CAPITOLO XI.

_Natura della lega lombarda. — Guerre dell'arcivescovo Cristiano

luogotenente dell'imperatore contro le città libere. — Assedio

d'Ancona. — Federico respinto avanti Alessandria, e battuto a

Lignago; tregua di Venezia; pace di Costanza._

1168 = 1183.

Tutti gli affari della lega lombarda prosperavano; l'imperatore era

stato vergognosamente scacciato dall'Italia ed abbassati i suoi

partigiani, e tranne una sola città, ed un solo gentiluomo, avevano

tutti dovuto abbandonare il partito reale ed abbracciar quello delle

repubbliche. Milano e Tortona, che Federico aveva voluto distruggere,

rialzavansi più floride che mai dalle loro ruine; ed una nuova città,

fondata in onta del suo potere, gli chiudeva la marca del Piemonte, la

sola che, dopo la lega della marca veronese, gli rimaneva aperta:

finalmente quantunque egli dividesse tra i suoi figli l'eredità de'

commilitoni che aveva perduti nella fatale impresa di Roma, infiniti

ostacoli incontrava nell'allestimento d'una nuova armata che lo

mettevano fuor di speranza di vincere la triplice alleanza che gli

opponevano la religione, la libertà ed il clima.

Da ambo le parti consumaronsi sei anni in approvigionamenti per nuove

guerre. Momento importante, momento unico nella successione de' secoli,

in cui l'Italia poteva fondare una repubblica federativa; momento

sgraziatamente perduto perchè non produsse che una lega passaggiera, una

semplice coalizione.

La circostanza singolarmente favorevole per formare un governo

federativo è quella di popoli liberi minacciati da potente invasione.

Dove regna la libertà, il principio della forza è l'amor di patria; e

quest'amore non è mai così appassionato, nè ricerca l'anima più

profondamente che allorquando la patria trovasi chiusa entro stretti

limiti, ed entro il ricinto delle stesse mura vi presenta la culla della

vostra infanzia, i testimonj, i compagni, i rivali tra i quali dovete

distinguervi nella carriera che unica vi è aperta, infine l'intero

stato, di cui voi ne dividete la sovranità coi vostri concittadini.

Nelle piccole repubbliche ognuno si sforza di elevarsi fino al più alto

grado cui può giungere l'uomo; e nelle repubbliche federate finchè la

libertà è minacciata da potente nemico, ogni piccolo stato che la

compone spiega tutta l'energia di cui è suscettibile. Non lentezza nelle

deliberazioni, non esitanza nelle misure, perchè un sommo interesse

maggiore d'ogni altro riunisce tutti gli animi. È forza difendersi,

vincere, rispingere l'invasione, spezzare il giogo del dispotismo.

L'entusiasmo, la di cui potenza è sempre superiore a quella d'un

governo, comunque forte si creda, riunisce gli stati separati, e dà un

centro d'azione, un centro di potenza a quell'ammasso di repubbliche che

risguardavasi come sì debole. Le fazioni che sovente dividono le città,

si calmano quando possono riuscir dannose alla indipendenza nazionale; o

se si agitano ancora, i loro movimenti rimangono stranieri

all'amministrazione generale, ed allora poco importa che trionfi l'una

fazione o l'altra, perchè la massa del popolo si dirigerà sempre verso

lo stesso scopo. Le federazioni che mancano d'unione e di forza allorchè

trattasi di conquistare lontane province, fino dalla loro nascita sono

eminentemente energiche per difendere la loro libertà[193].

[193] Il nostro autore avrebbe dovuto avvertire l'enorme

disuguaglianza delle città componenti la lega e la ricchezza del

loro territorio, potentissimi ostacoli al mantenimento di un governo

federativo. _N. d. T._

Se diamo un'occhiata alla storia di tutte le federazioni, non ne

incontreremo una sola che nata non sia nell'istante di dover respingere

l'attacco d'un oppressore; niuna che non abbia trionfato di nemici

infinitamente superiori in numero ed in forze. I re macedoni furono

vinti dagli Ateniesi, il duca d'Austria dagli Svizzeri, Filippo re di

Spagna dagli Olandesi, Giorgio III d'Inghilterra dagli Americani.

L'esempio de' Lombardi è ancora più notabile; non ebbero bisogno d'una

federazione, ma bastò loro una semplice lega mal organizzata per

iscuotere il giogo del più valoroso e potente imperator d'Occidente.

Tanto è vero che ne' piccoli stati in cui il sentimento della patria ha

tutto il suo vigore, l'amore della libertà è un'arma vittoriosa contro

il despotismo.

Una repubblica federativa in Lombardia non poteva trionfare di Federico

Barbarossa che nel modo medesimo con cui trionfò la _società lombarda_;

ma la prima dopo il suo trionfo avrebbe saputo meglio preservarsi dalle

fazioni, dalle guerre senz'oggetto, dalla corruzione, o dalla tirannia:

con una costituzione federativa l'Italia sarebbesi mantenuta libera, e

le sue porte non sarebbero rimaste sempre aperte ai conquistatori che si

fan giuoco della felicità de' popoli.

Ma il concepimento d'una costituzione federativa è una delle più elevate

ed astratte idee che possa produrre lo studio delle combinazioni

politiche. Non è quindi maraviglia che uomini appena civilizzati non

abbiano potuto afferrarla; che uomini che abborrivano il legame sociale

cui erano stati subordinati, uomini che confondevano l'idea della loro

salvezza con quella dell'indipendenza della propria città, non volessero

ad alcun patto limitare questa indipendenza e rigettassero il pensiero

di subordinare alle decisioni di un congresso straniero la pace, la

guerra, le imposte, le spese, nel tempo stesso che ricuperavano appunto

il diritto di regolare da se medesimi tutti questi oggetti. Dobbiamo

compiangerli che non abbiano saputo approfittare più vantaggiosamente

della loro situazione, ma dobbiamo ancora scusarli se non seppero

innalzarsi a quelle idee che sfuggono talvolta alle meditazioni de'

popoli assai più illuminati.

Troppo mancò alla lega lombarda perchè possa risguardarsi come una

repubblica federativa, il di cui governo centrale dirizza le relazioni

esterne, e ne mantiene la dignità; che anzi si troverà mancante,

considerandola solamente come semplice coalizione. Da alcuni atti

originali di adesione alla società lombarda, che ci sono stati

conservati, vediamo che i confederati promettevano soltanto di non far

pace o tregua coll'imperadore e suoi partigiani e di non rallentare la

guerra contro di lui senza l'assenso di tutti[194]; promettendo, se

Federico scendesse ancora in Italia, d'impugnare le armi contro di lui e

contro i suoi aderenti finchè venisse forzato a ripassar in Germania.

[194] _Murat. Diss. XLVIII, p. 265, 266._ — Nella formola del

giuramento trovansi queste parole: _neque pacem, neque treguam,

neque guerram recruditam cum imperatore faciam_.

Niuna convenzione determinava il numero de' soldati che ogni città

doveva all'armata confederata, perchè si suppose che ciascuna

adoprerebbe tutte le sue forze per respingere il comune nemico; che

quando una delle città più esposte agli attentati del nemico chiederebbe

il soccorso delle altre, e si manderebbero tutti i soldati di cui

potrebbero disporre senza pericolo. La lega non pensò pure a formare un

tesoro pubblico, ed i federati non si obbligavano che all'eventuale

contribuzione destinata a rifare i danni della guerra, nel caso che

qualche città, soggiacesse alle armi imperiali.

La lega mancava pure di adunanze regolari, alle quali supplivano

accidentali unioni dei consoli e dei podestà delle città, che adunavansi

per prendere qualche deliberazione in comune, che poi, ritornando alla

rispettiva città, assoggettavano all'approvazione de' loro concittadini.

I membri del congresso avevano il titolo di rettori dell'associazione

delle città, e sceglievano tra di loro un presidente[195].

[195] Giuramento del reggente dell'associazione delle città in

gennajo 1176. _Murat. Ant. It. Diss. XLVIII, p. 269._

Nell'assenza dell'imperatore la lega acquistò maggior consistenza, e

stendendosi al mezzogiorno d'Italia ricevette i giuramenti delle città

della Romagna, Ravenna, Rimini, Imola e Forlì; le quali per altro non

sostennero mai con molto zelo la guerra della libertà.

L'imperatore intanto non rimaneva affatto inerte; e, mentre andava

allestendo una nuova armata per invadere la Lombardia, cercava con

segrete pratiche di separare gli alleati che voleva attaccare. Si provò

pure d'entrare in privati trattati col papa, o con Guglielmo re di

Sicilia, o con ciascuna delle città; ma tutte le proposizioni che

miravano ad isolar gli alleati, furono costantemente rigettate. (1171)

Spedì in appresso ai suoi aderenti in Italia, per tenerli a se devoti,

Cristiano arcivescovo eletto di Magonza e cancelliere dell'Impero.

Questo prelato guerriero attraversò la Lombardia con tanta rapidità, che

non si pensò pure ad impedirne la marcia; e giunto in Toscana prese

parte nelle guerre di quelle città, strettamente collegandosi con quelle

del partito imperiale; ed in tal modo ottenne di formarsi colle loro

milizie una ragguardevole armata dipendente da' suoi voleri.

Intanto i Pisani ed i Genovesi continuavano a farsi un'arrabbiata

guerra, e la loro discordia aveva divisa tutta la Toscana. Fino del 1169

i Genovesi avevano guadagnata Lucca al loro partito, ed in appresso

contrassero pure alleanza con Siena e Pistoja e col conte Guido Guerra

il più potente feudatario della Toscana[196]. I Pisani invece eransi

collegati con Fiorenza e con Prato, ed essendosi avveduti che

l'arcivescovo Cristiano, rappresentante dell'imperatore d'Occidente in

Italia, stava per i loro nemici, si rivolsero a Manuele Comneno

imperatore d'Oriente, che abbracciava con piacere tutte le occasioni di

acquistar credito presso i Latini. Essi spedirono deputati a

Costantinopoli, e Manuele ne spedì a loro; ed un'alleanza onorevole e

vantaggiosa alla repubblica fu il frutto delle loro pratiche.

L'imperator Greco rese ai Pisani le franchigie di cui godevano ne' porti

del suo impero, e si obbligò per quindici anni a pagare ogni anno alla

città di Pisa cinquecento bisanti d'oro, e due tappeti di seta e

quaranta bisanti ed un tappeto al suo arcivescovo[197]. Poteva

risguardarsi il danaro come una pensione pagata da uno stato potente ad

un debole, ma quella del tappeto, o stoffa di seta è una condizione più

straordinaria, un tributo in apparenza umiliante per chi lo dà, glorioso

per chi lo riceve; e reca sorpresa che i ministri imperiali lo

accordassero. Pure gli ambasciatori greci che dimoravano in Pisa,

ammessi in piena adunanza del popolo, convalidarono col loro giuramento

questa nuova alleanza.

[196] Intorno ai dominj ed alla successione dei conti Guido veggansi

le _ricerche di Fr. Idelfonso da s. Luigi. Delizie degli eruditi

toscani t. VIII, p. 89 e 195_.

[197] _Breviar. Pisanae Hist. Rer. Ital. t. VI, p. 186._

Quando Cristiano seppe che i Pisani avevano fatto questo trattato,

s'indispose più che prima contro di loro; pure, dissimulando il suo mal

contento, visitò come ambasciatore di Federico la città di Pisa, siccome

quelle di Genova e di Lucca offrendo (1172) l'arbitramento del suo

padrone per decidere le loro liti; ma i Pisani che dovevano aver

sospetta la sua imparzialità, ricusarono l'offerta, onde l'arcivescovo

adirato li pose al bando dell'Impero, spogliandoli in pari tempo del

diritto di battere danaro e della sovranità dell'isola di Sardegna.

(1178) In luglio del susseguente anno, Cristiano finse di voler

ristabilire la concordia tra le comuni toscane, onde levò il bando

pubblicato contro di Pisa, ed essendosi portato in questa città, stabilì

avanti al di lei parlamento, ed alla presenza dei consoli delle città

rivali, i preliminari di una pace, della quale fece giurare l'osservanza

a tutti i consoli presenti. Non molto dopo convocò un'altra dieta a s.

Ginasio in Val d'Arno inferiore, ad oggetto, dicev'egli, di dar l'ultima

mano al trattato; ma quando v'arrivarono i magistrati di Pisa e di

Fiorenza, lì fece arrestare e chiudere in una carcere[198].

[198] _Cron. di Bern. Marangoni p. 436. Brev. Pis. Hist. t. VI, p.

187._

Siccome Pisa e Fiorenza non eransi ancora dichiarate contro

l'imperatore, nè avevano presa parte alla lega lombarda, avrebbe dovuto

risguardarsi come ingiusta ed impolitica la condotta di Cristiano, il

quale moltiplicava senza necessità i nemici del suo padrone[199]; pure

ottenne l'intento che si era proposto, perchè obbligò gli alleati

dell'Impero a porsi senza riserva sotto la sua dipendenza, ed a

sostenere più vigorosamente ciò che prima non era che una privata

contesa. S'egli si fosse limitato all'ufficio di mediatore, sarebbe

rimasto senza credito e senza forze: fatto capo di partito, fu posto

alla testa d'una potente armata, che allestirono i Pistojesi, i Sienesi,

i Lucchesi ed i gentiluomini della Toscana, dell'Ombria e della Romagna;

e con quest'armata si fece a devastare il territorio fiorentino.

[199] Le Cronache di Pisa accusano Cristiano d'essersi lasciato

guadagnare dall'oro de' Lucchesi.

Non tardarono i Pisani a spedire in soccorso dei loro alleati duecento

venticinque cavalli sotto il comando di due consoli; e facendo ad un

tempo una gagliarda diversione nel territorio lucchese, richiamarono i

Lucchesi a difendere il loro paese. Il 17 agosto a Ponte fosco, ed il 28

a Monte calvoli furono i Pisani vittoriosi dei loro nemici: ma non

furono ugualmente fortunati in mare, ove perdettero in un incontro avuto

colla flotta genovese più galere che i loro nemici[200].

[200] _Brev. Pisanae Hist. p. 188. An. Genuens. t. II, p. 347. e

seguenti._

Quantunque in questa prima campagna l'arcivescovo Cristiano non

riportasse alcun segnalato vantaggio, disciplinò la sua armata e la

rinforzò assoldando molti soldati tedeschi che, rimasti in Italia dopo

la ritirata di Federico, non tardarono a raggiungere gli stendardi

imperiali. In principio del susseguente anno Cristiano condusse le sue

truppe ad un'impresa di maggiore importanza.

Quantunque la città d'Ancona non avesse presa parte nella lega lombarda,

era diventata esosa all'imperatore Federico ponendosi sotto la

protezione di Manuele Comneno. Possessori del miglior porto che forse

abbia la costa orientale d'Italia, eransi gli Anconitani dedicati con

tanto profitto al commercio di Levante, che i Veneziani, i quali

pretendevano d'avere l'esclusivo dominio dell'Adriatico, eransi

ingelositi della loro concorrenza. Vero è che la repubblica veneta aveva

da principio dato il suo nome alla federazione lombarda, nè finora erasi

riconciliata coll'imperatore d'Occidente[201]: ma ad ogni modo

preponendo Cristiano a queste considerazioni l'interesse del suo

padrone, allorchè risolse d'intraprendere l'assedio d'Ancona, approfittò

della gelosia de' Veneziani, e fu potentemente soccorso[202].

[201] Eransi i Veneziani disgustati nel 1171 con Manuele Comneno, il

quale prima di dichiarar loro la guerra aveva fatto arrestare tutti

i negozianti veneti, e porre sotto custodia le loro mercanzie.

Questa nuova lite li consigliò a cercar l'alleanza di Federico,

abbandonando la lega lombarda amica di Manuele. _Jo. Cinnami Hist.

l. VI, c. 10. p. 128._

[202] Boncompagno dotto Fiorentino, che fu il primo professore di

belle lettere nell'università di Bologna, scrisse cinquant'anni più

tardi una elegante relazione di quest'assedio. Probabilmente è

questi lo scrittore indicato dal Sigonio col nome di Beno

Fiorentino. _L. V, anno 1218._ Tale relazione trovasi nel _tom. VI,

R. Ital. del Murat. p. 921_. sotto il titolo _Liber de obsidione

Anconae auctore Magistro Boncompagno Florentino_.

Il primo giorno d'aprile del 1174 una flotta veneziana provveduta di

baliste e di altre macchine guerresche entrò nel porto d'Ancona per

assediar la città dalla banda del mare, mentre l'arcivescovo di Magonza

s'avvicinava dall'altra parte alla testa di un'armata, che aveva

ingrossata in Toscana nel precedente anno con reclute tedesche e

recentemente colle milizie d'Osimo e dei feudatari della marca[203].

[203] _Boncomp. de obsid. Anconae p. 929._

Una diramazione delle montagne del Piceno forma il promontorio su cui è

fabbricata la città d'Ancona. Questo promontorio s'avanza nell'Adriatico

da ponente a levante, e ripiegandosi presso all'estremità verso

settentrione forma un vasto seno intorno al quale s'alza la città a

guisa d'anfiteatro lungo un ripido pendìo dal livello del mare fino alla

bipartita sommità della montagna. Una delle sommità trovasi adesso

occupata da un convento di cappuccini, l'altra dalla chiesa cattedrale,

dal di cui porticato vedonsi a destra le nevose montagne della Dalmazia,

a sinistra la ridente svariata costa dell'Emilia, mentre il sole sembra

nascere e coricarsi nelle onde. Il rovescio della montagna dalla banda

dell'alto mare è tanto scosceso, che rende inutili le fortificazioni

dell'arte. Di verso terra la città è accessibile da un solo lato; e la

stessa porta conduce a Sinigaglia posta a settentrione, come a Recanati

che trovasi a mezzogiorno, ed oggi a Loreto che allora non esisteva.

Apresi questa porta sopra un angusto piano fra il porto e le montagne,

colle quali si comunica per mezzo di una seconda porta. L'apertura del

porto verso settentrione viene in parte chiuso da un antico molo, lavoro

romano, ornato da un arco trionfale eretto in onore di Trajano; ma la

bocca del porto è tuttavia troppo larga tanto per assicurare le navi dai

colpi di vento, che la città dalle aggressioni nemiche. Le galee

veneziane ne approfittarono e vennero a dar fondo in faccia allo sbarco

della città.

La prima operazione che facesse l'arcivescovo di Magonza tostochè

s'avvicinò ad Ancona, fu quella di devastarne il territorio, facendo

svellere le viti, gli ulivi, ed ogni altro albero fruttifero, e

distruggendo tutto quanto poteva servire d'alimento agli uomini. Da

principio cercarono gli Anconitani di opporsi a tanta ruina, ma non

sentendosi abbastanza forti per mantenersi in campagna, perchè era assai

limitata la popolazione della città, e di questa ancora parte trovavasi

lontana per oggetti di commercio, si videro costretti a ridursi entro le

mura, dopo aver sofferto qualche perdita.

Ancona era mal provveduta di vittovaglie, sì perchè il raccolto del

precedente anno non fu abbondante, come perchè gli abitanti non

credendosi minacciati d'assedio vicino, aspettavano il prossimo raccolto

per riempire i loro granai. Ma la presente messe fu distrutta dal fuoco

nemico senza che gli Anconitani potessero mettere nulla in salvo, ed il

porto era chiuso dalla flotta veneziana, onde a mezza estate

incominciarono a soffrire la fame. N'ebbe avviso l'arcivescovo, il

quale, quantunque avesse già accostato alle mura e baliste e torri

movibili, aveva però evitato ogni incontro, nè tentato verun assalto

contro la città. Supponendo adesso di trovare i cittadini indeboliti

dalla fame, fece suonare la carica, ed avanzar l'armata fin sotto le

mura per dare un generale assalto. I cittadini riuniti dal martellare

delle campane uscirono contro ai nemici combattendo valorosamente. La

flotta veneziana approfittando del tumulto s'accostò alla città per

isbarcare la truppa sulla spiaggia; ma avendo i consoli opposte loro le

compagnie del porto, continuarono col rimanente della milizia a

combattere contro gl'imperiali, che furono respinti fino al di là delle

loro macchine, senza che però ardissero incendiarle, venendo difese

dagli arcieri che gettavano una grandine di freccie e di sassi. Ciò

vedendo una vedova nominata Stamura, prese un legno acceso, e

lanciandosi verso le torri in mezzo alle freccie, non si ritirò finchè

non fu sicura che il fuoco appiccato alle macchine non poteva più essere

spento. Incendiate tutte le macchine d'assedio, i Tedeschi battuti

allontanaronsi dalla città, e gli Anconitani levarono dal campo molti

cavalli, di cui nutrironsi alcun tempo. Anche i Veneziani furono

costretti di ritirarsi colla perdita di molti uomini, resa più grande

pochi giorni dopo. Gli Anconitani, approfittando di un vento di mare

gagliardissimo, fecero tagliare da alcuni palombari le gomene delle

ancore, e s'impadronirono di sette navi portate dal vento sulla spiaggia

della città[204].

[204] _Boncompagni Obsidio Anconae c. 4. p. 931._

Malgrado questi passaggieri avvenimenti, la situazione degli Anconitani

diventava ogni giorno peggiore. Cercarono perciò di far la pace coi loro

nemici; e fecero offrire a Cristiano una grossa somma d'oro perchè

levasse l'assedio; ma questi rispose che aveva giurato di non accordare

capitolazione, e che non rimaneva loro verun altro partito che di darsi

essi e la città a discrezione.

Il deputato fu ammesso a render conto della sua missione in presenza dei

consoli e del consiglio generale; i quali avanti di nulla risolvere

incaricarono dodici uomini probi di prender conoscenza in tutta la città

de' viveri che ancora rimanevano e di darne conto all'assemblea. A

fronte dell'estrema diligenza adoperata dai delegati non solo nelle case

dei cittadini, ma ancora ne' ripostigli delle chiese, non trovarono che

sei sacchi di frumento e nove sacchi di grano primaticcio[205]. Pochi

giorni avanti erasi fatta ricerca di uovi per medicare le ferite, e non

se ne trovarono dodici in tutta la città, che allora aveva dodici mila

abitanti d'ambo i sessi.

[205] L'autore dice due, e tre moggia. La misura attuale d'Ancona si

chiama rubbia, e pesa seicento quaranta libbre di dodici once. Ho

supposto che sia l'antico moggio.

All'indomani i dodici delegati esposero all'assemblea il risultato delle

loro ricerche, cui i cittadini non risposero che coi gemiti. Sembrava

omai impossibile a tutti il poter sottrarsi all'infelice loro destino; e

molti proponevano d'arrendersi, altri esser meglio morire combattendo

che sopravvivere alla ruina della patria, quando un vecchio cieco di

quasi cent'anni, appoggiandosi al suo bastone, si levò in mezzo

dell'assemblea e disse: «Cittadini d'Ancona, io ero console di questa

città quando il re Lotario l'assediò con una potente armata. Pretendeva

ridurci in servitù; ma fu forzato di ritirarsi vergognosamente. Prima e

dopo di lui altri re ed imperatori che assalirono la nostra patria, non

ebbero miglior successo. Qual vergogna per noi se questa città che

resistette alla loro potenza, cedesse ora ad un prete, ed un vescovo

trionfasse dei nostri soldati? Rammentate, o cittadini, la mala fede de'

nemici e l'odio de' Tedeschi contro il nome latino: non vi sovviene più

di Milano che Federico ha poc'anzi distrutto malgrado le contrarie

promesse? e tenete per fermo che la vostra dedizione all'arcivescovo di

Magonza sarebbe il maggiore de' vostri mali. Fate adunque un estremo

sforzo per ottener soccorso dai vostri alleati; e, se non riesce,

gettiamo in mare colle nostre mani tutte le nostre ricchezze per

toglierle al vincitore, ed andiamo a morire combattendo valorosamente

contro di lui[206].»

[206] _Boncompagni Obsidio Anconae c. 10. p. 933._ I discorsi che si

attribuiscono ai personaggi storici sogliono considerarsi come

verosimili invenzioni dello scrittore: ma quand'anche il presente

fosse di Buoncompagni e non del vecchio cui viene attribuito,

l'avversione che l'autore manifesta per la servitù dei preti non

sarebbe meno notabile in un professore guelfo di Bologna, che in un

abitante d'Ancona. Sono in un modo o nell'altro le opinioni di quel

secolo, e poco monta il sapere chi le manifestasse. Ho abbreviato

alquanto il discorso, senza farvi verun altro cambiamento.

Degli alleati d'Ancona che potessero soccorrerla in così pressanti

strettezze, non eranvi che la contessa di Bertinoro della nobile

famiglia de' Frangipani di Roma, padrona del ricco feudo di Bertinoro in

Romagna[207], e Guglielmo degli Aderaldi di Marchesella, uno de' capi

del partito guelfo in Ferrara. I cittadini d'Ancona scelsero tre

gentiluomini, i quali montati sopra una barca con quanto danaro poteron

raccogliere, furono abbastanza avveduti o fortunati per uscir dal porto

bloccato dalla flotta veneziana.

[207] Il castello di Bertinoro, che già appartenne alla contessa

Matilde, è posto tra Forlì e Cesena vicino a Forlimpopoli.

Intanto la fame non era omai più sopportabile; e consumati tutti i cibi

salubri gli si sostituivano carni infette, cuoi, erbe selvatiche,

ortiche di mare che strappavansi sotto agli scogli benchè si credessero

velenose. Erano gli Anconitani in così misero stato ridotti che appena

potevan reggersi in piedi e portar le armi, e soltanto quando erano

chiamati dal martellar della campana, l'amor di patria e di libertà

rendeva loro lo smarrito vigore, e lanciavansi tra i nemici con tanta

forza ed ardire, che questi ne rimanevano sorpresi ed avviliti. Una

gentildonna giovane e bella, recandosi con un fanciullo in braccio

ch'ella allattava, presso a porta Balista, vide uno de' soldati di

guardia giacente in terra, al quale chiedendo la nobil donna perchè

rimanesse inattivo, risposele trovarsi in modo consumato dalla fame, che

non credeva poter vivere più d'un'ora. «Sono già quindici giorni,

soggiunse l'altra, che io non mangio che cuojo bollito, ed il latte

incomincia a scemarsi; pure alzati, e se il mio seno ne contiene ancora,

avvicina le tue labbra e ristorati per difendere la patria.» Il soldato

scosso da queste parole alzò il capo e vergognandosi della generosa

offerta della conosciuta gentildonna, presa la rotella e la spada si

lanciò con tanto furore tra gli assedianti, che ne uccise quattro avanti

di cadere sotto i loro colpi[208].

[208] _Boncomp. Obsidio Anconae c. 11, p. 37._

Gli Anconitani sostennero tante miserie con una costanza senza esempio,

perchè da più giorni non avevano veruna notizia de' loro deputati.

Giunti questi a Ferrara trovarono in Guglielmo Marchesella e nella

contessa di Bertinoro due fedeli e zelanti amici. Il primo, non bastando

il danaro portato dagli Anconitani per assoldare la truppa che credeva

necessaria all'impresa, obbligò tutto il suo patrimonio ed il suo

credito per una grossa somma presa a censo. Alle truppe di Marchesella

la contessa aggiunse tutti i suoi vassalli; in modo che si formò

un'armata di dodici coorti di cavalleria, cadauna di duecento uomini, e

d'un corpo ancora più numeroso di pedoni; la quale s'avanzò all'istante

per il territorio di Ravenna, da cui con uno stratagemma eransi fatti

allontanare i nemici, che ne occupavano la strada. Il quarto giorno

s'accampò sul monte di Falcognara, dalla di cui sommità scoprivasi in

distanza di quattro miglia Ancona ed il magnifico suo golfo. Quando fu

notte Guglielmo Marchesella ordinò ad ogni soldato di attaccare alla sua

lancia due o tre lumi; poi discese alla loro testa il rovescio della

montagna, facendo occupare alle sue genti la maggiore estensione

possibile. Gli avamposti dell'arcivescovo, ingannati dalla quantità dei

lumi, credettero l'armata più numerosa di quel ch'era veramente.

L'arcivescovo stesso, spaventato dalle grida di gioja dei soldati, che

facevan eco alle esortazioni di Guglielmo e della contessa, e dalle

grida degli Anconitani che dal portico della cattedrale vedevano

avanzarsi i loro liberatori, diede ordine di ritirarsi. La medesima

notte trasportò il campo sulla prima montagna del Piceno, di dove, dopo

poche ore di riposo, si rimise in cammino per entrare nel ducato di

Spoleti. I Veneziani, vedendosi abbandonati dall'armata di terra,

s'allontanarono dalla liberata città, i di cui cittadini, soccorsi dai

loro fedeli alleati, approfittarono di quel subito terrore ch'erasi

impadronito dei loro nemici, per introdurre in città tanta quantità di

viveri che non avessero ad essere affamati da più lungo assedio.

Guglielmo Marchesella lasciò presto Ancona per recarsi a Costantinopoli,

ove da Manuele Comneno fu magnificamente ricevuto e splendidamente

regalato per i soccorsi dati ai suoi protetti[209].

[209] _Boncompagni Obsidio Anconae c. 24. p. 944. — Joan. Cinnami

Hist. l. VI, c. 12. p. 131. Bisan. Ven. t. XI._ — Il Cinnamo non

parla che della contessa, e le attribuisce una compiuta vittoria

sull'armata del prelato. — _Romuald. Salernit. Chron, p. 214._

In quest'anno finalmente furono ridotti a termine i grandi apparecchi di

cui occupossi Federico nella lunga sua permanenza in Germania; ed i

Lombardi seppero in ottobre, che l'imperatore attraversava le Alpi con

un'armata non meno potente di quelle che aveva altre volte condotte

contro di loro. Dopo aver superate le Alpi della Savoja, calò in Italia

dal monte Cenisio e diede alle fiamme Susa posta a piè dell'Alpi per

vendicarsi dell'umiliazione che vi aveva sofferta sei anni prima quando

vi passò fuggiasco. Si diresse in seguito contro d'Asti, città da lungo

tempo associata alla lega lombarda[210].

[210] _Vita Alex. III, a Card. Arrag. p. 463._

I confederati preferivano all'incertezza di una battaglia generale nella

quale tutte le probabilità della vittoria erano per Federico, la

lentezza degli assedj in cui le truppe allemanne spossavansi e

s'annoiavano. Si ristrinsero perciò a mandare alcuni deputati ai

cittadini d'Asti, esortandoli a difendersi coraggiosamente e promettendo

loro che, quando stringesse il pericolo, farebbero avanzare un'armata in

loro soccorso. Ma gli abitanti d'Asti, spaventati dal numero e dalla

ferocia delle truppe condotte da Federico, e soprattutto temendo i

Fiamminghi che formavano il nerbo della sua armata, si arresero,

recandogli le chiave della città senza combattere.

Allora l'imperatore si mosse verso Alessandria, ove dovevano

raggiungerlo le milizie pavesi e quelle del marchese di Monferrato.

Intanto le piogge autunnali avevano a dismisura ingrossati i fiumi e

ritardata la marcia dell'armata imperiale; lo che accrebbe il coraggio

degli Alessandrini, che risguardarono quest'avvenimento come un soccorso

del cielo.

Ma a fronte delle piogge, delle nevi e dei rigori dell'imminente

inverno, malgrado il terreno fangoso, Federico s'accampò avanti

Alessandria. Conobbe a colpo d'occhio che la sola difesa della città

dopo il Tanaro, era la fossa che la circondava; non essendosi ancora

innalzate nè mura nè torri per sostenere i baluardi, che formati essendo

di fango e legati colla paglia, gli fecero dare il nome, che gli è

rimasto fino ai nostri giorni di _Alessandria della paglia_[211].

Lusingavasi per ciò di poterla prendere d'assalto, sicchè dopo aver

distribuite le macchine da guerra lungo i baluardi, fece suonar la

carica: ma gli Alessandrini si difesero così valorosamente, che

rispinsero gli assalitori fino al di là delle loro baliste, che furono

prese ed abbruciate, mentre i tedeschi fuggivano disordinati verso il

campo.

[211] _Romualdi Salern. Chron. p. 213._

Federico non si lasciò ributtare da questa perdita, risoluto di

continuare fino all'estremo l'assedio d'una città fabbricata in onta

sua. Invano cercarono i suoi generali di sconsigliarlo da un'impresa in

cui dovevasi più combattere contro gli elementi che contro gli uomini:

il freddo crebbe ben tosto a dismisura, mancarono i viveri al campo, e

la diserzione facevasi ogni giorno maggiore. (1175) Egli solo non si

scoraggiava, e quattro mesi continui di rigoroso inverno, sempre

contrariato dalle inondazioni, dalla fame, dalle malattie, non lo

rimossero dall'assedio che andava stringendo sempre più con maggior

ardore. Niuno dei mezzi praticati per vincere le città fu da lui

trascurato, e l'ultimo fu la mina. Egli fece aprire una galleria che

avanzavasi sotto la città: questo lavoro assai malagevole in una

stagione piovosa e più in un terreno pantanoso, fu malgrado l'estrema

sua lunghezza continuato con tanto segreto, che gli Alessandrini non se

ne avvidero che all'istante in cui le truppe imperiali uscivano dalla

galleria nella pubblica piazza. Ma prima di questo avvenimento, gli

Alessandrini, dopo un assedio di quattro mesi, avevano chiesto soccorso

alla lega lombarda.

La dieta erasi adunata in Modena, ove fu appena informata dello stato

d'Alessandria, che determinò di far levare l'assedio e di

approvvisionarla. Ordinò pertanto di far marciare tutte le truppe delle

repubbliche alleate, facendo tener dietro all'armata un convoglio di

vittovaglie. Il contingente di tutte le città in cavalleria, in fanteria

e danaro per far acquisto di viveri, fu tosto stabilito, ed i consoli di

tutti i comuni ne giurarono l'esecuzione. A mezza quaresima l'armata

alleata trovossi unita presso Piacenza, di dove si pose in cammino

accompagnata da un convoglio di carri, mentre un altro convoglio di

battelli rimontava le acque par raggiungerlo sulle rive del Tanaro. La

domenica delle palme i confederati s'accamparono presso Tortona in

distanza di sole dieci miglia dal quartier generale di Federico; il

quale, avvertito del loro arrivo, e disperato[212] di veder andata a

vuoto un'impresa cui sembrava attaccato il suo onore e la sua potenza,

scese fino al tradimento. Egli offrì agli assediati una tregua per

celebrare il venerdì santo, e mentre questi riposavansi sicuri sulla

santità del giuramento, fece entrare a notte non molto innoltrata i suoi

soldati nella città per la mina che aveva fatto aprire[213]. Per buona

sorte le scolte repubblicane s'accorsero del tradimento, e chiamarono

all'armi i cittadini. Lo sdegno accresceva le forze degli assediati.

Tutti i Tedeschi entrati in città furono uccisi o forzati di

precipitarsi dai bastioni, e coloro che trovavansi nella galleria della

mina soffocati dal terreno che si fece smottare. Gli Alessandrini

aprirono in seguito le porte, e gettandosi furibondi sulle truppe

imperiali le fugarono, ed incenerirono la torre di legno preparata per

attaccare le loro fortificazioni.

[212] _Sigonius de Regno Ital. Lib. XIV, p. 326._

[213] _Vita Alex. III p. 464 — Sire Raul p. 1292 — Romualdi Saler.

Chron. p. 213 — Trist. Calchi Hist. patr. Lib. XII, p. 227 — Ottob.

Scribæ Annal. Genuens. l. III, p. 552 — Olio de Sancto Blasio c. 25.

p. 881._

Federico respinto dagli assediati, e minacciato dall'armata lombarda,

non poteva più lusingarsi di ridurre Alessandria in suo potere; onde la

susseguente notte fece metter fuoco al suo campo, ed il giorno di Pasqua

s'avviò verso Pavia. I confederati erano accampati in luogo di poter

impedirgli il passaggio, e la loro armata assai più numerosa

dell'imperiale ne assicurava la disfatta ove fosse stata costretta di

venire a battaglia. Ma Federico si credette guarentito dal rispetto che

imprimeva ancora la dignità imperiale sull'animo di nemici poc'anzi suoi

sudditi, persuadendosi che non lo avrebbero attaccato i primi, e

l'avvenimento giustificò i suoi calcoli.

Quando i Lombardi videro le truppe imperiali avvicinarsi a bandiere

spiegate, si disposero a sostenere l'urto de' Tedeschi, ma mentre

credevano d'essere attaccati, videro i Tedeschi far alto, ed occuparsi

come fossero amici a piantare il loro campo. I Lombardi esitarono un

istante, e dubitando di farsi colpevoli di lesa maestà, se attaccavano

il loro imperatore che s'avanzava confidentemente in mezzo a loro,

lasciarono passare la giornata senza decidersi.

La susseguente mattina alcuni nobili, che non erano sospetti ad alcuna

parte, si fecero a trattar di pace. L'imperatore rispose alle proposte

loro, «che, salvi i diritti dell'Impero, era disposto di porre in

arbitrio di giudici scelti dalle parti le contese che aveva co' suoi

sudditi.» L'armata lombarda rispose dal canto suo, «che, salva la

devozione dovuta alla chiesa romana, e la libertà per cui le città

confederate avevano prese le armi, era disposta a sottomettersi al

giudizio degli arbitri.» Furono in conseguenza nominati sei commissarj,

ai quali le parti affidarono la decisione della loro contesa. I più

principali dei Lombardi furono in seguito presentati all'imperatore, che

li ricevette in un modo assai lusinghiero. Si convenne da ambo le parti

di licenziare le armate; e l'imperatore s'affrettò di congedare la sua,

ritirandosi col seguito delle sole guardie e della famiglia a Pavia ove

si riposò dalle fatiche sostenute in una campagna d'inverno. I Lombardi

presero la strada di Piacenza per restituirsi alle proprie case, e

quando giunsero presso questa città si scontrarono nei Cremonesi che

preceduti dai loro consoli s'avanzavano per raggiungerli[214].

[214] _Vita Alex. III, p. 465._

Erano i Cremonesi da lungo tempo rimproverati di lentezza negli affari

della lega, e l'antica amicizia ch'ebbero coi Pavesi li ritraeva

dall'entrare in battaglia contro di loro. Non pertanto quando seppero

essersi conchiuso l'accordo senza di loro, vergognaronsi della propria

lentezza; ed il popolo in particolare, temendo di essere a parte della

vergogna del proprio governo, in un movimento di furore corse alle case

dei consoli, e le smantellò, affidando a nuovi magistrati le redini del

governo.

L'imperatore parve che si studiasse di accrescere i sospetti che la

condotta dei Cremonesi poteva far nascere nell'animo de' confederati,

indicando i loro consoli come _sopr'arbitri_, promettendo di rimettersi

alla loro decisione quando non andassero d'accordo i sei conciliatori

scelti nel campo di Tortona. I rettori che segnarono a nome della lega

lombarda il compromesso fatto coll'imperatore, furono Ezzelino da Romano

padre del feroce Ezzelino, ed Anselmo da Dovara, padre di Buoso, emulo e

compagno di questo tiranno. È cosa veramente notabile che il primo

trattato fatto coll'imperatore per guarentia della libertà dei comuni

sia stato firmato a nome di questi dai genitori dei due più famosi capi

del partito imperiale, dei due più feroci oppressori delle

repubbliche[215].

[215] _Compromissum Federici I. et civitatum ap. Murat. Ant. Ital.

Dissert. XLVIII, p. 275._

E perchè lo stesso trattato che doveva ristabilire la concordia tra

l'Impero e le città lombarde rendesse altresì la pace alla Chiesa,

Federico scrisse al papa di mandargli tre legati per trattare con lui,

designandoglieli egli medesimo. Furono questi il vescovo di Porto,

quello d'Ostia ed il cardinale di san Pietro _ad vincula_[216]. I quali

prelati, muniti dei pieni poteri della Santa Sede, si portarono a Lodi

ov'erasi adunata una dieta de' rettori delle città lombarde; ed in

seguito passarono a Piacenza. Quando l'imperatore seppe ch'erano giunti

nelle vicinanze di Pavia, gli fece invitare alla sua corte, ove

onorevolmente li ricevette.

[216] _Romualdi Salern. Chronic. p. 214._

La prima loro udienza fu pubblica. Federico aveva fatto innalzare il suo

trono sulla gran piazza di Pavia, ove, circondato da' suoi principi,

rivolse la parola ai legati in lingua tedesca, invitandoli con gentili

maniere ad esporre i motivi della loro missione. Intanto i Pavesi

trovavansi riuniti in parlamento. Allorchè l'interprete ebbe tradotto il

discorso dell'imperatore, il vescovo d'Ostia, avanzatosi in mezzo

dell'assemblea, con aspri e duri modi non sempre stranieri agli

ecclesiastici, dichiarò di non poter rendere all'imperatore il saluto

finchè lo vedeva ostinarsi nello scisma e nell'impenitenza; quindi

riandò tutta l'istoria delle sue persecuzioni verso la Chiesa,

impiegando a vicenda le minacce e le preghiere per ridurlo a mutar

condotta. Il popolo adunato applaudì questo discorso, e lo stesso

Federico assicurò il legato, che, mosso dai patimenti de' fedeli, era

disposto a grandi sagrificj per mettervi fine[217].

[217] _Vita Alex. II, a Card. Arrag. p. 466._

Dopo questa pubblica udienza, i legati ed i deputati lombardi ebbero

frequenti conferenze collo stesso imperatore e co' suoi ministri, il

cancelliere, il vescovo eletto di Colonia, ed il protonotaro. Essi

dovevano procurare i vantaggi ancora del re di Sicilia e dell'imperatore

di Costantinopoli; ma in fatto furono gli affari della Chiesa intorno ai

quali rendevasi difficile ogni accomodamento, e che finalmente furon

cagione che si rompessero i trattati. Lo storico d'Alessandro III

assicura che Federico chiedeva alcune prerogative che non erano state

mai accordate a verun laico, nè pure a Carlo Magno, o al grande Ottone:

ma le pretese del papa erano a dismisura cresciute dopo questi due

imperatori, e Federico non ridomandava nè meno tutti i privilegi di cui

godettero i suoi predecessori. Ad ogni modo i legati protestarono che la

loro coscienza e le leggi della Chiesa s'opponevano ai chiesti

privilegi. Il congresso si ruppe bruscamente, e gli alleati ritornando

alle loro case guastarono le campagne de' Pavesi, de' Comaschi e dei

marchesi feudatarj. L'imperatore invece fece alcune incursioni nel

territorio alessandrino, ma senza intraprendere colle sole milizie

italiane l'assedio d'una città, innanzi alla quale le armate tedesche

avevano perduta l'antica gloria.

Mentre ancora duravano le trattative, Federico aveva ordinata in

Germania la leva d'una nuova armata, ed aveva pure invitato a prendere

le armi Cristiano arcivescovo di Magonza suo vicario nella Toscana e

nella Marca. Questo prelato alla testa delle truppe che lo avevano

servito nell'assedio d'Ancona, investì il castello di san Casciano ove

tenevano una guarnigione i Bolognesi composta di trecento cavalli, ed

altrettanti fanti sotto il comando di Prendiparte, uno de' loro consoli.

Due altri consoli, Bernardo Vediani e Pietro Garisendi, s'avanzarono

contro Cristiano colle milizie bolognesi ed ausiliarie per costringerlo

a levar l'assedio. Lo forzarono in fatti ad allontanarsi, ma caddero

poco dopo in un'imboscata, e nel corso della campagna ebbero più volte

la peggio.

(1176) Intanto Wicman arcivescovo di Maddeburgo, Filippo arcivescovo di

Colonia, e tutti i vescovi e principi di Germania cui Federico erasi

diretto, avevano adunati i loro vassalli, ed erano preparati a

soccorrerlo. Si mossero nella seguente primavera, e perchè la strada

dell'Adige era guardata dai Veronesi, s'avanzavano attraversando il

paese dei Grigioni per l'Engadina e la contea di Chiavenna fino al lago

di Como. Quando l'imperatore fu avvisato del loro arrivo in Italia,

partì segretamente da Pavia, ed attraversando sconosciuto il territorio

milanese, venne a riceverli a Como. Postosi alla loro testa in sul

finire di maggio, andò contro il castello di Legnano nel contado del

Seprio. I Comaschi militavano sotto le sue bandiere, e le milizie dei

Pavesi e del marchese di Monferrato disponevansi a raggiungerlo.

I Milanesi che trovavansi i primi esposti alle offese, mostravano una

straordinaria energia. Fino in gennajo avevano fatto rinnovare il

giuramento che gli univa alle altre città lombarde, ed assicurava loro i

comuni soccorsi. Avevano formate alcune coorti di cavalleria scelta, una

delle quali chiamata _della morte_ era composta di novecento soldati che

avevano giurato di morire per la patria piuttosto che ritirarsi; l'altra

detta del _Carroccio_ era formata di trecento giovani delle principali

famiglie, i quali con uguale giuramento eransi vincolati alla difesa del

palladio della loro patria. Gli altri cittadini divisi in sei

battaglioni seguivano le bandiere delle sei porte, e dovevano combattere

sotto gli ufficiali del proprio quartiere[218].

[218] _Sigon. de Reg. Ital. l. XIV, p. 330. — Galv. Flamma Manip.

Flor. c. 205, p. 650. — Romualdi Salern. Chron. t. VII, p. 215._

Il sabato 29 maggio i Milanesi ebbero avviso che l'imperatore non era

più di quindici miglia lontano dalla loro città. Benchè dei soccorsi che

aspettavano dai confederati non avessero avuto ancora che le milizie

piacentine ed alcune centurie scelte di Verona, di Brescia, di Novara e

di Vercelli, fecero sortire il carroccio dalla città e si mossero contro

di Federico prendendo la strada che da Milano conduce al Lago maggiore.

Fermatisi presso Barano nella pianura che divide l'Olona dal Ticino,

staccarono settecento cavalli per riconoscere il nemico; i quali non

tardarono a scontrarsi in trecento Tedeschi seguiti a poca distanza dal

grosso dell'armata. Essi li caricarono con vigore, ma dovettero

ripiegare bruscamente verso il loro Carroccio trovandosi addosso tutta

l'armata di Federico. I Milanesi vedendo avanzarsi contro di loro a

galoppo la cavalleria tedesca, gittaronsi in ginocchio e fecero la loro

preghiera ad alla voce a Dio, a s. Pietro, ed a s. Ambrogio; indi

spiegando i loro stendardi si mossero arditamente contro i nemici. La

compagnia del carroccio piegò un istante, e le truppe imperiali vi

s'avvicinarono tanto, che s'incominciò a temere che cadesse nelle loro

mani: perchè vedendolo la compagnia della morte, ripetendo ad alta voce

e con entusiasmo il giuramento fatto di morire per la patria, gettaronsi

con tanto impeto sulle truppe allemanne che atterrarono lo stendardo

imperiale. Federico stesso che combatteva nella prima linea fu

rovesciato da cavallo, e posta in fuga la colonna da lui comandata ed

inseguita dai Lombardi per lo spazio d'otto miglia. I fuggiaschi che non

caddero sotto le loro spade, dovettero precipitarsi nel Ticino, o

rendersi prigionieri. Quasi tutti i Comaschi perirono sul campo, o

perdettero la libertà per essere contro di loro più vivo l'odio de'

Lombardi, che li risguardavano quali traditori della causa comune. Tutte

le più ricche spoglie del campo rimasero ai vincitori, i quali per colmo

della loro gloria seppero ben tosto, che Federico non trovavasi coi

soldati fuggiaschi, che i suoi fedeli avevano cercata in vano la sua

persona o il suo cadavere, e che l'imperatrice rimasta a Pavia, omai più

non dubitando della di lui perdita, aveva vestito il corrotto[219].

[219] _Vita Alex. III, a Car. Ar. 467. — Sire Raul p. 1192. — Otto

de Sancto Blas. Chron. c. 13. p. 882. — Corradi Abbatis Usperg.

Chron. p. 297. Edit. Basil. 1569. — Baron. ad an. § 17. — Trist.

Calchi Hist. Patr. l. XII, p. 278._

Ma Federico non era stato ucciso nella battaglia di Legnano, come

supponevasi, e dopo pochi giorni ricomparve a Pavia, solo, avvilito,

diviso da quella florida armata con cui credeva di soggiogare l'Italia,

e che ora valicava disordinata le Alpi per salvarsi dal ferro italiano.

Abbandonato sul campo di battaglia tra i suoi nemici, sottraendosi alle

loro ricerche, ottenne dopo molti stenti di ricoverarsi nella sola città

ancora fedele.

Erano già decorsi ventidue anni da che questo monarca aveva la prima

volta devastato il territorio milanese, e, durante questo lungo

intervallo, aveva successivamente condotte o chiamate in Italia sette

formidabili armate dal fondo della Germania[220]. Per lo meno un mezzo

milione d'uomini aveva prese le armi a suo favore e sparsi torrenti di

sangue; ma dopo vittorie più strepitose che utili terminò coll'essere

disfatto in distanza di poche miglia dal luogo in cui ottenne le prime

vittorie. I pontefici romani avevano contro di lui provocate le vendette

del cielo; ed i suoi partigiani vedevano nelle proprie e nelle sue

sventure la mano di Dio. Non gli rimaneva dunque altro partito che

quello della pace, e Federico la ricercò di buona fede.

[220] Federico fece la prima impresa d'Italia in ottobre del 1154,

la seconda in luglio del 1158. L'imperatrice gli condusse una terza

armata per l'assedio di Crema in luglio del 1159. I principi

allemanni scesero in Italia colla quarta l'anno 1161, che fu quella

che distrusse Milano. Del 1166 Federico alla testa d'una quinta

armata s'avanzò fino a Roma e perdette le sue truppe per la febbre

_maremmana_, si consumò quasi tutta la sesta armata nell'assedio

d'Alessandria, e la settima finalmente fu battuta dai Milanesi a

Legnano l'anno 1176.

Spedì dunque al papa gli arcivescovi di Maddeburgo, di Magonza e di

Worms, per entrare con lui in negoziazioni. Giunti alla città d'Anagni,

ove allora risiedeva il pontefice, vennero ammessi in pieno concistoro.

In questa prima udienza Alessandro dichiarò loro in termini positivi,

ch'egli non separerebbe giammai la sua causa da quella dei Lombardi, del

re di Sicilia e dell'imperatore d'Oriente. Non pertanto nelle segreta

conferenze isolò poc'a poco i suoi interessi da quelli de' confederati.

Siccome Federico non pretendeva più dal papa nuovi privilegi, le

trattative diventavano semplicissime, nè ammettevano ulteriori

difficoltà. Gli si chiedeva che abiurasse lo scisma e gli antipapi da

lui nominati; e rispetto a ciò Federico chiedeva che dopo l'abiura anche

i prelati addetti alla sua fazione fossero ammessi in grazia della Santa

Sede e riconfermati nelle loro cariche. Tali articoli furono ben tosto

accettati dalle parti[221]. Non era così facile l'accordare gl'interessi

dell'imperatore con quelli de' Lombardi; per discutere i quali il papa

prometteva di passare in Lombardia, ove avrebbe presieduto all'adunanza

delle città confederate. Ed in pendenza di queste trattative le parti

stipularono una tregua generale per tutta l'Italia.

[221] _Vita Alex. III, p. 467._

Se l'imperatore avesse prima adottata la via delle amichevoli

trattative, non avrebbe sofferte le ultime traversie, nè perduta quella

somma influenza che poteva esercitare sulle repubbliche italiane. Si può

vederne la prova nell'apertura delle conferenze. I repubblicani non

ardivano negare gli antichi diritti dell'Impero; ed erano contenuti da

un natural rispetto verso le persone e verso le leggi, che loro

vietavano di segnare i confini dell'autorità di colui contro il quale

avevano però osato di combattere e di sconfiggerlo. Quando Federico

cessò d'essere il loro nemico, fu ancora il loro monarca. Aveva in ogni

città dei partigiani e specialmente tra i gentiluomini, che

dichiaravansi i protettori delle prerogative imperiali; e la vanità,

l'ambizione, l'avarizia non erano pienamente soddisfatte che coi favori

della corte. I partigiani di Federico adoperavansi destramente per

risvegliare fra i popoli le sopite gelosie che in addietro dividevano le

città, onde staccare alcune comuni dalla confederazione.

I Cremonesi furono i primi a sciogliersi da quel legame che aveva

salvata la Lombardia. Erano stati in ogni tempo nemici dei Milanesi, ed

alleati dei Pavesi: arbitrarie vessazioni gli avevano staccati dal

partito imperiale, ed uniti alla lega, ma col tempo indebolitasi la

memoria delle ricevute offese, il loro odio si spense: all'epoca

dell'assedio d'Alessandria i Cremonesi erano già stati notati di poco

zelo. Federico offerse loro la riconferma dei loro privilegi, di non

prender parte all'elezione de' consoli e di accordar loro parzialmente

tutto ciò che i confederati chiedevano per tutte le città, a condizione

che ritornassero all'antico partito, fidandosi al loro protettore, al

loro amico che loro stendeva le braccia[222].

[222] _Vita Alex. III, p. 469. — Istoria di Cremona d'Ant. Campi

pittore ed archit. Cremon. dedicata a Filippo IV d'Austria verso il

fine del I libro, p. 24. — Romual. Salern. Chron. p. 217._

I Cremonesi accettarono le offerte di Federico e soscrissero un atto

d'alleanza, che il loro storico Campi estrasse dagli archivj della

città. Dichiararono subito ai Lombardi che rinunciavano alla

federazione, essendo garantiti dal loro nuovo alleato di essere

potentemente soccorsi qualunque volta la lega tentasse di punire la loro

mala fede. I Tortonesi ne seguirono l'esempio; onde le altre città ed il

papa se ne sdegnarono e temettero a ragione che potesse avere le più

triste conseguenze.

(1177) Intanto il papa erasi imbarcato sulle galere del re di Sicilia

coll'arcivescovo di Salerno e col conte d'Andria che questo monarca

spediva in qualità di ambasciatori al congresso[223]. La tempesta gli

spinse sulle coste della Dalmazia a Zara[224], città non ancora visitata

da verun papa, per cui non isbarcarono a Venezia che il giorno 24 di

marzo. Il papa fu alloggiato nel monastero di san Nicolò _del Lido_.

Benchè non a Venezia, ma in Bologna dovesse tenersi il congresso, ciò

null'ostante quando l'imperatore, che trovandosi a Cesena, seppe

l'arrivo del papa a Venezia, gli rimandò i medesimi commissarj, che

avevano già trattato con lui, ad oggetto di fargli sentire come avendo

Cristiano arcivescovo di Magonza suo arcicancelliere fatta una

sanguinosa guerra ai Bolognesi, non potrebbe fermarsi in quelle città

per i maneggi di pace, senza risvegliare la loro animosità contro di

lui.

[223] Uno degli ambasciatori, Romualdo arcivescovo di Salerno,

storico da noi rammentato più volte con lode, ci ha lasciata una

assai circostanziata ed interessantissima relazione del suo viaggio

e della sua missione. Siamo ben fortunati d'averla, perchè all'epoca

presente ci abbandonano quasi tutte le guide che fin qui diressero

la nostra narrazione. Questa relazione che comincia nella cronaca di

Romualdo _t. VII, p. 217_, viene ancora riportata negli Annali del

Baronio all'anno 1177.

[224] Il soggiorno del pontefice a Zara risguardato senza dubbio

come una specie d'esiglio, diede motivo cento cinquant'anni più

tardi all'invenzione d'un favoloso racconto, ripetuto poi ciecamente

da tutti gli storici del quattordicesimo e quindicesimo secolo. Si

disse che il papa, salvandosi sul mare adriatico dallo sdegno di

Federico, venne travestito a procacciarsi un asilo in Venezia; dove,

dopo alcuni mesi che vi esercitava in un'isoletta la professione di

giardiniere, fu riconosciuto. Allora il doge ed il senato si

affrettarono di rendergli i più grandi onori; e venuto a riclamarlo

con una potente flotta Ottone figliuolo di Federico, i Veneziani lo

sconfissero e fecero prigioniero. Che per tale avvenimento Federico

risolse di far la pace; e che ricevuto in Venezia, quando s'accostò

per baciare il piede al papa, questi glielo pose bruscamente sul

capo, pronunciando queste parole: _Ambulabis super aspidem et

basiliscum et conculcabis leonem et draconem_: cui l'imperatore

rispose: _non tibi sed Petro_, ed il papa replicò: _et mihi, et

Petro_. — _Vita Alex. III, ex Amalrico Augerio Scrip. Rer. It. t.

III, p. II, p. 373. — Gio. Villani l. V, c. III. — Malavolti Istoria

di Siena p. I, l. III, p. 34. — Corio storia di Milano p. I, p. 60.

— Il Baronio che smentisce questo racconto ad an. § 4 e segu._

Questo romanzo caro ai Veneziani fu illustrato dai più celebri

pittori, che ne fecero l'argomento dei quadri che adornano la

magnifica sala del gran consiglio della repubblica. Si mostravano

non senza orgoglio agli imperatori che visitavano il palazzo di san

Marco.

La scelta del luogo in cui si aprirebbero le conferenze, era difficile e

diede argomento a lunghe discussioni. I Lombardi offerivano

l'alternativa tra Bologna, Piacenza, Ferrara e Padova, tutte città della

lega, e perciò sospette agl'imperiali. I Tedeschi invece proponevano

Pavia o Ravenna per lo stesso titolo di parzialità sospette ai Lombardi,

perchè la prima era sempre stata loro nemica, e l'altra aveva di fresco

rinunciato alla lega per fare separatamente la pace coll'imperatore.

Finalmente fu proposta Venezia i di cui interessi erano affatto separati

da quelli della lega lombarda. Vero è che da principio aveva presa parte

alla confederazione, e in appresso, senz'essersi formalmente

rappacificata coll'imperatore, aveva di concerto colle truppe imperiali

spedita una flotta all'assedio d'Ancona. Poteva perciò risguardarsi come

naturale, onde i Lombardi furono contenti di aprirvi le conferenze coi

deputati imperiali, a condizione per altro che il doge ed il popolo di

Venezia prometterebbero con giuramento di non ricevere nella loro città

l'imperatore avanti che fosse segnata la pace. Temevasi che assistendo

questo principe ad una dieta, rispetto alle persone che la componevano,

rassomigliante a quella di Roncaglia, vi ricuperasse colla sua presenza

tutte le prerogative ch'egli si era colà usurpate; e che in cambio di

ricever la legge, terminasse col darla egli all'assemblea[225].

[225] Il Muratori ne conservò, disser. XLVIII, p. 277, il documento

intorno al quale aprirono questa discussione intitolata: _Petizione

preliminare indirizzata a nostro signore l'imperatore dai rettori di

Lombardia, Marca, Venezia e Romagna_.

Il congresso s'aprì dunque in Venezia verso la metà di maggio. I

principi tedeschi, i principali prelati di Lombardia, i rettori delle

città, i marchesi ed i conti si radunarono in presenza del popolo. I

confederati vollero che s'incominciassero le trattative colla difficile

quistione dei diritti signorili controversi tra le città ed il monarca.

Essi domandavano che i diritti dell'Impero sulle città fossero stabiliti

in conformità di quelli ch'erano in uso ai tempi d'Enrico V, e volevano

in oltre che nel caso di disparere in ordine alla loro estensione si

stesse al giuramento che darebbero i consoli d'ogni città rispetto alla

pratica locale. D'altra parte convenivano espressamente intorno alla

prestazione del _fodero_ reale, o diritto di approvigionamento per

l'imperatore e suo seguito in occasione del suo passaggio; alla _pavata_

o tributo per rifar le strade quando l'imperatore andava a Roma a

prendere la corona imperiale, al diritto di _spedizione_ ossia marcia

dei vassalli sotto le bandiere imperiali. Domandavano in compenso, che

l'imperatore riconoscesse formalmente il diritto d'essere governati dai

consoli da loro scelti, che annullasse qualunque carta accordata in

pregiudizio dei loro privilegi, che sanzionasse la prerogativa di

mantenere ed accrescere le fortificazioni della propria città, che

accordasse un'assoluta amnistia del passato, che gli autorizzasse a

mantenere la confederazione lombarda, lasciando in loro arbitrio il

riconfermarla con mutui giuramenti quando loro piacesse, non escluso

pure il giuramento di difendersi contro l'imperatore o suoi successori,

qualunque volta il monarca movesse guerra alla Chiesa, o ad alcuna delle

città federate. Chiedevano ancora che l'imperatore confermasse le

sentenze pronunciate dai giudici durante la guerra, che i prigionieri

fossero vicendevolmente restituiti senza prezzo, e per ultimo che le

possessioni feudali e regali fossero mantenute _in statu quo_ secondo le

antiche costumanze attestate dai consoli.

Ben diverse erano le pretese dell'imperatore nel modo che furono

proposte a Venezia da Cristiano arcivescovo di Magonza. Lasciava in

arbitrio de' Lombardi lo scegliere una di queste proposizioni: cioè di

stare alla sentenza pronunciata contro di loro in Roncaglia l'anno 1158

dai giudici di Bologna, o di prendere per regola dei diritti rispettivi

quelli ch'erano in vigore sotto il regno d'Enrico IV[226].

[226] _Baron. ad an. §. 78. — Romuald. Archiep. Saler. Chron. p.

225._

Il console di Milano Gherardo de' Pesci che assisteva alle conferenze, e

che aveva presa la parola per i Lombardi, protestò a nome de'

confederati contro la sentenza dei giudici bolognesi, che era, com'egli

diceva, un editto dell'imperatore, e non un giudizio tra le due parti.

Rispetto alla seconda proposizione oppose, che Enrico IV, il fautore

d'uno scisma, ed il nemico dei più illustri pontefici, non era

altrimenti un re, ma un tiranno; talchè non potevansi distinguere tra le

sue azioni quelle che procedevano dalla violenza del suo carattere da

quelle che erano conformi alle reali prerogative. Dopo ciò discese alla

proposizione che avevano già fatta i Lombardi, val a dire, di regolare i

reciproci diritti dietro le costumanze ricevute duranti i regni di

Enrico V, di Lotario, e di Corrado[227].

[227] _Sire Raul p. 1192, 1193 — Baron. ad an. 1177, §. 82, 85 —

Romualdus Salernit. Chron. p. 225._ — Abbiamo, è vero, uno storico

lombardo contemporaneo, Sicardo vescovo di Cremona, ma egli parlò di

questo negoziato, e della guerra che lo precedette, senza

circostanziare i fatti particolari che non avremo motivo di citarlo

altra volta. Intorno a questo trattato veggasi _Sic. Chron. t. VII

p. 602_.

Tutti gli storici lombardi, tranne Sire Raul, ci mancano a quest'epoca,

ed anche questo non consacrò più di dieci linee intorno alle conferenze

di Venezia, dimodochè siamo costretti di consultare gli scrittori

ecclesiastici, nei quali era ben naturale che venissero ommesse tutte le

ragioni delle lagnanze accennate da Sire Raul contro Alessandro per aver

mancato alla fede data ai Lombardi, ed essersi riconciliato

coll'imperatore senza provvedere alla loro sicurezza. Per lo contrario,

se dobbiamo dar fede a Romualdo di Salerno che assistette a queste

conferenze come ambasciatore del re di Sicilia, Federico non acconsentì

alla tregua che il papa proponeva per accomodamento, se non quando il

papa gli accordò il godimento per quindici anni dell'eredità della

contessa Matilde[228].

[228] _Sire Raul, p. 1192-1193 — Romualdus Salernit., p. 223 —

Baron. §. 82, 85._

Ad ogni modo sembrava che una tregua potesse essere il solo mezzo di dar

la pace all'Italia, poichè non era possibile di convenire intorno alle

opposte pretese e conchiudere un trattato definitivo. Alessandro propose

perciò una tregua di quindici anni col re di Sicilia, e soltanto di sei

coi Lombardi. Federico, senza rifiutarvisi positivamente, chiedeva

d'avvicinarsi al congresso per facilitarne i trattati. Di consenso del

papa abbandonò la Pomposa, delizioso palazzo in cui faceva la sua dimora

presso Ravenna, per istabilirsi a Chiozza; ma quando si seppe essere

arrivato in questa città posta nella laguna alla distanza di sole

quindici miglia da Venezia, quei Veneziani che favorivano la sua parte,

importunavano il Doge perchè lo ricevesse nella capitale; rimostrando

non potersi senza indecenza lasciare il capo dell'Impero esigliato in

una miserabile bicocca; che avendo Alessandro acconsentito che venisse

fin là, non aveva più ragione d'impedire ch'essi soddisfacessero al

dover loro, accogliendolo in una maniera conforme alla sua dignità[229].

Federico, avvisato di questi movimenti, ricusò a bella prima di

sottoscrivere i due trattati che gli si presentarono; ma quando seppe

che il papa e gli ambasciatori siciliani per timore della sua venuta

disponevansi ad abbandonare Venezia, approvò gli articoli convenuti dai

suoi plenipotenziari. Il giorno 6 luglio, il conte Enrico di Dessau

giurò, per parte dell'imperatore ed in suo nome, una pace perpetua colla

Chiesa, una pace di quindici anni col re di Sicilia, ed una tregua di

sei anni da incominciarsi il primo agosto seguente coi Lombardi[230].

Durante questa tregua, i beni e le persone dei membri della lega

dovevano godere ne' domini imperiali di una piena sicurezza e degli

avvantaggi che vi si godono in tempo di pace; ed a vicenda le stesse

immunità venivano accordate ai sudditi dell'imperatore nelle terre de'

Lombardi. I consoli ed i consigli di credenza così delle città

confederate, come di quelle che stavano per l'imperatore, dovettero

giurare nella pubblica assemblea, ed a nome del popolo, che

osserverebbero la tregua, e non farebbero ingiuria nè alle persone nè

alle proprietà.

[229] _Romualdi Salern. Chron. p. 226._

[230] _Baron. Ann. §. 29 — Instrumentum treguæ apud. Murat. Antiq.

Ital. disser. XLVIII, p. 283._

Fu ancora convenuto che ogni città dei due partiti nominerebbe due

arbitri _Treguari_, ossia difensori della tregua, che avrebbero il

carico di terminare le contese che potessero aver luogo tra i membri

delle opposte parti, cosicchè per particolari ingiurie niuna persona

potrebbe avanti che siano terminati sei anni di tregua farsi ragione

colle armi.

Finalmente l'imperatore rinunciava in tal tempo al diritto di chiedere

il giuramento di fedeltà da verun membro della lega[231].

[231] La tregua si dichiarò comune, da una parte a Federico ed al

suo partito, cioè Cremona, Pavia Genova, Tortona, Asti, Alba,

Torino, Ivrea, Ventimiglia, Savona, Albenga, Casal sant'Evaso,

Monvelio, Imola, Faenza, Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Cesena,

Rimini, Castrocaro, i marchesi di Monferrato, Vasto e Bosco, ed i

conti di Biandrate e di Lomellina. Dall'altra parte alla società dei

Lombardi, composta a quest'epoca di Venezia, Treviso, Padova,

Vicenza, Verona, Brescia, Ferrara, Mantova, Bergamo, Lodi, Milano,

Como, Novara, Vercelli, Alessandria, Carnesino, Belmonte, Piacenza,

Bobbio, Reggio, Modena, Bologna, il marchese Malaspina e gli uomini

di S. Cassano e di Doccia.

Poichè dal conte di Dessau fu emesso il giuramento di pacificamento in

nome di Federico, e che un simile giuramento venne pronunciato dal

cappellano dell'arcivescovo di Colonia a nome de' principi del suo

partito, Alessandro sciolse dal giuramento il doge ed il popolo di

Venezia, ed acconsentì che l'imperatore entrasse in città. Sei galere

veneziane andarono subito a prenderlo a Chiozza, ed il sabato di sera 23

giugno lo condussero a S. Nicolò di Lido ove la Signoria avevagli fatto

allestire un alloggio. All'indomani mattina il papa montò sulle galere

siciliane, e coll'accompagnamento degli ambasciatori di quella corte, e

dei rettori delle città lombarde, venne a sbarcare sulla piazza di S.

Marco. Nel tempo stesso il doge Ziani, il patriarca, il clero ed il

popolo di Venezia condussero colle loro galee sulla stessa piazza

l'imperator Federico, il quale, vedendo il pontefice, si sciolse il suo

mantello, e prostratosegli avanti gli baciò i piedi. Dopo quest'atto

ricevette il bacio di pace, e quindi entrarono insieme in chiesa, ove il

popolo intuonò il _Te Deum_[232]. Terminato il divino ufficio, e

rivocata la scomunica fulminata contro il monarca ed i suoi sudditi,

Federico condusse il papa al suo cavallo, e gli tenne la staffa; indi

ricevette la briglia dallo scudiere, e preparavasi a far le veci di

questo, ufficiale in conformità del ceremoniale cui eransi sottomessi i

suoi predecessori; ma il papa vedendo che la strada che doveva ancora

fare non era breve, lo dispensò da così umiliante formalità[233]. In una

privata visita ch'egli ricevette il successivo giorno, i due capi

dell'Impero e della Chiesa felicitaronsi a vicenda della loro

riconciliazione[234].

[232] _Baron. §. 98 et 99 — Romual. Saler. Chron. t. VII, p. 231._

[233] _Vita Alexan. III. a Card. Arag., p. 471._

[234] Tra i prelati scismatici ch'entravano in tal epoca in seno

della Chiesa, contavansi i vescovi di Padova, Pavia, Piacenza,

Cremona, Brescia, Novara, Acqui, Mantova e Fano, che quasi tutti

tenevano le parti dell'imperatore, perchè le loro gregge, con cui

erano poche volte d'accordo, seguivano il partito della Chiesa.

Resa per tal modo la pace all'Italia, si sciolse il congresso di

Venezia, ed il papa si ritirò nella piccola città d'Anagni ove dopo le

turbolenze di Roma aveva stabilita la sua residenza. Ne' primi mesi del

1178, ricevette una deputazione di quel senato che lo invitava a

riprendere il governo della sua greggia, ed a rientrare nella sua

capitale. Ma perchè il papa non ardiva darsi in mano del popolo senza

che la sua persona venisse assicurata da ogni molestia, si convenne che

i senatori giurerebbero in mano del papa fedeltà alla chiesa di S.

Pietro, pel consueto omaggio; che gli ritornerebbero i diritti di

suprema signoria, e prometterebbero di non attentare alla sua libertà,

nè a quella de' cardinali suoi fratelli. Poichè queste condizioni furono

accettate da ambo le parti, i senatori si presentarono al pontefice con

tutti i magistrati di Roma, e lo accompagnarono pomposamente in

città[235].

[235] _Vita Alex. III, p. 475._

Anche Federico aveva abbandonata Venezia, e, dopo aver visitate le città

toscane che avevano per lui combattuto con tanta fedeltà, passò a

Genova, e di là per il Monte Cenisio ne' suoi stati di Germania e di

Borgogna.

I sei anni della tregua si consumarono in trattati di più stabile pace,

i quali per altro non distoglievano Federico dal tentar la fede dei

popoli confederati, staccandoli dalla lega l'un dopo l'altro, e facendo

separate paci. Poco dopo proclamata la tregua, ammise a segrete

conferenze alcuni gentiluomini trivigiani legati alla confederazione,

da' quali ricevette un giuramento di cui rimase segreto l'oggetto. Il

popolo di Treviso n'ebbe sentore, e prese le armi contro di loro quando

tornavano in città, volendo che come traditori della patria e spergiuri

fossero condannati ad ignominiosa morte. I consoli trovaron modo di

conoscere il trattato stipulato da questi gentiluomini, e ne diedero

parte alla dieta della lega, la quale avendo dichiarato manifesto il

tradimento, condannò i colpevoli a severo castigo, e pensò a

precauzionarsi contro i maneggi della fazione imperiale[236].

[236] _Vita Alexan. III. p. 473._

Non perciò ottenne di sventarne tutte le trame. In febbrajo del 1183,

Federico rinnovò il trattato che aveva precedentemente conchiuso col

popolo di Tortona, dandogli la più grande pubblicità, onde avvertire le

altre città confederate che, prevenendo la pace generale, potevano da

lui sperare vantaggiose condizioni. Con questa carta, che tuttavia

conservasi, Federico promette di non pretendere dai Tortonesi tasse

maggiori di quelle imposte ai Pavesi proporzionatamente alle ricchezze

delle due città; promette d'annullare le infeudazioni accordate in

pregiudizio del popolo, di rinovare la pace tra lui ed i suoi vicini; di

lasciare i castellani del suo territorio dipendenti dal comune,

conservandogli il privilegio del consolato e dei diritti feudali,

siccome lo conserva al popolo di Pavia[237].

[237] _Charta reconciliationis Federici I Aug. cum populo

Dertonensis Urbis. Murat, dissert. XLVIII, p. 289._

Videsi allora staccarsi dalla lega una città che doveva alla lega la

propria esistenza, e che più di tutt'altre doveva esserle fedele.

Alessandria temeva la particolare animosità di Federico contro di lei,

perciocchè discacciato vergognosamente innanzi alle sue mura, egli

risguardava quest'avvenimento siccome un testimonio dell'odio del

popolo, e sembrava risoluto di far abbattere le fortificazioni della

città tosto che terminasse la tregua, e di rimandare i suoi abitanti

negli otto villaggi da cui erano usciti. Per mettersi in salvo dalla sua

collera, e procurarsi anticipatamente i privilegi pei quali gli altri

confederati erano ancora in disputa, i cittadini d'Alessandria

acconsentirono di sottomettersi ad una ceremonia umiliante che doveva

appagare l'orgoglio di Federico. Il quinto giorno degl'idi di marzo del

1183 promisero di sortire tutti dalla città per aspettare al di fuori

delle mura il deputato dell'imperatore che doveva introdurli di nuovo in

città, quasi loro dando una nuova patria, la quale d'allora in poi

chiamerebbesi _Cesarea_. A tali condizioni prometteva loro il diritto

d'eleggere i consoli, di averli sotto la sua protezione, e difenderli

dalle aggressioni dei loro vicini[238].

[238] _Sigonius de Regno, p. 340._ Vero è ch'egli riferisce

quest'avvenimento all'anno 1184 con manifesto errore, imperciocchè

l'anno 1183 la città d'Alessandria fu compresa nel trattato di

Costanza tra le città alleate dell'imperatore sotto il nome di

Cesarea.

Appressavasi intanto il fine della tregua senza che il trattato

definitivo fosse ancora conchiuso. Fortunatamente per la lega, che il

principe che in appresso regnò sotto il nome d'Enrico VI, desiderava che

suo padre nella vicina dieta convocata a Costanza lo associasse alle due

corone di Germania e d'Italia. Rinnovandosi la guerra in Lombardia

temeva che potesse mettersi ostacolo alla promessagli associazione, onde

si adoperò perchè si riprendessero i trattati, ed ottenne

dall'imperatore di far partire per l'Italia quattro plenipotenziari,

Guglielmo vescovo d'Asti, il marchese Enrico Guercio, il fratello

Teodorico e Rodolfo suo gran cameriere[239]. Questi deputati andarono a

Piacenza ov'erasi unita la dieta delle città e convennero intorno ai

preliminari della pace[240]. Dopo ciò indussero i consoli ed i rettori

della lega a seguirli a Costanza, ove in presenza dell'imperatore fa

data l'ultima mano al celebre trattato che porta il nome di questa

città; trattato che per lungo tempo fu la base del diritto pubblico

italiano, ed in conseguenza inserito nel corpo del diritto romano di cui

forma l'ultima parte[241]. Fu firmato dalle due parti il giorno 7 delle

calende di luglio, ossia il 26 giugno del 1183[242].

[239] _Sigonius l. XIV, p. 338._ — Il loro pieno potere presso

_Murat, dissert. XLVIII, p. 291_.

[240] Questi preliminari conservati nell'archivio di Modena furono

impressi dal Muratori nella dissertazione XLVIII, _p. 295. Antiq.

Ital._

[241] _Corpus Juris Civilis ad calcem, liber de pace Constantiæ._

[242] L'imperatore dichiara nel preambolo di questo trattato che la

sua dolcezza e la sua clemenza sono tali, che, quantunque avesse il

potere di castigare i colpevoli, ha voluto perdonar loro e far loro

del bene; che per conseguenza accoglie nell'ampiezza della sua

grazia la società dei Lombardi ed i loro fautori che una volta

offesero il suo impero. Questo è un prendere ben dall'alto le mosse

per accordar poi così importanti concessioni.

L'imperatore cedeva col trattato di Costanza alle città senza eccezione

tutti i diritti di suprema signoria ch'egli possedeva nell'interno delle

loro mura. Loro cedeva ugualmente nel rispettivo distretto tutti i

diritti signorili ch'esse avevano acquistato coll'uso o colla

prescrizione; e nominatamente accordava loro il diritto di levare

armate, fortificare le città e di esercitare nel loro circondario ogni

giurisdizione civile e criminale.

Quando si facesse luogo a contestazioni intorno ai diritti regali

riclamati dai comuni in virtù d'una prescrizione, si convenne che il

vescovo d'ogni città avrebbe l'autorità di nominare gli arbitri da

scegliersi tra i cittadini e gli abitanti del distretto, scevri da

parzialità tanto per l'imperatore che per la città. E qualora questi

arbitri non credessero di poter sentenziare intorno alle controverse

pretese portate al loro giudizio, venivano autorizzati a mutare le

prestazioni contestate contro l'annuo censo di due mila marche

d'argento, che, volendolo l'equità, potrebb'essere dall'imperatore

ridotto a minor somma.

Furono annullate tutte le infeudazioni fatte dopo la guerra in

pregiudizio delle città, e restituite senza frutti e danni tutte le

possessioni apprese. Prometteva l'imperatore di non soggiornare troppo

lungamente in una città o nel suo territorio, onde non arrecarle

pregiudizio; ed acconsentì che le città conservassero la loro

confederazione e la rinnovassero a loro beneplacito.

D'altra parte furono conservate alcune prerogative all'Impero ancora

nell'interno delle nuove repubbliche. Il consolato fu riconosciuto, ma i

consoli dovevano ricevere, bensì gratuitamente, l'investitura della loro

carica da un legato dell'imperatore, quando però in forza di una

costumanza locale non la ricevessero dal vescovo conte della città.

L'imperatore venne autorizzato a stabilire in ogni città un giudice

d'appello, cui potrebbero deferirsi le cause civili per somma maggiore

di venticinque lire imperiali[243]. Questo giudice, entrando in carica,

doveva giurare di conformarsi alle costumanze della città e di non

permettere che una causa rimanesse indecisa più di due mesi.

[243] La lira allora valeva circa lire 63 peso per peso, e lire 25

equivalevano a lir. 1575 d'Italia.

Ogni città doveva giurare di sostenere in Italia i diritti imperiali

rispetto a coloro che non erano membri della lega. Prometteva

all'imperatore di corrispondergli il _fodero_ reale quando entrava in

Lombardia, di ristabilire i ponti e riparar le strade, tanto in

occasione del suo arrivo, che del ritorno, e di preparargli un

sufficiente mercato per l'approvigionamento della sua casa e

dell'armata. Finalmente promettevano tutte le città di rinnovare ogni

dieci anni il giuramento di fedeltà[244].

[244] In questo trattato furono comprese come confederate le città

di Vercelli, Novara, Milano, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova,

Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio,

Parma e Piacenza. L'imperadore dichiarava sue alleate Pavia,

Cremona, Como, Tortona, Asti, Cesarea ossia Alessandria, Genova ed

Alba. Si lasciò Ferrara in libertà di dichiarare entro due mesi se

accedeva al trattato, dal qual favore furono escluse Imola, Castro,

san Cassiano, Bobbio, Gravedona, Feltre, Belluno e Ceneda. Venezia

non fu nominata perchè, risguardandosi affatto indipendente

dall'Impero, non volle con questo trattato sottoporsi alla più

leggiere dipendenza.

In tale maniera ebbe fine la lunga contesa della libertà d'Italia; e le

repubbliche lombarde, ch'ebbero fino a tal epoca una precaria esistenza,

furono legalmente riconosciute e costituite.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16) · 第 10 / 22 题