CAPITOLO XII.

_Ultimi anni di Federico Barbarossa. — Suo figliuolo Enrico VI

riunisce all'Impero il regno delle due Sicilie. — Tumulti

eccitati dalla nobiltà nelle repubbliche italiane._

1183 = 1200.

Dopo la lunga e pericolosa guerra che con tanto valore avevano le

repubbliche italiane sostenuta per la libertà, non gustarono i vantaggi

che loro assicurava la pace di Costanza. Le civili discordie e le

rivalità fra gli altri stati vicini sconvolsero ben tosto la pubblica

tranquillità; l'autorità nazionale cadde in mano di una nobiltà

prepotente, o di sanguinarj tiranni; e più d'una volta il furore delle

fazioni ricondusse volontariamente le città a quella dipendenza, per

sottrarsi dalla quale avevano versato torrenti di sangue.

Un popolo non può vantare una libera costituzione quando il suo governo

non sia contenuto entro giusti limiti da un potere qualunque, che possa

continuamente richiamarlo e sottometterlo al tribunale della pubblica

opinione. D'uopo è che un sentimento di timore comprima le passioni del

governante qualunque volta s'oppongono all'interesse dei governati; ma

l'istituzione di un potere repressivo e forse la più difficil parte

della legislazione repubblicana. Perciocchè se si stabilisce nello stato

un nuovo potere d'un'autorità abbastanza grande per frenare il governo e

per giudicarlo, questo stesso potere diventerà la molla principale del

governo, onde sarà poi necessario di comprimerlo ugualmente perchè non

degeneri in aperta tirannia. Se poi si vuol rendere il popolo

depositario di questo poter compressivo, tostochè avrà l'autorità di

mutare il governo, o di deporre i suoi magistrati, ridurrà la

costituzione ad un'assoluta democrazia, la sua potenza diventerà

tirannica, ed egli sarà il principal nemico della libertà.

Ma in tempo che le politiche combinazioni riescono d'ordinario inutili

per istabilire un equilibrio manutentore della libertà, accade talvolta

che quest'equilibrio sia il risultato d'estranee circostanze, e, per

così dire, l'opera dell'accidente. E per tal modo un sommo pericolo

nazionale, un eminente interesse comune ai governanti ed ai governati ha

potuto alcune volte riunire i loro sforzi per il conseguimento del ben

pubblico. In faccia a questo tacciono le private passioni, le rivalità

non hanno occasione di manifestarsi, il popolo conosce il bisogno di

essere governato da persone che uniscano ai talenti la virtù, e non

accorda la sua confidenza che agli ottimi. Gli amministratori della

repubblica sentono allora il bisogno di meritarsi questa confidenza onde

poter mettere in opera tutta la forza nazionale contro l'imminente

pericolo; allora la più grossolana ed imperfetta costituzione basta per

contenere ne' giusti limiti i governanti e per rendere i cittadini

docili, zelanti, disinteressati. I repubblicani italiani ebbero questi

vantaggi finchè durò la guerra di Lombardia, e li perdettero dopo la

pace di Costanza. Tosto che l'indipendenza delle città fu riconosciuta

dall'imperatore, credette il popolo che fosse venuto il tempo di farsi

render conto del potere dei gentiluomini che avevano fino a tal epoca

amministrati i suoi affari con sommo patriottismo, valore ed

avvedutezza: e quantunque questa nuova diffidenza cadesse sopra uomini

cui tanto dovevano le repubbliche, non si deve però attribuirlo soltanto

allo sviluppo dell'ambizione e della vanità dei plebei, nè accusarli

d'ingratitudine. Cessati i pericoli che minacciavano le città,

gl'interessi de' nobili e del popolo si separarono. I primi non avendo

più di mira la pubblica difesa, eransi di nuovo abbandonati a progetti

d'ingrandimento e d'ambizione. Ad una libertà divisa cogl'ignobili

dovevano preferire un'indipendenza solitaria nei loro castelli; e

desiderando procacciarsi il favore d'una potenza cui non volevano essere

ubbidienti, preferivano l'imperatore al popolo. La quasi assoluta

mancanza di storici contemporanei che scrivessero degli ultimi anni del

secolo dodicesimo, non ci permette di sapere se prima si manifestasse la

gelosia de' plebei, o l'ambizione de' nobili; tanto più che diversi

furono in ogni città i motivi delle prime dissensioni, comechè per altro

in ogni città queste passioni armassero l'un contro l'altro gli opposti

partiti.

Quantunque ne sia incerta l'epoca, sappiamo che dopo la pace di Costanza

i Milanesi fecero alcune mutazioni alla loro costituzione, separando con

maggior precisione i suoi diversi poteri. Nel 1185, Federico Barbarossa

aveva loro accordato il privilegio di nominare il podestà e di

conferirgli coi soli suffragi del popolo il titolo e le prerogative di

conte della loro città[245]. Privarono perciò degli attributi giudiziarj

i loro consoli, dandogli allo straniero podestà, che nominavano ogni

anno per essere nel tempo medesimo il depositario della forza pubblica.

A questo magistrato spettava esclusivamente il diritto d'ordinare

l'esecuzioni capitali, e per insegna di questo _poter di sangue_, che

così allora si chiamava, il podestà era preceduto da un uomo che portava

una spada sguainata. Dopo tal epoca v'ebbero in Milano tre diversi

poteri, dell'arcivescovo, del podestà e dei consoli. Perchè il primo fu

anticamente conte della città, venivano in suo nome pronunciate ancora

tutte le sentenze, benchè attualmente non vi prendesse alcuna parte;

erasi pure conservato all'arcivescovo il diritto di coniare le monete,

di fissare ed alterare il valore della specie; come pure in suo nome e

per suo conto esigevasi un pedaggio alle porte di Milano[246].

Quantunque gli fossero dalle leggi conservate queste prerogative, il

popolo teneva aperti gli occhi sul suo prelato, pronto a scacciarlo

dalla città qualunque volta s'accorgesse che avesse oltrepassati i

limiti dei diritti conservatigli. Il podestà era, più che giudice, il

generale del popolo, in di cui nome faceva la guerra ai nemici

dell'ordine pubblico; ed anco l'amministrazione della giustizia era in

sua mano affatto militare. Per ultimo i consoli erano depositari di

tutti gli altri diritti governativi. In Milano erano dodici, e la loro

adunanza formava il _consiglio di confidenza_[247], cui erano attribuite

tutte le relazioni esteriori dello stato, le nomine degl'impiegati,

l'amministrazione delle finanze, tutte in somma le più importanti

attribuzioni della sovranità. Pretendevano i nobili che il consiglio

avesse il diritto di nominare i consoli dell'anno seguente; e questa

prerogativa fu la prima a risvegliare la gelosia de' plebei, onde si

alterò la buona armonia dei due ordini. Il popolo emanò una legge che

affidava il diritto di eleggere i consoli a cento elettori scelti dal

consiglio generale tra gli artigiani della città, obbligando però questi

elettori a prendere tutti i consoli nel corpo della nobiltà. Non

era dunque ancora il possedimento delle magistrature che si

contrastasse ai gentiluomini; si voleva solamente, che fossero

gl'immediati rappresentanti della nazione. Ma più volte a dispetto

dell'incontrastabile diritto dei cittadini i consoli regnanti

s'arrogarono l'elezione dei loro successori.

[245] _Galv. Flam. Man. Flor. c. 215. Scr. Rer. Ital. XI, p. 655._

[246] _Galv. Flam. Man. Flor. c. 223. Scr. Rer. It. t. XI, p. 657._

[247] _Il consiglio di credenza._

Forse in un modo più preciso e conveniente aveva la repubblica di

Bologna divisi i suoi poteri, comechè non sia facile il precisar l'epoca

della costituzione di cui ci danno notizia i suoi storici[248].

L'autorità sovrana era in Bologna divisa fra tre consigli, i consoli ed

il podestà. La città dividevasi in quattro tribù e quaranta elettori,

scelti a sorte dieci in ogni tribù, eleggevano ogni anno,

rispettivamente nella propria, i cittadini degni di formare i tre

consigli. Tutti i cittadini giunti all'età di diciott'anni erano ammessi

al consiglio generale, esclusi però i bassi artigiani e quelli

ch'esercitavano una vile professione; il consiglio speciale era composto

di seicento cittadini; e quello di confidenza, nel quale avevano luogo

di pieno diritto tutti i giureconsulti di Bologna, di un numero assai

minore. Tutte le decisioni di qualche importanza dovevano ricevere la

sanzione da questi consigli, ma ne era riservata l'iniziativa ai soli

consoli ed al podestà, o per lo meno un cittadino non poteva senza il

loro assenso proporre un progetto e prender parte alla discussione. Il

più delle volte le proposizioni fatte dai consoli si discutevano

soltanto da quattro oratori che avevano l'incarico di parlare a nome del

popolo; e gli altri consiglieri non avevano la parola e davano il loro

voto con palle bianche e nere. A questa influenza dei magistrati sulle

deliberazioni, la nobiltà, in onta d'una costituzione quasi democratica,

andò lungo tempo debitrice della conservazione del suo potere. Il

Ghirardacci, lo storico migliore di Bologna, non ritrovò sicure notizie

intorno al modo con cui eleggevansi i consoli: il podestà nominavasi

ogni anno in settembre in tal maniera. Fra i membri del consiglio

generale e speciale estraevansi a sorte quaranta cittadini, che venivano

rinchiusi assieme, e sotto pena di perdere il diritto d'elezione

dovevano entro ventiquattr'ore aver fatta la nomina colla maggiorità di

ventisette voti. Spesse volte i consigli indicavano agli elettori la

città in cui dovevano prendere il podestà. Questo magistrato non poteva

scegliersi tra i parenti di verun elettore fino al terzo grado, non

poteva possedere beni stabili nel territorio della repubblica, doveva

esser nobile, d'età non minore di trentasei anni, ed avere buon nome.

Fatta la scelta, scrivevasi a nome del comune all'eletto per invitarlo a

venire a prendere possesso della carica che gli era offerta, ed

accettare l'onore che la repubblica gli faceva[249].

[248] _Il Sigonio de Reb. op. omn. t. III, ad an. ed il Ghirardacci

l. II, p. 63_, riportano questa costituzione all'anno 1128. Tale

epoca parmi anteriore assai all'origine di quasi tutte le

istituzioni di cui parlano.

[249] Il Ghirardacci scrive che i consoli ed i pretori governavano a

vicenda la repubblica e talvolta congiuntamente, e che l'ultimo

aveva la stessa autorità dei consoli, ed inoltre le insegne del

potere, cioè il cappello, lo stocco e lo scettro, e che dall'usare

queste insegne di podestà venne ai pretori il nome di podestà. _N.

d. T._

Somiglianti leggi press'a poco erano state fatte dalle altre città

libere: in ogni luogo la costituzione aveva sofferto qualche

cambiamento, e le contrarie pretese dei due opposti partiti che

desideravano introdurvene di più grandi, eransi già apertamente

manifestate. Le generali rivoluzioni dell'Impero tennero alcuni anni

sospesi questi umori, che si svilupparono nuovamente con terribili

sintomi quando gl'imperatori ed i papi, venuti tra loro a nuove contese,

si procacciarono in tutte le città il favore delle fazioni da loro

tenute vive.

Queste rivoluzioni dell'Impero diventano adesso l'argomento delle nostre

indagini; ma è d'uopo ricordarsi che nel campo della storia incontransi

vasti deserti: sono questi i tempi in cui verun sentimento generalmente

diffuso anima i popoli, in cui nessun personaggio d'alta riputazione a

se richiama l'interesse generale; i tempi inoltre ne' quali nessuno

scrittore mediocre lasciò ne' suoi racconti l'impressione di questi

sentimenti, nessuno comunicò alle sue scritture il carattere del secolo.

Dalla pace di Costanza al regno di Federico II, abbiamo uno spazio di

quindici anni affatto deserto. In questo tempo presentaronsi sulla scena

per iscomparire all'istante alcuni personaggi affatto nuovi senza far

sugli animi veruna impressione; uomini inetti che non potevano fissare

l'attenzione de' popoli. Guglielmo II e Federico, Tancredi e suo figlio

Ruggiero, Sibilla vedova del primo, Guglielmo III fratello del secondo;

Enrico IV e Costanza; Lucio III, Urbano III, Gregorio VIII, Clemente

III, Celestino III, si mostrarono un istante per ricadere in una

perpetua oscurità. Il dodicesimo secolo pareva che, terminando,

strascinasse con se tutti i nomi che gli appartenevano, per non lasciare

al nuovo che personaggi nuovi.

Quest'epoca novella ricevette il suo carattere dall'interregno

dell'Impero con cui incominciò: allora fu che le fazioni impiegarono

tutta la loro energia; che i nomi dei Guelfi e dei Ghibellini

diventarono motivi di proscrizione; che le città toscane fin allora

subordinate all'Impero posero i fondamenti della loro libertà,

riunendosi al partito della Chiesa; e che molte di quelle della

Lombardia e della Marca Trivigiana, abbracciando l'opposto, caddero la

prima volta sotto il giogo d'alcuni piccoli ma feroci tiranni.

Dobbiamo perciò chiedere l'indulgenza del leggitore intorno ad aride

ricerche e la sua attenzione sopra fatti complicati che mal si legano

gli uni cogli altri, e che non ci furono tramandati con sufficienti

particolarità per interessarci; ma che non pertanto è necessario di

conoscere, perchè spiegano le rivoluzioni cui diedero origine nel

susseguente secolo.

La storia della casa di Svevia e dei diritti ch'ella acquistò sul regno

delle due Sicilie trovasi essenzialmente legata ai destini di tutte le

repubbliche italiane, perchè alcune atterrite da tanta grandezza

diventarono implacabili nemiche degl'imperatori, mentre le altre, memori

de' ricevuti beneficj, consacrarono i loro tesori, le armi, i cittadini

in difesa del vacillante trono dei monarchi di Germania e di Sicilia.

La storia di certe nobili famiglie che ne' quindici anni che abbraccia

questo capitolo incominciarono a sortire dall'oscurità, minacciando

colle loro querele perfino l'esistenza delle vicine repubbliche, è forse

ugualmente arida, ma ugualmente ancora importante per le conseguenze che

ebbe, essendo usciti più tardi da queste famiglie i tiranni di tante

illustri città.

Questi due oggetti fisseranno dunque pressochè soli la nostra attenzione

fino alla fine del secolo dodicesimo: omettendo di fermarci intorno alle

animosità di alcune città rivali ed alle passeggieri guerre di alcuni

popoli quando non influirono sulla loro sorte, o non furono illustrate

da avvenimenti degni della nostra curiosità.

L'anno dopo la pace di Costanza, venendo Federico in Italia con il

figliuolo Enrico, cui destinava la corona dell'Impero, quelle città, che

avevano più valorosamente contro di lui combattuto, rivalizzarono

nell'onorarlo. I Milanesi tra gli altri nulla omisero per guadagnarsi la

sua affezione, e l'imperatore dal canto suo, dopo avere sperimentata la

debolezza delle comuni già sue amiche, credette di appoggiarsi sopra una

lega più potente procacciandosi l'amicizia de' Milanesi, a' quali

accordava perciò nuovi privilegi e permetteva di rifare la città di

Crema, le di cui mura non eransi più rialzate dopo ch'egli,

ventiquattr'anni prima, le aveva spianate. I Cremonesi che vi si erano

opposti quando la lega lombarda dispiegava tutta la sua potenza, si

offesero gravemente e diedero così aperti segni del loro malcontento

verso l'imperatore per avere, mosso dalle preghiere dei Milanesi,

perdonato agl'infelici Cremaschi, che Federico irritato si pose alla

testa delle milizie di Milano, e, facendo marciare innanzi il Carroccio

del comune, entrò nel territorio cremonese, bruciò molti castelli di

quel popolo ammutinato, e lo forzò ad implorare la sua clemenza[250].

[250] _Sicard. Ep. Crem. Chron. t. VII, p. 602._

Federico era venuto in Italia per trattare il matrimonio di suo figlio

Enrico con Costanza, la più prossima erede della casa normanna che

regnava a Palermo. Questa principessa, figliuola postuma di Ruggiero

primo re di Sicilia, quantunque in età di soli trent'anni, era zia di

Guglielmo II allora regnante. Prevedevasi che questi, benchè ammogliato,

non lascerebbe figli, onde lo sposo di Costanza, Enrico, sarebbe

chiamato alla corona delle due Sicilie ed a quella di Lombardia.

Sembrava con ciò che la casa di Svevia acquistar dovesse una

preponderanza tale, cui non potrebbero resistere nè la Santa Sede, nè le

città libere, nè i grandi feudatarj.

Il regno normanno, nato nel precedente secolo, aveva nel corso di due

sole generazioni cambiato natura e governo. Ruggiero, primo re di

Sicilia, e figliuolo del gran conte dello stesso nome, aveva steso il

suo dominio non solo su tutte le province che formano oggi il regno di

Napoli, ma inoltre sopra molte città d'Affrica e della Grecia. Temuto

dai suoi vicini, veniva in pari tempo servito con zelo da' suoi sudditi

malgrado la durezza della sua amministrazione, credendo di essere

compensati dei mali che loro faceva soffrire la sua ambizione, dalla

gloria delle sue armi vittoriose. I nobili de' suoi stati, parte

compressi dalla severità de' castighi, parte guadagnati dai suoi favori,

avevano quasi deposto il fiero ed indipendente carattere normanno. Due

figliuoli degni di tanto padre, che promettevano alla famiglia

accrescimento di gloria, ed un governo vigoroso alla nazione, morirono

in fresca età, onde il terzo figlio Guglielmo, di cui il padre ne

compiangeva l'imbecillità, si vide inaspettatamente chiamato a

succedergli.

Questo principe, detto Guglielmo il cattivo, appena occupato il trono

paterno, abbandonossi così ciecamente ai più indegni favoriti, che la

nobiltà della corte, per salvargli la vita, dovette congiurare contro le

creature del suo re. Majone, oscuro cittadino di Bari, nominato grande

ammiraglio, aveva progettato di far morire Guglielmo per montar egli sul

di lui trono; progetto che avrebbe avuto intera esecuzione se il pugnale

de' cospiratori non veniva in soccorso del re[251]. Durante la debole e

burrascosa amministrazione di Guglielmo I, e la lunga minorità di

Guglielmo II, l'edificio sociale innalzato con tanta fatica dai

conquistatori normanni fu quasi totalmente distrutto. Nelle province di

qua dal Faro i Lombardi avevano introdotto il sistema feudale, onde

quando pubblicaronsi le loro leggi i signori riebbero un'indipendenza

che sarebbe stata assoluta, se la loro ambizione non gli avesse

avvicinati alla corte; e le città medesime si eressero in corpi politici

talvolta indocili, liberi mai. La Sicilia presentava un aspetto affatto

differente. Governata lungo tempo dagli Arabi e prima dai Greci, non

conosceva che le costumanze e la politica degli Orientali. Guglielmo era

per quest'isola uno di quegli effeminati sultani che tosto o tardi

disonorarono tutte le dinastie dell'Asia: circondato d'eunuchi, di

donne, di preti corrotti, di vilissimi servi, governava il suo regno

come volevano i piccoli intrighi del serraglio di Palermo. Intanto i

Saraceni, ridottisi nelle montagne, occupavano ancora la maggior parte

dell'interno dell'isola; essi non ubbidivano che ai loro capi, e la fede

di questi verso il re era assai sospetta. Altri Saraceni più inciviliti

esercitavano la mercatura nelle città, altri avevano il favore della

corte e vi occupavano spesso le prime cariche; tutti gli eunuchi erano

musulmani e favorivano presso al re col proprio credito i loro

compatriotti. I signori cristiani possedevano nell'isola contee e

baronie tanto nelle città, che sulle coste, ma questi piccoli governi

rassomigliavansi molto più ai _pachalicks_ de' Turchi, che ai feudi

dell'Occidente: in ogni luogo vedevasi cadere il despotismo in

dissoluzione, dando luogo ad una generale insubordinazione, senza verun

principio di libertà. Pure lo storico Ugo Falcando, dietro al quale

abbiamo giudicata quest'epoca, parla enfaticamente della prosperità e

della pace di cui godeva la Sicilia in sul finire del regno di Guglielmo

II, senza però ch'egli abbia scritta la storia di questi tempi di tanta

felicità; e siccome le nazioni non passano mai rapidamente dall'estrema

dissoluzione d'ogni ordine sociale a tanta prosperità e gloria, così ci

dev'essere permesso di credere che lo storico abbia voluto col

contrapposto di questa imaginaria felicità, dare maggior risalto alla

tirannide da lui descritta sotto il regno di Guglielmo, ed a quella che

prevedeva sotto il dominio de' Tedeschi. Vero è intanto e cosa assai

notabile, che la Sicilia dopo essere stata tolta agli Arabi non ebbe mai

più regolare governo; e che anche il brigantaggio cui trovasi oggi

abbandonata è la conseguenza della sua antica anarchia, da cui non si è

mai potuta interamente liberare[252].

[251] _Hugo Falcandus historia sicula t. VII, Rer. Ital. p. 272_, e

seguenti.

[252] Ugo Falcando viene risguardato siccome il più eloquente

storico del suo secolo, ed ancora del seguente. Fu detto il Tacito

della Sicilia; e nel quadro che fece dei delitti della corte di

Guglielmo, si possono in fatti ravvisare molti tratti che ci

rammentano Claudio e Tiberio quali furono dipinti dal grande storico

di Roma: ma Falcando, volendo far pompa d'eloquenza, distrugge

l'impressione che vorrebbe fare, e rende sospetta la sua veracità.

La sua storia non abbraccia, strettamente parlando, che il regno di

Guglielmo il malvagio ed i primi anni della minorità del suo

successore, cioè dal 1154 al 1169. Questa storia fu dal Muratori

inserita nel _t. VII, Rer. Ital._

Qualunque si fosse la debolezza e la dissoluzione del regno sul quale la

casa di Svevia acquistava nuovi diritti, Federico ed i suoi successori

rinunciarono, per conquistare la Sicilia, ai progetti che il primo aveva

formati contro la libertà della Lombardia, e resero perciò la pace alle

repubbliche. Di fatti in luogo di alimentare le discordie tra le città,

come praticò fin allora, e di sostenere i più deboli contro i potenti,

l'imperatore s'adoperava adesso per riunirli onde valersi delle loro

forze quando riclamerebbe l'eredità di sua nuora Costanza. E siccome i

suoi sforzi per conservar la pace tra le città lombarde erano sinceri,

così furono sempre coronati da prospero successo. L'opera di Federico fu

potentemente assecondata dalle prediche della religione e dalla profonda

impressione che fece sopra tutta l'Europa un avvenimento risguardato dai

cristiani come una generale calamità.

Il nuovo regno latino di Gerusalemme aveva nello spazio d'ottant'anni

toccati gli estremi della forza e della debolezza. Fondato dalle più

potenti armate che militassero giammai sotto lo stesso stendardo, era

stato in seguito abbandonato quasi senza difesa alla gelosia ed alla

vendetta degli Asiatici che lo circondavano. Talvolta poteva opporgli i

formidabili ausiliari che arrivavano dall'Europa; ma ridotto non di rado

alle sole sue deboli forze, non poteva riunire che pochi soldati, e

questi ancora segreti nemici gli uni degli altri a cagione della diversa

loro origine, snervati dal clima e dalle delizie dell'Asia, ed

indisciplinati in forza di quelle stesse leggi che avevano portate

dall'Europa[253]. I crociati trapiantando in Siria il sistema feudale,

ne avevano conservata l'insubordinazione, e perduta l'energia. Intanto

dimenticavansi in Europa i pericoli cui trovavasi esposta la santa

città, quando nel 1187 si ebbe notizia che Saladino se n'era

impadronito, che il re Gui di Lusignano era prigioniere, e che, tranne

le città di Tripoli, di Tiro e d'Antiochia, tutta la terra santa era

ricaduta in potere degli infedeli[254].

[253] Veggasi il quadro fatto da Giacomo di Vitrì dei costumi de'

Latini orientali che in Oriente chiamavansi _Pullani_: sono questi i

creoli delle nostre isole d'America. _Historia Hierosol. l. I, c.

72. Gesta Dei per Franc. p. 1088._

[254] Il venerabile Guglielmo arcivescovo di Tiro non potè

risolversi a terminar la storia delle sventure della sua patria. Non

ci rimangono che la prefazione e poche linee del suo ventesimo terzo

libro, che doveva contenere il racconto di Gui di Lusignano e della

presa di Gerusalemme. _Gesta Dei per Francos, p. 1042._ — Veggasi

adunque Giacomo di Vitrì. _Hist. Hierosolim. l. I. c. 94, e 95. —

Gesta Dei per Franc. p. 1119. — Bernardus Thesaurarius de

Acquisitione terræ sanctæ c. 148. — 166. t. VII, Rer. Ital. p. 783._

ec.

Qualunque sia la nostra opinione intorno al primo motivo delle crociate,

poichè fu stabilito il regno di Gerusalemme, e che, confidando

nell'appoggio degli Occidentali, tanti coloni di tutte le nazioni

d'Europa erano venuti a popolare la Siria, restandovi come ostaggi e

come mallevadori della volontà dei Latini di mantenere indipendente la

Terra santa, l'onore, il dovere, le più assolute promesse obbligavano

gli Occidentali a soccorrere i loro compatriotti, i campioni da loro

stessi posti nel territorio nemico. Estrema fu perciò la costernazione

cagionata dalla perdita di Gerusalemme, profonda, universale. Gregorio

VIII, allora eletto papa[255], impiegò i brevi giorni del suo

pontificato a predicare ai cristiani la pace fra di loro e la lega

contro gl'infedeli. Spedì lettere circolari a tutti i re, a tutte le

repubbliche d'Europa, pregando di deporre le private nimistà e di

riunirsi per la causa di Dio, perchè, com'egli diceva, i vizj de'

cristiani e le pazze loro discordie avevano loro procurato sì grande

calamità e tanta vergogna[256].

[255] Venne universalmente attribuita la morte d'Urbano III al

dolore concepito per la perdita di Gerusalemme. La città si rese a

Saladino il 2 ottobre, ed Urbano morì a Ferrara il 19 dello stesso

mese; cosicchè egli non poteva aver ricevuta la notizia dell'ultima

catastrofe, ma soltanto delle precedenti disavventure. _Murat. Ann.

t. X, p. 139._

[256] Veggansi queste lettere presso Baronio _ad ann. § 18. t. XII,

p. 780_.

Le guerre d'Italia erano allora prodotte dalle passioni dei popoli e non

dagli ambiziosi calcoli de' sovrani. Un profondo e doloroso sentimento

de' loro errori occupò all'istante l'animo de' cittadini, e l'entusiasmo

distrusse le inquiete loro rivalità. Cremona era in guerra con Brescia,

Parma con Piacenza, Milano e Pavia si disponevano a nuove battaglie: ma

fu loro predicata la pace di Dio, e tutte le repubbliche

l'abbracciarono. I più valorosi soldati delle armate nemiche presero la

croce, e giurarono di militare assieme. Una sola città diede due mila

soldati per questa santa impresa; e perchè gli uomini più caldi ed

impetuosi furono i primi ad arrolarsi per la guerra sacra, la loro

lontananza riuscì, non v'ha dubbio, utilissima alla tranquillità della

loro patria. Due repubbliche rivali, che seppero soltanto per brevissimo

tempo comprimere l'odio nazionale, s'incaricarono in ispecial modo di

predicar la pace ai cristiani. Furon queste Genova e Pisa, le di cui

milizie per un fortunato accidente trovandosi riunite sotto gli

stendardi del giovane Corradino marchese di Monferrato, salvarono la

città di Tiro nell'istante che Saladino era in procinto d'assediarla con

una potente armata[257]. I Pisani sconfissero due volte la flotta

musulmana, ed i Genovesi trasportarono gli ambasciatori mandati da

Corrado a tutti i sovrani per implorare i loro soccorsi: e se alcuni

porti di Terra santa rimasero aperti ai Cristiani, ne andarono soltanto

debitori alla potente assistenza di queste due repubbliche.

[257] _Ottobonus Scriba, contin. Caffari, Ann. Genuen. l. III, p.

359, t. VI. — Breviar. Pisanæ hist. p. 191._

Clemente III, che del 1188 succedeva a Gregorio VIII, morto dopo due

mesi di papato, spedì nuovi deputati a tutti i potentati con prospero

successo. I Veneziani ed il re d'Ungheria, che disputavansi la Dalmazia,

fecero la pace, come ancora i re di Francia e d'Inghilterra, che ambedue

promisero di andare in Oriente alla testa de' loro sudditi. Per ultimo

due deputati del pontefice si presentarono alla dieta di Germania

preseduta da Federico a Magonza[258], e seppero coi loro sermoni toccare

in modo gli uditori, che lo stesso vecchio monarca prese la croce con

suo figliuolo Federico, consacrando al servizio di Dio gli ultimi anni

d'una vita lungo tempo agitata dall'ambizione, ma resa gloriosa dal suo

valore e dai militari talenti.

[258] _Otto de Sancto Blasio Chron. c. 31. p. 887. t. VI. — Annal.

Ecclesiast. ann. 1188._

Di fatti Federico perdette la vita nella guerra santa. Egli condusse in

Asia una armata di novanta mila uomini, benchè licenziasse tutti coloro

che non avevano del proprio almeno tre marche d'argento per supplire

alle spese del viaggio. La sola cavalleria formava un corpo di trenta

mila uomini. Aveva attraversata l'Ungheria e la Bulgaria e resi vani

gl'intrighi dei Greci che non potevano vederlo senza diffidenza

avanzarsi nel cuore della Romania. Nell'inverno del 1189 rimase in

Grecia, ed attraversò lo stretto di Gallipoli soltanto in marzo del

1190. Soggiogò in seguito il sultano d'_Iconium_, che gli si era

opposto, e ne bruciò la capitale; e già l'armata crociata era giunta

nelle campagne dell'Armenia abitata dagli amici de' Cristiani, quando il

10 giugno Federico perì nel piccolo fiume chiamato _Salef_ annegato, o

tocco d'apoplessia a cagione della soverchia freddezza delle acque[259].

[259] _Annal. Eccles. 1190. § 9. t. XII, p. 804. — Jacob. de

Vitriaco Hist. Hieros. l. I, c. 99. p. 1121 — Bernard. Thesaurar. de

acquis. Terræ sanctæ c. 169. p. 804. — Sicardi Episc. Cremon. Chron.

p. 611, t. VII, Rer. Ital. — Marini Sanuti Secreta Fidelium Crucis

l. III, p. X, c. 2. Gesta Dei per Francos t. II, p. 196._

La morte di Federico fu compianta da tutte le città che pure furono

lungo tempo esposte alla potente sua collera ed alla sua vendetta. I

Lombardi e gli stessi Milanesi non potevano non ammirare il suo raro

coraggio, la sua costanza nelle avversità, la sua generosità. L'intima

convinzione della giustizia della sua causa l'aveva talvolta reso

crudele fino alla ferocia contro coloro che gli resistevano; ma dopo la

vittoria dissetava la sua vendetta coll'atterrare le insensibili mura; e

per quanto fosse irritato contro i Tortonesi, i Cremaschi, i Milanesi,

per quanto sangue spargesse finchè combatteva, non lordò il suo trionfo

con odiosi supplicj. Malgrado il tradimento cui discese una sola volta a

danno degli Alessandrini, in generale fu fedele manutentore della data

fede; e quando l'anno dopo la pace di Costanza fu ammesso entro le loro

mura dalle città che gli avevano fatta la più ostinata guerra, non

dovettero porsi in guardia contro alcun suo attentato ai privilegi da

lui riconosciuti. Il suo carattere meritò ancora maggior rispetto quando

si potè farne confronto con quello d'Enrico VI suo figliuolo e

successore.

Questo principe, siccome aveva desiderato il padre, portava già da

cinque anni le corone di Germania e d'Italia. Valoroso come il padre,

non ebbe i suoi grandi talenti. Fu nella guerra brutalmente feroce,

perfido in pace ed impudente mancator di fede. Ugo Falcando, che

scriveva nel tempo ch'Enrico sosteneva la prima volta colle armi i suoi

diritti alla corona di Sicilia, dipinse gli Allemanni come la più feroce

popolazione; ma senza dubbio aveva preso dal loro re i principali tratti

del carattere attribuito alla nazione. «La rabbia tedesca, dic'egli, non

è repressa dagli ordini della ragione, mai non piegasi a misericordia,

non è sospesa dal terrore della religione. Un innato furore agita sempre

questo popolo, eccitato dalla rapacità e strascinato nel delitto dalla

dissolutezza[260].»

[260] _Hugo Falcandus Hist. Sicula p. 252._

Pure l'assunzione d'Enrico al trono imperiale non influì direttamente

sulla sorte delle repubbliche italiane. Trovavasi colla sposa in

Germania quand'ebbe avviso della morte di Guglielmo II in Palermo[261],

ed alcuni mesi dopo di quella di suo padre in Asia. Il primo non erasi

determinato a maritare Costanza che per assicurare l'ordine della

successione e preservare il regno da una guerra civile; onde l'aveva

dichiarata sua erede, facendo che i più principali baroni de' suoi stati

le giurassero fedeltà. Ma i Siciliani vedevano con orrore trasferirsi in

un principe straniero la sovranità della loro isola, quando eravi un

principe normanno, di non legittimi natali bensì, ma per altro illustri.

Era questi Tancredi conte di Lecce, figlio d'una contessa di Lecce e di

Ruggiero figliuolo primogenito del primo re di Sicilia. Il di lui

matrimonio non era stato legittimato dall'approvazione paterna, nè

consacrato dalla Chiesa. Pure l'unione di questo principe con una dama

d'alto rango, cui era stato fedele fino alla morte, non sembrava tale

agli occhi de' Siciliani, che dovesse degradare il figliuolo e privarlo

della sua eredità. Tancredi fu quindi chiamato a Palermo in principio

del 1190 dalla nobiltà dei due regni e proclamato re[262].

[261] Guglielmo morì il 16 novembre del 1189.

[262] _Richardi a sanct. Germano Chron. t. VII, Rer. It. p. 970. —

Chron. Monast. Fossae novae t. VII, p. 877._

Il primo pensiere d'Enrico dovette essere quello di riconquistare un

regno che gli veniva tolto nell'istante in cui verificavasi il suo

diritto alla successione. Per ricuperare l'eredità della sposa chiese

ajuto alle repubbliche italiane e specialmente alle marittime. Ci furono

conservate le parole stesse da lui dirette ai Genovesi quando pochi anni

dopo bramava averli sussidiarj in una seconda spedizione: egli non

faceva che ripetere le prime offerte. «Se dopo Dio, col vostro ajuto io

posso ricuperare il mio regno di Sicilia, l'onore sarà mio, ma tutto

vostro il profitto. Difatti io non devo soggiornarvi coi miei Tedeschi,

ma vi soggiornerete voi ed i vostri discendenti, ed il regno per ogni

rispetto sarà piuttosto vostro che mio[263].» Oltre i privilegi e le

esenzioni più vantaggiose in tutti i porti, aveva loro promessa la città

di Siracusa con tutte le sue dipendenze e duecento cinquanta feudi di

cavaliere in val di Noto, per guarentia delle quali promesse aveva fatto

spedire in loro favore un atto autenticato col suo suggello[264]. Tanto

i Genovesi che i Pisani, allestito avendo una ragguardevole flotta in

soccorso di Enrico, andarono in traccia di quella di Tancredi a

Castelmare di Sicilia, poi all'isola d'Ischia per attaccarla. Ma in pari

tempo l'imperatore medesimo, dopo qualche effimero avvantaggio, vide la

sua armata distrutta dalle malattie; onde fu costretto di ritirarsi

precipitosamente, perdendo l'imperatrice, rimasta prigioniera de' suoi

nemici[265]. Dopo la ritirata d'Enrico le flotte repubblicane, non

credendosi più sicure in quei mari, furono costrette di abbandonarli.

[263] _Ottobonis Scribæ Ann. Genuen. l. III, p. 367._

[264] _Ibid._

[265] _Richardi de san. Germano Chron. p. 971._

Scoraggiato Enrico da queste disavventure, e forse sorpreso dalla

generosità di Tancredi, che senza taglia e senza condizioni gli aveva

rimandata la sposa[266], non avrebbe probabilmente ricominciate così

presto le ostilità: ma parve che a quest'epoca una generale sentenza di

morte fosse pronunciata contro tutti i sovrani d'Italia. Il figlio

primogenito di Tancredi, che il padre aveva già associato alla corona

per assicurargli la successione, fu la prima vittima; e ben tosto gli

tenne dietro il padre nel 1194, morto di dolore per la perdita del

figlio[267]. Dopo tali avvenimenti, quantunque non incontrasse più

ostacolo nell'occupare il regno di Sicilia, Enrico trattò le città

sottomesse con quella severità che appena sarebbesi usata verso città

conquistate colla vittoria. Egli spogliò la Sicilia de' suoi tesori che

mandò in Germania, e con insolita crudeltà si rese odioso non solo ai

sudditi, ma perfino alla propria sposa Costanza, che, ultima erede del

sangue normanno di Sicilia, risguardava come proprie le sventure de'

suoi compatriotti; onde fu comune opinione che, per metter fine a tanti

furori, cospirasse contro al marito[268]. E perchè i suoi alleati non

fossero meglio trattati de' suoi sudditi e de' suoi parenti, mancò a

tutte le promesse fatte ai Genovesi, annullando tutti i privilegi di cui

godevano nei porti del regno di Napoli. Nè di ciò contento, volle pur

rendersi esoso agl'Italiani durante il breve soggiorno che fece due

volte nel loro paese[269]; se non che nella seconda sua spedizione morì

inaspettatamente nell'assedio d'un castello ribellatosi contro di

lui[270]. Morì pure tre anni dopo papa Celestino III che, durante il suo

regno di sett'anni, ebbe con Enrico diverse contese[271]. Anche

Costanza, che dopo la morte del marito aveva prese le redini del regno,

lo raggiunse un anno dopo nel sepolcro, lasciando unico erede delle case

di Svevia e di Sicilia un fanciullo di quattr'anni già incoronato sotto

nome di Federico II, ma sprovveduto d'amici e circondato di rivali[272].

[266] _Ibid. p. 973._

[267] _Ibid. p. 975._

[268] _Murat. Ann. d'Ital. t. X, p. 183. ad ann._

[269] _Richard. de san. Germano Chron. p. 976. — Chron. Fossae Novae

p. 880. — Anon. Cassin. Chron. t. V, p. 143. — Otto de san. Blasio

c. 39 et 40, p. 893._

[270] Il 28 settembre 1197.

[271] _Richard. de san. Germano Chron. t. VII, p. 977. — Johan. de

Ceccano Chron. Fossae Novae p. 883. — Conradus Abbas Usperg. Chron.

p. 304._

[272] Federico II, o Federico Rogero nacque a Iesi nel dicembre del

1194. Sua madre morì il 27 novembre dell'anno 1198.

Una sola guerra di qualche importanza disturbò l'alta Lombardia durante

il regno d'Enrico VI, e fu quella delle repubbliche di Brescia e di

Cremona. Avevano i Bresciani accordata la loro protezione a molti conti

del territorio di Bergamo e con un trattato fatto del 1191 avevano

riunito al territorio di Brescia i castelli di Merlo, Calepio e Sarnico.

I Bergamaschi spedirono deputati ai Cremonesi loro alleati partecipando

loro la ricevuta ingiuria, ed in pari tempo ricordando a' medesimi che

ancor eglino quand'ebbero a dolersi de' Bresciani rispetto al corso ed

alla navigazione dell'Oglio, non ottennero giustizia da questa

repubblica; e perciò gli eccitavano a prendere le armi contro

l'ambiziosa città. Prima però di dichiarar la guerra, cercarono di

rendersi più forti con nuove alleanze, e mandarono deputati alle città

che potevano prender parte al loro malcontento, procurando di

guadagnarle sia con eloquenti lagnanze, ora offrendo soccorsi ai

principali magistrati. Con tali mezzi ottennero di unire alla loro lega

Pavia, Lodi, Como, Parma, Ferrara, Regio, Bologna, Mantova, Verona,

Piacenza e Modena. I primi ad aprire la campagna furono i Bergamaschi,

assediando in sul cominciar di luglio i castelli di Telgato e di

Paulusco. I Cremonesi avanzaronsi pochi giorni dopo con tutti i

confederati, e dopo avere il 7 luglio gettato un ponte sull'Oglio,

entrarono col Carroccio nel territorio bresciano. Un valoroso capitano

bresciano, Biatta di Palazzo, comandava la guarnigione, composta di

pochi ma bravi soldati, del castello di Rudiano posto lungo la strada

dell'armata nemica. I Milanesi soli alleati di Brescia avevano fatte

avanzare le loro truppe fino alle rive del Serio.

I Bresciani avanti l'arrivo dei loro alleati vollero impedire il

devastamento del loro territorio, e sortirono contro ai nemici

caricandoli vigorosamente. Il loro urto fu ricevuto con intrepidezza

almeno uguale, onde i Bresciani sopraffatti dalla superiorità del

numero, e non vedendo arrivare il promesso soccorso de' Milanesi,

incominciavano a perdere coraggio, quando Biatta di Palazzo, sortendo

dal castello di Rudiano colla sua poca truppa, le fece gridare ad alta

voce: _le nostre spie ci hanno ben serviti, tutto si avverò, viva la

milizia di Rudiano!_ Prima dell'invenzione della presente romorosa

artiglieria, e quando i soldati battevansi corpo a corpo, i gridi

d'un'armata non erano senza effetto sull'armata nemica. I Bresciani,

incoraggiati da questo inaspettato soccorso, ripreser fiato; i Cremonesi

si credettero traditi, ed in quel primo momento di confusione, caricati

avanti ed alle spalle, furono agevolmente sgominati e posti in piena

ritirata[273]. I fuggitivi affollandosi sul ponte volante, fatto il

precedente giorno, lo fecero crollare col loro peso e cadere nell'Oglio,

ove s'affogarono tutti coloro che l'occupavano allorchè cadde. Questo

funesto accidente accrebbe il terrore dell'armata in modo, che i

soldati, malgrado il peso dell'armatura, gettavansi nel fiume per

attraversarlo a nuoto, ma vi rimasero tutti affogati nella melma, o via

trasportati dalla violenza della corrente; mentre perivano sotto le

spade nemiche gli altri che non si esposero al pericolo del fiume[274].

Pochi salvaronsi di così bella armata, che si credette aver perduti

dieci mila uomini. Questa battaglia, ed il luogo in cui si fece si

chiamarono negli annali lombardi _mala mort_e. Gli effetti di tale

disfatta non influirono per altro sulla sorte dei vinti come poteva

temersi, perchè Enrico VI, ritornando allora dalla sua prima impresa

della Puglia, volle che le città nemiche si rappacificassero, e si

rilasciassero vicendevolmente i prigionieri.

[273] _Jacobi Malvecii Chron. Brixian. dist. VII. c. 62. 63. t. XIV.

p. 883 — Sicardi Epis. Cremon. Chron. t. VII. p. 615 — Chron. breve

Cremon. t. VII. p. 636 — Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 222. t. XI.

p. 656._

[274] Si pretende che i Cremonesi, gettandosi nel fiume, gridassero:

_è meglio annegarsi che morire_. Così l'ironia s'attacca spesso alle

più funeste memorie; e facile è il passaggio dal ridicolo al

terrore.

A questa guerra, ed all'altra che si fecero con quasi ugual furore Parma

e Piacenza[275], tennero dietro alcune mal conosciute liti fra i Comuni

ed i gentiluomini del distretto, ma che forse ebbero più importanti

conseguenze, perchè furono cagione di fare successivamente cadere tutte

le repubbliche dell'Italia settentrionale, per un tempo più o meno

lungo, sotto il giogo di alcuni signori che crudelmente abusarono

dell'usurpato potere. Dobbiamo perciò risalire all'origine di questi

usurpi nella provincia della Marca trivigiana o veneziana, di dove il

contagio parve che si diffondesse ancora nelle altre.

[275] Negli anni 1198 e 1199.

Questa provincia è in parte montuosa, e nei secoli di mezzo

l'ingrandimento o il decadimento della nobiltà parve cagionata dalla

natura del paese in cui abitava. I gentiluomini trovavansi dovunque

esposti ugualmente alla gelosia delle città, ma quelli che abitavano

nella parte piana, non potendo giovarsi della natura del suolo per

fortificarsi, furono forzati di sottomettersi più presto alle

repubbliche, domandando il diritto di cittadinanza, e formando una

classe separata, è vero, ma però di cittadini. Altronde quelli che

trovavansi nelle montagne, essendo lontani dalle repubbliche, divisero i

loro interessi dagli altri che vivevano nelle città, e si disposero a

mantenere indipendenti i piccoli loro principati. Alcuni sopravvissero

agli ultimi comuni liberi, come i Malaspina che conservarono in

Lunigiana la loro sovranità fino agli ultimi anni del decorso secolo, e

come i feudi imperiali nelle alpi liguri che furono anche più tardi

proprietà d'una nobiltà immediata, rimasta indipendente[276]. Nello

stesso modo i gentiluomini degli Appennini chiudevano le repubbliche

toscane entro una linea di piccoli principati, che Fiorenza soggiogò

soltanto poichè giunta fu al suo maggior grado di potenza. Ma nella

Marca trivigiana i Monti euganei e le basi delle Alpi, prolungandosi in

mezzo alle fertili pianure ed alle più floride città, presentavano

montagnuole rese forti dalla natura, che i nobili non tardarono a

coprire di castelli e di ridotti fortissimi. Colà mantenendosi in tutto

il loro splendore, e resi potenti dal numero de' vassalli e dalle

accumulate ricchezze, conservarono tra le repubbliche della Marca

un'influenza che non avevano i nobili d'altri paesi, e si appropriarono

il godimento e l'elezione di tutte le magistrature, non lasciando tempo

al popolo di misurare le proprie forze e di scuotere il giogo.

[276] Tanto i Malaspina, che i feudatari imperiali della Liguria

erano dipendenti dall'Impero, da cui ricevevano l'investitura del

rispettivo feudo; come pure il duca di Massa ed il principe di

Carrara. Tutti avevano nella loro giurisdizione il _jus sanguinis_,

ma il solo duca di Massa aveva ancora quello di battere monete,

ottenuto dall'Impero circa due secoli sono. _N. d. T._

Non perchè fossero vinti e sottomessi agli ordini delle repubbliche, ma

solo per approfittare de' servigi de' loro subalterni, e per aprire alla

loro ambizione una più vasta carriera, i nobili vennero a stabilirsi

nelle città della Venezia. Perciò fissandovi la loro dimora non vollero

esporsi alle tumultuose passioni di un popolo incostante, e

fabbricandosi case in seno alle città diedero loro, se non la forma, la

solidità delle fortezze. Grosse mura porte e barricate di ferro,

aperture assai più appropriate alla difesa che al comodo assicuravano al

nobile nella propria casa un'assoluta indipendenza in mezzo ad una città

nemica. E quand'ancora queste prime difese venivano superate, una torre

quadrata, formata di enormi masse di pietra, offriva in ogni casa nobile

un impenetrabile asilo, che non poteva forzarsi senza un lungo assedio;

poichè sull'alto della torre conservavansi abbondanti provvisioni, e le

armi necessarie alla difesa[277][278].

[277] A quest'epoca eranvi a Ferrara trentaquattro famiglie nobili,

e trentadue torri. _Cron. Parva Ferrar. t. VIII, p. 480-482_.

[278] Pavia chiamossi la città dalle cento torri, delle quali

rimangono in piedi non poche anco a' dì nostri. _N. d. T._

La potenza de' gentiluomini in tutte le repubbliche della Marca non

avrebbe crollato giammai, se fossero rimasti uniti; ma l'assoluta

indipendenza di cui godevano, incoraggiando ognuno ad appagare tutte le

passioni, fece nascere fra di loro le più sanguinose liti. Fin verso la

metà del XII secolo niuno storico si prese cura di tramandare alle

posterità gli avvenimenti di quella contrada; ma dopo tale epoca molti

sono gli scrittori che ci lasciarono d'ogni cosa racconti minutamente

circostanziati. Sappiamo da questi che alla morte d'Enrico VI tenevansi

vive in ogni città le antiche fazioni, e che, se in alcune repubbliche

regnava la pace, ciò dovevasi alle pattuite divisioni delle pubbliche

funzioni e di tutte le dignità dello stato tra le famiglie rivali.

Quasi tutte le repubbliche Italiane avevano abolita la magistratura

consolare per rimpiazzarla con quella dei podestà, quali avevali

istituiti Federico Barbarossa. Ogni città chiamava per un determinato

tempo un capo straniero, gentiluomo e militare, che seco conduceva

arcieri e soldati, ed era depositario non meno del potere giudiziario,

che della forza pubblica cui rivolgeva, a seconda del bisogno, contro

gl'interni nemici dell'ordine, e contro quelli dello stato.

Benchè la plebe avesse una parte più immediata nell'elezione de' consoli

che in quella dei podestà, approvò questa innovazione, e la trovò utile,

perchè non richiedevasi meno d'una forza militare per metter freno alle

turbolenti fazioni de' nobili.

Quando il podestà veniva informato di qualche pubblico delitto, faceva

appendere alle finestre del palazzo il gonfalone di giustizia; e facendo

colle trombette avvisare tutti i cittadini di prendere le armi, usciva

egli stesso a cavallo dalla sua residenza, circondato dalle sue guardie

e seguito dal popolo. La casa del colpevole era all'istante assediata, e

venuta in mano della forza pubblica si spianava fino alle fondamenta. In

questa esecuzione, quantunque talora si punissero i colpevoli

coll'ultimo supplicio, non conservavansi altrimenti le forme del foro,

nè si aveva verun riguardo alla libertà d'una ben ordinata repubblica.

In mezzo ad uomini indipendenti e quasi sempre in guerra gli uni contro

gli altri, lo stesso capo dello stato moveva guerra ai cittadini

ribelli, e coll'apparato della sedizione intratteneva nella repubblica

una tal quale subordinazione. Ognuno ripromettevasi la sua libertà dalla

propria energia e non chiedeva al governo che la repressione d'un

grandissimo disordine.

Non erasi ancora supposto che un podestà potesse usurparsi il supremo

potere, e perciò non si era cercato che di porsi in guardia contro la

loro parzialità. Per prevenirla, ogni repubblica della Marca trivigiana

aveva divisa l'elezione tra i due partiti che dominavano in ogni città.

A Vicenza la nobiltà formava due fazioni, i conti di Vicenza, ed i

signori del Vivario. Ogni fazione nominava il suo commissario, ed i due

commissarj riuniti eleggevano ogni anno il podestà. A Verona le due

famiglie di Montecchio, o Monticulo, e di S. Bonifazio, seguite dal

rimanente della nobiltà, eransi ugualmente diviso il diritto d'eleggere

il podestà[279]. Altrettanto facevano in Ferrara le fazioni dei

Salinguerra e degli Adelardi equilibrate coll'attributo della stessa

prerogativa.

[279] _Gerardi Maurisii Vicentini Historia Scrip. It. T. VIII, p

II._ — Dalla casa di Montecchio prese Shakespear Montagu in Romeo e

Giulietta — _Ricardi Comit. de S. Bonifatio vita, t. VIII, p. 121 —

Chron. Veronen. p. 623._

Non era supponibile che questa divisione di potere elettivo permettesse

lunga pace a repubbliche male ordinate che contavano tra i loro

cittadini i nobili, sovrani nei proprj castelli e quasi di forze uguali

allo stato di cui erano membri, ed avvezzi a sbramare con aperto

disprezzo dell'ordine pubblico tutte le loro passioni. Prima che

terminasse il XII secolo la violenza d'alcuni gentiluomini risvegliò la

sopita animosità delle fazioni, e riaccese la guerra in tutta la

Venezia.

Sotto il regno di Corrado II un gentiluomo tedesco, chiamato Ezzelino,

aveva accompagnato quest'imperatore in Italia con un solo cavallo, ed in

ricompensa di questi servigi aveva da lui ricevuta la terra d'Onara e di

Romano nella Marca trivigiana[280]. A questo primo fondatore d'una

potente casa, resa famosa dai delitti, era succeduto un Alberico, ed in

seguito un Ezzelino che pure porta il nome del primo, e viene

soprannominato il balbo. Avevano questi signori accresciuto assai il

patrimonio della loro casa coll'acquisto di Bassano, di Marostica, e di

altre terre poste al nord di Vicenza e di Padova, in guisa che il loro

feudo formava già un piccolo principato, non inferiore di forze alle

repubbliche confinanti; e siccome le interne fazioni delle città

ambivano l'alleanza delle fazioni imperiali, i signori da Romano erano

omai risguardati in tutta la Venezia quai capi del partito ghibellino.

[280] _Rolandini de factis in Mar. Trivis. Chron. l. I, c. 7, p.

176._

Ezzelino il balbo e Tisolino di Campo Sampiero, il primo nobile

vicentino, padovano l'altro, erano congiunti d'amicizia e di alleanza,

avendo il secondo sposata una figlia d'Ezzelino, da cui aveva avuto più

figli, de' quali alcuni erano già usciti di fanciullezza. Accadde che al

primogenito di costoro si offrisse in matrimonio l'erede d'una potente

famiglia padovana chiamata Cecilia, che Manfredi, ricco signore d'Abano,

aveva, morendo, lasciata orfana. Tisolino volle, prima di conchiudere

tali nozze, avere l'assenso dell'amico e del suocero Ezzelino; il quale

trovando che questo accasamento utilissimo sarebbe al proprio figliuolo

Ezzelino II, senza lasciar travedere il suo pensamento al genero, si

addirizzò segretamente ai tutori della donzella, che vinti dall'oro,

rotta ogni trattativa con Tisolino, l'accordarono al signore da Romano;

il quale la fece onorevolmente tradurre nel suo castello di Bassano e la

maritò al figliuolo.

Questo tradimento eccitò la più viva indignazione nella famiglia di

Campo Sampiero, che giurò di farne vendetta, nè dovette lungo tempo

aspettarne l'opportunità. Alcuni mesi dopo il suo matrimonio, la sposa

d'Ezzelino recavasi a vedere i suoi poderi nello stato di Padova oltre

la Brenta con un accompagnamento più magnifico che forte. Gherardo

figliuolo di Tisolino che doveva essere suo sposo e che invece era

diventato suo nipote, postosi in agguato presso al castello di s.

Andrea, la tolse alle sue genti e la disonorò. Cecilia, tornata a

Bassano, non celò al marito la sua sventura; perchè ripudiata, passò in

seguito a seconde nozze con un nobile veneziano[281]. Ma le due

famiglie, irritate dai vicendevoli insulti, giuraronsi un odio che si

propagò di padre in figlio e che non s'estinse che col sangue.

[281] Rolandino ricorda nello stesso tempo tre divorzi accaduti in

questa famiglia. Egli ne parla come di avvenimenti allora comuni,

senza farvi alcuna osservazione. Erano forse allora permessi dalla

Chiesa? o soltanto dissimulati?

Erasi intanto accresciuta la potenza d'Ezzelino II e per questo

matrimonio e per l'altro contratto dopo il divorzio. Alleato delle

repubbliche di Verona e di Padova, ebbe in breve bisogno dei loro

soccorsi; perciocchè essendo stato del 1194 nominato podestà di Vicenza

uno de' suoi nemici, questi lo fece esiliare con tutta la sua famiglia e

tutti i suoi partigiani indicati col nome di _Vivario_. Prima

d'assoggettarsi a tale sentenza, cercò di difendersi incendiando le più

vicine case; e gran parte della città fu in questo ammutinamento

consunta dalle fiamme. Tali furono le prime scene di disordine e di

sangue ch'ebbe sotto gli occhi appena nato il figlio del signore di

Romano, il feroce Ezzelino[282].

[282] Nacque il 4 aprile del 1194.

Non era per i signori da Romano troppo grave punizione l'esiglio da

Vicenza. Ritiratisi a Bassano in mezzo ai loro sudditi, si circondavano

dei loro partigiani ugualmente perseguitati, ma sprovveduti delle loro

risorse; e perciò costretti, approfittando delle beneficenze di così

potente famiglia, di rendersi, di uguali che erano, loro mercenarj.

L'esiglio non poteva durar sempre, e le disgrazie non meno che le

prosperità accrescevano il credito dei Romano presso la repubblica. I

Veronesi interpostisi per rimettere la pace in Vicenza, ottennero il

richiamo dei signori di Romano e de' suoi aderenti, ed autorizzarono le

due fazioni a nominare un podestà[283]. Così strana divisione

dell'autorità giudiziaria affidata a passioni nemiche, non era senza

esempio, e, ciò che più è notabile, praticato con felice successo pel

mantenimento della pace: senza dubbio per la ragione medesima, che due

armate nemiche comandate da esperti capitani possono stare a fronte

lungo tempo senza combattersi.

[283] _Girardi Maurisii Hist. p. 11._

Del 1197 i Vicentini elessero ancora un podestà contrario alla fazione

Ezzelina; ed allora non solo la comune esiliò un'altra volta questo capo

di parte, ma gli dichiarò guerra e mandò le sue milizie ad assediare

Marostica[284]. I signori di Romano, situati tra il territorio di tre

repubbliche, erano in libertà di allearsi con quella che credessero più

utile ai loro interessi. Ezzelino impegnò ai Padovani per una

considerabile somma la terra d'Onara posta nella loro diocesi, e stipulò

con loro un atto di alleanza offensiva e difensiva, in virtù della quale

i suoi nuovi alleati attaccarono i Vicentini innanzi a Carmignano e

fecero loro due mila prigionieri[285]. Ciò accadde nel 1198, onde i

Vicentini, chiamati i Veronesi in loro soccorso, avanzaronsi uniti nella

campagna padovana per guastarla, spingendo le loro avanguardie fin sotto

le mura di Padova, a segno che si videro volare sulla città le scintille

degli incendj delle vicine case. Di che spaventati i Padovani,

rilasciarono tutti i prigionieri, senza il consenso d'Ezzelino, ed

ebbero a tale condizione la pace. Ma questi approfittò di tale pretesto

per separarsi dalla cadente loro fortuna. Offerse ai Vicentini di porsi

per le loro contese in arbitrio de' Veronesi; e diede loro in ostaggio

suo figlio, ed i più forti castelli Bassano ed Angarani: colla quale

assoluta confidenza si conciliò in modo l'affetto loro, che al podestà

di Verona riuscì facile l'ottenergli la pace dalla repubblica di Vicenza

e da tutta la fazione guelfa, facendogli restituire i castelli ed il

figliuolo. I Padovani non tardarono a punirlo dell'essersi riconciliato

coi loro nemici, e confiscarono a loro profitto la terra d'Onara di cui

trovavansi in possesso, e che altra volta aveva dato il suo nome alla

casa da Romano[286].

[284] _Roland. l. I, c. 7. p. 176._

[285] _Id. l. I, c. 7. p. 176._

[286] _Gerar. Maur. p. 14._ — _Ant. Godii Nob. Vicentini Chron. p.

74._

Mentre l'innalzamento d'una famiglia che doveva dominare tutto il

partito ghibellino, dava motivo a frequenti guerre nell'alta Venezia, al

mezzogiorno di questa provincia la crescente potenza d'un'altra casa,

posta alla testa de' Guelfi, veniva accompagnata da sommosse e da civili

discordie. Fra i territorj di Padova, di Ferrara, di Verona e di Vicenza

possedeva il marchese d'Este le borgate d'Este, Montagnana, Badia, ed il

Polesine di Rovigo. Alcune sono poste sopra colline isolate che

soprastanno alle ricche pianure della Venezia, ed il Polesine è difeso

dal corso di due gran fiumi, l'Adige ed il Po. Il marchese d'Este erasi

giovato della vantaggiosa situazione delle sue terre per conservarsi

indipendente in mezzo alle potenti repubbliche che lo circondavano;

erasi inoltre guadagnato l'amore de' suoi vassalli con un giusto e

moderato governo; ed aveva loro permesso di partecipare del favore

d'un'amministrazione repubblicana, eleggendosi i loro consoli[287]. La

casa d'Este alleata di quella de' Guelfi duchi di Baviera e Sassonia,

poi di Brunswik, sempre rivale della casa di Svevia, aveva già dato

prove del suo attaccamento alla causa dei papi in occasione delle

vertenze loro con Federico Barbarossa, quand'ella fu impensatamente

chiamata all'eredità d'un altro capo dello stesso partito.

[287] Veggansi diversi trattati tra il marchese ed i suoi sudditi,

_Antiquit. Ital. Dissert. XLV, t. IV, p. 42. 45._ e seguenti _ad

ann. 1198_, e 1204.

Guglielmo Marchesella degli Adelardi capo della parte guelfa in Ferrara,

quello stesso che abbiamo veduto salvare Ancona, poco dopo questa

gloriosa impresa, ebbe la sventura di vedere successivamente perire gli

ultimi eredi maschi di sua famiglia, suo fratello con tutti i suoi

figliuoli. Di questo fratello sopravvivea però una fanciulla in ancor

tenera età chiamata Marchesella: egli lasciolla erede di tutti i suoi

averi, sostituendole, in caso che morisse senza prole, i figliuoli di

sua sorella. Credette poscia che le sventure di sua famiglia potrebbero

consolidare almeno la pace della patria, riavvicinando con istretti

vincoli i capi delle contrarie parti. Salinguerra, figliuolo di

Torrello, era allora capo dei Ghibellini di Ferrara; e Guglielmo non

contento di destinargli sposa sua nipote, allora in età di sette anni,

la pose nelle sue mani, lasciando allo sposo la cura della di lei

educazione; poi spirò[288]. Ma i Guelfi non acconsentirono che l'unico

rampollo d'un sangue loro tanto caro si dasse in balìa ad una famiglia

nemica: nè sapendo risolversi ad affezionarsi a coloro, contro i quali

eransi lungo tempo battuti, trovaron modo di rapire all'improvviso

Marchesella dalla casa de' Salinguerra, e di condurla in quella dei

marchesi d'Este, offrendola in isposa ad Obizzo d'Este, cui diedero

anticipatamente il possesso dei beni di Adelardo. Allora fu che la

famiglia estense si stabilì in Ferrara e che accettò la prima volta i

diritti di cittadinanza in un comune: ma il favore de' Guelfi di Ferrara

giovò assai più alla sua grandezza, che la passata indipendenza. Dopo

tal epoca la casa d'Este fu così universalmente riconosciuta capo della

parte guelfa, che in tutta la Venezia si chiamò _fazione del marchese_.

[288] _Chronica parva ferrariensis, t. VIII, p. 481. — Chronic.

Fratr. Francisci Pipini, l. I, c. 46. t. IX, p. 628._

L'interesse particolare taceva in faccia allo spirito di partito.

Marchesella morì avanti che si effettuasse il suo matrimonio, ma non

pertanto i nipoti di Guglielmo, che le erano stati sostituiti, non

riclamarono l'eredità di Adelardo per timore che, spogliando la casa

d'Este di tanta parte delle sue ricchezze, non s'allontanassero da

Ferrara con gravissimo pregiudizio della parte guelfa. Dall'altro canto

i Salinguerra avevano vivamente sentita l'ingiuria loro fatta; e dal

1180 in cui fu loro tolta la giovanetta sposa, fino al 1220, mantennero

viva la guerra civile entro le mura di Ferrara. Dieci volte in tale

periodo di tempo una parte cacciò l'altra di città, dieci volte le

proprietà dei vinti furono preda dei vincitori e le case distrutte fino

ai fondamenti[289].

[289] _Chron. parva Ferrar. p. 481._ Di queste guerre civili scrisse

estesamente Gio. Battista Pigna nella sua _storia de principi

d'Este. Venez. 1572. in 4.º l. II, p. 161, e segu._ Ma il suo

racconto abbonda di così grossolani errori, che non si può

prestargli veruna fede.

Mentre la libertà delle repubbliche della Venezia, o Marca trivigiana,

veniva così crudelmente compromessa dalle torbide passioni dei loro

gentiluomini, ed il loro governo declinava in oligarchia irregolare, le

repubbliche transpadane di Bologna, Modena, Reggio, Parma e Piacenza

consolidavano ogni giorno più la loro indipendenza ed acquistavano una

assoluta superiorità sulla nobiltà castellana del loro territorio. Negli

annali di Reggio, che di quest'epoca sono più circostanziati di quelli

delle altre città, trovasi ogni anno accennato alcun trattato fra

qualche gentiluomo ed il podestà, con cui sottomettonsi castelli alla

repubblica[290]. Il gentiluomo obbligavasi con simile atto a consegnare

la sua terra alla città di Reggio, a vivere almeno due mesi in città,

adempiendo a tutti i doveri di cittadino, sia coll'ubbidire ai

magistrati della repubblica, che contribuendo con tutte le forze alla

difesa delle persone, dei diritti e delle proprietà de' suoi nuovi

concittadini. Gli annali di Bologna contengono un ancora maggior numero

di somiglianti sommissioni, ed oramai queste repubbliche non avevano più

nel proprio territorio gentiluomini da loro indipendenti. I loro stati

confinavano tutti con quelli di altre repubbliche, ed i nobili associati

alla sorte loro, invece d'esser rivali, formavano un nuovo ordine di

cittadini. Vero è che quest'ordine addossandosi le prerogative onerose a

tutta la nazione, eccitava già la gelosia del popolo. I Bolognesi

avevano nel 1192 nominato il proprio vescovo Gerardo de' Scannabecchi in

pretore ossia podestà, il quale prelato li governò nel corso di un anno

con tanta saviezza e moderazione, che tutte le parti ne rimasero

egualmente soddisfatte[291]. Il susseguente anno fu perciò riconfermato

nell'impiego; del che i nobili non tardarono a dolersene, dicendo che i

soli plebei erano da lui favoriti, e che, per poco che ancora durasse il

suo governo, l'autorità dei gentiluomini riducevasi a nulla[292]. Prese

perciò le armi, lo cacciarono fuori della città, nominando in sua vece

due consoli. Questo primo segno della loro gelosia, questa prima

chiamata alla decisione delle armi sui diritti dei due ordini rivali

poteva essere per i nobili, che non erano i più forti, di troppo

pericoloso esempio. Poteva il popolo a vicenda riacquistare coi mezzi

medesimi quell'influenza che di presente gli si toglieva, poteva

cacciare i nobili stessi dalla città; ed infatti quest'esempio fu

cagione che in un'altra repubblica si facesse ciò che i Bolognesi

potevano fare.

[290] _Memoriale Potestatum Regiensium t. VIII, p. 1077 et seguent._

Negli _Annales Veteres Mutinenses_, e nel _Chronicon Parmense_ non

trovansi rispetto al XII secolo che i nomi dei consoli e dei

podestà: ma il Muratori diede nella prefazione al Malvezzi _t. XIV,

p. 774_, due carte di gentiluomini che in tale epoca sottomettonsi

alla repubblica di Modena.

[291] Uno storico di Bologna riferisce sotto l'amministrazione di

Gerardo una leggenda che mi sono fatto lecito di riferire in questo

luogo, come prova dei costumi e della credulità di que' tempi.

Una giovane vergine chiamata Lucia, non meno bella che nobile, erasi

chiusa nel monastero di santa Catterina di Bologna. Un Bolognese di

lei innamorato prendeva posto ogni giorno sotto la finestra cui ella

s'affacciava per udire la messa nella chiesa del suo convento. Lucia

osservò l'emozione del giovane nell'istante in cui ella

s'avvicinava; e rammentò le parole dettele dal vescovo nell'atto di

darle il velo: «ch'ella disgiunga per sempre i suoi occhi da quelli

degli uomini;» onde si credette obbligata a Dio di nascondersi

interamente agli sguardi del suo amante, il quale il susseguente

giorno vide la finestra chiusa da una gelosia che toglieva

assolutamente Lucia a' suoi sguardi. Era questo l'istante in cui

erano i Cristiani tuttavia costernati dalla perdita di Gerusalemme

ed in cui chiamavansi tutti i cuori generosi a prendere la croce.

Giurò il giovane di consacrarsi a Dio, come la sua diletta, partì

per terra santa, e nel primo incontro, spingendosi nelle prime linee

degl'infedeli, vi cercò piuttosto la morte che la vittoria.

Atterrato e fatto prigioniero, fu dai Saraceni sottoposto a crudeli

tormenti perchè rinegasse la fede. Trovandosi tra le mani dei

carnefici, gridò: «O vergine santa, o casta Lucia! Se tu vivi ancora

sostieni colle tue preghiere quello che tanto ti amò; e se ti trovi

in cielo, rendimi propizio il mio Signore!» Ebbe appena dette queste

parole, che cadde in profondissimo sonno, e quando svegliossi, si

trovò ancora carico di ferri presso al monastero di santa Cristina.

Lucia lo stava aspettando risplendente di gloria e di bellezza. —

«Lucia vivi tu ancora?» gridò egli. «Io vivo, ma della vera vita;

va, deponi i tuoi ferri sul mio sepolcro e ringrazia Iddio del

favore che ti ha fatto.» Ella era morta lo stesso giorno in cui egli

aveva abbandonato l'Europa. — _Cherubino Ghirardacci istoria di

Bologna. Lib. IV, p. 106._

[292] _Ibid. p. 102._

Il governo di Brescia era tutt'affatto nelle mani dei nobili, che

avevano successivamente strascinato il comune in varie guerre contro le

vicine città di Cremona e di Bergamo. Istigati dai Milanesi, questi

nobili vollero di nuovo, l'anno 1200, fargli prendere le armi contro i

Bergamaschi; ma il popolo, spossato da frequenti guerre, si rifiutò di

assecondare i loro ambiziosi pensieri senza suo profitto, ed invece

prese le armi per cacciare dalla città coloro che volevano costringerli

a servire; e dopo un sanguinoso combattimento, dato in mezzo alle

strade, gli obbligarono a fuggire. Rifugiatisi nel territorio cremonese

i gentiluomini bresciani formarono tra di loro una compagnia militare,

cui diedero il nome di società di san Fausto. I plebei dal canto loro

formarono pure una compagnia chiamata _Bruzella_[293]: il qual nome di

Bruzella o Brighella si conservò fino a' dì nostri, ed un plebeo

bresciano insolente coraggioso e furbo è pure una delle mascare del

teatro italiano. I nobili si collegarono colle città di Cremona, Bergamo

e Mantova, già da molto tempo nemiche della loro patria. D'altra parte

il popolo si unì ai Veronesi, e si continuò la guerra tra loro con

estremo accanimento. Anche in Padova ebbe luogo lo stesso anno una quasi

simile rivoluzione, di cui la cronaca di quella città non ci dà che la

seguente notizia. «L'anno 1200, vi si dice, i plebei tolsero ai

magistrati l'amministrazione della città e presero essi soli le redini

del governo[294].» E per tal modo le rivoluzioni dell'ultimo anno del

secolo XII parvero presagire quelle che nel corso di tutto il secolo

XIII sconvolsero l'Italia.

[293] _Jacob. Malvecii Chron. Brixian. Dist. VII, c. 81.-84, p. 894.

t. XIV._

[294] _Additam. ad Roland. Regiminum Paduæ t. VIII, p. 368._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16) · 第 11 / 22 题