_Stato delle repubbliche italiane. — Guerre civili. —
Rinnovamento della Lega lombarda._
1216 = 1233.
Ottone IV e Federico II disputavansi ancora la corona imperiale quando
venne a mancare Innocenzo III. Federico aveva già sperimentato il
potente patrocinio della santa sede, la quale, finchè Ottone fu il più
forte, lo favoreggiò caldamente; ma dopo la battaglia di Bouvines,
Ottone non essendo più in grado di tenere contro alla crescente potenza
del giovane rivale, il papa dichiarossi nemico del suo protetto, e tanto
Innocenzo III, che Onorio III, rifiutarono, vivente Ottone, anzi fino al
1220, di accordare a Federico il titolo d'imperatore, e di porre sul di
lui capo la corona d'oro, che pure gli avevano promessa.
Se l'interregno che precedette l'elezione di Ottone, aveva resa malferma
l'autorità imperiale in Italia, la lotta tra le fazioni guelfa e
ghibellina, tenuta viva dal papa, opponendo un imperatore all'altro, le
diede l'ultimo colpo. Dall'una all'altra estremità d'Italia tutto era
discordia e guerra civile.
Abbiamo già mentovate in più luoghi le guerre di Lombardia senza per
altro entrare in circostanziati racconti, perchè abbiamo diffidato di
poter dare interesse a guerre sempre simili in ogni loro particolare,
che cominciavano col saccheggio di alcune campagne, e terminavano dopo
pochi giorni con una battaglia tra gli abitanti delle due città nemiche;
guerre nelle quali l'arte era affatto sconosciuta, e nelle quali il solo
valore, sempre adoperato nello stesso modo, decideva della vittoria.
Per quanto si voglia attentamente studiare la storia delle città
lombarde, non si otterrà mai di togliere quella confusione che producono
nella nostra memoria le loro rivalità, le alleanze, le guerre, nelle
quali i soli nomi diversificano gli avvenimenti. Se ci fosse dato di
penetrare nell'interno di queste città, conoscere le passioni che
agitavano i popoli, i loro desiderj, le loro speranze, la politica delle
loro assemblee e dei loro magistrati; potremmo forse indentificarci coi
cittadini di queste repubbliche; ma sgraziatamente dopo la metà del XII
secolo fino alla fine del XIII, dobbiamo sormontare un lungo spazio di
tempo, nel quale veruna città dell'Italia settentrionale, tranne
Venezia, ebbe storici contemporanei. Abbiamo bensì alcune informi
cronache nelle quali qualche monaco segnò il nome del podestà d'ogni
anno, ed indicò il luogo in cui seguì la tale o tal altra importante
battaglia. Nel tale anno, dicono, v'ebbe pace tra Cremona e Piacenza;
nel tale altro vi fu guerra; senza però mai riferire i motivi delle
guerre o le condizioni delle paci. In ventuna cronache lombarde ch'io
lessi rapidamente e con tedio estremo, per cercarvi i materiali di
questo capitolo, non trovai un solo pezzo che mi facesse conoscere le
opinioni del secolo in quelle dello scrittore. Non per questo possiamo
omettere di dare un'occhiata agl'interessi di queste città, che tanto
essenzialmente appartengono alla nostra storia; onde soffermandoci un
istante nelle principali, cercheremo almeno di conoscere le loro
alleanze e le loro inimicizie.
Poichè Milano venne rifabbricato dagli sforzi generosi della lega
lombarda, Milano aveva costantemente prosperato. Numerosa erane la
popolazione, ricco e fertile il territorio, le milizie agguerrite, e le
sue fortificazioni potevano sfidare le più potenti armate. Dall'epoca
della battaglia di Legnano che aveva consolidata la libertà lombarda,
erano fino al presente passati quarantacinque anni, ed i capi dei
consigli della repubblica, i vecchi ne' quali riponeva la sua maggiore
confidenza, erano facilmente stati portati tra le braccia de' fuggitivi
genitori, quando quindici anni prima di quella battaglia, la loro città
venne spianata; e forse s'erano anch'essi strascinati nel fango, quando
gli esiliati Milanesi si recarono sul luogo per cui doveva passare
Federico Barbarossa, per chiedere grazia.
In seguito quando si rifabbricò la città, tutti furono testimonj dei
nobili sforzi dei loro concittadini, e delle riportate vittorie. Erano
le memorie dell'infanzia e della gioventù, di que' tempi ne' quali
l'immaginazione più vivace riceve le più profonde impressioni. Perciò i
Milanesi non seppero mai perdonare ai figliuoli di Barbarossa le
battaglie e la severità del loro padre; e mentre i cittadini che avevano
combattuto contro Federico I, aprivangli essi medesimi le porte della
loro città dopo la pace di Costanza, e celebravano la perfetta loro
riconciliazione con isplendide feste, le due susseguenti generazioni non
istancaronsi di eccitare nemici al suo nipote Federico II, e di fargli
guerra.
A questo sentimento di vendetta nazionale deve attribuirsi la costanza
colla quale i Milanesi rimasero attaccati alle parti d'Ottone IV,
malgrado che il capo del partito guelfo si fosse dichiarato il difensore
delle prerogative dell'Impero, malgrado che Ottone fosse il nemico della
santa sede, e che i fulmini della Chiesa piovessero contro i suoi
partigiani.
Mentre viveva ancora Innocenzo, i Milanesi erano stati citati a
presentarsi al concilio di Laterano e ad abbandonare un imperatore
scomunicato: e nel susseguente anno s'erano portati a Milano due
cardinali, ed avevano da parte del papa ordinato alla repubblica di
soccorrere Federico contro Ottone suo antico alleato[467]. In questo
secolo le corti dei re obbedivano tremando a tali intimazioni; ma le
repubbliche italiane erano più indipendenti; onde i due cardinali non
tardarono ad accorgersi che non solo non avrebbero ottenuti i chiesti
soccorsi, ma nemmeno avrebbero ridotti i Milanesi a lasciare l'alleanza
di Ottone, onde si ritirarono fulminando l'interdetto contro la città.
[467] _Galvan. Flammæ Manip. Flor. c. 248, e 249. t. XI, p. 666._
(1217) Di quest'epoca i Milanesi avevano fatta alleanza con Tomaso,
conte di Savoja: le loro città confederate erano, in quest'epoca, Crema,
Piacenza, Lodi, Vercelli, Novara, Tortona, Como ed Alessandria.
L'interdetto del papa parve che in vece di sciogliere questa lega, ne
riserrasse più strettamente i legami. Le città di Pavia, Cremona, Parma,
Reggio, Modena ed Asti avevano abbracciato il contrario partito, ossia
quello de' Ghibellini; e Brescia, d'ordinario alleata di Milano, dovette
a quest'epoca conservarsi indifferente nelle contese delle altre
città[468], perchè indebolita da una lunga guerra civile, e ruinata dal
tremuoto che aveva atterrati i suoi più nobili edificj, doveva cercare
di rifarsi con un lungo riposo. Bergamo non è pur rammentata dagli
storici di questi tempi.
[468] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. distinct. VII, c. 96, p. 900_.
Ogni città si ascrive nelle proprie cronache qualche vittoria nella
guerra quasi generale che tenne dietro all'interdetto papale; onde può
conchiudersi che i successi furono presso a poco compensati. Pare non
pertanto che la città di Pavia soffrisse una continuata serie di
perdite, che la Lomellina fosse saccheggiata ed incendiati molti
castelli sulla destra del Po; per cui questa repubblica si risolvesse di
abbandonare le antiche alleanze, unendosi ai Milanesi[469]. La città
d'Asti non fu meno maltrattata di Pavia, prima dagli Alessandrini da lei
provocati, poi dagli stessi Milanesi[470]; ma Cremona assalita dalla
stessa lega, le oppose una più ferma resistenza. Il sei giugno del 1218
le armate delle due leghe vennero a battaglia avanti a Ghibello: i
Pavesi erano stati forzati di unirsi ai Milanesi, coi quali trovavansi
pure i Vercellesi, Novaresi, Tortonesi, Comaschi, Alessandrini,
Lodigiani e Cremaschi: i Cremonesi avevano con loro le milizie di Parma,
di Reggio e di Modena. La battaglia si protrasse dal mezzogiorno fino a
notte innoltrata, e terminò colla rotta totale dei Milanesi[471].
[469] _Galvan. Flammæ Manip. Flor. c. 250. p. 667._
[470] _Chron. Astense, ab Ogerio Alferio edit. t. XI, p. 142._
[471] _Chron. Breve Cremon. t. VII, p. 640. — Joh. de Musis Chron.
Plac. t. XVI, p. 458. — Chron. Parm. t. IX, p. 764._
Oltre queste guerre tra le città, altre se ne manifestavano ancora
nell'interno di ogni repubblica, cui davano motivo l'insolenza dei
nobili, o la gelosia dei cittadini. I primi, dopo essere stati forzati
ad abbandonare i loro castelli per farsi abitatori delle città che gli
avevano ammessi alla loro cittadinanza, trovaronsi resi più potenti
dalla loro sconfitta. Essi non erano più, come per lo innanzi, dispersi
e senza relazione gli uni cogli altri; anzi per l'opposto trovavansi
uniti coi loro uguali, e più a portata di contrarre nuove alleanze;
quindi maggiore erasi fatto il loro disprezzo pei borghesi, ai quali
momentaneamente avevano dovuto cedere, e si credevano destinati a
dominarli. Attribuivansi esclusivamente il nome di soldati (_milites_);
e, quantunque a quest'epoca il valore fosse comune a tutti gl'Italiani,
è probabile che superassero in virtù militari i loro concittadini, pei
quali la guerra non era il principale affare. La rivoluzione che si fece
in tutte le repubbliche, allorchè fu confidato ai podestà il supremo
potere, era riuscita favorevole ai nobili. Un popolo geloso poteva bensì
volere esclusi dagl'impieghi i suoi proprj gentiluomini; ma qualunque
volta passava a scegliere in paese straniero un uomo sconosciuto per
sottomettersi al suo governo, non sapeva liberarsi dall'antica
prevenzione di tutti gli uomini in favore della nascita; prevenzione che
tanto naturalmente decide delle scelte, quando non conosconsi le altre
qualità. Fu legge fondamentale di tutte le repubbliche italiane di non
iscegliersi per podestà che un gentiluomo; e questa legge non fu pure
violata quando, nel calore delle guerre civili, i nobili appartenenti ad
ogni repubblica vennero degradati ed esclusi da ogni diritto di
cittadinanza. Intanto i podestà gentiluomini cercavano d'avere ne'
consiglj persone del loro ordine; quando terminate le loro funzioni
tornavano in patria, vi portavano l'attitudine ai pubblici affari,
talenti esercitati, ed il sentimento della loro superiorità sui borghesi
e gli artigiani, che occupavano le principali cariche. Provavano allora,
colle minacce e con un procedere arrogante, di ricuperare quelle
prerogative ch'essi credevano usurpate al loro ordine. Per l'opposto i
borghesi avevano fatta conoscenza degli affari nelle deliberazioni della
piazza pubblica; erano armati; avverano combattuto per essere liberi, e
non per passare sotto un diverso giogo. Protetti da un governo benefico
avevano veduto prosperare il loro commercio e le loro manifatture,
avevano appreso ad apprezzarsi più assai che per lo innanzi, perchè la
loro fortuna era quasi affatto indipendente. Erano perciò troppo alieni
dal voler rinunciare a tutti i pubblici affari, e dal permettere che i
soli nobili rappresentassero lo stato nelle più singolari occasioni, ne'
consigli, nelle ambascerie.
(1221) A Milano i nobili erano spalleggiati dall'arcivescovo, il quale
non poteva senza gelosia vedersi spogliato di ogni parte del governo. La
contesa tra i due ordini si fece più viva l'anno 1221[472]. I
gentiluomini furono forzati ad uscire di città, e ad afforzarsi nei loro
castelli, ove furono ben tosto inseguiti dal popolo, che, dopo più o men
lunghi assedj, gli obbligò ad arrendersi, e gli spianò; onde nel termine
d'un anno la nobiltà fu ridotta a chiedere la pace. La numerosa
popolazione di Milano doveva far trionfare il partito democratico. A
Piacenza la fortuna delle armi si dichiarò per i gentiluomini: avevano
anch'essi adottata la determinazione di uscire dalla città; ma quando
furono in campagna aperta, trovandosi circondati dai loro vassalli,
ricuperarono quella superiorità che avevano perduta nell'interno della
mura. Finalmente il papa li mandò come mediatore il cardinale d'Ostia,
il quale nel 1221 terminò le loro guerre con un trattato di pace, in
forza del quale la metà delle magistrature ed i due terzi delle
ambascerie venivano riservate alla nobiltà, rimanendo al popolo tutti
gli altri pubblici impieghi[473]. Cremona era stata agitata da eguali
discordie, ed andò debitrice della pace all'immediato intervento di papa
Onorio III, il di cui breve ci fu conservato da uno storico
cremonese[474]. Una parola dell'annalista di Modena ne fa conoscere che
la sua patria non andava esente da tali sedizioni[475]: abbiamo altrove
accennate quelle di Brescia, e pare che tutte le città lombarde fossero
più o meno agitate da tale discordia.
[472] _Chron. Placent. p. 459._
[473] _Campi Cremona Fedele l. II, p. 42._
[474] _Annales Veteres Mutinensium t. XI, p. 58, ad ann. 1224._
[475] _Denina, Muratori, Tiraboschi ec._
Molti storici moderni, parlando delle continue guerre tra le città,
delle rinascenti dissensioni tra i loro diversi ordini, dipingono
l'antico stato d'Italia come affatto infelice, ed accordano la
preferenza ai tempi loro. Nel _calcolare_ la felicità di una nazione,
noi oggi trascuriamo affatto di porre a calcolo quella d'una
numerosissima classe di uomini, destinati dalla società ad affrontare
tutte le vicende della guerra e della sventura. Questi è il loro
mestiere, si suol dire, quando ci si parla dei patimenti dei soldati,
come se il patimento fosse un mestiere. Allora la guerra non era un
mestiere, nè era abbandonata a soldati mercenari, stranieri di cuore
alla causa che sostenevano, e che, per avvezzarsi alla loro condizione,
debbono chiudere gli occhi sulla sproporzione del pericolo cui vengono
esposti e lo scopo che si propongono. Il soldato italiano combatteva
sempre presso alle mura della propria città, non solo per la salvezza
della patria, ma ancora per la propria, per ottenere un fine ch'egli
conosceva, e per servire ad una passione che divideva coi suoi
concittadini. Se aveva la disgrazia di essere ferito, non languiva negli
ospedali, abbandonato alla dura indifferenza di subalterni chirurgi; ma
ricondotto la stessa sera alla propria casa, l'amorosa cura che di lui
si prendevano la consorte, la madre, le sorelle, gli facevano quasi
dimenticare i suoi dolori. Se periva sul campo di battaglia, periva
nell'entusiasmo d'un patriotta per una cagione creduta sacra, tra le
braccia de' suoi amici e de' suoi concittadini; non era contato tra i
morti come un semplice soldato, come un essere ideale destinato soltanto
ad aver luogo nel ragguaglio d'una battaglia in mezzo ad una colonna di
numeri. Si sapeva d'aver perduto un uomo ed un cittadino, ed era pianto
come uomo e come cittadino. La stessa sera della battaglia, se la
notizia della sua perdita non era portata alla famiglia, doveva egli
stesso tornare ad abbracciare i suoi figli.
Quindi per mettere a numero le armate non abbisognavano arrolamenti
forzati; la guerra era un dovere passaggiero, e direi quasi il
dilettevole trattenimento d'ogni cittadino; la guerra, cui dovevansi
consacrare soltanto pochi giorni dell'anno, per riprendere in appresso
le proprie occupazioni; la guerra che il cittadino non faceva giammai
senza un vivo sentimento della sua importanza e della gloria della sua
patria; la guerra che in lui manteneva l'abitudine di quel valore, che
tanto dannoso sarebbe il lasciar perdere alla massa del popolo;
quell'abitudine che da lungo tempo non esisterebbe presso i moderni
popoli, senza l'abuso d'una guerra privata, allora affatto sconosciuta,
il duello.
In questa età le battaglie sono meno micidiali che le malattie; meno
micidiali che la memoria crudele del paese natale, della memoria d'un
bene perduto, che ogni anno fa perire di dolore tante reclute. Nelle
guerre d'Italia tutto incominciava e finiva colla battaglia; niun
soldato cadeva che sotto il ferro, ed inoltre le battaglie erano meno
micidiali che a' nostri giorni. Calcolando anche tutta l'Europa,
quantunque la guerra si facesse fino alla porta d'ogni cittadino,
distruggeva assai meno gente nel tredicesimo che nel decimottavo secolo;
ed inoltre non cadevano che vittime volontarie.
E convien dire che le interne discordie e le guerre esterne non fossero
troppo dannose all'accrescimento della popolazione e delle ricchezze
delle città, poichè in quell'epoca tutte le cronache parlano della
necessità di dilatare le mura[476], dei pubblici edificj innalzati in
ogni città, delle rocche fortificate e di molti altri oggetti che
attestano indubitatamente le sue forze e le sue ricchezze. Troviamo
negli annali di Asti un indice insigne dell'accrescimento delle sue
ricchezze. Ci dicono che l'anno 1226 gli abitanti d'Asti incominciarono
a dar danaro ad usura in Francia ed in altri paesi d'oltremonti; dal
qual genere di traffico ottennero da prima ragguardevoli profitti, poi
gravi perdite[477]. In fatti il primo giorno di settembre del 1256 il re
di Francia fece sostenere ne' suoi stati tutti i banchieri d'Asti in
numero di circa cento cinquanta, e ne confiscò i beni del valore di più
di ottocento mila lire. Senza accordare che Asti abbia potuto allora
perdere così ragguardevole somma, che risponde a più di ventisette
milioni di franchi[478], non può dubitarsi che i capitali non si fossero
accresciuti in Lombardia a dismisura, poichè le manifatture e
l'agricoltura del paese permettevano che si sovvenissero alle straniere
nazioni così egregie somme. È noto che in conseguenza di questo
traffico, cui presero parte tutte le città occidentali d'Italia, fu in
Francia indistintamente detto Lombardo l'usurajo ed il banchiere.
[476] Vedansi _Annales Mutinenses ad an. 1188, 1200, 1211, 1214,
1226 ec. p. 55.-58. — Malvecius Chron. Brixianus, c. 100, 102. ann.
1223. p. 901. — Chron. Parmense ad ann. 1221. p. 764. — Memoriale
Potestat. Regiensium, ann. 1229. t. VIII, p. 1106, ec._
[477] _Chron. Astense Agerii Alferii t. XI, p. 142, 143._
[478] Se si trattasse di lire milanesi calcolando dietro il peso de'
terzaruoli del 1250, sessanta de' quali facevano una lira, questa
valerebbe trentaquattro lire, diecissette soldi, sei denari; e le
800,000 lire farebbero più di ventisette milioni e mezzo della
nostra moneta. Confesso di non avere a quest'epoca verun dato sicuro
intorno ed valore preciso della moneta d'Asti.
Bologna, nell'Emilia, era in allora, come Milano in Lombardia, un centro
d'interesse intorno al quale dirigevansi tutti i negozianti delle vicine
repubbliche. Bologna che pretendeva avere tra le prime conosciuta
l'indipendenza nazionale, e che fa rimontare i suoi privilegi di città
libera fino ai tempi d'Ottone I, non aveva, fino a tale epoca, occupato
un luogo nella storia per causa di strepitose rivoluzioni, o di grandi
sventure: la sua celebrità procedeva da più onorevole titolo. Bologna
aveva, prima di tale epoca, ottenuto l'aggiunto di _Dotta_, che seppe
conservare fino all'età nostra; era stata la prima città in cui si
leggesse il diritto romano; la prima d'Italia ad avere una università.
In sul finire dell'undecimo secolo, una libera società di dotti, quali
almeno potevano aversi in quel tempo, avevano posto i fondamenti
dell'università di Bologna[479]. Aprirono prima una scuola di logica e
di grammatica, e poco dopo, ne' primi anni del secolo dodicesimo,
Irnerio o Warnierio, aveva portate le leggi di Giustiniano, e per la
prima volta preso ad interpretarle in faccia a numerosa udienza. Dopo
Irnerio, altri celebri giureconsulti continuarono le stesse lezioni, e
la scuola del diritto, più d'ogni altra, diede riputazione a Bologna. Fu
questa scuola che gli ottenne i primi privilegi che un imperatore,
Federico Barbarossa, accordasse alle lettere; ed i primi contrassegni
del favore che un papa, Alessandro III, diede ad una università.
[479] _Tiraboschi Stor. della Letterat. Ital. t. III. l. 2, c. 7, §
10 e seguenti._
Nel susseguente secolo, l'università di Bologna aveva acquistata
maggiore considerazione: era la principale e più famosa d'Europa per il
diritto civile e canonico, e tutte le altre scienze vi prosperavano;
grandissimo era il numero degli scolari, famosi i professori; e la città
riponeva la sua gloria nel possedimento di così rinomata università.
Perciò voleva che i suoi professori giurassero di non aprire scuola in
verun'altra città, e niente ometteva di quanto contribuir potesse a
trattenerli presso di sè; mentre, invidiando tanta prosperità, Vicenza,
Padova, Modena, Arezzo e Napoli, ove le scuole avevano incominciato più
tardi, sforzavansi di togliere a Bologna i professori coll'allettamento
di più ampli privilegi e generosi stipendi, onde aver parte anch'esse al
rinnovamento delle lettere in Italia[480]. Forse i Bolognesi si
rifiutarono lungo tempo dall'abbracciare le parti del papa o
dell'imperatore, per non recar pregiudizio all'università; desiderando
di conservare la benevolenza di tutti i governi, e riputandosi obbligati
ad avere questi riguardi agli stranieri riuniti presso di loro per
cagione degli studj. Vero è che inclinavano alla parte guelfa; ma lungo
tempo non pertanto mostraronsi rispettosi verso Federico, e non si
dichiararono contro di lui che quando furono da lui medesimo forzati a
farlo.
[480] _Tiraboschi t. IV, l. 1, c. 3._
Il territorio bolognese, dalla banda degli Appennini, confinava con
quello di Pistoja e di Fiorenza, ma le montagne erano un forte steccato
per risparmiare alle confinanti repubbliche troppo frequenti querele;
tanto più che i loro distretti erano sparsi di feudi indipendenti,
posseduti dai conti Guidi, dagli Ubaldini, Ubertini e Tarlati. Questi
gentiluomini non avevano ancora riconosciuta la sovranità di veruna
repubblica, e procuravano di essere dimenticati da tutte, mantenendo la
pace sulle loro montagne. Al nord i Bolognesi avevano confinanti i
Ferraresi, sempre divisi da calde fazioni e dominati a vicenda da Azzo
d'Este, di parte guelfa, e da Salinguerra, di parte ghibellina. I
Modenesi, a ponente, e gl'Imolesi, a levante, stavano costantemente pel
partito ghibellino, e con questi Bologna ebbe spesse volte guerra. La
Romagna e la Lombardia erano divise in due leghe. Faenza, Cesena e Forlì
avevano stretta alleanza con Bologna; mentre Rimini, Fano, Pesaro,
Urbino ed i conti di Montefeltro tenevano la contraria parte. Ma se noi
abbiamo omesso il circostanziato racconto delle guerre di Lombardia, a
più forte ragione dobbiamo fare lo stesso rispetto a quelle della
Romagna[481], ove le popolazioni erano meno potenti, le città più
povere; onde i prosperi o i sinistri avvenimenti avevano minore
influenza sulla sorte d'Italia. Altronde la protezione che i Bolognesi
accordarono, del 1216, ai loro alleati di Cesena, e la guerra che, del
1228, sostennero contro i Modenesi, non produssero alcuno notabile
avvenimento[482]. Più importante fu un'altra guerra degli stessi
Bolognesi contro Imola; aveano, nel 1222, saccheggiato quattro volte il
territorio di questa città e ridotti gli abitanti in così misero stato,
che per ottenere la pace acconsentirono a distruggere le loro mura, a
cedere ai vincitori le porte della città che furono portate
trionfalmente a Bologna; e per ultimo a ricevere un podestà
bolognese[483]. Fu in occasione di così umiliante convenzione che
l'imperatore Federico, dichiarandosi protettore dell'oppressa città,
sforzò, colle sue minacce, i Bolognesi ed il loro pretore a gettarsi
scopertamente nel contrario partito.
[481] Cronica di Bologn. di F. Bartol. della Pugliola _l. XVIII, p.
251_. — _Annales Cæsenatens. t. XIV, p. 1093._
[482] _Chron. Mutinense t. XV, p. 559._
[483] _B. della Pugliola, Cronica di Bologna p. 253. — Mattei de
Griffonibus Memoriale historicum de rebus bononien. t. XVIII, p.
109. — Ghirardacci, Istoria di Bologna, l. V, p. 140._
Federico II, ossia Federico Ruggero, siccome chiamavasi avanti che fosse
imperatore, trovavasi in Germania quando gli fu data notizia della morte
d'Innocenzo III e della elezione di Onorio III, ch'era stato quattro
anni, sotto i suoi ordini, governatore di Palermo. Federico fece due
volte il fatale esperimento, che un suo ministro non potev'essere fatto
papa senza diventare suo nemico[484]. Il subalterno, diventato
superiore, rare volte sa difendersi dalla tentazione di far conoscere al
suo antico padrone, che può anch'esso umiliarlo e farlo soffrire. Benchè
Federico non fosse allora il campione della santa sede contro
l'imperatore Ottone IV, il nuovo papa gli scrisse arrogantemente,
ordinandogli di rassegnare al principe Enrico, suo figliuolo, il regno
di Sicilia, onde non rimanesse unito a quello di Germania. Ottone mori
poco dopa il 19 maggio del 1218, e lo stesso papa propose nuove
condizioni a Federico, prima di riconfermargli la promessa della corona
imperiale. Voleva che si obbligasse ad andar subito in Terra santa per
riprenderla ai Saraceni che ne occupavano la maggior parte; e che
cedesse alla Chiesa il contado di Fondi, posto al mezzodì di Terracina e
delle paludi Pontine.
[484] _Giannoni, Historia Civile di Napoli, l. XVI. Introd._
Riuniva Federico il carattere delle sovrane famiglie di cui era erede, e
delle nazioni tra le quali aveva vissuto. Aveva ereditato dai principi
della casa di Svevia l'inclinazione alla guerra, ed un valore talvolta
brutale; ma in sull'esempio dell'avo materno, Roberto Guiscardo, e come
i Normanni cui succedeva, sapeva alla bravura associare un'astuta
politica, una profonda dissimulazione. Educato sotto la sferza della
corte romana, erasi avvezzato ad adoperare quelle armi della debolezza,
che forse sdegnò in più matura età. Sapeva opporre alle insidie de'
pontefici, che avevano lungo tempo preteso d'essere suoi amici,
l'astuzia, e spesse volte la mala fede; le sue parole non erano giammai
conformi ai suoi pensieri, e le promesse poche volte guarentivano le sue
future azioni[485].
[485] Vedasi la sua lettera ad Onorio III datata il 16 degl'Idi di
giugno del 1219, _apud Oder. Raynald. 1219, § 7 e 8, p. 264_.
Federico non era probabilmente determinato a passare in Terra santa
allorchè lo promise ad Onorio III. Egli non aveva ancora recata
interamente la Germania alla sua obbedienza, e dopo la morte di Ottone
trovò necessario di rimanervi ancora due anni prima di venire a Roma a
ricevere la corona imperiale; nel qual tempo (1220) fece coronare suo
figliuolo Enrico re de' Romani. Erasi Federico ammogliato così giovane,
che questo figlio aveva omai dieci anni, benchè egli stesso non
oltrepassasse i ventisei. Venne in seguito a Roma con una riguardevole
armata, evitando in cammino di avvicinarsi alle città lombarde che
stavano pel contrario partito; ed il giorno 22 novembre del 1220
ricevette la corona imperiale, dopo aver rifatte le promesse di
portarsi, senza ritardo, al soccorso di Terra santa[486].
[486] _Raynaldus, 1220, § 21, p. 275._
Ma il regno di Puglia aveva, più che quello di Germania, estremo bisogno
delle cure e delle riforme del monarca. Dopo il regno di Guglielmo il
cattivo, era sempre stato in preda delle guerre civili, e
l'amministrazione trattata dai papi ne aveva a dismisura accresciuta
l'anarchia. Tutti i conti, proprietarj d'una città o d'un castello,
avevano quasi scosso del tutto il giogo dell'autorità reale; e Federico,
per ristabilirla, non si fece scrupolo di adoperare la frode ed il
tradimento. In mezzo alle feste che gli davano i suoi feudatari per
onorare il suo ingresso nel regno, si fece rendere, in passando per san
Germano, i diritti regali che l'abbate di questo monastero aveva
usurpati[487]; prese possesso di molte rocche che il conte dell'Aquila
si era appropriato; ed in Capoa istituì un tribunale destinato a
riconoscere i titoli di tutti i feudatarj ed a riunire ai reali dominj i
feudi di cui gli attuali possessori non sapessero giustificare il
titolo. Dopo un'ostinata guerra, costrinse i conti di Celano e di Molise
a sottomettersi[488]; e fece spianare molte delle loro rocche.
Finalmente fece imprigionare i conti dell'Aquila, di Caserta, di san
Severino e di Tricarico, accusati di non essere andati in suo ajuto
contro i Saraceni della Sicilia con quel numero di truppe che dovevansi
dai loro feudi; ed in tal modo terminò d'abbattere l'indipendenza
feudale de' suoi baroni l'anno 1222.
[487] _Richardi de S. Germano Chron. t. VIII, p. 992._
[488] _Ibid. p. 996._
Lo stato della Sicilia era ridotto in assai peggiore condizione. I
Saraceni e per l'odio che portavano ai Cristiani, e perchè oppressi da
insopportabili contribuzioni, eransi ribellati: occupavano essi le
montagne del centro dell'isola, e sotto la condotta d'un loro patriotta,
detto Mirabet, saccheggiavano la valle di Mazara. La vicinanza
dell'Africa facilitava loro i soccorsi de' patriotti, che, accostumati
ne' deserti di Barbaria a vivere di ladroneccio, s'affrettavano di
venire nella Sicilia a dividerne le spoglie. Federico gli attaccò
vigorosamente; e, dopo averli più volte battuti (1223), offri loro nuove
terre ne' suoi stati e campagne fertili, ma lontane dal mare, a
condizione che gli rinnovassero il giuramento di fedeltà e servissero
nelle sue armate. Più migliaja di Saraceni accettarono l'offerta, mentre
altri ostinaronsi nella difesa delle loro montagne. Federico trasportò i
primi nella Puglia, ove diede loro la città di Lucera colle belle
campagne della Capitanata[489]. Si pretese che questa prima colonia
potesse, al bisogno, somministrargli venti mila soldati. Ventiquattro
anni dopo ridusse gli altri Saraceni di Sicilia a stabilirsi ad eguali
condizioni in una ricca valle tra Napoli e Salerno, ove occuparono la
città di Nocera, che di poi conservò sempre l'aggiunto di Nocera dei
Pagani.
[489] _Giann. Ist. Civile del Regno di Napoli l. XVII, c. 2, p. I. —
Richardi de s. Germ. Chron. p. 996. — Gio. Villani l. VI, c. 14, t.
XIII, p. 162._ — Gli storici italiani confondono spesso Lucera con
Nocera.
Mentre Federico assicuravasi della dipendenza de' feudatarj, facendo
smantellare le loro fortezze, andava in cambio fabbricandone di nuove
nelle principali città della Sicilia e della Puglia, e stabiliva nella
prima una guardia fedele che doveva rispondere di tutta l'isola. Tra le
rocche innalzate da Federico, quella di Capuano posta nel centro di
Napoli, ed oggi ridotta a palazzo dei re, sarà lungo tempo un nobile
monumento della sua magnificenza[490]. La bellezza di questo palazzo
determinò probabilmente i suoi successori a stabilirvi la loro dimora
quando Napoli diventò la capitale del regno. Federico aveva di questi
tempi accordato a Napoli un più importante favore, fondandovi
un'accademia, e chiamando a professarvi il diritto, la teologia, la
medicina e la grammatica i più distinti letterati d'Italia[491]. E per
riunire in Napoli tutta la gioventù de' suoi regni che voleva applicarsi
allo studio, oltre i molti privilegi accordati all'accademia, prescrisse
che le professioni letterarie non potessero esercitarsi che da coloro
che riceverebbero i gradì nella medesima. Attribuì pure ai professori di
questa Università il diritto di giudicare tutte le controversie che
avrebbero luogo tra gli scolari; ed ordinò ai professori ed agli scolari
di Bologna di recarsi a Napoli quando quella città aveva provocata la
sua collera; ma l'università repubblicana non fece verun conto de' suoi
comandi o delle sue minacce.
[490] _Giov. Villani Stor. Fior. l. VI, c. 1, p. 155._
[491] _Petri de Vineis Epistolae, l. III, ep. 10, 11, 12, 13,
edizione di Basilea del 1566, p. 411 e seguenti._
Mentre Federico andava ordinando i suoi regni, gli affari de' Cristiani
in Terra santa erano estremamente peggiorati. Un legato pontificio si
era arrogato il diritto di comandare le truppe crociate, e la sua
ignoranza ed ostinazione erano state cagione della perdita di Damietta e
di una florida armata[492]. Qualunque volta il papa aveva sinistre
notizie delle truppe di Terra santa, scriveva nuove lettere a Federico
perchè si affrettasse di soccorrerla: e per determinarvelo più
facilmente, gli offriva la successione al trono di Gerusalemme. Questo
principe perdeva allora la consorte Costanza di Arragona; e Giovanni di
Brienne, ch'era re titolare di Gerusalemme pei diritti della moglie,
aveva una sola figliuola detta Yolante, legittima erede di questo regno
posseduto dai Saraceni: e questa, dietro gl'inviti del papa, fu la
seconda consorte di Federico. Dopo tali nozze celebrate l'anno 1225
aggiunse a' suoi stemmi la croce, ed a' suoi titoli quello di re di
Gerusalemme.
[492] _Raynaldi Annales Eccles. 1218, § 11, pag. 1219, § 12 e seg.,
p. 265, 1220, § 55, p. 281 e 1221, § 10, p. 283._ — Era questa la
quinta crociata, condotta dai re di Cipro, di Gerusalemme e
d'Ungheria, dal duca d'Austria, da quello di Bavier, ec. Si riunì in
Acri l'anno 1217. La storia di questa infelice crociata fu scritta
da Giacomo di Vitry, _l. III, p. 1119 e seg._, e da _Oliverius
Scholast. Coloniens. p. 1188. — Gesta Dei per Francos_.
Se fino a tale epoca le sue intenzioni furono non senza ragione
dubbiose, certo è intanto che dopo mandò più volte soccorsi ai confini
di Terra santa, e fece grandi apparecchi per recarvisi egli medesimo con
un'armata. I crociati di Germania, d'Inghilterra e d'Italia adunaronsi a
Brindisi: Federico fece equipaggiare i bastimenti di trasporto, ed il
giorno otto settembre del 1227 andò egli stesso a bordo della flotta col
landgravio Luigi di Turingia, il principale de' crociati tedeschi. Ma le
truppe de' popoli settentrionali, che nel cuor dell'estate soggiornavano
in così caldo clima, trovaronsi attaccate da malattie epidemiche, che
fecero perire molta gente, e scoraggiarono i superstiti. In tali
frangenti cadde infermo e morì il landgravio; e lo stesso Federico non
andò esente dal dominante contagio. L'imperatore dovette suo malgrado
abbandonare un'impresa incominciata con sì fortunati auspicj; e
scendendo dal suo vascello protrasse l'impresa fino al vegnente
anno[493].
[493] _Richardi de S. Germano Chron. p. 1002. — Petri de Vineis
Epistol. l. I, Lettera 21, p. 142._
(1227) In quest'anno moriva ancora Onorio III, cui veniva surrogato
Gregorio IX, della famiglia de' conti di Segna, e nipote d'Innocenzo
III. Il nuovo pontefice che lusingavasi di vedere illustrato il primo
anno del suo regno dalle vittorie di una crociata, s'abbandonò agli
eccessi della collera quando seppe svanite tutte le sue speranze. Avea
d'uopo di trovare un colpevole per potere in lui punire le avversità
della fortuna, e senza monitorj, senza precedenti citazioni, il 29 del
mese di settembre fulminò contro Federico la scomunica, perchè non era
partito, come aveva promesso, all'epoca stabilita[494].
[494] Lettera di Gregorio IX ai vescovi del Regno presso _Raynald.
an. 1227, § 30, p. 341_.
Nelle lettere che il papa diresse al clero del regno di Napoli, per
giustificare una così strana procedura, accusa l'imperatore d'avere
volontariamente dato i crociati in preda all'epidemia col riunirli nella
stagione più calda ne' luoghi più insalubri, e coll'avere in seguito
supposta una malattia ch'egli non ebbe mai, onde abbandonarsi senza
ostacolo ai piaceri ed ai vizj.
Federico dal suo canto inviò i suoi reclami a tutti i sovrani
d'Europa[495]. Da Pozzuolo, ov'erasi recato per ricuperare la sanità in
que' bagni resi così celebri dagli antichi poeti di Roma, scrisse ai
cardinali, al clero de' suoi stati ed a tutti i re della Cristianità.
Ordinò in pari tempo agli ecclesiastici di Napoli e della Sicilia di non
fare verun conto dell'interdetto inflitto a tutti i luoghi in cui egli
fosse per soggiornare e di continuare la celebrazione dei divini
uffici[496]: finalmente per togliere ogni dubbio alla fatta promessa ed
alla realtà della sua malattia che aveva sospesa l'esecuzione della
crociata, faceva ogni cosa apparecchiare con grande sollecitudine per il
passaggio di Terra santa nel susseguente anno.
[495] _Conradus Abb. Usperg. Chron. p. 234._
[496] _Petri de Vineis epist. l. I, c. 23, p. 175._
(1228) In agosto del 1228 gli apparecchi erano terminati, e Federico
partì infatti alla volta della Palestina, ma con un'armata assai meno
numerosa che quella dell'anno addietro, perciocchè, a riserva di alcuni
Tedeschi, non aveva oltramontani sotto i suoi ordini. S'imbarcò anche
quest'anno a Brindisi, e dopo un felice tragitto diede fondo a san
Giovanni d'Acri[497].
[497] _Marini Sanuti Secreta Fidel. crucis l. III, p. XI, c. 11, p.
211._
Quest'impresa fatta, per quanto sembrava, soltanto per provare
l'ingiustizia della scomunica, si risguardò dal papa come una nuova
offesa, anzichè quale soddisfacimento del passato; ed arse di tanta ira,
che, quantunque il popolo romano, sdegnato per così scandalosa
parzialità, prendesse le armi contro di lui sotto la direzione dei
Frangipani, e lo forzasse a ritirarsi a Perugia, non solo rinnovò contro
di Federico la sentenza di scomunica, ma gli dichiarò la guerra,
promulgò contro di lui una crociata, e sotto il comando di Giovanni di
Brienne, re titolare di Gerusalemme e suocero dell'imperatore, mandò
un'armata a saccheggiare la Puglia[498].
[498] _Rayn. An. Eccles, 1228, § 5, p. 349. — Vita Greg. IX ex card.
Arr. coll. p. 576. Sc. Rer. Ist. — Chron. Richar. de san. Germano,
p. 1004._
In quest'armata, oltre i sudditi del papa, trovaronsi i suoi alleati
lombardi, ed i vescovi di Clermont e di Beauvais: e nel susseguente anno
furono inoltre chiamati dal papa a prender parte in questa guerra gli
arcivescovi di Parigi e di Lione. Federico, partendo, aveva mandati
ambasciatori al papa per ottenere un riconciliamento[499]; ma Gregorio
non volle ascoltarli; ed invece incaricò i Francescani ed i Domenicani
di far ribellare i sudditi di Federico e di pubblicare la falsa notizia
della sua morte onde agevolare le conquiste di Giovanni di Brienne.
[499] _Raynaldi, 1228, § 18, p. 352._
In Terra santa tutte le operazioni di Federico furono egualmente
contrariate dai ministri del papa, e la sentenza di scomunica
solennemente pubblicata in tutta la Palestina. Il patriarca di
Gerusalemme sottopose all'interdetto tutti i luoghi che occuperebbe
Federico, ed il gran maestro del tempio e di san Giovanni dichiararono
di non poter servire sotto di lui; per cui l'imperatore fu forzato di
acconsentire che nel suo proprio campo gli ordini non fossero dati in
suo nome, ma in quello di Dio e della repubblica cristiana[500]. Mal si
può concepire come in mezzo a tanti svantaggi Federico abbia potuto
ottenere dal soldano d'Egitto un onorevole trattato per la Cristianità.
A quest'epoca il soldano era padrone di Gerusalemme; e perchè i
Musulmani, come i Cristiani, attaccavano a questo luogo un'idea di
santità, credevasi in coscienza obbligato di conservare ai primi la
libertà di poter fare questo pellegrinaggio cui si obbligavano
frequentemente. Ma non erano i medesimi sacri edifici che eccitavano la
divozione delle due sette. I Cristiani veneravano soprattutto il santo
sepolcro e la chiesa fabbricata sopra il medesimo; ed i Musulmani erano
in ispecial modo devoti del tempio de' Giudei innalzato sopra le ruine
di quello di Salomone; tempio che nelle visioni di Maometto era stato
una delle visioni del profeta, quando fece il suo viaggio in cielo.
Federico, conoscendo questi estremi, proponeva del 1229 di lasciare il
tempio ebraico ed il suo circondario sotto la custodia de' Musulmani, a
condizione che il soldano gli cedesse il rimanente della città e parte
del suo territorio[501]. Riservava per altro ai pellegrini, quando la
proposta venisse accettata, il diritto di visitare lo stesso tempio,
purchè mantenessero il debito rispetto[502]: e d'altra parte accordava
ai Musulmani il diritto di entrare nella città di Gerusalemme; adottando
prudenti misure per conservare la buona armonia tra le due nazioni e le
due credenze[503].
[500] _Bernardi Thesaurarii de acquisit. Terræ sanctæ t. VII. Rer.
Ital. c. 207, p. 846. — Giannone l. XVI, c. 7. — Secreta. Fidelium
Crucis Marini Sanuti l. III, p. XI, c. 12, p. 212._
[501] Questo trattato viene riportato da Oderico Raynaldo all'anno
1229, § 15 e seg. _p. 359_.
[502] § quarto del trattato.
[503] Il papa cercò di confondere il tempio lasciato ai Musulmani
con quello del santo sepolcro riservato ai Cristiani. In conseguenza
di ciò accusò Federico d'avere acconsentito ad una profanazione; e
tutti i posteriori storici, non eccettuati Muratori e Giannoni,
furono tratti in errore dalle invettive degli ecclesiastici. Pure
chiarissimi sono i termini del trattato; non lo sono meno quelli di
Riccardo da san Germano: e l'interdetto pubblicatosi nella stessa
chiesa del santo sepolcro, e l'incoronazione celebratasi nella
stessa chiesa, provano evidentemente che trovavasi in potere dei
Cristiani. Gibbon fu quello che avvertì questo volontario errore
degli scrittori ecclesiastici.
La città di Gerusalemme essendo stata effettivamente ceduta agli
ufficiali di Federico, questi alla testa delle sue truppe vi entrò come
nella capitale del nuovo suo regno. Ma il patriarca avendolo prevenuto,
sottopose all'interdetto la città e la stessa chiesa del santo sepolcro,
quai luoghi profanati dalla presenza dì uno scomunicato. Niun prete
volle celebrarvi la messa, e Federico che doveva ricevervi la corona del
nuovo suo regno, fu obbligato di prenderla dall'altare colle proprie
mani e porsela in capo.
Gregorio IX, quando ebbe notizia di questo trattato, scrisse a tutti i
principi d'Europa per informarli dell'intera sua disapprovazione,
chiamando questa pace[504] _un esecrabile delitto che ispirava orrore e
sorpresa_. Ma Federico che colla sua armata tenne dietro immediatamente
alle lettere colle quali aveva annunciato il riacquisto di Gerusalemme,
costrinse ben tosto il papa a mutar linguaggio. Riprese a forza tutte le
città e fortezze che gli erano state tolte dalle truppe della Chiesa;
atterrì in modo l'armata di Giovanni di Brienne, che si sbandò in pochi
giorni, lasciando quasi solo questo guerriero veterano; ricevette le
felicitazioni del senato e del popolo di Roma; ed ispirò abbastanza di
spavento al papa per farlo acconsentire ad entrare in trattati co' suoi
ministri[505]: in conseguenza de' quali il papa soppresse le censure
pronunciate contro l'imperatore, e lo riconciliò colla Chiesa, a
condizione soltanto che questi accorderebbe un perdono generale a tutti
i feudatarj ribelli.
[504] _Oder. Rayn. ad annum._
[505] _Chronic. Richardi de sancto Germano, p. 1007-1021._
Mentre Federico occupavasi interamente degli affari del suo regno di
Puglia e di quelli di Terra santa; mentre si batteva ad un tempo contro
i Saraceni, contro i crociati, contro i baroni ribelli e contro
gl'intrighi degli ecclesiastici, il Settentrione dell'Italia, sotto la
protezione della Chiesa, formava una lega assai più dannosa all'autorità
imperiale, una lega che dava maggior consistenza alle repubbliche
lombarde, rendendole affatto indipendenti.
Tutti i predecessori di Federico II avevano portato il titolo di re di
Lombardia, o d'Italia; titolo loro conferito col porgli sul capo la
corona ferrea conservata in Monza. Federico solo non avea ancora
ottenuto dai Milanesi questa corona, quantunque non lasciassero di
riguardarlo quale legittimo imperatore[506]. Federico aveva fin allora
dissimulato il suo risentimento; ma i Milanesi non ignoravano quanto un
simile rifiuto doveva offendere la sua vanità; e per mettersi al coperto
dalla sua collera, entrarono in trattati con quelle città che da più
anni avevano mostrato attaccamento al partito guelfo. Proposero di dare
maggior durata e consistenza alla loro alleanza, approfittando perciò
dell'espressa concessione di Federico Barbarossa stipulata nel trattato
di Costanza. Con questo trattato veniva alle città conservato il diritto
di allearsi fra di loro per difendere la propria libertà, ed in ispecie
di rinnovare, quando lo credessero conveniente, la confederazione o
società lombarda.
[506] _Galvan. Flamma Manip. Florum t. XI, c. 253, p. 668._
Queste negoziazioni eransi incominciate l'anno 1226 quando i Lombardi
ebbero avviso che Federico si disponeva di passare a Cremona, ove apriva
una dieta del suo regno d'Italia[507]. Sentirono il bisogno di
affrettare il trattato, onde il giorno due di marzo, in una chiesa del
distretto di Mantova detta san Zenone di Mozio, i deputati di Milano,
Bologna, Piacenza, Verona, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli, Lodi,
Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova e Treviso, rinnovarono per
venticinque anni l'antica lega lombarda. I deputati obbligaronsi a far
giurare quest'alleanza a tutti i cittadini di ogni città, e si promisero
i vicendevoli soccorsi in caso che l'una o l'altra delle città fosse
attaccata da qualsiasi nemico. Fin allora i termini del trattato non
indicavano verun oggetto ostile; ma intanto si era formata una dieta
delle repubbliche lombarde; i deputati a questa dieta, detti rettori, si
obbligavano di mantenere con tutte le loro forze libere le città e la
pace fra di loro; si adunavano assai spesso; e non potevano uscir di
carica senza aver prima nominati i loro successori. E per tal modo si
formava una nuova potenza atta di sua natura a tenere inquieto
l'imperatore.
[507] _Memorie della città e della campagna di Milano ne' secoli
bassi del conte Giorgio Giulini vol. VII, l. I, p. 404. — Corio
delle Istorie Milan. p. II, p. 88._
Infatti Federico fece di tutto per isciogliere questa lega; ma il papa,
sotto i di cui auspicj erasi formata, si affrettò di entrare mediatore
tra le città e l'imperatore, quale pacificatore dei fedeli. Del 1226
regnava ancora Onorio, il quale andava affrettando Federico a fare
l'impresa di Terra santa; e quando ottenne di essere arbitro tra i
confederati e l'imperatore, non aggravò i primi di altre condizioni, se
non che darebbero un determinato numero di soldati per la crociata, e
non farebbero ulteriore opposizione al castigo degli eretici che si
scoprissero fra i loro concittadini[508]. In forza di tali concessioni,
ch'egli chiedeva per sè medesimo, non per Federico, lo ridusse a
riconoscere la lega lombarda ed a lasciarla in pace.
[508] _Ann. Eccles. Raynaldi an. 1226, § 26, p. 329._
Quando Gregorio IX, che succedeva ad Onorio, si trovò impegnato in una
inconsiderata guerra coll'imperatore, angustiato dalle armi vittoriose
de' Tedeschi, ricorse alla lega lombarda. E perchè i chiesti soccorsi
non giugnevano abbastanza in tempo per riparare le sue perdite, accusava
la lentezza de' suoi alleati, e minacciava di abbandonarli ne' loro
bisogni[509]. Frattanto gli abitanti di Milano e di Piacenza avevano già
spedite le loro truppe; e perchè contro ogni aspettazione vedevansi
strascinati in una guerra offensiva, avevano in pari tempo cercato di
ristringere la lega nella Lombardia, che formava la loro sicurezza.
Molte città lombarde erano governate dai Ghibellini, le quali formavano
come una seconda lega opposta a quella delle città guelfe; e le
repubbliche di Parma, Cremona e Modena erano principalmente cagione di
gelosia e d'inquietudine. In una dieta guelfa, adunata in Mantova, si
stabilì che niuna repubblica confederata riceverebbe per podestà o
giudice un cittadino di città ghibellina[510], o un suddito
dell'imperatore; che non sarebbe permesso a verun cittadino lombardo
l'accettare pensioni, regali, feudi dall'imperatore o da' suoi aderenti;
che i danni che venisse a soffrire taluna delle città della lega per
cagione della guerra che intraprendevano, sarebbero proporzionatamente
compensati dalle altre. Ma i prosperi successi di Federico, già di
ritorno da Terra santa, furono tanto rapidi, che Gregorio IX si trovò
forzato ad entrare in trattative di pace: e perchè il pontefice non
ignorava che la lega lombarda era necessaria alla propria sicurezza,
l'anno 1230 la fece comprendere nel trattato di pace convenuto
coll'imperatore.
[509] _Ibid. 1229, § 33, p. 362._
[510] _Bernard. Corio Storia di Milano, p. II, d. 90._
Le città alleate avevano comperata a caro prezzo la protezione del papa,
perciocchè ogni città aveva acconsentito a pubblicare contro gli eretici
i sanguinarj editti dell'imperatore e della chiesa. Già da oltre
vent'anni aveva cominciato in Francia la persecuzione contro gli
Albigesi[511]: il racconto di queste crudeli spedizioni rendeva i popoli
feroci; lo zelo, allora nel colmo del fervore, dei due nuovi ordini
francescano e domenicano comunicavasi a tutte le classi dei cittadini, e
le repubbliche italiane non opponevano più un'insormontabile ripugnanza
allo stabilimento dell'inquisizione. Il 13 gennajo 1228 l'assemblea del
popolo, adunata in Milano, pronunciò sentenza di esigilo e di confisca
dei beni contro gli eretici[512]. Nel 1231 pubblicò un altro più severo
editto mandato a nome comune del papa e dell'imperatore. Finalmente due
anni dopo fu per la prima volta alzato il rogo in Milano, ed il podestà
Oldrado di Tresseno, che fabbricò nella Piazza de' Mercanti il palazzo
pubblico in cui oggi conservansi gli archivj, fece porre sulla facciata
di questo palazzo, sotto al basso rilievo che lo rappresenta a cavallo,
una iscrizione in suo onore onde perpetuare la memoria ch'egli aveva il
primo, siccome era doveroso, fatti abbruciare gli eretici[513].
[511] In Italia, ove questi settarj erano numerosi, chiamavansi
Cathari, vocabolo che avevano preso essi medesimi dal Greco,
corrispondente a quello di Puritani, che altri novatori presero
alcuni secoli dopo.
[512] _Corio p. II, p. 94._
[513] _Qui solium struxit, catharos, ut debuit, uxit. — Memorie
della città di Milano l. II, p. 469._
Non dobbiamo per altro risguardare i persecutori degli eretici quali
uomini essenzialmente feroci che facciano il male conoscendo di far
male; nè è possibile di farsi ammirare dal proprio secolo a cagione di
opere assolutamente malvage: e siccome a quest'epoca i Domenicani
acquistarono grandissima opinione di santità, devono riconoscersi in
loro grandi virtù associate a quella ardente sete di sangue che fa torto
alla causa cui essi servivano. Una religione mistica è un culto reso al
dolore[514]; ed i divoti trovano un certo che di divino nella violenta
scossa dell'anima pel tormento del corpo; il dolore diventa per loro
stessi l'unico mezzo di purificazione, il solo sacrifizio che piacer
possa alla divinità; inoltre si formarono un Dio che si assoggetta ai
patimenti; un Dio il di cui sacrificio rinnovasi ogni giorno, ogni ora,
in tutte le parti del mondo sull'altare ove il sacerdote celebra i
misterj; un Dio che creò l'inferno ed i tormenti eterni; che in questa
vita innalza l'uomo colle sofferenze; che dopo morte lo purifica colle
fiamme del purgatorio[515]. Tutto è concatenato in questo sistema
fondato sul dolore, e non se gli può rifiutare una specie d'ammirazione
mista di ribrezzo, non solo a motivo della bella connessione delle sue
parti, ma ancora per il disinteressamento e pel sacrifizio di sè
medesimo, di cui forma l'essenziale carattere dell'uomo; e per quel cupo
e poetico dolore che attribuisce a tutti i grandi caratteri. Appunto
perchè questo sistema non è incompatibile colle più nobili idee, sarà
prezzo dell'opera lo svilupparlo. La persecuzione ne forma la sua
essenza, considerandovisi i supplicj dei reprobi come un'offerta
espiatoria dovuta alla divinità e come una salutare penitenza per que'
medesimi che li dirigono: imperciocchè gl'inquisitori di mezzo alla
gioja infernale di cui facevano mostra nelle esecuzioni, non lasciavano
d'essere uomini, e fors'anco assai sensibili; sentivano profondamente
l'offesa che facevano alla natura, e compiacevansi del tormento che
provavano essi medesimi vedendo le pene che facevano soffrire, come
compiacevansi dell'altrui dolore espiatorio. Tengasi ben in guardia la
debole umanità dall'ammettere contraddizioni ne' sistemi che servono di
base alla morale, dal rendere schiava la sua ragione, e di ammettere
misteri assurdi sotto lo specioso pretesto di cose recondite; tengasi in
guardia di non separare giammai dalla idea di Dio quella della bontà. —
Questo carattere è quello per cui solo dobbiamo riconoscere il Padrone
dell'universo; giacchè dal momento in cui le basi del pensiero si
troveranno smosse, il delitto potrà associarsi ai più nobili sentimenti,
e quegli uomini che il cielo aveva formati per la virtù, saranno
egualmente disposti a diventare i carnefici de' loro fratelli, o a
maltrattare le proprie membra colle discipline.
[514] Devo parte delle idee che qui espongo all'eloquente Storia del
Politeismo di B. Constant, che mi fu comunicata manoscritta dalla
amicizia dell'autore.
[515] Convien dire che il sig. Sismondi sentisse l'esagerazione
delle presenti osservazioni, onde per non farsene garante, indicò
l'opera da cui le aveva prese. Il lettore cattolico darà loro il
peso che meritano. _N. d. T._
Tre Domenicani, ne' tempi in cui parliamo, acquistarono un'alta
riputazione di santità colla felice riuscita delle loro prediche contro
gli eretici e colle crudeli leggi che fecero adottare a quelle stesse
città, che molto tempo protessero la libertà di coscienza: erano questi
frate Filippo di Verona, detto poi san Pietro martire, frate Rolando di
Cremona, e frate Leone di Perego, in appresso arcivescovo di Milano.
Andavano costoro d'una in altra città predicando nelle pubbliche piazze,
per eccitare il popolo a vendicare col sangue l'offesa divinità; ed uno
di loro ottenne di formare in Milano una privata società che adunavasi
per l'estirpazione dell'eresia[516]. Vero è che i frati predicatori non
avevano il solo scopo di mantenere colle loro esortazioni la purità
della fede, scagliandosi ancora frequentemente contro la scostumatezza e
contro i progressi del lusso. Non pertanto, se dobbiamo credere agli
storici della susseguente generazione, i costumi non erano mai stati
così puri, ed il lusso non aveva mai chiesti minori sacrifici[517]. Le
donne non vestivano che una stoffa di lino semplicissima; ed una tela
bianca che loro avvolgeva il capo, si riuniva sotto il collo; l'oro e
l'argento non brillavano sulle loro vesti; le loro mense non
s'imbandivano di delicate vivande, bastandone una sola ad ogni famiglia;
una fiaccola di legno resinoso illuminava l'interno delle case; e tutto
il lusso di quel secolo ristringevasi alle armi, ai cavalli, alle torri,
alle fortezze.
[516] _Memorie della città e campagna di Milano, an. 1233, l. LI, p.
478-483._
[517] _Ricobaldi Ferrariensis Hist. Imperat. t. XI, p. 128._
Un altro importantissimo argomento delle prediche dei monaci, argomento
più degno della religione cristiana e di una divina missione, era quello
di ricondurre la pace tra le private famiglie e tra città e città.
Gl'Italiani non ne avevano giammai avuto così grande bisogno; tutte le
città trovavansi in armi contro le vicine città, e tutte le famiglie
erano divise dalle funeste fazioni guelfe e ghibelline; tutti gli ordini
de' cittadini battevansi tra di loro per togliersi a vicenda il potere e
le magistrature. Queste semi-private guerre, queste rivalità del popolo
colla nobiltà rendono tanto confusa, tanto oscura la storia del periodo
di tempo di cui parliamo, che abbiamo preso consiglio di non entrare
nella circostanziata narrazione dei diversi avvenimenti. Con quello
stesso zelo con cui poc'anni prima avevano i preti predicata dall'altare
la crociata e la distruzione degl'infedeli, si videro adesso nuovi
missionarj passare d'una in altra città, predicando ai popoli, e loro
ordinando in nome d'un Dio di pace il riconciliamento ed il perdono
delle ingiurie.
Un uomo di gran lunga superiore agli altri si distinse in questa nobile
carriera; fu questi fra Giovanni di Vicenza dell'ordine dei Domenicani.
Diede cominciamento alle sue prediche in Bologna l'anno 1233[518]; e ben
tosto i cittadini, i paesani delle vicine campagne, e soprattutto le
persone addette alla professione delle armi, trascinati dalla sua
eloquenza, unironsi intorno a lui. Portavano essi croci e bandiere in
mano, disposti non solo ad ubbidire alla voce del religioso, ma ancora
ad eseguirne gli ordini. In mezzo a questa folla ch'egli aveva scossa
co' suoi sermoni, vedeva tutti coloro, che in Bologna nutrivano antiche
nimistà, venire a deporle a' suoi piedi, e giurar pace coi loro vecchi
rivali. Gli stessi magistrati presentarongli gli statuti della città
perchè li riformasse come meglio credeva, togliendo tutto quanto poteva
essere cagione di nuove dissensioni.
[518] _Cronica di Bologna di F. Bartolameo della Pugliola t. XVIII,
p. 257._
Frate Giovanni passò in seguito a Padova precedutovi dalla sua fama.
Vennero ad incontrarlo fino a Monselice i magistrati col carroccio[519];
e fattolo salire su questo sacro carro, l'introdussero in trionfo nella
loro città, che di que' tempi era la più potente della Marca Trivigiana.
Tutto il popolo, affollato nella piazza della _valle_, ascoltò la
predica della pace, applaudì alle riconciliazioni che distrussero
all'istante le passate nimistà, e fece istanza a frate Giovanni di
riformare i loro statuti, ciò che praticò in tutte le città. Passò in
appresso a Treviso, a Feltre, a Belluno, ed ottenne gli stessi successi;
visitò i signori di Camino, di Conegliano, di Romano, di san Bonifacio;
ed i signori, come le città, lo fecero arbitro delle loro contese[520]:
le repubbliche di Vicenza, Verona, Mantova e Brescia, ove recossi
successivamente, accordarongli le medesime facoltà: ovunque potè
riformare gli statuti municipali, alterarli a modo suo, aggiugnendo o
levando tutto quanto credeva: finalmente gli fu in ogni luogo promesso
d'intervenire alla solenne assemblea dei popoli lombardi, ch'egli
convocò pel giorno 28 agosto susseguente nella campagna della Paquara,
in riva all'Adige, lontana tre miglia da Verona.
[519] _Rolandinus de factis in Marchia Tarvisana, t. VIII, l. III,
c. 7, p. 203._
[520] _Gerardi Maurisii Vicentini Hist. t. VIII, p. 30._
Niuna così nobile impresa erasi giammai tentata come quella di
pacificare venti popolazioni nemiche col solo suggerimento de'
sentimenti religiosi, coi soli motivi del cristianesimo, col solo impero
della parola: giammai un così grande spettacolo si presentò agli occhi
degli uomini[521]. L'intera popolazione di Verona, Mantova, Brescia,
Padova e Vicenza trovavasi adunata nella campagna di Paquara, ed i
cittadini di queste repubbliche avevano alla loro testa i proprj
magistrati col carroccio. Gli abitanti di Treviso, Venezia, Ferrara,
Modena, Reggio, Parma e Bologna vi erano altresì coi loro stendardi; i
vescovi di Verona, Brescia, Mantova Bologna, Modena, Reggio, Treviso,
Vicenza, Padova, il patriarca d'Aquilea, il marchese d'Este, i signori
da Romano, e quelli della Venezia, vi erano intervenuti coi loro
vassalli[522].
[521] Parisio da Cereta, autore coetaneo, dice che si trovarono a
quest'assemblea più di 400,000 persone. _Chron. Veron. t. VIII, p.
627._ Il Tiraboschi che in un modo assai interessante trattò la
storia di fra Giovanni, risguarda questo numero come esagerato.
_Stor. della Lett. d'Ital. t. IV, l. II, c. 4, § 6, p. 233._ Ma io
non trovo ragione per renderlo dubbioso.
[522] _Antonii Ledi Chron. Vicent. t. VIII, p. 80. — Riccardi
Comitis s. Bonifacii vita t. VIII, p. 128. — Monachus Patav. Chron.
t. VIII, p. 674._
Frate Giovanni si era fatto preparare in mezzo alla pianura un pulpito
altissimo, dal quale, se crediamo agli storici contemporanei, la canora
sua voce, che sembrava venire dal cielo, fu miracolosamente udita da
tutti gli astanti. Prese per testo le parole della Scrittura, _io vi
dono la mia pace, io vi lascio la mia pace_; e dopo avere con una
eloquenza fin allora senza esempio fatto uno spaventoso quadro dei mali
della guerra; dopo avere dimostrato che lo spirito del cristianesimo era
uno spirito di pace; facendo valere l'autorità della santa sede di cui
era rivestito[523], in nome di Dio e della Chiesa ordinò a' Lombardi di
rinunciare alle loro inimicizie; dettò loro un trattato di pacificazione
universale, per assicurare la quale fece sposare al marchese d'Este una
figliuola d'Alberico da Romano; destinò all'eterna maledizione coloro
che romperebbero questa pace; chiamò le distruggitrici pestilenze sulle
loro greggia, e dannò le loro messi, i loro giardini, le loro vigne ad
una perpetua sterilità[524].
[523] Lettera di Gregorio IX a frate Giovanni _ap. Raynald. an.
1233, § 37 e 37, p. 405_.
[524] L'atto stesso della pace, o a dir meglio quello di una delle
paci dettate questo giorno da fra Giovanni, ci fu conservato da
Muratori: _Antiq. Ital. Diss. XLI, t. IV. p. 641_. Quasi non
contiene altra condizione, che il perdono delle ingiurie.
Fin qui la condotta di frate Giovanni andava esente da ogni sospetto,
vista ambiziosa o interessata; sembrando che il suo zelo non avesse
altro motivo che la gloria di Dio, e l'amore degli uomini; ma
l'assemblea di Paquara pose fine alla gloriosa sua carriera.
L'entusiasmo ch'egli aveva eccitato, la pace universale che aveva
conchiusa, gli fecero concepire troppo alta opinione di se medesimo,
onde si credette fatto non solo per pacificare, ma ancora per governare
gli uomini. Tornato a Vicenza, subito dopo l'assemblea, entrò nel
consiglio del comune, e chiese che gli fosse affidato un illimitato
potere nella repubblica, coi titoli di duca e di conte[525]. Erasi
vociferato che questo santo uomo aveva colle sue preghiere tornati in
vita molti morti, e risanati infiniti infermi; ed il popolo, ben lontano
dal nodrire sospetti intorno alle intenzioni del santo, gli confidò
tutta la sua autorità, sperando di vedere con perfetta eguaglianza
divise tra i cittadini le cariche e gli onori. Di fatti fra Giovanni
prese a riformare gli statuti della città, ma il suo lavoro non
soddisfece all'universale. Da Vicenza passò a Verona, ove ugualmente
chiese ed ottenne la suprema signoria, in forza della quale fece tornare
in città il conte di san Bonifacio, allora esiliato; chiese ostaggi alle
fazioni nemiche, mise guarnigioni nei castelli di san Bonifacio,
d'Ilasio e d'Astiglia, fece abbruciare sulla pubblica piazza, dopo
averli egli stesso sentenziati, sessanta eretici che appartenevano alle
principali famiglie di Verona, e per ultimo pubblicò molte leggi e
regolamenti[526].
[525] _Gerardi Maurisii Hist. Vicent. p. 38._
[526] _Chron. Veron. Parisii de Cereta p. 627._
Intanto i Vicentini non tardarono ad accorgersi che il nuovo signore,
invece di accrescere i privilegi del popolo, andava consolidando la
propria sovranità: perchè aggiugnendosi ai loro timori i conforti de'
Padovani che li consigliavano a scuotere così vergognoso giogo, mentre
fra Giovanni trovavasi a Verona, il podestà di Vicenza, Uguzio Pilio,
introdusse in città i nemici dei signori da Romano, e le milizie
padovane per fortificarsi contro il nuovo sovrano. Un altro
ecclesiastico, frate Giordano, priore di san Benedetto a Padova, che
grandissima influenza aveva sul governo di questa città[527], geloso
della gloria del suo confratello, gli aveva probabilmente fatta
ribellare Vicenza. Tosto che frate Giovanni fu avvisato dell'accaduto,
accorse con alcuni soldati per reprimere i sediziosi, e già occupava il
palazzo del podestà, che abbandonava al saccheggio, quando giungendo a
Vicenza le milizie padovane, scacciarono i soldati di frate Giovanni,
che rimase prigioniere. Sebbene per l'intromessione del papa fosse ben
tosto rimesso in libertà, la sua prigionia aveva distrutto il suo potere
in Verona come a Vicenza; onde trovossi costretto di restituire gli
ostaggi che aveva ricevuti e le fortezze occupate dalle sue guarnigioni,
ritirandosi a Bologna, dopo avere perduta ogni sua gloria, e lasciata la
Lombardia in preda a tante guerre, quante la laceravano prima che desse
principio alle sue predicazioni.
[527] Intorno all'influenza di Giordano, vedasi: _Rolandini ad an.
1228, l. II, c. 17, p. 197_.
Il potere dell'eloquenza in questo secolo, quell'impero della parola con
cui il frate di Vicenza si traeva dietro i popoli, e ne regolava i
destini, fu il primo effetto del rinascimento delle lettere, o forse al
contrario il primo motivo dell'importanza che si diede allora allo
studio delle lettere, e dei rapidi avanzamenti che poi fecero. Non deve
sempre giudicarsi del merito d'un oratore dietro l'impressione che
produce nel popolo; imperciocchè assai più che l'eloquenza influiscono
sulla buona riuscita le disposizioni degli uomini, e quel rapido slancio
sull'immaginazione del popolo, ancora nuovo ai prestigi ed ai piaceri
della parola. Nè Demostene, nè Cicerone, nè Bossuet, scossero giammai
così profondamente i loro uditori, quanto i frati predicatori di san
Domenico, quanto san Francesco d'Assisi e sant'Antonio da Padova. Le
repentine conversioni de' principali personaggi del secolo, i dotti che
abbandonavano i loro studj, i principi che abdicavano il loro potere
ascoltando un discorso di taluno di questi oratori religiosi, la
facilità con cui le più gelose e turbolenti repubbliche rendevanli
arbitri dei proprj destini, lo zelo dei soldati e de' contadini che
seguivano il loro predicatore di città in città, e perfino ne' deserti,
ne ricordano i favolosi effetti della poesia d'Orfeo e la magica forza
della parola sui Greci, sopra una nazione troppo simile all'italiana,
egualmente nuova, egualmente entusiasta, egualmente dalla natura
destinata ad aprire la nuova strada della poesia e dell'eloquenza.
Di tanti celebri oratori di questo secolo non abbiamo che i discorsi di
sant'Antonio, dei quali il Tiraboschi, che era cattolico, ne parlò col
rispetto da lui dovuto alle opere d'un santo di primo ordine[528]; pure
non lasciò di osservare che questi discorsi, a fronte de' maravigliosi
effetti attestati dagli storici contemporanei, non sono che un tessuto
di passi scritturali e de' ss. Padri, con alcune riflessioni morali,
senza ornamenti di stile, senza forza o profondità, senza varietà di
figure, e per dirlo in una parola senza niente di tutto quanto forma il
carattere d'un eloquente oratore. Ma ciò che sembrerà ancora più strano,
si è che questi discorsi facevansi in latino. Vero è che, come l'osserva
Tiraboschi, in tal epoca la lingua latina era più vicina alla volgare
che si parlava comunemente, di quel che lo sia adesso la toscana ai
dialetti delle diverse province d'Italia, ove gli oratori e gli avvocati
non adoperano pure che questa elegante lingua[529]: e pure sono intesi
dalle ultime classi del popolo, che pur non sanno parlare lo stesso
linguaggio[530].
[528] _Stor. della Letter. Ital. t. IV, l. III, c. 5, § 24._
[529] Talvolta i predicatori parlavano al popolo in latino, ossia
_litteraliter et sapienter_: indi lo spiegavano in italiano, ossia
_maternaliter_. Veggansi le _Antich. Estensi ad an. 1189, t. I, c.
36_.
[530] Ciò s'intende facilmente ammettendo che la lingua dotta
d'Italia non è il dialetto toscano, comechè di tutti il migliore, ma
una lingua universale, a formare la quale concorsero più o meno
tutti i dialetti. Veggansi tra gli altri Dante _De vulgari eloquio_,
ed il bel dialogo di Pierio Valeriano da me pubblicato
nell'Appendice del primo Tomo della _Storia letteraria della Piave_.
Per altro in quest'epoca cominciavasi appunto a coltivare la lingua
italiana non più come un barbaro dialetto, ma come una lingua adattata
ad esprimere i sentimenti del cuore e le sottigliezze dell'ingegno; ed
in quest'epoca i primi poeti siciliani prepararono colle loro rime e
canzoni quella dotta lingua di cui Dante doveva bentosto usar sì
nobilmente. Fino nella prima sua gioventù, Federico II, gli andava
incoraggiando; era poeta egli medesimo, ed i pochi versi ch'egli scrisse
probabilmente avanti il 1212, sono forse i più antichi che siansi
conservati in lingua italiana. I suoi figli, il suo ministro Pietro
delle Vigne[531], e tutti i più riputati personaggi della sua corte,
nutrivano lo stesso amore per la poesia, e l'incoraggiavano non meno col
loro esempio, che colla loro splendida munificenza[532]. E per tal modo
questa nuova poesia fu trattata soltanto dai sudditi del regno di
Napoli, ed anche vivente Dante, la lingua volgare, ed in particolare
quella de' poeti, chiamavasi siciliana[533].
[531] Lodovico Castelvetro in una sua erudita lettera, che sarà in
breve pubblicata con molte altre tuttavia inedite, prova che Pietro
delle Vigne, ed il giudice Colonna di Messina ec. scrissero poesie
in provenzale ed in siciliano, niente in lingua italiana. _N. d. T._
[532] _Tiraboschi p. IV, l. III, c. 3, § 5, p. 360._
[533] _Dantes Aligh. de vulgari eloquio c. 12._
La poesia italiana deve perciò in qualche modo la sua origine ai re
siciliani ed ai loro sudditi. Conviene ascrivere questo vantaggio
ch'ebbero sopra le repubbliche italiane, in gran parte all'amore dei
piaceri e della effeminatezza pur troppo comune ai poeti, e che fece
loro quasi sempre preferire il lusso e l'adulazione delle corti alla
severità ed all'eguaglianza repubblicana: pure un'altra ragione
giustifica i Lombardi assai meglio, vale a dire il gusto che a
quest'epoca avevano preso per la lingua provenzale, che coltivavasi già
da oltre due secoli da diversi gentili poeti, e che perciò furon quasi
tentati di adottare come lingua nazionale[534].
[534] Scrisse Dante che a' suoi tempi, cioè verso il 1300, non erano
ancora passati 150 anni da che si era incominciato a scrivere in
lingua italiana _In vita nova_. L'anno 1158 regnava ancora Ruggeri
I, re di Sicilia. Pare che a' suoi tempi e ne' suoi stati si
tentasse per la prima volta di far versi italiani. Suo nipote,
Guglielmo II, accordò la sua protezione ai poeti: la sola azione che
gli procurò il soprannome di _buono_.
La Lombardia non ebbe mai, e nè pure ha presentemente una lingua
scritta[535]; e vi si parlano informi dialetti diversi in ogni città, in
ogni villaggio. Il dialetto lombardo era egualmente lontano dal
provenzale e dal siciliano; e prima che Dante facesse adottare la lingua
cortigiana, com'egli la chiama, di cui può risguardarsi come il
creatore, era ancora indecisa la scelta tra le due lingue, egualmente
poetiche, egualmente coltivate, egualmente prossime al dialetto del
popolo. I marchesi d'Este, ed in ispecial modo Azzo VII[536], il
marchese di Monferrato, i signori da Romano e da Camino, intrattenevano
alle piccole loro corti molti trovatori (Troubadours) della Provenza; i
quali eran contenti di tenervi il rango di adulatori ed anche di
buffoni, ed il nome che davansi spesse volte di _giullari_, ossia uomini
festosi, non è atto ad indicare più alte pretensioni. Pure perchè le
invenzioni cavalleresche erano allora di moda, più assai che i costumi
della cavalleria, fingevano sempre ne' loro versi amori romanzeschi,
pericoli, battaglie, unione in somma di valore e di galanteria. Devonsi
riconoscere da questo gusto del secolo le stravaganti avventure che si
raccontarono come parte della loro storia, ma che vengono smentite dalle
deposizioni di tutti gli autori contemporanei.
[535] Anche questo è detto poco cautamente perchè molti dialetti
lombardi possono mostrare diverse opere stampate da qualche secolo,
ed assai ne' tempi a noi più vicini. _N. d. T._
[536] Azzo VII regnò dal 1215 al 1264. — Rimangono tuttavia molti
poemi de' trovatori italiani e provenzali fatti in onore delle dame
di casa d'Este in principio del secolo XIII. — _Tirab. l. III, c. 3.
Muratori Ant. Est. t. II, p. 20. — Millot Hist. des Troubadours t.
I, p. 278. t. III, p. 431_, ec.
Fra i Trovatori si resero famosi molti Italiani colle loro poesie
provenzali. Nicoletto di Torino, Bonifacio Calvi di Genova, Bartolomeo
Giorgi di Venezia, quantunque adesso affatto dimenticati, formarono
allora le delizie delle società. Due uomini pel loro carattere superiori
a questi adulatori delle corti, acquistavansi in pari tempo somma
riputazione tra le repubbliche lombarde coi loro canti provenzali. Ugo
Catola consacrò i suoi poetici talenti contro la tirannia e la
corruzione de' principi[537]; ma non ci rimase un solo de' suoi versi: e
Sordello di Mantova giace nascosto entro una misteriosa oscurità. Gli
scrittori del susseguente secolo ne parlano con profondo rispetto, senza
entrare ne' particolari della sua vita: quelli che vennero più tardi, lo
encomiarono quale generoso guerriero, qual difensore della sua patria:
nè mancò chi lo facesse principe di Mantova[538]. La nobiltà de' suoi
natali, il suo matrimonio, le sue galanterie con una sorella d'Ezzelino
da Romano, sono attestate dagli scrittori coetanei[539]; la violenta sua
morte viene oscuramente indicata da Dante, e ciò che rende soltanto
Sordello immortale è quanto di lui ne scrisse il poeta fiorentino, che
dice d'averlo veduto nell'atto che con Virgilio stava per entrare nel
purgatorio[540].
[537] _Tiraboschi t. IV, l. III, c. 2. p. 334._
[538] _Historia Urbis Mant. a Batt. Platina l. I, p. 680. Scr. Rer.
It. t. XX. — Tirab, loc. cit. § 15, p. 342._
[539] _Roland. de factis in Marchia l. I, c. 3, p. 173._
[540] _Purgat. c. 6. v. 61._ Nel libro _de vulgari eloquio_ così
parla di Sordello: _ut Sordellus de Mantua qui tantus eloquentiæ vir
existens non solum in poetando s sed quomodolibet loquendo patrium
vulgare deseruit. c. 15._
Venimmo a lei: o anima lombarda
Come ti stavi altera e disdegnosa,
E nel muover degli occhi onesta e tarda.
Ella non ci diceva alcuna cosa:
Ma lasciavane gir, solo guardando
A guisa di leon quando si posa.
Pure quando Sordello seppe che il compagno di Dante era di Mantova,
senza ancor sapere che fosse Virgilio;
Surse ver lui del luogo ove pria stava,
Dicendo, o Mantovano, Io son Sordello
Della tua terra: e l'un l'altro abbracciava.
Ed all'occasione di questo tenero amore che avevano altra volta tutti
gli uomini generosi pei loro compatriotti, Dante rimprovera alle
repubbliche italiane le loro discordie con tanta eloquenza, che questo
pezzo viene tenuto uno de' più belli del poema[541].
[541] Non si può non desiderare di conoscere qualche saggio delle
poesie di Sordello, non fosse altro che per confrontare il
provenzale coll'italiano. Molti pezzi da me non veduti si
conservarono in un MS. dell'anno 1254 nella libreria di Modena, ove
dimenticai di farne ricerca. Eccone uno assai breve riportato dal
Lambeccio nelle sue note alla storia di Platina, _t. XX. Rer. It.
681_. È intitolato: _Tensa de Sordel et de Peyre Guilhem_; ossia
sfida di Sordello e di Pietro Gulielmo.