati tempi, onde valersi
di ogni nuovo accidente per metter fine alla guerra. La dieta medesima
eleggeva i rettori che dovevano rimpiazzare quelli che cessavano,
ponendo sempre gli occhi sopra persone conosciute le più capaci di
contribuire al mantenimento della pace[311]. Questa continuazione
aristocratica non era pericolosa alla libertà delle repubbliche, da che
i rettori non godevano di alcuna autorità nella loro patria; ed aveva
invece l'avvantaggio grandissimo di conservare, anche in mezzo alle
passioni popolari ed alle rivoluzioni dalle medesime eccitate, l'amore
della pace nell'assemblea, siccome principio vitale della sua esistenza.
Ma l'ambizione delle più potenti città, che risguardava questa
istituzione come un ostacolo alle sue viste d'ingrandimento, non permise
che sussistesse lungo tempo; ed appena una incerta e confusa memoria ce
ne fa conservata da alcuni storici.
[308] Scipione Ammirato è l'autore anonimo _De Libertate civitatis
Florent. ejusque dominii 1722 p. 69_. Io non ho letto l'ultima
opera.
[309] Di là in nome di san Miniato al _Tedesco_, o _dell'allemanno_.
[310] È questi uno de' migliori scrittori di second'ordine, e tra i
non originali. Egli scrisse in sul finire del sedicesimo secolo.
[311] _Malavolti Ist. di Siena. Venez. 1599. p. I. l. IV, p. 44._
La sola città di Pisa rifiutossi di prender parte alla lega proposta dai
deputati pontificj, forse perchè non poteva sperare verun nuovo
privilegio prendendo le armi contro gl'imperatori, da' quali aveva già
ricevute le più ampie prerogative: ed in varie circostanze assai
disastrose mostrò apertamente che la riconoscenza d'un popolo libero è
più potente e durevole di quella dei popoli subordinati al governo di un
solo. Nel 1192 Enrico VI aveva con un memorabile diploma accordato ai
Pisani tutti i diritti regali non solo entro la loro città, ma sopra un
vasto territorio popolato da sessantaquattro tra borgate e
castelli[312]. Aveva inoltre loro cedute in feudo la Corsica colle isole
dell'Elba, di Capraja e di Pianozza; riconfermato il privilegio, di cui
godevano da lungo tempo, di eleggere i proprj consoli e magistrati, ed
espressamente dichiarato essere sua intenzione che i Pisani fossero e
rimanessero liberi, e perciò gli esentava da ogni contributo e
dall'alloggio militare. I Cardinali passarono a Pisa per ridurre que'
magistrati ad entrare nella lega fatta per difendere la Chiesa,
chiedendo loro per primo pegno di sommissione alla santa sede di
rappacificarsi coi Genovesi; ma i Pisani vi si rifiutarono
costantemente[313], e da quest'epoca fino alla caduta della loro
repubblica furono sempre capi della parte ghibellina in Toscana.
[312] Flaminio del Borgo, _Dissertaz. IV, p. 159_, prometteva di
dare per disteso questo atto nell'appendice n.º 10, ma io credo che
quest'appendice non siasi più pubblicata. Del rimanente il diploma
trovasi impresso nella _Diss. L, p. 473, delle antich. ital._
[313] _Croniche di Pisa di Bernardo Marangoni, Supplement. Florent.
ad Script. Ital. t. L, p. 479._
Mentre Innocenzo III dilatava la sua influenza sulle città libere, non
trascurava i maggiori vantaggi che poteva ottenere nelle due Sicilie,
quasi affatto abbandonate a se medesime. Costanza aveva, morendo,
lasciata al papa la tutela di suo figlio, e poc'anni dopo, avendo le
truppe ai servigi d'Innocenzo battuto un generale tedesco[314],
l'accorto pontefice diede pubblicità ad un testamento d'Enrico VI, che
riconosceva tutti i diritti della santa sede sul regno di Napoli e
poneva il giovinetto Federico sotto la sua protezione. Innocenzo
conosceva tutto il profitto che gli dava la tutela di quel principe che
voleva spogliare. Quando Costanza era ancora viva, egli non aveva
accordata a lei ed al figlio l'investitura della corona di Sicilia, che
dopo averli privati di molte prerogative annesse alla medesima. In forza
del trattato di pace stipulato tra Guglielmo I ed Adriano IV, i beneficj
ecclesiastici del regno non potevano conferirsi dalla corte di Roma
senza l'approvazione del sovrano. Innocenzo rese illusoria tale riserva,
togliendo al nuovo re il diritto di rifiutare l'approvazione che gli
sarebbe chiesta[315]. Dopo ciò diede principio alla tutela del pupillo
unitamente agli arcivescovi di Capoa, di Palermo, di Monreale, ed al
vescovo di Troja, amministratori del regno, dirigendo tutte le loro
operazioni colle lettere che scriveva ogni giorno. Il generale delle
truppe tedesche Marcovaldo, grande siniscalco d'Enrico VI, era rientrato
nel regno quando ebbe avviso della morte di Costanza, sostenendo egli
solo apertamente il partito ghibellino contro il papa[316]. Coll'ajuto
de' Saraceni di Sicilia e de' baroni malcontenti della corte di Roma,
aveva messo insieme un potente partito, che poteva tenere inquieto il
pontefice; il quale, malgrado l'orgoglio con cui comandava ai Siciliani,
aveva poche forze ai suoi ordini. Spedì una volta seicento soldati
all'abbate di Montecassino, perchè potesse difendersi, e duecento ne
mandò un'altra volta in Sicilia, credendola esposta ad essere occupata
da Marcovaldo: a ciò si ridussero i diretti sforzi del pontefice per la
difesa del suo pupillo.
[314] _Vita Innoc. III, § 28. p. 494._
[315] _Pietro Giannone istoria civile del regno di Napoli, l. XIV,
c. 3._
[316] _Ib. l. XV. — Ricardi de s. Germano Chron. p. 977._
Dopo aver osservato questa debolezza, i suoi maneggi da capo di partito
nelle città d'Italia, e le armate pontificie che riducevansi a poche
compagnie, fa maraviglia il vedere lo stesso Innocenzo ingrandirsi a
misura che s'allontana dalla sua sede, e parlar da sovrano al rimanente
dell'Europa; ordinare ad Andrea, duca d'Ungheria, di andare in Terra
santa perchè la sua presenza non turbasse il riposo del re suo
fratello[317]; forzare questi a dichiarare la guerra a Culino, signore
della Bosnia per castigarlo d'avere protetti gli eretici[318]; eccitare
i re di Danimarca e di Svezia ad attaccar Suero, re di Norvegia, ed a
spogliarlo della corona[319]; intimare a Filippo Augusto di ritirare dal
monastero, e di ristabilire nei diritti di sposa Ingeburga di Danimarca,
ch'egli aveva ripudiato, sottoponendo all'interdetto tutto il regno
perchè Filippo non l'ubbidiva. Fu questo medesimo pontefice che obbligò
a dichiararsi tributarj della santa sede prima il re di Portogallo[320],
poi il re d'Arragona[321], più tardi il re ed il regno di Polonia[322],
e finalmente quel Giovanni, re d'Inghilterra, che gli giurò
fedeltà[323]. Le scomuniche e gl'interdetti non si resero mai tanto
comuni quanto sotto Innocenzo III; nè altro papa si arrogò mai tanta
parte nel governo temporale dell'Europa. Ma per grandi che fossero i
talenti di questo pontefice, e l'arte sua nel risvegliare e tirar
partito dalla superstizione del secolo, non era certamente in Italia
dove la superstizione potesse renderlo potente; e per questo paese gli
abbisognavano altre armi: non tardò ad avvedersene, e prese ben tosto
miglior partito per fermare i progressi della fazione ghibellina,
cercando in Francia un rivale che potesse un giorno opporre allo stesso
Federico, quando il bisogno lo richiedesse.
[317] _Oderic. Raynald. Ann. Eccles. 1200. § 46, p. 57. — Innocent.
Epist. l. III, ep. 2._
[318] _Ib. 1198, § 71. p. 18. Annalium Raynaldi._
[319] _Ib. 1200. § 9. p. 45._
[320] _Ib. 1198. § 35._
[321] _Ib. 1204. § 72, 73. p. 121._
[322] _Ib. 1207. § 15. p. 155. et Innoc. Epist. l. IX. ep. 217._
[323] _Ib. 1213. § 73.-79. p. 210._
Gualtieri, conte di Brienne, gentiluomo francese, aveva sposata la prima
figlia di Tancredi, ultimo re della razza normanna. Sibilla, vedova di
questo sfortunato monarca, dopo una lunga prigionia in Germania, durante
la quale era morto suo figliuolo Guglielmo, era stata messa in libertà
colle due figlie in conseguenza dei buoni uffici della santa sede.
Questi sgraziati fanciulli erano stati arrestati contro la fede di un
trattato quando Enrico VI conquistò la Sicilia: essi avevano rinunciato
bensì al diritto ereditario della corona, ma a condizione che Enrico VI
loro assicurasse i possessi che aveva il loro padre prima d'essere re,
cioè la contea di Lecce ed il principato di Taranto. In vista di tale
promessa avendo aperte al nemico le porte del palazzo e della rocca di
Palermo, furono posti in prigione[324]. Gualtieri sposo della maggior
figliuola di Tancredi, e suo immediato rappresentante, poteva vantare lo
stesso diritto d'Enrico alla corona di Sicilia; e quando pure per
l'illegittimità di Tancredi si volesse escludere da tale diritto,
Gualtieri domandava almeno d'avere la contea di Lecce ed il principato
di Taranto da Enrico promessi ai figliuoli di Tancredi, come prezzo
della loro rinuncia alla corona. Innocenzo III accolse questa domanda, e
la riconobbe legittima. Persuase Gualtieri a ripassare in Francia per
assoldare una piccola armata; e quando fu di ritorno l'oppose a
Marcovaldo; e così introdusse la prima volta i Francesi nel regno di
Napoli. Non pertanto, quai che si fossero i progetti del pontefice, non
sortirono il desiderato effetto. Gualtieri, dopo aver avuto alcuni
vantaggi, perì in una scaramuccia l'anno 1205[325].
[324] _Richardus de s. Germano Chron. I, p. 975. — Chron. Monast.
Fossae novae, p. 830._
[325] _Chron. Fossae Novae 884. — Richardi de s. Germano Chron. p.
980._
Non trascurava Innocenzo di rialzare anche in Germania il partito
guelfo. Ottone, uno de' pretendenti al trono, apparteneva ad una
famiglia d'ogni tempo ligia dei papi, mentre Filippo di Svevia era d'una
famiglia loro contraria; e però Innocenzo dichiarossi a favore del
primo, e fece osservare che Filippo precedentemente scomunicato per
alcune violenze commesse contro la Chiesa, non aveva potuto senza
scandolo essere considerato eleggibile[326]. Non pertanto dopo alcuni
anni la fortuna della guerra dichiarossi contraria al protetto del papa,
il quale, cacciato di Colonia dal suo rivale, fu forzato d'andare in
Inghilterra a mendicar soccorsi, onde il papa, anteponendo il proprio al
vantaggio d'Ottone, non si vergognò d'entrare in trattative con quel
Filippo medesimo che aveva lungo tempo perseguitato. Per confessione
dello storico ecclesiastico, egli incominciò a riconciliarlo colla
Chiesa[327]. Aggiunge Arnaldo di Lubecca, che Filippo offrì sua figlia
in isposa a Riccardo fratello del papa, dandole in dote la Toscana,
Spoleti e la Marca d'Ancona; finalmente promise di acconsentire che
Ottone venisse designato suo successore, ed eletto re de' Romani[328].
Le trattative quasi a termine ridotte, furono rese inutili dalla morte
di Filippo, ucciso del 1208 nel proprio palazzo da un suo particolar
nemico. Benchè Ottone non avesse alcuna parte in tale attentato, seppe
accortamente approfittarne. Due cose fece egli che gli guadagnarono
l'affetto de' principi di Germania d'ambedue i partiti, e lo fecero di
nuovo proclamare re de' Romani e di Germania dai voti unanimi della
dieta d'Alberstat; sposò la figlia di Filippo, che gli portò un titolo
ai diritti ereditarj della casa di Svevia, e rinunciò formalmente a
tutte le pretensioni sui ducati di Baviera e di Sassonia, de' quali era
stato spogliato suo padre[329].
[326] _Odericus Raynald. Annal. Eccles. 1200. § 26. e seg. p. 51.
1201. § 5. e seg. Otto de sancto Blasio c. 48. p. 905. — Conradus
Abbas Uspergensis p. 305._
[327] _Oderic. Raynald. 1206. § 15. p. 142. et 1207. § 7. p. 154._
[328] _Arnold. Lubec. l. VII, c. 6. — Abbas Usperg. in Chron. p.
310._ L'abbate d'Usperg, contemporaneo e partigiano di Filippo,
scrisse la storia del suo regno con più calore ed interessamento che
non suole trovarsi in altra parte della sua cronaca.
[329] _Id. p. 312. — Otto de sancto Blasio c. 50._
Quando Innocenzo vide Ottone favorito dalla fortuna, non tardò a
cercarne l'amicizia, e con un trattato d'alleanza conchiuso a Spira
prometteva di dare all'imperatore eletto la corona imperiale; ed Ottone
accondiscendeva a tutte le domande che il papa gli faceva a vantaggio
della Chiesa. In tal modo ebbe fine la guerra di Germania dopo un
interregno di dieci anni, di cui il partito guelfo in Italia seppe
valersi utilmente per liberarsi quasi affatto dal dominio dei monarchi
alemanni.
L'incoronazione d'Ottone IV, e la sua discesa in Italia sembravano
promettere nuovi trionfi alla parte guelfa; e certo non aveva mai
regnato altro imperatore più favorevole alla Chiesa romana: ma
gl'interessi della corona erano troppo contrarj a quelli della santa
sede perchè potessero andare lungo tempo d'accordo. In fatti, appena
entrato in Italia, vide Ottone la convenienza di affezionarsi gli
antichi partigiani dell'autorità imperiale; e ben tosto il capo della
casa guelfa, diventato imperatore, si circondò di capitani ghibellini,
mentre il papa opponevagli il giovane Federico, ultimo rampollo del
sangue dei Ghibellini, assistito dai soldati dei Guelfi.
Ottone entrò in Italia del 1209 per la vallata di Trento, ed arrivò in
riva all'Adige ad Orsanigo, territorio veronese, ove aveva ordinato di
raggiungerlo ai principali signori della Venezia, ed in particolare ad
Ezzelino II da Romano, e ad Azzo VI, marchese d'Este[330]. Questi due
gentiluomini che durante l'interregno avevano accresciuta a dismisura la
loro influenza nella Marca, perchè le nemiche fazioni essendo più che
mai riscaldate l'una contro l'altra, i loro capi avevano avuto la
destrezza o la fortuna di far assolutamente dimenticare l'interesse dei
comuni, facendo che le guerre civili si trattassero in loro nome. Le
fazioni nate in ogni città dalla gelosia dei gentiluomini, e dalle mutue
loro violenze, avevano tante cause diverse quante erano le offese che
questi uomini appassionati potevano farsi: ma i due nomi di fresco
introdotti di Guelfi e di Ghibellini legavano le fazioni delle città
vicine. I Salinguerra di Ferrara, ed i Montecchi di Verona dal solo nome
di Ghibellini trovaronsi uniti con Ezzelino; nella stessa alleanza erano
le città di Treviso e di Padova, allora governate dalla medesima
fazione; mentre stavano per l'opposta gli amici d'Adelardo a Ferrara, il
Conte di san Bonifacio a Verona ed a Mantova, i dal Vivario a Vicenza,
ed i nobili di Campo San-Pietro a Padova, tutti alleati del marchese
d'Este.
[330] _Gerardi Maurisii civis vicentini Historia p. 18. Scrip. Rer.
Ital. t. VIII._
Dopo un non lungo esiglio, l'anno precedente era rientrato in Ferrara il
marchese d'Este, e col favore de' suoi partigiani era stato dichiarato
signore di quella città; primo esempio di un popolo italiano che
abbandona i suoi diritti per sottomettersi al potere di un solo[331].
Presso a poco nella stessa epoca, Azzo aveva avuto un'importantissima
vittoria sopra Ezzelino ed il suo partito, e le truppe delle due fazioni
trovavansi nuovamente a fronte quando Ottone scese in Italia. Ezzelino
aveva ottenuto qualche vantaggio sui Vicentini, e sperava d'impadronirsi
ben tosto della loro città; e mentre Azzo era uscito di Ferrara per
soccorrerli, eravi entrato coi Ghibellini Salinguerra, e cacciatine
tutti gli amici del Marchese[332]. L'ordine dato ai due capi di
presentarsi alla corte d'Ottone risparmiò alle città collegate una
sanguinosa battaglia ed un inutile massacro, giacchè un cieco odio, più
assai che i motivi politici, poneva loro le armi in mano.
[331] _Antichità Estensi del Muratori, p. I, c. 39._
[332] _Gerardi Maurisii civis Vincent. His. p. 18, Sc. Rer. It. t.
VIII._
Questi due capi non potevano dubitare del favorevole accoglimento che
loro farebbe l'imperatore. O direttamente o per mezzo de' loro
partigiani, essi governavano tutta la Marca; e sì l'uno che l'altro,
oltre il potere, avevano altri titoli che li raccomandavano a quel
sovrano. Il marchese d'Este era suo parente, siccome discendente da Azzo
III, tronco comune delle due linee che fino all'età nostra regnarono a
Brunswich ed a Modena: d'altra parte Ezzelino era il più caldo
partigiano delle prerogative imperiali; e quantunque fino al presente
tali prerogative avessero servito ad umiliare la famiglia d'Ottone, da
che si trovò in possesso della corona, rivolse il suo favore ai loro
difensori. Per tali motivi accolse con eguale dimostrazione i due capi
di partito, e cercò di porli in pace tra di loro.
Uno de' più zelanti partigiani d'Ezzelino, che a quanto sembra dovette
esser presente a tale accoglimento, ce ne lasciò una relazione nella sua
storia[333]. Quando Ezzelino si trovò in faccia al marchese in presenza
di tutta la corte, alzossi per accusare il suo rivale di tradimento e di
fellonia. «Noi, diss'egli, fummo compagni nella nostra fanciullezza, e
lo credetti amico; ci trovammo insieme a Venezia, e passeggiavo con lui
nella piazza di S. Marco, quando alcuni assassini mi si avventarono
contro per pugnalarmi, e nel medesimo istante il marchese mi prese il
braccio per impedire di difendermi; e se con uno sforzo violento non mi
fossi da lui svincolato, sarei stato infallibilmente ucciso, come lo fu
un mio soldato che stavami ai fianchi. Perciò io lo denuncio a
quest'assemblea quale traditore; e chiedo a vostra maestà di permettermi
ch'io provi in singolare battaglia i tradimenti orditi a me, a
Salinguerra, ed al podestà di Vicenza».
[333] _Gerard. Maurisius, p. 19._
Poco dopo arrivò Salinguerra seguìto da cento uomini d'arme, il quale
gittandosi a' piedi dell'imperatore rinnovò contro il marchese l'accusa
d'Ezzelino, e domandò egualmente la prova della battaglia singolare.
Azzo rispose che aveva ne' suoi dominj molti gentiluomini più nobili di
Salinguerra, che sarebbero pronti a battersi con lui, se aveva tanta
sete di battaglie. Allora Ottone dichiarò a tutti tre che per le passate
contese non permetterà loro di battersi.
Ottone, che ad ogni modo voleva mettere in pace questi due capi di
parte, dai quali sperava d'avere più importanti servigi che da tutti gli
altri signori italiani, sortì il giorno dopo a cavallo con loro, e,
avendone uno alla diritta, alla sinistra l'altro (m'attengo sempre allo
storico Maurisio partigiano d'Ezzelino), volse da prima il discorso in
lingua francese ad Ezzelino: _Sire Ycelin, saluons le marquis_,
diss'egli; onde Ezzelino levandosi il cappello e piegando il corpo,
disse ad Azzo: Signor Marchese che Dio vi salvi; e perchè questi rispose
senza scoprirsi il capo, Ottone rivoltossi a lui ugualmente: _Sire
marquis, saluons Ycelin_, ed il marchese soggiunse, _que Dieu vous
sauve_. La loro riconciliazione non pareva ancora troppo avanzata,
quando ristringendosi la strada, Ottone passò avanti, lasciando i due
rivali ai fianchi l'uno dell'altro; perchè voltosi a dietro vide che si
parlavano affettuosamente, come avessero dimenticate affatto le vecchie
offese. Quest'amichevole conversazione durò quanto la corsa che fu di
oltre due miglia, e finì col dare qualche inquietudine all'imperatore,
il quale poichè rientrò nella sua tenda, fatto a se chiamare Ezzelino,
gli chiese quale fosse stato il soggetto della sua conversazione col
marchese: «i giorni della nostra fanciullezza, rispose Ezzelino; e noi
eravamo rientrati nell'antica nostra amicizia.»
Dopo di aver riconciliati i due capi di partito, volle Ottone
assicurarsi ancora del loro attaccamento alla propria causa,
coll'accordare a' medesimi dei beneficj. Innocenzo III dubitando, dopo
aver conquistata la Marca, della validità del suo titolo, conobbe che
assai difficilmente avrebbe potuto conservarla, e perciò l'anno 1208 ne
investì il marchese d'Este[334]. Ottone quando giunse in Italia riclamò
la Marca come proprietà dell'Impero, ma ne lasciò l'amministrazione al
marchese d'Este con patto che la ricevesse da lui, e gliene fece spedire
il diploma in sul cominciare del susseguente anno[335]. E per essere
parimenti generoso verso di Ezzelino dichiarò la città di Vicenza
colpevole di ribellione, gl'impose una tassa di sessanta mila lire, e
nominò Ezzelino podestà, rettore, e deputato dell'Impero in Vicenza. Con
questi titoli riuniti Ezzelino richiese da tutti gli abitanti di Vicenza
il giuramento di fedeltà; e perchè il partito che gli era contrario,
piuttosto che prestare il giuramento, si ritirò a Verona o presso il
conte di S. Bonifacio, egli confiscò i beni di tutti i fuorusciti.
[334] _Rolandini de factis in Marchia Tarvisana, l. I. c. 10, t.
VIII, p. 178._
[335] In data di Foligno il 5 gennajo 1210. _Ant. Esten._
Intanto, dopo essersi assicurato dei partigiani dell'alta Italia, Ottone
IV s'avanzò alla volta di Roma, ove dalle mani d'Innocenzo III ricevette
la corona dell'Impero, ma la buona intelligenza tra di loro fu di breve
durata[336]: un ammutinamento dei Romani incominciato in tempo
dell'incoronazione fu seguìto dal massacro di molti soldati tedeschi:
l'imperatore non volle cedere al papa l'eredità della contessa Matilde e
le vaste province che la santa sede credeva a se devolute, allegando il
giuramento prestato all'atto della sua elezione, di mantenere le
prerogative dell'Impero, e di non alienarne le possessioni; onde i due
capi della cristianità separaronsi dopo pochi giorni scontenti l'uno
dell'altro, e disposti a farsi la guerra.
[336] Il 4 ottobre 1209.
Ottone incaricato di difendere le prerogative per cui i Ghibellini
avevano combattuto, si volse ai capi di questo partito. Sotto pretesto
che il senatore era soggetto al papa, e che il popolo non sarebbe libero
fin tanto che non fosse ristabilito il senato di cinquantasei membri,
eccitò in Roma delle sedizioni dirette dalla famiglia Pietro Leone[337].
Accordò ai Pisani un amplissimo privilegio in conferma di quello
d'Enrico VI, assicurandosi con tale beneficio del loro affetto[338];
contrasse alleanza coi generali tedeschi ch'erano rimasti nel regno di
Napoli dopo la conquista dello stesso Enrico, ed investì del ducato di
Spoleti il conte Diopoldo, uno de' più principali fra di loro[339]; per
ultimo, di ritorno in Lombardia, fece ogni sforzo per rappacificare le
città ed i partiti diversi che laceravano con private guerre quelle
contrade, e si assicurò l'appoggio dei Milanesi, dei Parmigiani, dei
Bolognesi, e di molti altri popoli[340]. Bonifacio d'Este si unì in suo
favore ad Ezzelino ed a Salinguerra; ma per lo contrario il marchese
Azzo d'Este, staccandosi dal primo imperatore che onorasse la sua
famiglia, strinse alleanza col papa, e ricominciò nella Venezia la
guerra contro il partito ghibellino.
[337] _Vita Innoc. III, §. 134. e seg. p. 562_ — Queste sedizioni
incominciarono l'anno 1208; ma ci assicura Raynaldo, che furono pure
eccitate da Ottone. _An. Eccles. 1208 §. 7. p. 158._
[338] Datato a Poggibonzi l'otto delle calende di novembre 1209.
_Istoria Pisana di Flaminio del Borgo, diss. IV, p. 170._
[339] _Ricardus de sancto Germano Chron. p. 983._
[340] _Ant. Ital. med. ævi, dissert. LI, t. IV, p. 608_.
Dal canto suo non trovò Innocenzo nella lega guelfa di Toscana tutto
quell'appoggio che ne sperava, ma fu invece soccorso dai Genovesi, dai
Pavesi, dai Cremonesi e dal marchese di Monferrato; ma più che in
tutt'altro sperava in Federico II, di cui non aveva accettata la tutela
che per avere in mano un principe da opporre qualunque volta lo credesse
agl'imperatori che avrebbero la sventura di spiacergli per la troppo
loro potenza, senza aver bisogno di prendersi cura de' suoi reali
interessi. In quest'anno medesimo trattò un matrimonio tra questo
giovane re, e Costanza figliuola del re d'Arragona, assicurandone in tal
modo l'alleanza[341]; entrò poi in trattative con Filippo re di Francia,
e con altri signori tedeschi per fare eleggere imperatore Federico,
rappresentandoglielo come ingiustamente spogliato de' suoi diritti.
[341] Sembra che tale matrimonio si proponesse l'anno 1201 dal re
d'Arragona. _Innoc. Epist. l. V. ep. 51 — Od. Rayn. 1202. §. 6. p.
73._
Informato Ottone di queste pratiche, pensò che il nemico da abbattere
prima d'ogni altro era Federico, il quale già disponevasi a disputargli
la corona. Gli dichiarava perciò la guerra ed invadeva il regno di
Napoli, ove incontrava pochissima resistenza. Monte Cassino, Capoa,
Salerno, Napoli gli s'arresero ben tosto; e, malgrado le scomuniche del
papa, non perdette alcuno de' suoi partigiani[342]. Le cose di Ottone
procedevano con tanta prosperità, che poteva sperare di balzare in breve
dal trono il giovane Federico, che dai soldati era chiamato il re dei
preti; quando le notizie d'una generale sommossa in Germania
l'obbligarono ad abbandonare l'Italia. Siffredo, arcivescovo di Magonza,
aveva pubblicato contro l'imperatore una bolla di scomunica,
dichiarandolo decaduto dalla dignità imperiale. E perchè la bolla avesse
effetto, eransi contro di lui collegati l'arcivescovo di Treveri, il
langravio di Turingia, il re di Boemia, il duca di Baviera ed il duca di
Zeringuen, a ciò specialmente istigati da Filippo Augusto di Francia,
personale nemico d'Ottone. Questi lasciò l'Italia dopo avere in due
generali assemblee esortati i baroni del Regno di Napoli, poi quelli
delle città libere di Lombardia, a conservarsi fedeli, e passò in
Germania a sostenervi una sfortunata guerra, nella quale ebbe ben tosto
a fronte il suo antagonista Federico II[343].
[342] _Richardus de sancto Germano Chron. p. 983. — Abbas Usperg.
Chron. p. 313._
[343] _Abbas Uspergensis Chron. p. 313._
Benchè si fosse variato l'oggetto della lite tra le fazioni guelfa e
ghibellina, e che i Ghibellini si trovassero momentaneamente uniti al
papa, mentre molti Guelfi, diretti da un imperatore guelfo, eransi
dichiarati i difensori dei diritti dell'Impero[344], i Lombardi furono
generalmente fedeli non ai rispettivi principi, ma alle persone ed al
nome della loro fazione. Nella guerra della lega lombarda, Pavia,
Cremona ed il marchese di Monferrato avevano combattuto per la famiglia
ghibellina; l'istesse città s'impegnarono pure di difendere Federico II,
l'erede di questa famiglia. Questo giovane re, allora in età di
dieciotto anni, essendone richiesto dai principi tedeschi suoi
partigiani, s'avviò verso la Germania per riclamare la corona imperiale.
Passando per Roma, ricevette la benedizione del papa, indi s'imbarcò e
giunse a Genova in aprile del 1212 con quattro galere. Colà seppe che
tutto il partito guelfo di Lombardia aveva prese le armi per chiudergli
il passaggio; onde gli fu forza di rimanere in Genova tre mesi,
aspettando l'opportunità di attraversare il paese nemico, e dar tempo ai
suoi partigiani di riunire le loro forze[345]. Soltanto il 15 giugno
partiva da Genova alla volta di Pavia, dopo aver ricevuti dai Genovesi
considerabili soccorsi. Il partito ghibellino ne' paesi che doveva
attraversare, era assai debole. Le città d'Alessandria, Tortona,
Vercelli, Acqui, Alba ed il marchese Malaspina eransi uniti ad
attraversargli il passaggio avanti che arrivasse a Pavia[346]; ma egli
giunse a Pavia per la strada d'Asti senza incontrarli, e senza che gli
accadesse alcun sinistro. I Guelfi vollero vendicarsene avanzandosi sul
territorio pavese, ma ne furono respinti con grave perdita. Restavagli
da attraversare la Lombardia superiore, lo che rendevasi ancora più
difficile, poichè per passare da Pavia a Cremona, prima città a lui
favorevole, doveva toccare il territorio piacentino, o il milanese, i di
cui passaggi erano attentamente custoditi da quei repubblicani[347]. Il
marchese Azzo d'Este erasi avanzato fino a Cremona per incontrarlo, e
teneva disposta una scorta che doveva unirsi a quella dei Pavesi; ma nè
gli uni nè gli altri avevano bastanti forze per attaccare il corpo dei
Milanesi appostato sulle rive del Lambro. Federico, cui ogni ritardo
poteva diventar fatale, credette di dover tutto arrischiare, ed
approfittando delle dense tenebre d'una notte tentò il passaggio del
fiume, e giunse felicemente a Cremona; e soltanto la scorta pavese fu
assalita, retrocedendo, dai Milanesi, e fatta quasi tutta
prigioniera[348]. Da Cremona avanzandosi Federico coll'assistenza del
marchese d'Este non era più esposto a grandi rischi, sicchè per la
strada di Mantova, Verona[349] e Trento giunse a Coria nei Grigioni, ove
incontrò i suoi primi partigiani tedeschi, ed in numero assai maggiore
gli si fecero in contro a Costanza; e finalmente quando arrivò ad
Aquisgrana, vi fu coronato re de' Romani, mentre il suo competitore
Ottone essendo stato battuto presso Brisacco, fu forzato di rivolgere le
sue armi contro Filippo Augusto, dal quale disfatto in vicinanza di
Bouvines, non ebbe più forze bastanti per affrontare il suo rivale[350].
[344] Il nome di Guelfi e di Ghibellini fu in questi tempi più
universalmente adottato; perchè l'antica denominazione di partito
dell'Impero e di partito della Chiesa era divenuta un controsenso.
[345] _Annal. Genuens. Continuat. Caffari l. IV, p. 403._
[346] _Ann. Genuens. Contin. Caffari l. IV, p. 403._
[347] _Galvan. Flam. c. 244, p. 664, t. XI._
[348] _Sicardi Epis. Cremon. Chron. p. 623, t. VII._
[349] _Chronic. Veronense t. VIII, p. 623._
[350] _Il 27 luglio 1214 — Conradus Abbas Usperg. Chronicon p. 319._
Tocchiamo finalmente l'epoca in cui la più illustre, e, per lungo tempo,
la più potente repubblica de' secoli di mezzo, Fiorenza, incomincia a
chiamare a se lo sguardo dello storico colla prima scissura ch'ebbe
luogo nel suo seno l'anno 1215.
Firenze non fu da principio probabilmente che un sobborgo di Fiesole,
antica città degli Etruschi, e per tale cagione l'epoca precisa della
sua fondazione trovasi avviluppata in qualche difficoltà[351]. Il
dittatore Lucio Silla la fece colonia romana, e segnò il primo le mura
della nuova città lungo le ridenti rive dell'Arno, ai piedi degli
Appennini in mezzo a colline coperte d'ulivi, di fichi, e di tutti gli
alberi de' climi più caldi.
[351] _Istorie Fiorent. di Leonardo Aretino, traduzione
dell'Acciajuoli lib. I, p. 4. Ediz. veneta 1476._
Poche città furono dalla natura più avvantaggiate di Fiorenza. Malgrado
il calore spesso grandissimo, l'aria è sana, limpide acque scendono
dall'Appennino, che la magnificenza dei cittadini fiorentini impiegò ne'
secoli di mezzo ad ornare e rinfrescare la città con sontuose fontane.
La pianura che dalle porte della città si stende nella val d'Arno
inferiore, è coperta di gelsi e di viti maritate agli alberi, ed è
feconda di grani d'ogni genere, facendovisi cinque diversi raccolti
nello spazio di tre anni[352]. Dalla banda degli Appennini innalzasi un
anfiteatro di ridenti colli sui quali raccogliesi il più squisito olio,
ed i più squisiti vini d'Italia; più a dietro le alte montagne coperte
di vaste foreste di castagni offrono alla povertà un nutrimento, che non
domanda che il lavoro di raccogliere i frutti che maturano ogni anno.
[352] Veggasi il _Quadro dell'Agricoltura toscana_ dell'autore di
questa istoria. Un _Vol. in 8.º, Ginevra 1802._
Il Mugnone ed altri ruscelli arricchiscono le terre da loro inaffiate; e
l'agricoltore deriva dall'Arno medesimo una parte delle sue acque.
Questo fiume che nella più calda estate lascia quasi all'asciutto il suo
letto, lo riempie di nuovo nella stagione piovosa, ed apre una facile e
pronta comunicazione con Pisa e col mare per mezzo di leggieri barche.
Firenze ornata, fino ne' tempi di Silla, di terme, di teatri,
d'acquedotti, fu quasi affatto rovinata da Totila, re dei Goti, nella
guerra che questi dovette sostenere contro i generali di
Giustiniano[353]. Fu in seguito rifabbricata da Carlo Magno, ed impiegò
i quattro secoli posteriori al regno del suo nuovo fondatore nel
perfezionamento della sua amministrazione municipale; nel qual tempo
obbligò tutti i gentiluomini del vicinato a farsi cittadini fiorentini
sottomettendo i loro piccoli feudi alla sua giurisdizione. Fino al 1207
fu governata da consoli scelti tra i migliori cittadini, e da un senato
di cento membri. I consoli rimanevano in carica un anno, e ne veniva
nominato uno prima dai quattro, poi dai sei quartieri; ma del 1207 i
Fiorentini imitarono ciò che vedevano praticarsi da tutte le altre
città, e chiamarono un podestà straniero e gentiluomo[354][355], al
quale affidarono il carico d'eseguire gli ordini del comune, di far
decidere dai suoi giudici i processi civili, di pronunciare egli e di
far eseguire le sentenze criminali, affinchè, dicono gli storici
fiorentini, verun cittadino non incontrasse l'odio cui poteva dar luogo
la pubblica vendetta, ed affinchè non si lasciasse alcuno sedurre dalle
preghiere, dall'affetto di famiglia, o da timore, a trascurare il
mantenimento dell'ordine pubblico. Gualfredotto di Milano fu il primo
podestà di Fiorenza, cui fu dato per sua abitazione il palazzo del
vescovo, conservando in pari tempo i consoli incaricati di tutti gli
altri rami della pubblica amministrazione.
[353] _Leonardo Aret. l. I, p. 30_ — _Procopii Cæsariensis de Bello
Gotico l. III, c. 5. p. 117. Edit. Veneta._
[354] _Istoria fiorentina di Ricordano Malespini c. 99. Scrip. Rer.
Ital. t. VIII. p. 942_ — Giovanni Villani _l. V. c. 32. t. XIII. p.
146_.
[355] A questi autori del secolo decimoquarto, oltre le storie
fiorentine di Niccolò Machiavelli, possono aggiungersi quelle di
Lorenzo Pignotti pubblicate nel decorso anno. _N. d. T._
Quantunque la nobiltà fiorentina, che fino a tale epoca aveva
esclusivamente governata la repubblica, non potesse rimanersi del tutto
imparziale nelle contese degl'imperatori e dei papi, e specialmente in
quella di Ottone IV con Innocenzo III, nulla però accadde che ne
alterasse la pace interna. La repubblica aveva presa parte alla lega
toscana, ma in appresso non si curò troppo di sostenere una
confederazione ben tosto dimenticata: e malgrado le divergenti opinioni
de' gentiluomini, i magistrati erano determinati di tenersi neutrali,
quando una particolare contesa di famiglia, riscaldando tutt'ad un
tratto lo spirito di partito, strascinò i Fiorentini in sanguinose
risse, che dopo essersi tenute vive, senza deciso vantaggio dell'una o
dell'altra parte, trentatre anni, ebbero fine coll'esiglio dalla città
d'un intero partito, e coll'obbligare la repubblica a figurare
eminentemente nelle successive guerre d'Italia.
Tra le famiglie che manifestavano attaccamento alla causa del papa
primeggiava quella dei Buondelmonti, altra volta signori di Montebuono
in val d'Arno di sopra. Messer Bondelmonte de' Buondelmonti aveva
promesso di sposare una fanciulla degli Amedei, famiglia alleata agli
Uberti, e di conosciuto attaccamento al partito imperiale[356]. Un
giorno Bondelmonte cavalcando per la città fu chiamato da una
gentildonna della casa Donati, la quale, rimbrottatolo d'essersi alleato
con una famiglia a lui sconveniente, passò a deridere la figura della
sposa. «Io ne aveva, gli soggiunse, tenuta una in serbo per voi, che
avreste certamente preferita;» e presolo per la mano lo condusse
nell'appartamento di sua figlia, ch'era sopra ogni credere bellissima.
Bondelmonte invaghito e infiammato d'amore, non riflettendo alla data
fede, la chiese e l'ottenne in isposa; e gli Amedei non seppero ch'egli
mancava alla convenzione fatta con loro se non quando era già sposo
d'un'altra. Invitarono subito tutti i parenti a riunirsi presso di loro,
gli Uberti, i Fifanti, i Lamberti ed i Gangalandi, ed esposero
l'affronto che avevano ricevuto, chiedendo consiglio intorno alla
vendetta che più si converrebbe al presente caso. Mosca Lamberti osò
dire il primo, ma con parole equivoche, che solo la morte poteva lavare
tanta offesa[357]; perchè la mattina di Pasqua mentre Bondelmonte
attraversava sopra un cavallo bianco Ponte Vecchio fu assalito dai capi
di queste famiglie, unite non solo dalla recente ingiuria, ma ancora
dall'attaccamento alla causa imperiale, ed ucciso presso alla statua di
Marte protettore di Fiorenza pagana, che ancora rimaneva in piedi.
[356] _Ricordano Malesp. Istor. fiorent. c. 104, p. 945 — Gio.
Villani l. V, c. 38, p. 150 — Coppo de Stefani l. II. — Delizie
degli eruditi toscani t. VII_ — Questi tre scrittori si copiavano
l'un l'altro quasi senza variazione di vocaboli; e Machiavelli in
principio del II. _lib. delle sue storie fiorent._ replicò il loro
racconto. _Ediz. del 1796. p. 90._
[357] La sua risposta fu il proverbio, _cosa fatta capo ha_, che
diventò poi parola di sangue, la quale non poteva pronunciarsi senza
far fremere i repubblicani di Fiorenza.
Poichè fu sparso il primo sangue, tutte le nobili famiglie si
pronunciarono per gli aggressori, o per il contrario partito, adottando
a un tempo una fazione nella gran lite della Cristianità, che s'aggiunse
a questa rissa di famiglia. Si dichiararono pei Bondelmonti e per il
partito guelfo quarantadue principali famiglie[358], di cui gli antichi
storici ci diedero i nomi: e ventiquattro uguali famiglie si associarono
agli Uberti ed alla causa dei Ghibellini. Così, fatti nemici gli uni
degli altri, tanti potenti cittadini battevansi continuamente, e comechè
tutti innalzassero torri e fortificassero i loro palazzi, rimasero
trentatre anni nella medesima città senza aver mai fatto verun accordo.
Ma la notte della Candelora del 1248 la parte guelfa fu costretta per la
prima volta di abbandonare la città, che, ritirandosi, fu esigliata
dalla pubblica autorità, la quale fino a tale epoca aveva mostrato di
volere con mano imparziale comprimere le due fazioni castigando
indistintamente i perturbatori del pubblico riposo.
[358] _Ricordano Malespini, c. 105, p. 946._
Trentatre anni di non interrotta guerra entro le mura di Firenze non
solo produssero l'effetto di avvezzare alle armi la nazione, e di
prepararla in tal maniera alle sue future conquiste, ma diedero altresì
un particolare carattere all'architettura della città, carattere non
affatto perduto al presente, perchè i nuovi architetti, senza rendersi
ragione dello stile nazionale, lo imitarono nei loro edificj. I palazzi
fiorentini sono masse quadrate pesanti, il di cui principale ornamento
consiste nella solidità[359]. Sono grosse muraglie bugnate, porte alzate
sopra il livello del suolo, larghe anella di ferro e di bronzo in cui
collocavansi i fanali all'occasione di pubbliche illuminazioni, o
destinate a portare gli stendardi d'una fazione: altronde non vi si
vedevano nè colonne, nè peristili, o cosa alcuna ove l'architettura
possa mostrar grazia e leggerezza. Firenze si fa conoscere all'aspetto
suo per la città dei nobili, la città della forza individuale, la città
ove l'autorità pubblica era talvolta debole, ma dove ognuno era padrone
e signore nella propria casa.
[359] Il palazzo Strozzi in _piazza dell'Erbe_ ed il palazzo
Ricardi, altra volta dei Medici, sono monumenti di questo genere
d'architettura. Sono opere ambedue fatte in sul declinare del secolo
XV; ma il gusto de' loro fondatori erasi formato sopra più antichi
modelli.
Nel lungo regno di diciott'anni Innocenzo III aveva forse ottenuto più
che non isperava a favore dell'autorità ecclesiastica accresciuta con
dispendio di quella degl'imperatori. Il regno di Sicilia omai le era
affatto subordinato. Federico aveva un figlio della novella sua sposa, e
quando partì per andare in Germania, Innocenzo pretese che questi fosse
allora coronato re di Sicilia, e che a lui cedesse il padre
l'amministrazione del regno sotto la protezione della santa sede, da cui
avrebb'egli poi ottenuta la corona imperiale.
La città di Roma, dopo avere tentato invano di cambiare la propria
amministrazione, erasi trovata in preda a tante estorsioni sotto il
governo d'un senato repubblicano, che spontaneamente si sottomise ad un
senatore nominato dal pontefice. Tutte le città vicine a Roma erano
state conquistate da Innocenzo, e gli si conservavano subordinate.
Sembrava inoltre che ricaderebbe sotto il suo dominio la Marca d'Ancona,
poichè Azzo VI d'Este che n'era stato da lui investito[360], era morto
poco dopo avere condotto Federico in Germania, e del 1215 era pur morto
il suo maggior figliuolo Aldobrandino, nel fiore della gioventù. Il
secondogenito Azzo VII, marchese d'Este, poteva a stento conservare il
patrimonio de' suoi maggiori, non che pensar potesse a tener in dovere
gli Anconitani che si dichiaravano indipendenti. Malgrado le intestine
loro discordie, le città toscane mostravansi tutte, ad eccezione di
Pisa, più affezionate al partito della Chiesa che a quello dell'Impero;
e se nella Lombardia le più potenti repubbliche avevano abbracciata la
causa d'Ottone, aveva la fortuna favorite in modo le più deboli
attaccate alla Chiesa, che i Cremonesi avevano disfatta interamente
l'armata milanese, tolto loro il carroccio, e fatti prigionieri più
migliaja di soldati[361].
[360] Azzo VI morì in novembre del 1212.
[361] Ciò accadde nel giorno di Pentecoste del 1213. _Sicardi Chron.
p. 624 — Campi Istoria di Cre. l. II. p. 39 — Manip. Flor. Galvanei
Flam. c. 246. p. 655._
Ma se l'amministrazione di questo grande fondatore della monarchia
pontificale ottenne portentosi successi, la sua condotta non andò esente
da rimproveri. Benchè avesse soccorso Federico nelle prime sue imprese
contro Ottone, poichè questi fu sconfitto, non accordò mai al suo
protetto la corona imperiale onde non farlo troppo potente.
Nell'amministrazione del regno di Sicilia non andò senza taccia
d'infedeltà, avendo usurpati in pregiudizio del re suo pupillo i
privilegi della corona di conferire i beneficj ecclesiastici[362],
disponendo dei feudi del regno a vantaggio de' suoi favoriti, e tra gli
altri di suo nipote, cui regalò la contea di Sora[363]; trattando coi
ribelli in proprio nome, e non riclamando per il suo augusto pupillo i
diritti che aveva all'elezione di re dei Romani, se non dopo essersi
successivamente alleato con Filippo e con Ottone IV, in pregiudizio di
Federico, di cui ne cedette loro i diritti a fronte dei proprj vantaggi.
Nè più dilicata fu la condotta di questo papa verso gl'imperatori
d'Oriente, siccome avremo opportunità di osservarlo nel seguente
capitolo. Abbiamo già parlato dell'insultante alterigia con cui trattò i
monarchi d'Occidente, e del frequente scandaloso abuso da lui fatto
degl'interdetti e delle scomuniche. Viene inoltre accusato d'avere il
primo fatta predicare la crociata contro i Pagani della Livonia, e
d'avere accordato a coloro che avevano fatto voto di andare in soccorso
di Terra santa, di portare invece le armi nella Livonia per farvi una
guerra inutile; dimenticando l'affezione dei luoghi santi, la difesa
della cristianità contro l'aggressione nemica, e la protezione dovuta ai
fratelli d'armi esposti ai più grandi pericoli. Innocenzo acconsentì a
questa crociata motivata da sola cieca e crudele voglia di
persecuzione[364]. Ma la più vergognosa macchia che disonori la memoria
di questo pontefice, è l'istituzione dell'inquisizione, e la sanguinaria
predicazione dei monaci di S. Domenico per la più atroce delle crociate,
quella contro gli sventurati Albigesi[365].
[362] _Giannone Istoria civile l. XIV. c. 3._
[363] _Ibid. Lib. XV. c. 14 — Rich. de sancto Germano Chron. p.
982._
[364] _Annales Eccles. Oderici Rainaldi ann. 1204, § 56 p. 117._
[365] Il Lettore Cattolico si ricordi che le presenti osservazioni
sono scritte da un Protestante. Del resto i sudditi Austriaci sanno
che l'Augusta Imperatrice Maria Teresa, la di cui memoria sarà
sempre cara agli amici della religione e della clemenza, abolì ne'
suoi stati di Lombardia il tribunale dell'inquisizione,
repristinando i Vescovi nei naturali loro diritti di giudici e di
conservatori della fede, e dissoggettando i suoi sudditi da
qualunque tribunale non dipendente dalla legittima sovrana autorità.
_N. d. T._
A me non s'apparterrebbe il parlare della venuta in Europa de'
Pauliciani[366], setta di Manichei, che scacciati dall'Asia dalle
persecuzioni degl'imperatori d'Oriente e trapiantatisi nelle vicinanze
del monte _Haemus_, s'avanzarono lentamente verso l'Occidente, e
sparsero tra i Latini i primi semi della riforma; ma perchè questi
settarj, cui Raimondo, conte di Tolosa, accordò ricovero in Linguadocca
presso Albi, s'andarono moltiplicando ancora in Italia, ov'ebbero il
nome di _Paterini_, non sarà inutile il dirne alcuna cosa[367].
[366] Si ha ragione di sperare che il sig. Muller celebre storico
tedesco, darà sulla migrazione delle sette riformate grandissimi
schiarimenti, essendo l'argomento delle sue più erudite indagini.
[367] Quasi si dicesse, che si consacrano a soffrire: _pati_. Pietro
dalle Vigne e Federico II danno questa etimologia al loro nome in
una legge pubblica contro i medesimi.
I persecutori dei Pauliciani e degli Albigesi sostennero costantemente
che il fondamento della loro dottrina era il domma dei due principj, che
in ogni tempo ebbe partigiani moltissimi in Oriente; nè sembra affatto
straniero alla religione de' giudei, nè a quella dei cattolici[368]. I
difensori degli Albigesi e sopra tutto i riformatori negarono che i
Pauliciani professassero mai questo domma, ma sarebbe forse assai
difficile lo scolparli da tale errore. I cattolici loro contemporanei,
parlando della loro dottrina, mostrano una troppo raffinata filosofia
orientale, perchè possa credersi inventata da Pietro Valiserniense o da
san Domenico. Gli Albigesi, dicono essi, riconoscono nell'universo due
potenze creatrici, quella del mondo invisibile, ch'essi chiamano il _Dio
buono_, e quella del mondo visibile che chiamano il _Dio cattivo_. E
questo non è altro che il sistema di Manete intorno all'eternità dello
spirito e della materia. Attribuivano al primo il nuovo testamento,
l'antico al secondo; e per provare che l'ultimo era effettivamente
l'opera del Dio del male, davano risalto a tutti i delitti che sono nel
medesimo accennati, e a quelle qualità di Dio geloso, vendicatore e
terribile che gli Ebrei credevano vedere nell'Essere supremo. Non
ammettevano l'incarnazione del salvatore, insegnando che era disceso
soltanto spiritualmente, senza giammai investire un corpo; credevano gli
uomini essere angioli decaduti dalla primitiva loro grandezza, le di cui
anime dopo alcune trasmigrazioni dovevano poi rientrare nell'antica loro
gloria[369]. Tali erano almeno le opinioni di un piccol numero, giacchè
non sembra che la credenza loro fosse uniforme; dal che deve
conchiudersi che lasciavano a tutti la libertà di esaminare la propria
fede.
[368] Forse il nostro autore deferì ad alcune frasi della scrittura
— _Non potestis duobus dominis servire_ ec. — _Spiritus promtus,
caro autem infirma_ ec. — ed alle opinioni volgari intorno agli
spiriti cattivi e simili: ma gli era troppo facile il convincersi
del contrario.
[369] _Duchesne Historiæ Franc. Scriptores t. V. — Petrus
Vallisernensis Hist. Albigensium c. 2. p. 556. — Odericus Raynald.
ann. 1206. § 59., e seguenti p. 118._ Il cattolico anche non
istrutto riconosce e la concupiscenza, sottomessa alla grazia, ed i
demonj creature incapaci di nuocere senza la divina permissione.
Nello stato di corruzione in cui a que' tempi trovavasi la Chiesa
romana, avrebbela esposta a gravi pericoli il permesso di entrare in
troppo minute discussioni. I capi di setta smarriti negli andirivieni di
un'oscura metafisica, ammettevano probabilmente sistemi che derogavano
alla maestà dell'Essere supremo: ma quando volgevano lo sguardo verso la
Chiesa cattolica trovavano troppo aperti abusi da attaccare e troppe
contraddizioni nelle pratiche de' grandi prelati e nelle cose
disciplinari da rivelare. Negando l'autorità de' vescovi, le indulgenze,
il fuoco del purgatorio, i miracoli della Chiesa, la transustanziazione,
il culto della Vergine, la dannazione de' bambini morti senza battesimo,
prepararono la strada alla riforma[370].
[370] _Guido Elnensis Episc. de Haeret. comment. apud Oder. Rayn. §
64. p. 119. ann. 1204._
Grande era il numero de' Patarini o Pauliciani in tutte le città
d'Italia, perciocchè questa era la parte d'Europa meno predominata dalla
superstizione; e perchè i governi popolari non avevano fino allora
permesso che si perseguitassero i cittadini per le loro opinioni. Il
codice Teodosiano aveva bensì decretata la pena di morte contro certi
eretici risguardati come più colpevoli degli altri[371]; ma ne' tempi in
cui tal legge fu tenuta in vigore, i vescovi avevano costantemente
riclamato contro l'applicazione della pena. S. Agostino scriveva a
Donato, proconsole d'Affrica, che s'egli non cessava dal punire gli
eretici colla morte, i vescovi lascerebbero di denunciarli. E quando i
vescovi mostraronsi proclivi allo spargimento del sangue, i principi non
erano più persecutori; e non fu che del 1220, che il successore
d'Innocenzo ottenne da Federico II la prima legge di morte contro gli
eretici, come prezzo della corona che gli aveva data[372].
[371] _Cod. Teod. de Haeret. Lex 9, 34, 36, 38, 43, 44._
[372] _Frid. II, Authenticae Constit. Tit. I, Lex 5.-8._
Non trascurava per altro Innocenzo d'eccitare con calde lettere i
vescovi di Fiorenza, di Prato, di Faenza, di Bologna, a cacciare gli
eretici fuori delle mura; e quando le sue lettere ottenevano l'intento,
non lasciava di felicitarli d'essere entrati sul buon sentiere
dell'eterna salute[373]. Avendo saputo trovarsi alcuni Paterini in
Viterbo, città del dominio della Chiesa, vi si recò egli medesimo, e
fece abbruciare le case degli eretici che avevano colla fuga prevenuto
il suo arrivo. Promulgò in seguito una legge intorno alla pena da
infliggersi a costoro: era la morte[374], che per altro enunciò
copertamente colla frase _che la loro persona sia abbandonata al braccio
secolare_. Dichiarava poi che le loro case si distruggessero, ed i loro
beni divisi tra il delatore, il comune, ed il tribunale che
pronuncierebbe la condanna; e per ultimo che dovessero pure atterrarsi
le case di coloro che osavano dar ricovero agli eretici.
[373] _Innoc. III, Epist. l. IX, ec. — Oder. Ray. ad ann. 1206._
[374] _Dat. Viterb. 9. cal. act. Pontif. an. X. — Ray. ad an. 1207._
E temendo di non bastar solo a contenere la piena dell'eresia, chiamò
due collaboratori in suo ajuto: il primo, italiano, doveva adoperare la
dolcezza e l'esempio; spagnuolo l'altro, lo spionaggio ed i supplicj:
erano questi san Francesco e san Domenico[375][376]. Protestò il papa
d'averli veduti in sogno sostenere sulle loro spalle san Giovanni di
Laterano, e perciò diede loro il carico d'associarsi dei fratelli che
gli ajutassero a sostenere la pericolante fede. San Francesco
raccomandava ai suoi discepoli, allora chiamati fratelli minori, di
ricondurre gli eretici in seno della Chiesa coll'esempio della loro
povertà ed ubbidienza[377]; e san Domenico ordinava più espressamente ai
suoi di predicare contro gli eretici, d'informarsi del loro numero,
della loro credenza e dello zelo de' vescovi nel reprimerli; indi
riferire a Roma tutto quanto verrebbe a loro notizia; ed eccitare i
principi cristiani a prendere le armi contro gli eretici. Un tribunale,
che condannasse direttamente a morte gli eretici, non fu accordato ai
Domenicani che parecchi anni dopo da Innocenzo IV; ma fino dalla prima
loro istituzione si presero il titolo d'inquisitori, val a dire delatori
della fede[378].
[375] _Giovanni Villani Lib. V, c. 24, e 25. p. 143._
[376] L'autore rovescia sopra san Domenico tutta la fierezza de'
meno moderati inquisitori che vennero dopo di lui. Intorno a
quest'argomento possono leggersi la storia dell'inquisizione di F.
Paolo Sarpi, che pure non può cadere in sospetto di parzialità. N.
d. T.
[377] _Antiq. Ital. Maed. Aevi Dissert. LXV._ — Leggasi intorno alla
fondazione di questi due ordini la Cronaca dell'abb. Uspergense a p.
318. Dice che questi due ordini rivalizzavano con quello degli
umiliati, coi poveri di Lione e con altri entusiasti, che pure
avevano tentato di formare anch'essi un ordine religioso sotto la
protezione del papa; ma che, vittime di questa gelosia, furono
perseguitati e bruciati come eretici.
[378] _Istoria civile del regno di Napoli l. XV, c. 4._
L'anno 1203 san Domenico prese per impulso proprio a predicare contro
gli Albigesi; e l'anno 1206 fu spedito dal papa nella Gallia Narbonese,
con ampie facoltà di promettere a coloro che prenderebbero la croce per
l'esterminio degli eretici, tutte le indulgenze riserbate fin allora ai
soli liberatori di Terra santa[379]. Del 1209 Simone di Monfort, sempre
accompagnato dai Domenicani, entrò ne' dominj del conte di Tolosa alla
testa de' crocesegnati. Gli scrittori ecclesiastici di que' tempi ne
esaltano la condotta; tacciono i posteriori ed arrossiscono. Pochi
estratti dei primi non devono sembrare stranieri alla storia delle
nostre repubbliche; facendo chiaramente conoscere l'impulso che il papa
voleva dare alla religione del suo secolo, e gli orrori risparmiati
all'Italia dal libero governo delle sue città.
[379] Vedasi la lettera d'Innocenzo III, per eccitare alla crociata
contro Raimondo conte di Tolosa, presso Oderico Rainaldo all'anno
1208. § 15. p. 161.
«L'anno del Signore 1209, dice Bernardo Guidone[380], il giorno di santa
Maria Maddalena, l'armata crociata contro gli eretici d'Albi, Tolosa e
Carcassona, entrò nelle terre soggette al conte di Tolosa, prese la
città di Bezier e la diede alle fiamme. Nella chiesa di santa Maria
Maddalena, ov'eransi rifugiati i cittadini che prima eransi opposti
all'armata vittoriosa, furono uccise sette mila persone. E ciò era
troppo giusto, perchè avevano ricusato al proprio vescovo di consegnare
all'armata tutti gli eretici che trovavansi nelle loro mura.» Di fatti
la più parte di coloro che venivano trucidati in tal maniera, erano
cattolici. In un consiglio di guerra i crociati avevano domandato come
sarebbersi potuti distinguere i cattolici dagli eretici, onde
risparmiarli. Rispose Arnoldo, abate di _Citeaux_: «Colpite tutti, il
Signore conoscerà bene i suoi fedeli!» ed il massacro fu
universale[381].
[380] _Vita Innocentii III, ex MS. Bernardi Guid. Scrip. Rer. Ital.
t. III, p. I. p. 480._ — Lo stesso racconto viene confermato da
Amalrico Augerio. _Vita Innoc. III, t. III. p. II. p. 379._
[381] _Cæsarius l. V, c. 21. ap. Raynald. ad ann. 1209._
«L'anno del Signore 1211, il conte di Monfort, l'atleta di Cristo,
assediò coll'armata crociata il forte castello di _Vaure_ nella diocesi
di Tolosa, ove si erano rinchiusi molti eretici; e l'ebbe a patti, dopo
essersi coraggiosamente battuti d'ambe le parti. Avendovi trovati circa
quattrocento eretici perfetti che non vollero convertirsi, il principe
cattolico li fece consumare il giorno dell'Invenzione di Santa Croce col
fuoco materiale, destinandoli così all'eterno che deve divorarli.
Aymerico, nobile signore di Monreale e di Lauriat, che con altri
gentiluomini aveva presa la difesa di questo castello, fu condannato ad
essere appiccato dallo stesso conte, che fece morire sotto la scure più
di novanta gentiluomini, e gettare in un pozzo e ricoprire di sassi
Geralda signora del castello, eretica, e sorella d'Aymerico[382].»
[382] _Vita Innoc. III, ex MS. Bern. Guid. p. 482. Vedasi pure Petri
Monoeci Vallium Cernaii, seu Vallisernensis Hist. Alb. apud Duchesne
Hist. Franc. Sc. t. V, c. 52._
In mezzo a tali massacri che rinnovavansi ogni giorno, col di cui
racconto non rattristerò più a lungo i miei lettori, san Domenico spiegò
più manifestamente il suo carattere. Passava egli senza guardia a
traverso di un paese abitato dagli eretici, e dove aveva fatto spargere
molto sangue. Tutto ad un tratto vien colto in mezzo da costoro: «non
hai tu timore della morte? gli dissero: che farai tu allorchè noi ti
avremo preso? Allora l'atleta del Signore (tale è il racconto fattone
dal Beato Giordano suo compagno, che ne scrisse la vita), infiammato
d'ardore per il martirio, gli rispose: in tal caso vi pregherei di non
terminare troppo presto il mio supplizio; di non uccidermi subito sotto
i vostri colpi, ma poc'a poco e successivamente; di mutilare ad uno ad
uno i miei membri e pormeli innanzi agli occhi; vi pregherei inoltre di
cavarmi gli occhi, e di permettere allora che il mio corpo così mutilato
si ravvolgesse entro il proprio sangue fino all'istante in cui
credereste di uccidermi[383].» In tal modo quest'uomo intrepido
rivolgeva la sua feroce immaginazione sopra di se medesimo,
compiacendosi dell'aspetto del proprio dolore, come di quello degli
altri. Pure una così strana inchiesta parve atto di mirabile costanza
agli stessi Albigesi, e lo lasciarono in libertà di proseguire il suo
viaggio.
[383] _Vita san. Dom. a B. Jordano l. I, c. 8. — Ray. ad ann. 1209.
§ 3. p. 152._
L'ultimo più notabile avvenimento del pontificato d'Innocenzo III fu
l'assemblea del quarto Concilio ecumenico di Laterano. L'anno 1215, nel
mese di novembre, settant'uno metropolitani e quattrocento vescovi, più
di ottocento abati e priori di monasteri, adunaronsi in Roma sotto la
sua presidenza per deliberare intorno agl'interessi della Chiesa.
Quest'adunanza parve che adottasse tutte le viste ed i sentimenti del
pontefice che la presedeva. Si condannarono gli errori de' Pauliciani e
quelli d'altri oscuri eretici che disputavano intorno alla Trinità; fu
confermata la preferenza data da Innocenzo a Federico II, sopra Ottone
IV, e per ultimo sanzionò questo concilio la recente obbligazione
imposta ai fedeli dell'uno e dell'altro sesso di confessare almeno una
volta all'anno i proprj peccati ad un sacerdote[384][385].
[384] _In Canon. 21 e 22. Concil. Labbei. — Ray. 1215. § I, p.
219.-222._
[385] Leggansi intorno a quest'argomento gli autori cattolici, e tra
questi Fleury _stor. Eccles._ all'anno 1216. _N. d. T._
Terminato il concilio, Innocenzo III si mosse del 1216 alla volta della
Toscana per rappacificare i Pisani ed i Genovesi, onde valersi di loro
nella difesa di Terra santa; ma giunto a Perugia, s'infermò gravemente,
e nel giorno 6 luglio cessò di vivere. Siccome gli scrittori
ecclesiastici hanno il privilegio di seguire oltre la tomba i loro eroi,
possiamo prendere da loro un curioso aneddoto, che malgrado il sommo
rispetto che gli professavano, ci hanno conservato d'Innocenzo III. Era
appena morto quando la sua anima, circondata da una orrenda fascia di
fuoco, apparve a santa Liutgarde. «Io sono papa Innocenzo, le disse, e
per tre motivi avrei meritata l'eterna dannazione, se l'intercessione
della Beata Vergine, in onore della quale ho fabbricato un monastero,
non me n'avesse liberato: soffrirò invece il tormento che tu vedi fino
al giorno del giudizio: per raccomandarmi alle benefiche tue preghiere e
delle tue sorelle in Gesù Cristo, io sono apparso a te:» dette queste
parole, scomparve. «Sappia il lettore, soggiunge Tomaso Cantipratense,
biografo della Santa, che Liutgarde ci ha rivelati questi tre titoli: ma
che per il rispetto dovuto a così grande pontefice, non abbiamo voluto
indicarli[386].» Forse il lettore troverà Innocenzo colpevole ben più
che di tre delitti in faccia alla divina Maestà; che più misericordiosa
di santa Liutgarde e di san Domenico, non lo avrà per la sua grazia
condannato alle pene di molte migliaja d'anni.
[386] _Thom. Cantip. Vita Liutgardæ Virginis l. II, c. 7. apud
Surium, t. III, die 16. Jun. — Rayn., 1216. § II._