CAPITOLO X.

_Oppressione dell'Italia. — Lega lombarda. — Sua resistenza

all'Imperatore. — Fondazione di Alessandria._

1162 = 1168.

LA vittoria ottenuta da Federico contro la prima città d'Italia e la

punizione inflittale, si celebrarono dai partigiani dell'Impero come un

nobile e glorioso trionfo, come un luminoso atto di giustizia di un

grande monarca: i deputati delle Provincie, i vescovi, i conti, i

marchesi, i podestà, i consoli delle città s'affrettarono di recarsi a

Pavia per felicitare l'imperatore di così glorioso avvenimento; e quando

si presentò loro coll'imperatrice ornato dell'imperiale diadema, ch'egli

aveva giurato di non portare finchè non avesse soggiogati i Milanesi, fu

accolto coi più caldi applausi[151]. I Bresciani ed i Piacentini, che

vedevano nella perdita di Milano la total rovina della libertà,

cercarono, sottomettendosi alle più odiose condizioni, di calmare la

collera di Federico. Essi atterrarono le torri e le muraglie delle loro

città, ne colmarono le fosse, pagarono enormi tributi, e ricevettero il

podestà mandatogli dall'imperatore. Tutto piegava innanzi a lui, ed

universale era il terrore; sicchè poteva omai lusingarsi d'aver

assicurato il suo trono contro qualunque avvenimento. Ma il potere

fondato sul terrore non è stabile, finchè la nazione non sia

compiutamente avvilita: e quantunque in que' primi istanti estremo fosse

il terrore, il carattere lombardo non aveva ancora perduta tutta la sua

elasticità; e se piegò alcun tempo sotto l'oppressione, non fu che per

rialzarsi con maggior forza. I fuorusciti milanesi, passando d'una in

altra città, raccontavano agli uomini, com'essi una volta liberi, la

deplorabile ruina della loro patria, la caduta di quelle mura difese con

tanta bravura, l'incendio e la profanazione delle chiese, la rapina o la

dispersione delle reliquie e delle sacre immagini, e le vessazioni

d'ogni maniera che, dopo distrutta la loro città, facevansi soffrire

agli sventurati loro concittadini. Non saziavansi di andar replicando

come il vescovo di Liegi e Pietro de' Cunin, che successivamente li

governarono, non contenti di averli divisi in quattro borgate, che per

loro ordine avean dovuto fabbricare due miglia lontano dalla città,

pigliavansi le loro messi, s'appropriavano i poderi, accrescevano i

tributi, e gli sforzavano a trasportare essi medesimi i materiali della

distrutta città per innalzare castelli e palagi all'imperatore[152].

Generose lagrime cadevano loro dagli occhi quando descrivevano le

battaglie che sostennero, e que' gloriosi giorni ne' quali, in mezzo ai

pericoli e mancanti d'ogni cosa, pure credevansi ancora felici finchè

vedevansi armati per difesa della patria.

[151] _Otto Mor. p. 1105, 1107. — Trist. Calc. Hist. Patr. l. X, p.

256. — Joh. Bapt. Villan. Hist. Laud. Pomp. l. II, p. 875._

[152] _Sire Raul p. 1188. — Galv. Flam. Manip. Flor. c. 192. p. 644.

— Bern. Corio Stor. Milanesi p. I, p. 54._

Le grandi sventure sogliono soffocare le antiche nimistà: Pavia,

Cremona, Lodi, Bergamo, Como, avevano aperte le loro porte ai rifugiati.

Anche in mezzo alle guerre nazionali i legami dell'ospitalità riunivano

le famiglie delle vicine città, ed accoglievansi cordialmente a tavola

coloro contro i quali poc'anzi per onore della propria città avevano

combattuto. I racconti de' Milanesi s'imprimevano più profondamente

nell'animo degli uditori dopo che i partigiani dell'Impero

incominciarono ad esperimentare ancor essi i funesti effetti della loro

vittoria. Aveva bensì Federico permesso ai Cremonesi, ai Pavesi, ai

Lodigiani di eleggersi i loro consoli; ma aveva mandati podestà a

Ferrara, a Bologna, a Faenza, ad Imola, a Parma, a Como, a Novara, città

che pur non erano alleate ai Milanesi, o che anzi avevano mandate le

loro milizie in soccorso dell'imperatore: e quando in sul finire

dell'estate questi passò in Germania, lasciava in Italia Rainaldo

cancelliere dell'Impero, ed arcivescovo eletto di Colonia, in qualità di

suo luogotenente generale, il quale rese indistintamente più grave a

tutti i Lombardi il giogo loro imposto.

Ninna scrittura ci fa meglio conoscere il terrore da cui erano compresi

gl'Italiani, quanto gli Annali genovesi. Siccome lo storico Caffaro gli

andava dettando anno per anno, conservarono dopo tanti secoli

l'impressione del momento. Perciò lo stesso scrittore che con tanto

entusiasmo aveva descritto l'universale ardore dimostrato dai Genovesi,

quando, nel 1158, temendo d'essere attaccati dall'imperatore, rialzarono

e rinforzarono le loro mura[153], parlando adesso delle fresche vittorie

di Federico adopera le più lusinghiere frasi, chiamandolo _l'imperatore

sempre augusto, sempre trionfante, quello che innalzò l'impero al più

elevato grado di gloria_[154]. Infatti i Genovesi spedirono una

deputazione a Federico per felicitarlo della sua vittoria, ed

assicurarlo della loro sommissione. E perchè nel tempo medesimo gli

offrirono una flotta per valersene nella sua guerra di Sicilia,

ottennero da lui un atto che ci fu conservato, col quale accorda ai

consoli di Genova il diritto di chiamare sotto le loro bandiere in tempo

di guerra gli abitanti della costa ligure da Monaco fino a porto Venere,

vale a dire di quasi tutto l'attual territorio della repubblica, salva

però sempre la fedeltà che questi vassalli di second'ordine dovevano

all'Impero, ed il diritto di giustizia de' conti e dei marchesi.

Riconfermò al popolo il diritto di eleggere i suoi consoli, ed accordò

in feudo ai Genovesi Siracusa ed altri duecento cinquanta feudi nella

valle di Noto, promettendogliene loro il possesso all'istante che col

loro ajuto sarebbesi impadronito della Sicilia. Gli concesse inoltre,

con pregiudizio de' Provenzali, il privilegio esclusivo di commerciare

in tutti i luoghi marittimi, non escluso lo stato di Venezia, qualora i

Veneziani non riacquistassero la sua grazia. Li dispensò pure dal

militare per lui, tranne sulle coste della Provenza e delle due Sicilie;

e per ultimo si obbligava a non far la pace con Guglielmo re di Napoli,

o con i suoi successori senza il libero assenso de' consoli

genovesi[155].

[153] _Caffari Ann. Genuenses l. I, p. 271._

[154] _Idem. p. 278._

[155] Questo trattato viene riportato per intero dal Muratori.

_Antiqu. Ital. Diss. XLVIII. t. IV, p. 253._

Mentre con questi speciosi privilegi pareva che Federico esentasse i

soli Genovesi dal giogo che aveva posto alle altre città, si offerse

arbitro delle contese che avevano coi Pisani, perchè desiderava di

rendere la pace a due popoli, onde valersi a proprio vantaggio delle

loro armi. La guerra che al presente facevansi le due repubbliche ebbe

principio in Costantinopoli, ove ambedue avevano stabilita una colonia.

I Pisani trovandosi colà in numero di due mila, mal soffrivano nel

commercio di quella capitale la concorrenza de' Genovesi, la di cui

colonia non contava più di trecento uomini; perciò gli attaccarono, e,

senza che il governo greco, testimonio di tanta violenza, osasse

d'immischiarsi nella contesa di commercianti bellicosissimi ch'egli

accarezzava e temeva, gli spogliarono affatto e cacciarono dalla città.

I Genovesi disponevansi appunto a vendicare sul mar tirreno l'affronto

fatto ai loro concittadini quando Federico usò della sua autorità per

far loro deporre le armi. I deputati delle due città rivali dovettero

firmare in Torino una tregua colla quale s'obbligavano di non riprendere

le armi, finchè l'imperatore non pronunciasse la sua sentenza dopo

tornato dalla Germania[156].

[156] _Caffari Ann. Gen. p. 280.-283. — Breviarium Pisanæ Hist. p.

173.-174. — Uber. Fol. Gen. Hist. l. II, p. 268. — Marang. Cronache

di Pisa. Scrip. Etr. t. I, p. 387._

(1163) Quando l'imperatore tornò in Italia in sul finire del 1163, non

più come conquistatore, ma come padrone, trovò queste due città

sommamente inasprite da un nuovo motivo di discordia. Avevano i Pisani,

come si disse a suo luogo, conquistata già da un secolo l'isola di

Sardegna, e ne avevano dato in feudo le signorie a molti loro

gentiluomini. Ma questi feudatari, trovandosi lontani dalla metropoli,

eransi quasi emancipati da ogni dipendenza e resi sovrani indipendenti,

appoggiati dall'alleanza de' Genovesi che possedevano alcune fortezze in

Sardegna. Quest'isola era allora caduta quasi tutta in potere dei

quattro signori di Sallura, di Logodoro, di Arborea e di Cagliari, i

quali col titolo di giudici affettavano un fasto reale. Barisone giudice

d'Arborea che discendeva dall'antica famiglia Sardi di Pisa (posta in

possesso d'Arborea quando i Pisani conquistarono la Sardegna), essendo

di questi tempi andato a Genova, trovò che due suoi compatriotti erano

stati innalzati alle principali magistrature della repubblica. Corso

Sismondi era console del comune, e Sismondi Muscula console delle

liti[157]. Propose loro di riporre tutta l'isola sotto l'alta signoria

di Genova, a condizione d'ajutarlo ad allargare la propria autorità. A

Federico che, sempre avido di riconquistare gli antichi dominj

dell'impero romano, non aveva potuto far valere (1164) i suoi pretesi

diritti sulla Sardegna, si presentò a Fano Barisone, offerendogli di

fargli omaggio dell'isola di Sardegna e di pagargli a titolo di tributo

un canone di quattro mila marche, a condizione che l'imperatore volesse

riconoscere i suoi diritti, o piuttosto le sue orgogliose pretese, ed

investirlo del regno sardo. I consoli genovesi Corso Sismondi e Baldizzo

Ususmari, deputati del comune presso Federico, dovevano dare guarentia

per Barisone e promettere l'assistenza della loro flotta per metterlo al

possesso del nuovo regno, ch'egli doveva poi sempre mantenere ligio e

devoto alla repubblica di Genova.

[157] _Obertus Cancel. Ann. Gen. l. II. p. 292._

Tosto che i consoli pisani, che pure trovavansi alla corte di Federico,

ebbero sentore di questo trattato, riclamarono altamente contro la

concessione che l'imperatore era per fargli, rimostrando che la Sardegna

era una proprietà di Pisa e che Barisone, il quale aveva la sciocca

vanità di aspirare allo splendore della corona, era vassallo e

livellario della loro repubblica. I consoli genovesi che fino allora non

eransi più che tanto interessati alle proposizioni fatte dal giudice

d'Arborea, abbracciarono subito la sua difesa per dar peso alle loro

pretese sulla Sardegna, ed impedire che non fossero dall'imperatore

riconosciuti i titoli dei loro rivali. Ma questi, senza prendersi troppa

cura di scandagliare il merito della causa, s'affrettò d'accettare il

danaro che venivagli offerto per una corona che non gli apparteneva; e

fece stendere dai suoi notai un diploma col quale dichiarava Barisone re

di Sardegna; dopo di che domandavagli le quattro mila marche

promesse[158].

[158] _Obertus Cancel. Ann. Genuens. p. 293, 294. — Breviar. Pisanæ

Hist. p. 175, 176. — B. Marangoni Cron. di Pisa p. 394._

Il giudice d'Arborea, costretto d'imitare il fasto della corte e

largamente spendendo, aveva omai consunti que' tesori che il ristretto

vivere tra i suoi rustici vassalli gli faceva credere inesauribili. Di

modo che quando Federico gli accordò il diploma sì lungo tempo

desiderato, il nuovo re non aveva la somma convenuta. Vero è ch'egli

disponevasi a stabilire nella sua isola le imposte di cui vedeva

aggravati i popoli del continente, e protestando che i suoi sudditi,

abbagliati dallo splendore della nuova dignità, s'addosserebbero con

piacere le spese del trono, chiedeva a Federico di rientrare nella sua

isola ond'essere in grado di soddisfare in breve al suo debito; ma

l'imperatore dichiarò che non gli avrebbe permesso di allontanarsi dalla

sua corte senza aver prima mantenute le sue promesse.

I consoli genovesi che avevano favoreggiata la sua causa più per

soddisfare al loro odio contro di Pisa, che per affetto che portassero a

Barisone, si risolsero di soccorrerlo. Nè pagarono soltanto le quattro

mila marche dovute all'imperatore; che vi aggiunsero altre più

ragguardevoli somme per accompagnarlo con un'armata in Sardegna; ma

perchè risguardavano la sua persona come la sola cauzione del loro

credito, non gli permisero mai di sbarcare nella sua isola; e dopo

essere rimasto alcun tempo in faccia ad Arborea, sospettando che li

tradisse e si accomodasse di nuovo coi Pisani, lo ricondussero a Genova,

ove lo tennero prigioniero per i suoi debiti[159].

[159] _Obert. Can. p. 295.-298. — B. Maran. Cron. di Pisa p. 398._

Intanto i giudici di Gallura e di Logodora, avendo rinnovato il loro

giuramento di fedeltà ai Pisani, avevano coi soccorsi della repubblica

occupato il distretto d'Arborea e postolo a fuoco ed a sangue, di modo

che il nuovo re di Sardegna, lungi dall'assoggettarsi i suoi uguali,

aveva inoltre perduto l'antico suo patrimonio. Non però, quantunque

dimenticato più anni in prigione, lasciarono le rivali repubbliche di

battersi in mare e di distruggere i vascelli nemici e le fortezze poste

lungo le loro spiaggie.

Ma in tempo di queste guerre con Pisa erano i Genovesi interamente

travagliati da una civile discordia, di cui lo storico pubblico non ne

trascrisse le particolarità per timore di disonorare la sua patria[160].

Racconta solo che le nobili famiglie degli Avogadi e de' marchesi della

Volta, forse rivali in credito ed in potenza, eransi offese, ed avevano

strascinati gli amici nella loro contesa. Un marchese della Volta era

stato ucciso del 1165, quantunque fosse allora console; e furono

ugualmente uccisi nel susseguente anno Rubaldo Barattieri, Sismondo

Sismondi, Juscello e Scotto. E perchè l'odio delle due famiglie,

rendendosi ogni giorno più vivo, toglieva ogni speranza di

accomodamento, i consoli del 1169, per ristabilire la pace tra fazioni

sorde alle loro voci, e più del governo potenti, furono costretti di

ordire in certo qual modo una cospirazione.

[160] _Obertus Canc. p. 310._

Cominciarono dall'assicurarsi segretamente delle pacifiche disposizioni

di molti cittadini che la parentela colle famiglie rivali strascinava

loro mal grado nella lite; indi consigliatisi con Ugo, venerabile

vecchio loro arcivescovo, fecero avanti giorno chiamare dalle campane

del comune i cittadini a parlamento, sperando che la sorpresa e

l'allarme di così improvvisa chiamata, in mezzo all'oscurità della

notte, renderebbe l'adunanza e più numerosa e più tranquilla. I

cittadini nel recarsi a parlamento videro in mezzo alla piazza il loro

vecchio arcivescovo circondato da' suoi clerici in abito di cerimonia e

con torchie accese in mano, mentre che le reliquie del protettore di

Genova s. Giovanni Battista stavano colà esposte, ed i più ragguardevoli

cittadini tenevano tra le loro mani le croci supplichevoli.

Quando l'assemblea fu riunita, alzossi il vecchio prelato, e colla mal

ferma sua voce scongiurò i capi di fazione in nome del Dio della pace,

per la salute delle anime loro, in nome della patria e della libertà,

che le loro discordie menavano ad aperta ruina, a giurare sul vangelo

intera dimenticanza delle loro contese, e stabil pace. Poich'ebbe

terminato di parlare, gli araldi si presentarono a Rolando Avogado, l'un

de' capi d'una fazione che trovavasi presente all'assemblea, ed

assecondati dalle acclamazioni del popolo e dalle preghiere de' suoi

parenti medesimi, gl'intimarono di accedere al voto dei consoli e della

nazione.

Rolando stracciavasi gli abiti da dosso, e, sedutosi in sulla terra e

piangendo, chiamava ad alta voce i morti parenti che aveva giurato di

vendicare, e che non gli acconsentivano di perdonare le loro antiche

offese. E perchè non potevano ridurlo ad appressarsi al luogo ove stava

il libro de' vangeli, gli s'avvicinarono i consoli stessi, l'arcivescovo

ed il clero, i quali a forza di preghiere lo fecero finalmente giurare

sul vangelo obblio delle passate inimicizie.

Folco e Castro ed Ingo della Volta, capi della contraria parte, non

erano intervenuti all'adunanza, onde il popolo ed il clero recaronsi in

folla alle loro case, e trovaronli già commossi da quanto era stato loro

raccontato; perchè, approfittando delle loro disposizioni, li fecero

giurare una sincera riconciliazione, e dare il bacio della pace ai capi

dell'opposta fazione. In segno di allegrezza per così lieto avvenimento,

si suonarono le campane della città, e l'arcivescovo ritornato sulla

pubblica piazza intuonò il _Tedeum_ in onore del Dio della pace che

aveva salvata la patria[161].

[161] _Obertus Canc. Ann. Genuens. p. 324-327. Uberti Foliettæ

Genuensis Hist. l. II, p. 278._

Abbiamo detto che Federico era tornato in Italia del 1163 conducendo

seco la sposa, una splendida corte, ma non truppe. I Pavesi,

approfittando del terrore del di lui nome, mossi da vecchia gelosia,

vollero distruggere Tortona, onde rappresentarono all'imperatore che i

Milanesi non l'avevano rifabbricata che per mostrar disprezzo delle sue

vendette, e che una città, da lui ruinata e rifatta dai suoi più acerbi

nemici, cospirerebbe sempre coi faziosi: a queste ragioni aggiunsero

l'offerta di ragguardevole somma, ed ottennero dall'imperatore la

facoltà di atterrare fino alle fondamenta le mura della già ruinata

città. Nell'eseguire quest'imperiale rescritto non solo distrussero le

mura che potevano dare agli abitanti di Tortona un mezzo di difesa, ma

ne demolirono ancora le case[162].

[162] _Otto Mor. Hist. Laud. p. 1123._

(1164) Questo fu per altro l'ultimo atto violento che la fazione

vittoriosa si permettesse per soddisfare ad un'antica rivalità che omai

andava calmandosi. Durante la lontananza dell'imperatore, i podestà da

lui posti al governo delle diocesi avevano bruttamente abusato della

loro autorità, esigendo contribuzioni sei volte più gravi di quelle che

portavano le antiche consuetudini, e non lasciando agli abitanti del

Milanese e del Cremasco che il terzo del raccolto. Lo stesso Morena,

tanto affezionato storico dell'imperatore, depose che non eravi alcun

Lombardo il quale, rammentando l'antica libertà della sua patria, non

riguardasse come un obbrobrio le tasse cui vedevasi esposto, e non

desiderasse di vendicarsi[163]. Pure gl'Italiani avevano atteso il

ritorno dell'imperatore, lusingandosi che in allora avrebbe posto riparo

agli abusi d'ogni maniera sotto cui gemevano.

[163] Id. Ibid. p. 1127-1129. Non sappiamo per altro se Otto Morena

sia sempre l'autore di questa parte della storia, o se abbia a

quest'epoca incominciato la continuazione scritta da suo figliuolo

Acerbo. La narrazione dal padre viene senza interrompimento

continuata dal figliuolo e da uno sconosciuto, senza che possa

sapersi ove termina l'uno, ed incomincia l'altro. Acerbo Morena

militò sotto l'imperatore, e morì nella spedizione di Roma l'anno

1167. Acerbo manifesta sentimenti più generosi e più liberali del

padre.

Difatti, avvertiti i Milanesi che Federico recavasi da Lodi a Monza ove

faceva fabbricare un palazzo, presentaronsi affollati lungo la strada

che doveva tenere, ed in tempo di notte, in mezzo al fango e sotto una

dirotta pioggia, lo pregavano colle ginocchia a terra e con profondi

gemiti a trattarli con maggior dolcezza. Federico si mostrò commosso, ed

ordinò che si rilasciassero i loro ostaggi, ma avendo rimesso ai suoi

ministri l'esame delle loro lagnanze, questi ne presero anzi motivo per

aggravare di nuove tasse gli sgraziati che avevano osato di

lamentarsi[164].

[164] _Sire Raul p. 1189._

Gli abitanti della Marca veronese che non avevano quasi presa parte

alcuna nelle guerre di Lombardia, presentarono pure le loro istanze

contro queste vessazioni tanto più odiose, quanto che i ministri regi

non avevano alcun motivo di trattarli ostilmente. Pure non furono

ascoltati. Intanto essendosi l'imperatore innoltrato nell'Emilia dalla

banda di Fano, le città lombarde approfittarono del suo allontanamento

per tenere un'adunanza. Verona, Vicenza, Padova e Treviso giurarono di

sussidiarsi vicendevolmente ne' tentativi che farebbero per minorare i

diritti dell'Impero, riducendoli alla misura praticata dagl'imperatori

ortodossi predecessori di Federico. Convennero inoltre di opporsi ad

ogni usurpo del monarca, e di esaminare le prerogative che gli

appartenessero per diritto[165].

[165] Vita Alex. III a Card. Arragonio p. 456 — Se può darsi fede

allo storico greco Cinnamo (L. V, c. 13. p. 103. Bisan. t. XI),

quest'alleanza fu conchiusa ad istigazione dell'imperatore Manuele

Comneno geloso del crescente potere di Federico. Egli contestavagli

il titolo d'imperatore, e mandò Niceforo Calufi a Venezia, ed altri

agenti di minor conto nelle altre città con ragguardevoli somme di

danaro per eccitare alle armi i Lombardi in difesa della loro

libertà.

Anco i Veneziani, che da lungo tempo erano diventati odiosi a Federico,

presero parte in questa lega, che allora si credette abbastanza forte

per metter fine alle vessazioni de' governatori tedeschi: attaccò nella

Marca trivigiana que' gentiluomini ch'eransi rifiutati d'entrare nella

lega, e scacciò gli ufficiali dell'imperatore più odiosi al popolo.

Tosto che Federico ebbe notizia di tali movimenti, tornò a Pavia, ed

avendo riuniti de' Lombardi in cui più si fidava, le milizie di Pavia,

di Novara, di Cremona, di Lodi e di Como, s'avanzò alla volta di Verona

per devastarne il territorio; ma la lega veronese trasse in campagna la

sua armata, che marciò coraggiosamente contro l'imperatore. Non tardò

Federico ad avvedersi che le milizie lombarde lo seguivano di mala

voglia; e spaventato di trovarsi in loro balìa, abbandonò

precipitosamente il campo, e fuggì innanzi ai Veronesi[166]. Dopo tal

epoca tutte le città gli diventarono sospette, e perchè i marchesi, i

conti, i capitani dovevano essere naturali nemici delle città libere,

contrasse alleanza con questi, e ripartì nelle loro fortezze i suoi

migliori soldati tedeschi[167].

[166] _Acerbus Morena p. 1123._

[167] _Vita Alex. III. a Card. Arrag. p. 456._

Dopo così umiliante esperimento della sua debolezza, Federico non poteva

prolungare il suo soggiorno in Italia senza esporsi a grandissimi

rischi. Passò dunque in Germania poco dopo essersi ritirato dal

Veronese, assicurando però i suoi alleati, che sarebbe in breve tornato

con un'armata capace di mettere a dovere i sudditi ribelli.

Comunque insopportabil peso dovesse riuscire a così impetuoso carattere,

come era quello di Federico, il ritardo della vendetta, fu non pertanto

obbligato di lasciare ai Lombardi che lo avevano offeso, abbastanza di

tempo per esercitare le truppe, fortificare le città, e contrarre nuove

alleanze. L'antipapa Vittore III, che l'imperatore aveva opposto a papa

Alessandro, era morto in principio di quest'anno; ed il successore

ch'egli aveva fatto nominare, Guido da Cremona, che faceva chiamarsi

Pasquale III, non era riconosciuto da verun altro sovrano, onde Federico

trovavasi avviluppato in continui negoziati coi re di Francia e

d'Inghilterra, che lo andavano eccitando a dar la pace alla Chiesa, e

coi propri sudditi di Germania che non erano sempre disposti a

riconoscere vescovi scismatici. A tali ostacoli s'aggiunse in Germania

la guerra che rinnovossi tra le case guelfa e ghibellina, cui Federico

non poteva essere indifferente[168].

[168] _Otto de Sancto Blasio Chron. c. 18. et 19. t. VI. Rer. It. p.

875 — Conradi ab. Usper. Chron. p. 293. apud Pithaeum._

(1165) Intanto essendo morto il Vicario di Roma, papa Alessandro nominò

suo successore il cardinale di S. Giovanni e Paolo, il quale s'adoperò

per ridurre i Romani all'ubbidienza del legittimo pontefice. Per

riuscire nell'intento seppe opportunamente spargere il danaro tra il

popolo; fece entrare in Senato persone a lui affezionate, escludendone

gli scismatici; ottenne la restituzione della chiesa di S. Pietro e del

contado della Sabina ove il partito dell'antipapa aveva lungo tempo

dominato, e finalmente, a fronte dell'opposizione d'alcuni cittadini,

ottenne dalla maggioranza del popolo romano l'atto con cui spediva una

deputazione ad Alessandro per invitarlo a tornare alla sua greggia[169].

Alessandro, così consigliato dai re di Francia e d'Inghilterra, partì da

Sens ove aveva stabilita la sua dimora, e s'imbarcò a Monpellier. Spinto

dai venti a Messina, si valse di tale opportunità per rinfrescare

l'antica alleanza con Guglielmo re di Sicilia, e di là venne a sbarcare

ad Ostia. I nobili, i senatori, il clero ed il popolo gli si fecero

incontro in processione, e lo accolsero come loro pastore con

dimostrazioni sincere di rispettosa ubbidienza[170].

[169] _Vita Alex. III. a Card. Arrag. p. 456._

[170] _Ibid. p. 457. — Romuald. Saler. Chron. p. 205._

Dall'altro canto Cristiano arcivescovo eletto di Magonza, il quale era

luogotenente dell'imperatore in Toscana, erasi con un'armata tedesca

avanzato nella campagna di Roma sottomettendo Viterbo e quasi tutte le

altre città all'antipapa Pasquale; ma appena s'allontanò dalle sue

conquiste, i Romani sussidiati dalle truppe del re Guglielmo fecero

rientrare nell'ubbidienza della Chiesa quasi tutte le piazze occupate

dagli scismatici.

(1166) Guglielmo I, soprannominato il cattivo, dopo avere giovato alla

Chiesa ed alla causa della libertà, morì[171], lasciando un fanciullo

per suo successore, che fu poi chiamato Guglielmo il buono, il quale

rimase lungo tempo sotto la tutela di Margarita sua madre. Benchè

distinti da opposti nomi il padre ed il figlio tennero la stessa

condotta rispetto all'Italia, per mantenere libera la quale, siccome

richiedeva la sicurezza del loro regno, fecero causa comune col papa,

coll'imperatore d'Oriente, e colle città libere.

[171] Guglielmo I, coronato ancora vivente il padre l'anno 1150,

morì del 1166. _Romual. Saler._ p. 205. Questo storico che dopo la

congiura di Matteo Bonella fu il principale liberatore del re, fu

pure uno de' principali suoi ministri, uno dei più ricchi prelati

del regno, suo confessore, e suo medico. La sua storia di questo

assai curioso regno merita d'essere letta.

Quelle della Marca veronese facevano grandi preparativi per difendere la

propria e la libertà della Chiesa. I Veronesi ed i Padovani attaccarono

il castel di Rivoli ed il forte d'Appendoli che chiudevano i passaggi

delle montagne per cui poteva scendere Federico in Italia: ma questi,

dopo aver raccolta una potente armata, prese in autunno la strada della

Valcamonica, ed entrò in Lombardia a traverso il territorio bresciano.

Benchè ugualmente irritato contro tutte le città, che sapeva tutte a se

malaffezionate, non s'attentò di attaccarle finchè non ottenne di

dividerle con segrete pratiche. Ne' comizi adunati in Lodi nel mese di

novembre, promise di far giustizia dei torti che formavano l'argomento

delle lagnanze dei comuni, e dopo averne favorevolmente accolti i

deputati, e pacificamente congedati, s'avviò senza dar battaglia alla

volta di Ferrara e di Bologna[172].

[172] _Vita Alex. III. a Card. Arragonio p. 457._ — _Acerbus Morena

Hist. Laud. p. 1131._ — _Otto de Sancto Blasio c. 20. p. 876._

(1167) Federico per cagioni a noi ignote rallentava la sua marcia verso

l'Italia meridionale, e consumava sei mesi tra Bologna ed Ancona[173],

senza aver castigati i Lombardi che lasciavasi alle spalle, e senza

avanzarsi verso Roma che si era ribellata. I Veronesi, sempre più

vessati dai ministri imperiali, mandarono deputati a tutte le città

ugualmente maltrattate, facendole risolvere a tenere una dieta il giorno

settimo degl'idi d'aprile nel monastero di Pontida posto tra Milano e

Bergamo[174], per risolvere sul modo di provvedere alla comune

difesa[175]. Intervennero a questa dieta i deputati di Cremona, di

Bergamo, di Brescia, di Mantova e di Ferrara. I Milanesi sempre divisi

nelle loro quattro borgate vi spedirono alcuni primarj cittadini, i

quali domandarono caldamente che la dieta facesse precedere ad ogni

altra risoluzione quella di render loro la patria, affinchè non

rimanendo più esposti alle continue incursioni de' loro nemici,

potessero di nuovo unirsi alle milizie confederate per difendere la

libertà d'Italia. I deputati di tutte le città, sovvenendosi della

valorosa resistenza fatta dai Milanesi, promisero d'impegnare i loro

concittadini a rifabbricare le mura di Milano, ed a proteggere quel

popolo finchè fosse messo in situazione di potersi da se medesimo

difendere. Dopo ciò convennero intorno alla forma del giuramento

federativo, che cadaun deputato riportò alla sua patria perchè fosse

adottato dai proprj concittadini. Approvato che fosse dall'assemblea

generale d'ogni città, doveva essere ripetuto da tutti gl'individui che

la componevano. Con tale giuramento le città contraevano un'alleanza di

vent'anni, durante la quale erano tenute di ajutarsi reciprocamente

contro chiunque osasse attaccare i privilegi di cui erano in possesso

dopo il regno d'Enrico IV fino all'assunzione al trono di Federico:

promettevano pure di concorrere a compensare i danni cui potessero

andare soggetti i membri della lega nel difendere la libertà.

[173] Federico partì da Lodi l'undici gennajo ed intraprese

l'assedio d'Ancona ai primi di luglio.

[174] Pontida è posta tra Bergamo e Lecco quasi ad uguale distanza,

ed è celebre il suo monastero per questa dieta della federazione

lombarda.

[175] _Sigon. de Regn. It. l. XIV. p. 320_ — _Acerbus Mor. p. 1133_

— _Trist. Calchi Hist. Pat. l. XI, p. 268._

In tempo che i consoli delle città ed i loro deputati ritornati alle

proprie case, assoggettavano alle deliberazioni dei parlamenti generali

l'alleanza conchiusa in Pontida, i Milanesi disarmati, e divisi in

aperte borgate, temevano di essere ad ogni istante assaliti dalle

milizie pavesi, cui non erano in grado di far resistenza. Sapevano

essersi resa affatto pubblica l'inchiesta fatta all'assemblea di

Pontida, ed ogni notte poteva essere anticipatamente stata destinata dai

loro nemici per il massacro e l'incendio, e l'avvicinarsi delle tenebre

gli stringeva il cuore di spavento. Circondati da città nemiche che in

meno d'un giorno potevano mandare le loro milizie a sorprenderli, erano

pure continuamente atterriti dagli amichevoli avvisi che i Pavesi davano

ai loro ospiti milanesi[176]. Estrema era la costernazione, quando la

mattina del giorno 27 aprile del 1167 comparvero all'ingresso della

borgata di S. Dionigi dieci cavalieri di Bergamo cogli stendardi del

loro comune; e tenevan loro dietro altrettanti stendardi di Brescia, di

Cremona, di Mantova, di Verona e di Treviso. Venivano dopo loro le

milizie che portavano le armi da distribuirsi ai Milanesi[177]. Gli

abitanti delle quattro borgate riunitisi all'istante, s'avanzarono,

mettendo grida di gioja, verso la distrutta città: colà distribuironsi

tra di loro il lavoro dello sgombramento della fossa e della

ricostruzione delle mura, prima di metter mano alle loro case. Le truppe

della _lega lombarda_, che allora presero tal nome, non ritiraronsi da

Milano finchè que' cittadini non furono a portata di respingere

gl'insulti de' loro nemici, e di non temere un colpo di mano[178].

[176] _Sire Raul p. 1191._

[177] _Acta Sancti Galdini apud Bolland. 18 april. p. 594. No. 5.

notæ ad Morenam p. 1134._

[178] _Acer. Morena p. 1135_ — _Trist. Cal. Hist. pat. l. XI. p.

268_ — _Galv. Flam. man. Flor. c. 198, 201. p. 648_ — _Jacobi

Malvetii Chron. Brix. dist. VII. c. 46, p. 879, t. XIV._

La città di Pavia era così ligia all'imperatore, che niuno lusingavasi

di poterla staccare dai suoi interessi; ma la lega lombarda risguardava

come cosa di somma importanza il guadagnare alla confederazione la città

di Lodi. Questa città posta tra Cremona e Milano diventava in mano

all'imperatore una piazza d'armi troppo dannosa; perchè, occupandola

egli, potrebbe sempre a sua posta intercettare i viveri ai Milanesi, le

di cui campagne erano state in modo ruinate, che lungo tempo dovrebbero

ancora provvedersi di viveri fuori del loro territorio. I Cremonesi che

in ogni tempo furono gli alleati ed i protettori di Lodi, vennero

incaricati del trattato con que' cittadini.

I loro deputati ammessi nel consiglio di Credenza salutarono, com'era di

costumanza, a nome de' loro consoli e di tutto il popolo cremonese, i

consoli ed il popolo lodigiano; indi narrarono ordinatamente quanto essi

avevano fatto fino allora in servigio dell'imperatore, e le ricompense

che ne avevano ricevuto; giustificarono poi i progetti della lega

formata per difendere i comuni diritti, e conchiusero supplicando i

Lodigiani ad unirsi con loro per l'onore della nazione lombarda e per

riclamare unitamente il ristabilimento degli antichi loro privilegi.

Risposero concordemente i Lodigiani, che più tosto che mancar di

riconoscenza al loro liberatore, a colui che aveva rialzate le loro

mura, erano tutti disposti a sacrificare i loro beni e le loro vite.

I Cremonesi gli mandarono una seconda ambasciata, che non ebbe miglior

successo; onde esposero ai deputati riuniti, di Milano, di Bergamo, di

Brescia e di Mantova, il cattivo esito delle loro pratiche. La lega

lombarda, e specialmente queste quattro città rimanevano sommamente

esposte finchè Lodi teneva le parti dell'imperatore, onde i confederati

risolsero di ottenere colla forza ciò che le amichevoli insinuazioni non

avevano ottenuto. Allora riunirono le loro milizie, che furono precedute

da una terza deputazione de' Cremonesi, i quali aggiungendo le minacce

alle preghiere, avvertirono gli antichi loro alleati che una inevitabile

ruina terrebbe dietro all'inconsiderata opposizione ai voti de'

Lombardi.

Risposero i Lodigiani che non potevano credere che i Cremonesi, i quali

a proprie spese e colle loro mani medesime rialzate avevano le loro

mura, volessero oggi assediarle e distruggerle; che volessero massacrare

coloro che gli erano affezionati, amici, ospiti, perchè mantenevansi

costanti nel partito che anch'essi avevano fin allora sostenuto; che

Cremona era sempre stata l'alleata dell'antica Lodi fino all'epoca della

sua ruina; che aveva con tutte le sue forze protette le borgate

ov'eransi riparati i Lodigiani ne' quarant'anni della loro servitù; che

lo stesso affetto aveva fino al presente conservato alla novella Lodi.

Ma che se adesso volevano opprimere i loro antichi amici, i Lodigiani si

esporrebbero al pericolo ond'erano minacciati, piuttosto che mancare ai

giuramenti che li legavano all'imperatore loro benefattore[179].

[179] _Acerbus Morena Hist. Laud. p. 1135.-1136._

Non consentendo la comune salvezza di lasciarsi smuovere da così

toccanti preghiere, l'armata confederata intraprese l'assedio di Lodi,

facendo ben tosto soffrire agli abitanti una crudel fame. Abbandonati

dall'imperatore che, in luogo di soccorrerli, aveva seco condotta verso

il mezzo dì dell'Italia buona parte delle loro milizie, dopo avere

difesa con tutte le loro forze la sua causa, finirono coll'emettere il

giuramento della lega, ed unirsi ai confederati. Ritirandosi l'armata

che aveva assediato Lodi, attaccò il castello di Trezzo posto tra Milano

e Bergamo, ove l'imperatore aveva lasciati i suoi tesori sotto la

guardia d'una guarnigione tedesca, e presolo dopo lungo assedio, lo

distrussero fino ai fondamenti.

Così prosperi successi aggiungevano ogni giorno nuovi associati alla

confederazione, di modo che avanti che si chiudesse la campagna, la lega

lombarda comprendeva Venezia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Ferrara,

Brescia, Bergamo, Cremona, Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Modena e

Bologna[180].

[180] Giuramento dei confederati in decembre del 1167, _ap. Murat.

Diss. XLVIII, t. IV, p. 261_.

L'imperatore erasi poco prima fatti dare trenta ostaggi da quest'ultima

città, e l'aveva forzata a pagare una grossa contribuzione; ma quando

l'armata tedesca ebbe appena abbandonato il suo territorio, i cittadini

scacciarono il podestà imperiale, ed entrarono nella lega lombarda[181].

Le città d'Imola, Faenza e Forlì che i Tedeschi occuparono nel loro

passaggio, non poterono sottrarsi all'istante al loro giogo.

[181] _Sigon. de Reg. Ital. l. XIV, p. 320._

Intanto Federico era giunto ad Ancona. L'imperatore di Costantinopoli,

Manuele Comneno, adombrato dall'ambizione del monarca tedesco, aveva

stretta alleanza cogli Anconitani che facevano ne' suoi stati un

commercio assai vivo. Per ajutarli a difendersi aveva loro mandata una

guarnigione greca e molto danaro. Federico dal canto suo desiderava di

scacciare i Greci da quella città, ma perchè interessi di molta

importanza chiamavanlo a Roma, dopo alcuni infruttuosi tentativi,

vendette per una grossa taglia la libertà alla repubblica d'Ancona[182].

[182] _Vita Alex. III; a Card. Arag. p. 457._

Gli abitanti d'Albano e di Tuscolo, dichiaratisi a favor

dell'imperatore, negavano di pagare ai Romani i tributi da loro pretesi.

Un'antica animosità nutrivano i Romani contro queste due città, per

soddisfare la quale, più tosto che per vendicare la Chiesa, marciarono

alla fine di maggio contro i Tuscolani, attaccandone le mura, dopo avere

abbruciate le messi e le viti. Rayno conte di Tuscolo, troppo debole per

difenderlo, aveva implorato l'ajuto di Federico, il quale mandò in suo

soccorso Rinaldo arcivescovo eletto di Colonia, che si chiuse nella

città assediata. Non molto dopo Cristiano, arcivescovo eletto di

Magonza, ed il conte di Basville ebbero ordine di avanzarsi con mille

cavalli per obbligare i Romani a levare l'assedio; ma le milizie romane

osarono di marciare contro questa truppa che, quantunque assai minore di

numero, le superava di lunga mano per disciplina e per valore. I

repubblicani non sostennero il primo attacco, ed essendosi posti in

fuga, perdettero circa cinque mila uomini parte uccisi e parte

prigionieri. Giammai, dice lo storico di papa Alessandro che sognava

d'essere ai tempi delle guerre puniche, giammai i Romani, dopo la fatale

disfatta di Canne, avevano perduto tanta gente[183].

[183] _Vita Alex. III, a Card. Arag. p. 458._

Le milizie romane, vedendo di non poter tenere la campagna, si

affrettarono di riparare le mura della loro città, che si prepararono a

difendere; mentre il papa implorava i soccorsi del re Guglielmo, le di

cui truppe avevano già presa la strada di Roma. Questi furono gli

avvenimenti che determinarono Federico a levar l'assedio d'Ancona,

sentendo quanto importante fosse di arrivare sotto le mura di Roma prima

che venisse fortificata in modo di non temerlo. Il 24 di luglio giunse

avanti la città Leonina, e ne intraprese subito l'attacco. L'imperatore

occupò ben tosto questo quartiere della città debolmente difeso; se non

che trovò una più lunga resistenza nelle guardie del papa che guardavano

la basilica Vaticana trasformata in fortezza, che più volte resero vani

gli attacchi delle truppe tedesche. Riuscendo vana l'opera delle baliste

e delle altre macchine di guerra, Federico ordinò di dar fuoco alla

vicina chiesa di santa Maria[184], le di cui fiamme alzaronsi con tanta

violenza, che coloro che difendevano la basilica Vaticana, temendo di

vederla ad ogni istante investita, convennero di arrendersi. Il papa

spaventato abbandonò il palazzo Laterano, e si rinchiuse nel Coliseo coi

Frangipani, i quali sopra alle grandi volte di questo imponente

monumento avevano formata una fortezza che tenevasi come inespugnabile.

[184] Sonovi in Roma cinquanta chiese di questo titolo. Questa

doveva probabilmente essere quella di santa Maria della pietà in

Campo Santo, eretta da Leone IV. _Vasi Itiner. di Roma, p. 656._

Mentre Federico spingeva caldamente l'assedio di Roma, cercava di

alienare i cittadini da papa Alessandro, offrendo loro moderate

condizioni; cioè che i due competitori rinunciassero alla dignità,

incaricandosi egli di ottenere l'abdicazione di Pasquale, purchè anche i

Romani riducessero a fare tale sacrificio lo stesso Alessandro;

promettendo inoltre di lasciare poi alla Chiesa la piena libertà

d'eleggere il nuovo pontefice. A queste condizioni offriva di levare

l'assedio e di restituire ai Romani tutto quanto aveva fin allora

occupato. Nello stato in cui trovavansi gli assediati, erano queste

troppo vantaggiose condizioni per essere rifiutate; onde pregavano il

papa a fare un sacrificio reso necessario dalle circostanze. Ma

Alessandro fece rispondere dai suoi cardinali, che il sommo pontefice

non era subordinato ad alcun tribunale della terra, nè a quello dei re,

nè a quello de' popoli, nè a quello della Chiesa; e che niuna cosa lo

farebbe scendere dall'alto rango in cui Dio lo aveva collocato. E perchè

temeva che, ammutinandosi il popolo, non lo forzasse ad abdicare il

papato, fuggì segretamente dal Coliseo de' Frangipani, di dove scendendo

per il Tevere fino al mare, andò prima a Terracina, indi a Gaeta, poi a

Benevento. Come i Romani seppero la fuga d'Alessandro, trattarono di

pace coll'imperatore, ammettendo nella loro città i suoi deputati, uno

de' quali fu lo storico Acerbo Morena, ai quali prestarono giuramento

d'essere fedeli a Federico, che dal canto suo confermò i privilegi del

loro senato[185].

[185] _Vita Alex. III, p. 458. — Ann. Eccles. Baronis. an. 1167, §

11. — Acerbus Morena p. 1151, 1153. — Romualdus Salern. Chron. p.

208._

L'armata imperiale aveva incominciato l'assedio di Roma in sul finire di

luglio, quando l'eccessivo ardore dell'estate rende quel clima insalubre

ancora agli abitanti, non che agli uomini del settentrione. Perchè

mentre trovavasi accampata fuori della città, la _febbre maremmana_,

terribile malattia, la di cui violenza non è tutti gli anni uguale, si

manifestò tra i soldati, accompagnata dai più spaventosi caratteri, resi

ancora più terribili dalla loro immaginazione che raddoppiò ben tosto le

stragi della malattia: essi vedevansi sempre avanti agli occhi la chiesa

di santa Maria incenerita dalle sacrileghe loro mani, la basilica

Vaticana sottratta per caso alla medesima sorte, sulla di cui faccia

erano state distrutte dalla violenza del fuoco le miracolose immagini di

Gesù Cristo e di s. Pietro. I preti continuavano a minacciar loro le

vendette del cielo, di cui credevansi già vittima: lo scoraggiamento ed

il terrore erano i primi sintomi della malattia: uguale alla peste per

la prontezza e l'estensione de' suoi guasti, la superava nella durata

del pericolo e per lo stato di debolezza e di spossamento cui trovavansi

ridotti coloro che non morivano. Alcuni perivano lo stesso giorno in cui

cadevano infermi, altri, come accadde allo storico Morena, dopo lunghe

sofferenze. Morena si sentì assalito dalla febbre, ottenne di ritirarsi

dall'armata, e si fece trasportare in lettiga nelle vicinanze di Siena,

ove morì dopo due mesi di languore. I più distinti personaggi

dell'armata e dell'Impero caddero vittime di tanto infortunio.

L'imperatore perdette suo cugino Federico duca di Rotemburgo figliuolo

di Corrado, Guelfo duca di Baviera, Rinaldo suo arcicancelliere

arcivescovo eletto di Baviera, i vescovi di Spira, di Liegi, di

Ratisbona, di Verden, i conti di Nassau, d'Altemont, di Lippa, di

Sultzbach, di Tubinga, più di due mila gentiluomini, ed un numero di

soldati proporzionato a così illustri vittime[186].

[186] _Contin. Acerbi Morenae p. 1153, 1155. — Vita Alex. III, p.

459. — Otto de Sancto Blasio Chron. c. 20, p. 878. — Conrad. Abbas

Usperg. Chron. p. 294._

Questa terribile epidemia fu il colpo più funesto alla causa

dell'imperatore. La perdita di una floridissima armata senza combattere

lo affliggeva assai meno dello scoraggiamento universale de' suoi

sudditi, del giudizio celeste che sembrava aver rovesciato sopra di lui

e sopra i suoi partigiani le disgrazie provocate dalle scomuniche di

Alessandro. I suoi antichi commilitoni, che l'onore e l'affetto verso la

sua persona tenevano sempre a lui vicini, quelli che del 1161

vergognaronsi di lasciarlo in mano degl'Italiani e spontaneamente

vennero a soccorrerlo con una potente armata, erano periti: i due capi

delle case guelfa e ghibellina, ch'egli sapeva mantenere amici al campo,

erano caduti ugualmente vittime della fatal malattia, come pure

l'arcivescovo di Colonia che da molti anni governava per lui la Toscana

e teneva in dovere gl'Italiani. Tutto perdeva in un istante.

Federico oppose il suo coraggio a tante sventure: confidava gli ammalati

della sua armata ai Romani, che, per assicurarlo delle loro cure verso

quegl'infelici, gli davano alcuni ostaggi. Dopo di che, radunando tutti

gli uomini capaci di portar l'armi, s'incamminò verso più salubri climi.

Attraversò egli la Toscana e lo stato lucchese, e penetrando le Alpi

Apuane, condusse gli avanzi della sua armata in val di Magra. Non aveva

in questo viaggio toccato il territorio della confederazione lombarda,

ed era lontano da Pavia soltanto sessanta miglia, ove poteva recarsi

senza avvicinarsi ad alcuna città. Quella di Pontremoli che non aveva

preso parte nella guerra e che non troviamo dopo unita alla lega, gli

rifiutò il passaggio. Quantunque mal fortificata, Federico non credette

di poter ottenere colla forza ciò che veniva negato alle sue preghiere.

Chiuso tra il mare e le montagne omai disperava di poter sottrarsi a

tanto pericolo, quando gli venne incontro il marchese Malaspina, il

quale conducendolo per le strette gole delle montagne de' suoi feudi, lo

ridusse senza incontrar nemici fino a Pavia, ove giunse alla metà di

settembre.

Colà Federico convocò subito una dieta, ordinando ai suoi vassalli

d'andarvi con tutte le milizie di cui potevano disporre; ma il piccolo

numero degl'intervenuti lo convinse dell'abbassamento della pubblica

opinione. I deputati di Pavia, di Novara, di Vercelli e di Como, il

marchese Obizzo Malaspina, il conte di Biandrate, Guglielmo marchese di

Monferrato ed i signori di Belfort, del Seprio e della Martesana,

formarono soli l'assemblea. L'imperatore dipinse nel discorso d'apertura

la condotta delle città federate come un'odiosa ribellione, che non

poteva lasciare impunita senza pregiudizio del suo onore; e, gettando il

guanto in mezzo all'assemblea, giurò di castigare la loro insolenza.

Pose quindi al bando dell'Impero tutte le città confederate, ad

eccezione di Cremona e di Lodi, rispetto alle quali, in vista de' grandi

servigi prestatigli in addietro, non volle giudicarne severamente

l'attuale condotta[187].

[187] _Continuator Acerbi Morenae p. 1137._

Nel sortire dall'assemblea marciò, alla testa delle truppe de' vassalli

intervenuti, sulle terre di Milano, devastando quella parte di

territorio che confinava con quello di Pavia, cioè i distretti di

Rosate, d'Abbiategrasso, di Corbetta, di Magenta, ed i paesi posti sulla

riva sinistra del Ticino. Le città confederate, prevenute del decreto di

proscrizione, radunarono ancor esse un'assemblea, nella quale si

obbligarono vicendevolmente a scacciar dall'Italia colui che aveva

voluto ridurle a vergognosa servitù. Fissarono in Lodi un corpo di

cavalleria bresciana e bergamasca; un altro in Piacenza di Cremonesi e

Parmigiani; i quali tosto che seppero invaso dalla truppa imperiale il

territorio milanese si avanzarono di concerto colle milizie di Milano

per attaccarla[188]. Ma Federico non osò di avventurare una battaglia

con gente inferiore di numero ai nemici e di dubbia fede. Egli non aveva

che pochissimi soldati tedeschi, perchè quelli che sopravvissero

all'epidemia, credendo d'essere stati salvati per particolare favore del

cielo, o avevano rinunciato al mondo ed abbracciata la vita monastica, o

languivano ancora negli spedali, o vivevano dispersi nella Germania.

Colle milizie pavesi e comasche non altro proponendosi l'imperatore, che

d'arricchire i suoi partigiani colle spoglie de' villaggi nemici, si

ritirò all'avvicinarsi delle truppe della lega al di là dei ponti che i

Pavesi avevano gettati sul Ticino e sul Po, ed andò a foraggiare sul

territorio piacentino.

[188] _Vita Alex. III, p. 460. — Contin. Acerbi Mor. 1155.-1159. —

Trist. Calchi Hist. l. XI, p. 271._

Continuando lo stesso metodo di guerreggiare tutto l'inverno, non tardò

ad accorgersi che, invece d'agguerrire con queste piccole scaramuccie i

suoi soldati, andava perdendo in faccia ai medesimi tutta la sua

riputazione, non essendo permesso ad un imperatore il retrocedere ad

ogni istante in presenza di coloro ch'egli trattava da ribelli. (1168)

Risolse perciò di passare in Germania nel mese di marzo 1168, ed eseguì

con tanta segretezza la presa risoluzione, che i Lombardi stessi che

militavano sotto di lui, non ebbero sentore della sua partenza che

quando trovavasi già fuori d'Italia nelle terre del conte Umberto di

Savoja. Passando per Susa quegli abitanti lo sforzarono a rilasciare

tutti gli ostaggi che aveva seco presi, e non gli permisero

d'innoltrarsi sulle montagne finchè non ebbero piena contezza, che niuno

dei trenta cavalieri o poco più che lo accompagnavano, apparteneva

all'Italia[189].

[189] _Baron. An. 1168, § 75.-78. Epist. Johannis Saresberensis ad

Sanctum Thomam l. II, ep. 62. In Codice Vaticano._

Il partito imperiale tenuto in piedi soltanto dal coraggio e dai talenti

militari di Federico, cadde affatto dopo la sua partenza. I confederati

ne approfittarono per attaccare il castello di Biandrate, che presero e

distrussero, dopo aver liberati molti ostaggi che v'erano detenuti.

Allora gli abitanti di Novara, di Vercelli, di Como, i feudatarj di

Belforte e del Seprio domandarono caldamente d'essere ammessi nella lega

lombarda, abiurando il partito imperiale[190]. Fecero lo stesso Asti e

Tortona: ed il marchese Obizzo Malaspina, che in principio della guerra

aveva combattuto per la libertà, approfittò della ricordanza degli

antichi servigi, per far dimenticare quelli che aveva di fresco prestati

a Federico, ed entrò anch'esso nella lega lombarda[191].

[190] _Contin. Acerbi Mor. p. 1139._ Qui termina il racconto di

questo storico, che malgrado la sua parzialità ci riusciva molto

utile.

[191] Questo trattato viene riportato dal Muratori nella _diss.

XLVIII, t. IV, p. 263_.

E per tal modo non si mantenevano fedeli al partito imperiale che la

città di Pavia ed il marchese Guglielmo di Monferrato. O sia che i

confederati non si credessero abbastanza forti per ridurli colla forza,

o che le vecchie alleanze di molti di loro ne arrestassero le armi, i

confederati si astennero dall'usare la violenza per sottometterli, e si

limitarono a ridurli in istato di non poter nuocere ai federati,

fabbricando fra loro una città soggetta alla lega, che tagliasse la

comunicazione fra i due territorj. Per colorire questo progetto tutte le

truppe di Cremona, Milano e Piacenza portaronsi al confine dei due stati

tra l'alto Monferrato ed il territorio pavese oltre Po, ed in quella

vasta e magnifica pianura scelsero un luogo fortificato dalla natura al

confluente del Tanaro e della Bormida, due de' più grossi fiumi che

scendono dalle montagne poste alla destra del Po. Questi torrenti di un

andamento affatto irregolare, non presentano da per tutto una linea

insormontabile alle armate, perchè non ugualmente profondi, pure i loro

_guadi_ non essendo frequenti nè stabili, e l'ingrossamento delle loro

acque accadendo ogni anno nella stagione in cui i Tedeschi sogliono

stare in campagna, potevano formare una bastante difesa. Altronde la

terra argillosa di quel territorio e profondamente penetrata dall'acqua,

si oppone in tempo d'inverno alla marcia de' soldati, ed al collocamento

del campo; e nella state gl'immensi strati di ghiaja che i fiumi

lasciano scoperti, privi affatto di cespugli e d'arbusti, oltre

l'insoffribile calore che tramandano quando sono percossi dal sole,

espongono da pertutto ai dardi lanciati dalle mura le truppe che

osassero d'avvicinarsi. In questo luogo distante venticinque miglia

all'ovest-sud-ovest da Pavia, quindici miglia al nord da Acqui,

venticinque al sud da Novara, quindici all'oriente da Asti e quaranta da

Milano, i Lombardi fondarono una città destinata a perpetuare la memoria

del loro coraggio e del loro zelo per la causa della religione e della

libertà; la quale città dal nome del capo della lega, e padre dei fedeli

fu chiamata Alessandria. Per renderla più sicura fu circondata di larga

fossa in cui si fecero entrare le acque dei vicini fiumi; e per farla ad

un tempo potente per ricchezze e per gente, vi traslocarono gli abitanti

de' vicini villaggi di Marengo, Garaundia, Berguglio, Unilla e Solestia;

ai quali costruirono sufficienti case, e permisero di darsi un governo

libero e repubblicano. Gli ammisero inoltre a partecipare di tutti i

privilegi per cui i Lombardi avevano prese le armi, e determinarono il

papa a fondare in favor loro un nuovo vescovado. Dopo un anno gli

Alessandrini misero in campagna quindici mila combattenti di ogni

arma[192].

[192] _Vita Alex. III, a card. Arag. p. 460. — Otto de s. Blas. c.

22, p. 880. — Benv. de s. Georg. Hist. Montifter. p. 345. t. XXIII,

Rer. Ital. — Trist. Calchi Hist. Patr. l. XI, p. 272. — Oberti

Cancel. Ann. Genuenses l. II, p. 324._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16) · 第 9 / 22 题