_Continuazione della guerra di Federico Barbarossa colle città
lombarde. — Primo assedio di Milano; assedio di Crema; presa e
rovina di Milano._
1155 = 1162.
I consoli milanesi non avevano aspettato che Federico licenziasse le sue
truppe per mandare ad effetto le promesse fatte agli abitanti di
Tortona. Quando aveva di poco abbandonato Pavia per recarsi a Roma, essi
presentarono al popolo quegl'infelici fuorusciti, vittime onorate del
loro attaccamento alla causa della libertà lombarda, ed ottennero dal
parlamento, o consiglio generale, il decreto per rifabbricar Tortona a
spese del pubblico. Il tesoro era esausto, ma i cittadini erano avvezzi
a soccorrerlo. Coloro che non potevano dar danaro, offrivano le loro
braccia allo stato. Gli abitanti di due porte della città, che ne
formavano il terzo, furono incaricati di tale spedizione. Gentiluomini e
plebei, cavalieri e pedoni, tutti partirono assieme, e nello spazio di
tre settimane in cui rimasero a Tortona, a vicenda soldati e muratori,
respinsero i Pavesi che volevano impedire il rifacimento della città, e
nel medesimo tempo rialzarono le mura e le rovinate case[88]. Alle porte
Ticinese e Vercellina furono surrogate la Renza e la Romana; e mentre
toccava a quest'ultima la guardia, i Milanesi accantonati nel sobborgo
di Tortona, furono sorpresi dalle milizie di Pavia, e costretti di
salvarsi nella città alta, abbandonando la maggior parte dei loro
effetti e munizioni. Altri rifugiaronsi nella chiesa mentre i loro
fratelli d'armi rispingevano dalle mura non ancora ultimate gli
assalitori. Dopo la battaglia i consoli fecero scrivere sulla porta
della medesima chiesa i nomi di coloro che disperando della salute
pubblica vi avevano cercato un rifugio con dispendio del proprio
onore[89].
[88] _Otto Mor. Hist. Ver. Land. p. 983. — Trist. Calchi Hist.
Patriæ l. VIII, p. 223._
[89] _Sire Raul de Gest. Frid. I, p. 1176._
I Milanesi non si limitarono a ristabilire Tortona, ed a richiamarvi i
loro abitanti, ma si disposero inoltre a punire coloro che, comunque
ugualmente interessati alla libertà d'Italia, eransi uniti
all'oppressore di quella. Essi ristabilirono e fortificarono il ponte
sul Ticino presso Abbiategrasso, che era stato abbruciato da Federico:
per il qual ponte, aprendo loro i territorj della Lomellina e di
Vigevano da loro sottomesse, potevano, quando gli piaceva, attaccare i
paesi del Pavese, del Novarese, del Monferrato. E per tal modo,
minacciando ad un tempo tutti i loro nemici, seppero approfittare di
così eccellente posizione per costringere i Pavesi ad una pace
umiliante, per battere il marchese di Monferrato, per impadronirsi di
molti castelli del Novarese, e ristabilire interamente la riputazione
delle loro armi, che dalle vittorie di Federico parevano messe in
fondo[90].
[90] _Carol. Sigon. de Regn. It. l. XII, p. 293. — Sire Raul p.
1179. — Trist. Calch. l. VIII, p. 225._
Nel tempo medesimo all'altra estremità del territorio erano entrati
nella vallata di Lugano ed avevano occupati circa venti castelli che
seguirono la parte imperiale. Avevano ristabiliti e fortificati i ponti
sull'Adda, fugati i Cremonesi che venivano ad attaccarli, ed assicurata
la subordinazione de' Lodigiani, di cui diffidavano con ragione[91].
[91] _Ibid._
Dopo la guerra disastrosa che loro aveva fatta Federico, chi avrebbe
creduto che le loro armi potessero trionfare in ogni lato della
Lombardia, ed i loro consoli impiegare cinquanta mila marche d'argento
nel fortificare la città ed i castelli dello stato?
L'energia dei Milanesi si comunicò ancora agli altri popoli attaccati
alla causa della libertà. I Bresciani ed i Piacentini resero più intima
l'antica alleanza, ed accrebbero le difese delle loro città. Tutta la
Lombardia prese contro i Tedeschi un aspetto imponente, e Federico non
tardò ad accorgersi che lungi dall'avere assicurata sul suo capo la
corona d'Italia, non aveva la sua prima discesa ad altro giovato che a
renderlo più odioso, e meno rispettato de' suoi predecessori.
Il mezzogiorno d'Italia era stato il teatro di traversie ancora più
umilianti. Il principe Roberto di Capoa tradito dal suo vassallo
Riccardo dall'Aquila, conte di Fondi, era stato dato in mano di
Guglielmo re di Sicilia, che, dopo averlo barbaramente privato della
vista, lo aveva fatto perire nelle prigioni di Palermo[92]. I Greci che
sostenevano il suo partito, ed erano alleati dell'imperatore d'Occidente
e del papa, furono battuti a Brindisi[93], e quasi tutti i baroni
ribelli della Puglia presi e mandati al supplizio, o posti in ferri: per
ultimo papa Adriano, spaventato dai prosperi successi d'un nemico così
vicino e tanto potente, aveva fatto pace con Guglielmo, ed abbandonati
alla sgraziata loro sorte tutti coloro che per suo ordine, e per i suoi
vantaggi, eransi esposti a tanti travagli e pericoli[94]. Accordò al re
Guglielmo l'investitura della Sicilia, del ducato di Puglia, del contado
di Capoa, di Napoli, di Salerno, d'Amalfi, e della Marca. Il trattato
venne segnato a Benevento nella state del 1156, meno d'un anno dopo che
Federico aveva ricevuto la corona imperiale a Roma dalle mani del
papa[95].
[92] _Romualdi Salernit. Chronicon p. 198._
[93] _Willelmus Tyrius l. XVIII, c. 8. p. 937, Gesta Dei per
Francos._
[94] _Baronius Annales an. 1166, § 1._
[95] _Ibid. § 4.-9._
Questo monarca doveva bensì prevedere che il Pontefice dopo una pace,
forzatamente fatta, conserverebbe qualche riconoscenza per il principe
che lo aveva protetto; ma non già che Adriano, dopo essersi riconciliato
col re normanno, non meno potente alleato, che temuto nemico,
cercherebbe pretesti di umiliarlo. Alcuni signori tedeschi avendo
arrestato un arcivescovo di Svevia, il papa scrisse all'imperatore per
ottenere giustizia dell'oltraggio fatto alla Chiesa. In questa lettera
egli spiegava tutto l'orgoglio d'un successore d'Ildebrando avvezzo a
creare e deporre i re. I suoi nunzj presentandosi a Federico nella dieta
di Bezanzone, tennero un contegno che annunciava le pretese e
l'alterigia della corte papale. «Il beatissimo papa Adriano vostro padre
e nostro, ed i cardinali vostri fratelli, vi salutano,» dissero costoro:
indi lessero le lettere di cui erano apportatori, nelle quali fu
principalmente notata la seguente frase: «Noi ti abbiamo accordata la
corona imperiale e tutta la pienezza delle dignità mondane, nè avremmo
avuto difficoltà di accordarti altri maggiori beneficj se potevan
esservene di maggiori[96].» Così superbe parole eccitarono
maravigliosamente lo sdegno dell'altero monarca; più fortemente
inasprito dall'equivoco vocabolo di beneficio, _beneficium_, che usavasi
per indicare i feudi, o _beneficj conferiti_ dal signore, _Suserain_;
dimodochè il papa attribuivasi in alcun modo la supremazia sopra la
corona imperiale. Tutti i signori tedeschi presenti alla dieta
parteciparono del risentimento di Federico; onde senza degnarsi di
rispondere al papa, fu ordinato ai legati di sortire all'istante dal
regno di Germania.
[96] _Radevicus Frisingensis, Appendix ad Ottonem de rebus gestis
Friderici I. l. I, cap. 8. tom. VI. Rer. Ital._ Radevico fu canonico
di Frisinga che continuò l'istoria incominciata dal suo vescovo
Ottone. Noi siamo per congedarci da costui che pure è uno de' più
eleganti storici, illuminati ed imparziali de' mezzi tempi. Ottone
di Frisinga aveva sortiti illustri natali, essendo figliuolo di
Leopoldo marchese d'Austria e di Agnese sorella dell'imperatore
Enrico V: era fratello di Corrado III, re dei Romani, e zio di
Federico Barbarossa. Ci rimangono di lui due opere: una cronaca dal
principio del mondo fino a' suoi tempi pubblicata a Basilea in fog.
nel 1569, da Pitteo, divisa in otto libri. Noi abbiamo più volte
citato il settimo, che contiene il secolo precedente al suo.
L'ottavo è consacrato alla storia religiosa. L'altra sua opera è
ancora più interessante, contenendo il racconto della prima discesa
di Federico in Italia, ed è divisa in due libri. Fu pubblicato nel
t. VI, Rer. Ital. Ottone morì del 1158. Benchè il suo continuatore
Radevico non sia senza merito, non compensa la perdita d'Ottone, che
è quasi il solo autore che sparga qualche luce sopra un secolo
barbaro ed oscuro.
L'imperatore sentiva la necessità di tornare quanto prima potesse in
Italia, e nella primavera del 1157 invitava tutti i principi a recarsi
alla dieta d'Ulma coi loro vassalli per la festa di pentecoste del
susseguente anno 1158, a fine di passare di là in Italia, onde forzare i
Milanesi a sottomettersi all'Impero[97]. Furono in pari tempo mandati
deputati ai feudatari d'Italia per annunciar loro questa spedizione[98].
[97] _Otto Fris. l. II, c. 31._
[98] _Radevic. Fris. l. I, c. 19._
S'avvide allora il papa che Federico non era in modo lontano, che non
fosse più a temersi. Aveva già cercato di farsi favorevole il clero di
Germania, ma non aveva potuto staccarlo dagl'interessi dell'Impero:
(1158) scrisse quindi all'imperatore del 1158, e frammischiando
accortamente le più lusinghiere espressioni ai sentimenti di tenerezza e
di paterna affezione, spiegava la frase che aveva più adombrato quel
sovrano: «_beneficium_, scriveva, è un favore, e non un beneficio:
_conferire_ la corona non altro significa che l'averla posta sul vostro
capo: altro senso non venne da noi attaccato a questo vocabolo, ed in
tale occasione voi medesimo non potete negare che non abbiamo operato
verso di voi con amore.» Tale lettera calmò l'imperatore, che
riscontrandolo, assicurò il papa della sua amicizia e del desiderio che
nutriva di conservarsi amico della Chiesa[99].
[99] _Radev. Frisin. l. I, c. 22._
Intanto, all'avvicinarsi della Pasqua, la città di Ulma si andava
riempiendo di soldati, di modo che molti principi tedeschi, vedendo che
l'armata sarebbe troppo numerosa per tenere la stessa strada,
s'incamminarono di consenso dell'imperatore per diversi passaggi delle
Alpi, sicchè dal Friuli fino al grande s. Bernardo uscivano in Lombardia
da tutte le valli battaglioni tedeschi. Il duca d'Austria, quello di
Carinzia e gli Ungaresi tennero le strade di Canale, del Friuli e della
marca veronese; il duca di Zevingen valicò il s. Bernardo coi Lorenesi
ed i Borgognoni; gli abitanti della Franconia e della Svevia passarono
per Chiavenna e per il lago di Como; finalmente lo stesso Federico,
accompagnato dal re di Boemia, da Federico duca di Svevia e figliuolo di
Corrado, dal fratello di questo duca Corrado, conte palatino del Reno, e
dal fiore della nobiltà tedesca, discese in Italia per la valle
dell'Adige[100].
[100] _Idem cap. 25._
I Milanesi informati dell'avvicinamento di quest'armata, destinata a
soggiogarli, avevano tutto disposto per una vigorosa resistenza. Avevano
in particolare cercato d'assicurarsi della fedeltà e dell'ubbidienza de'
Lodigiani, di cui avevano ragione di temere. Le precauzioni prese a tale
oggetto sono una luminosa prova della buona fede degl'Italiani nel
dodicesimo secolo. Non chiesero ostaggi, nè posero guernigioni nei loro
castelli, ma andati a Lodi i consoli di Milano nel mese di gennajo,
chiesero che tutti gli abitanti del distretto, senza eccezione,
giurassero di ubbidire in ogni cosa agli ordini del comune di Milano. I
Lodigiani che avevano nel loro cuore stabilito di sottrarsi a quella
città, non vollero giammai prestare un giuramento che ne avrebbe loro
tolti i mezzi; si lagnarono che nella formola del giuramento non era
espressa la condizione, _salva la fedeltà dovuta all'imperatore_, lo che
essi ritenevano necessario per la tranquillità della loro coscienza,
essendo da precedente giuramento legati a questo monarca[101]. I consoli
per ridurli all'ubbidienza marciarono contro di loro alla testa delle
milizie milanesi, e gli tolsero i loro mobili, senza che questi
opponessero la più piccola resistenza. Passati due giorni, ultimo
termine loro accordato, i Milanesi presentaronsi di nuovo innanzi alle
borgate di Lodi; ma tutti gli abitanti, uomini, donne, fanciulli,
avevano abbandonate le proprie case, ed eransi rifugiati a
Pizzighettone. I Milanesi, dopo averle saccheggiate, le
incendiarono[102].
[101] _Otto Morena Hist. Laud. p. 995._
[102] _Ibid._
Benchè travagliati da questa guerra civile nell'istante della più
pericolosa invasione, i Milanesi non si scoraggiarono. Essi
ripromettevansi assai de' loro alleati i Bresciani, e sperarono che
avrebbero lungo tempo trattenuti i nemici. Furono infatti attaccati
dall'armata imperiale ne' primi giorni di luglio, ma dopo aver resistito
quindici giorni, spaventati dall'imminente loro pericolo, offrirono
ostaggi ed una grossa somma di danaro per prezzo della pace[103].
[103] _Radev. Frigius. l. I, c. 25._
Federico in mezzo al proprio campo tenne sul loro territorio una specie
di dieta, in cui proclamò un regolamento intorno alla disciplina
militare, il quale, non meno de' fatti storici, può farci conoscere la
maniera con cui di que' tempi si guerreggiava, ed i costumi del secolo
dodicesimo. Tale regolamento fu chiamato _la pace del principe_, perchè
destinato a prevenire le querele nel campo.
Per impedire le battaglie private, conviene offrire un mezzo di
reprimere e punire legalmente le ingiurie; e questo infatti è lo scopo
del primo articolo del regolamento, che proporzionando la pena alla
qualità dell'insulto, sulla deposizione di due testimoni non parenti
dell'istante, ordina, a seconda dei casi, la confisca dell'equipaggio,
il castigo delle verghe, il taglio de' capelli e della scottatura della
mascella, infine per gli omicidj, della morte. Ma in mancanza di
testimoni dovevano le cause d'ingiurie essere decise da un combattimento
giudiziario; oppure, se due schiavi avevano parte nel processo, colla
prova del ferro caldo.
Alcuni altri articoli sono destinati a proteggere i popoli ne' di cui
territorj l'imperatore aveva destinato di condurre l'armata. «Che il
soldato che spoglia un mercante, sarà obbligato di restituire il doppio,
e di giurare che ignorava che il derubato fosse mercante:» onde pare che
la mercatura fosse particolarmente protetta. «Quello che abbrucerà una
casa in città o in campagna, sarà battuto colle verghe, tosato e
scottato alla mascella. Colui che troverà vasi pieni di vino, non li
romperà nè taglierà i cerchi della botte, e si contenterà di prendere il
vino. Quando l'armata s'impadronirà d'un castello, i soldati porteranno
via tutto quanto vi si trova, ma non lo abbruceranno senz'ordine del
maresciallo. Quando un Tedesco avrà ferito un Italiano, se questi potrà
provare con due testimoni d'aver giurata la pace, il Tedesco sarà
castigato.» I ventiquattro articoli ond'è composto questo regolamento,
presentano tutti l'impronta dell'indisciplina e della barbarie; e se fu
noto ai Lombardi, non dovette ispirar loro troppa fiducia nell'armata
ch'entrava in paese[104].
[104] Tale regolamento viene riferito per intero da Radevico, lib.
I, c. 26. Un Tedesco contemporaneo, e suddito di Federico, chiamato
Guntero, fece un poema di 12 canti dei quattro libri d'Ottone di
Frisinga, e del continuatore Radevico. Gli ha quasi sempre
servilmente parafrasati ne' suoi versi, che pure sono i meno cattivi
dei poeti storici di questo secolo. Egli tradusse perfino questo
regolamento, lib. VII, p. 101, ciò che forma una strana sorte di
poesia. Il suo _Ligurinus_ si stampò in Basilea del 1569 in seguito
alla storia di Ottone di Frisinga per cura di Pitteo.
Nella stessa dieta furono citati i Milanesi a comparire per
giustificarsi della loro ribellione; i quali non avendo scosso ancora in
modo il giogo dell'Impero da non riconoscere certa tal quale
subordinazione al suo capo, ubbidirono alla citazione. I loro deputati,
dopo aver giustificata la condotta dei Milanesi, offrirono per taglia
una ragguardevole somma di danaro, che fu dall'imperatore rifiutata. La
dieta li dichiarò nemici dell'Impero, e l'armata ebbe ordine di
prepararsi all'assedio di Milano. I Milanesi avevano posti mille cavalli
al ponte di Cassano, il solo che avevano lasciato sull'Adda, che,
ingrossata dallo scioglimento delle nevi, sembrava sufficiente a
difendere il loro territorio, come l'aveva altre volte difeso contro le
incursioni de' Cremonesi. Ma il re boemo, scendendo lungo l'Adda fino a
Carnaliano, ove il fiume è più largo, lanciossi in acqua alla testa
della sua cavalleria, ed ora guadando, ora nuotando giugne all'opposta
riva perdendo in questo tragitto duecento uomini sopraffatti dalla
corrente[105]. Alcuni distaccamenti di Milanesi che marciavano lungo il
fiume incontrarono il re di Boemia che si avanzava verso Cassano.
Diedero questi il segno d'allarme alla cavalleria destinata alla difesa
del ponte, e che, trovandosi esposta ad essere presa alle spalle, non
poteva senza pericolo restare in quella posizione: onde ripiegò subito
verso Milano lontano poco più di dodici miglia dal fiume; e gli abitanti
della campagna, sentendo che i nemici erano penetrati nel loro
territorio, s'affrettarono di ripararsi entro le mura della città,
cacciandosi avanti i loro bestiami, e trasportando i più preziosi
effetti: e, come suole accadere, per iscusare la loro paura, esagerando
il numero de' nemici, accrebbero quella de' loro concittadini.
[105] _Otto Morena, p. 1007. — Sire Raul, p. 1180. — Radevic.
Frising. l. I, c. 29. — Gunterus in Ligurino, l. VII, p. 105._
Poi ch'ebbe passato il ponte di Cassano col rimanente dell'armata,
Federico, invece d'avanzarsi sopra Milano, attaccò e prese il castello
di Trezzo, indi quello di Melegnano, poi andò fino al fiume Lambro sulle
di cui rive era posta l'antica città di Lodi. Mentre stava accampato su
quelle rovine, i Lodigiani, che forzati ad abbandonare l'incenerita loro
patria, eransi rifugiati a Pizzighettone, si presentarono a lui,
portando delle croci in mano, siccome costumavano dì fare i
supplichevoli, e chiedendo un nuovo ricinto per fabbricarvi la loro
città distrutta dai Milanesi. Federico accordò loro quello di
Monteghezzone in riva all'Adda quattro miglia distante dalle ruine
dell'antica Lodi; e su questo rialto, che alquanto signoreggia il piano,
fece porre in sua presenza la prima pietra della città che tuttora
sussiste[106].
[106] _Otto Morena, p. 1009. — Joh. Bapt. Villanovæ, Laudis Pomp.
hist. ap. Grœvium, t. III, lib. II, p. 863._
Intanto eransi recati al campo imperiale quasi tutti i feudatarj
italiani, e le milizie della maggior parte delle città; onde trovavansi
colà riuniti più di quindici mila cavalli, e cento mila pedoni. Un
gentiluomo tedesco, lusingandosi che i Milanesi, spaventati da tanto
esercito, non oserebbero uscire dalle loro mura, partì da Lodi con circa
mille cavalli per segnalarsi con uno strepitoso fatto d'armi, insultando
i nemici dell'imperatore fino sulle loro porte; ma fu ricevuto in modo
dalle milizie milanesi, che, dopo un ostinato combattimento, rimase sul
campo di battaglia egli e quasi tutti i suoi soldati[107].
[107] _Radev. Frising. l. I, c. 31._
Due giorni dopo tale fatto d'armi, il sei o l'otto agosto, come alcuni
vogliono, l'imperatore andò ad accamparsi nel _Broglio_ di Milano
situato fuori di P. Romana[108]. Immenso essendo il circondario delle
mura, fortificate esternamente da larga fossa piena d'acqua[109],
conobbe Federico che non era possibile d'attaccar la città col montone,
le torri mobili, ed altri ingegni militari, che impiegavansi allora
negli assedj, e credette più prudente cosa di aspettare che l'immensa
popolazione di Milano venisse dalla fame costretta ad arrendersi; lo che
doveva accadere tra non molto, perchè que' cittadini, credendo
impossibile il chiuderli da ogni banda, non avevan fatti grandissimi
approvvigionamenti. Perciò l'imperatore divise l'armata in sette corpi
che pose innanzi alle porte, ordinando loro di coprirsi subito colle
trincee.
[108] _Idem l. I, c. 32. — Sire Raul, p. 1180._
[109] Radevico dice che la città aveva cento stadj di circuito.
Questa misura greca ugualmente straniera allo storico tedesco ed
agli assediati, non ci dà che un'idea assai inesatta. Le mura
presenti hanno circa sei mila tese di lunghezza.
Quello di questi corpi che più difficilmente poteva comunicare cogli
altri, era capitanato dal conte Palatino del Reno e dal duca di Svevia.
I Milanesi non tardarono ad accorgersi ch'era quasi isolato, ed avendolo
attaccato la prima notte, lo posero in disordine. Ma il re boemo,
accorso in ajuto de' suoi alleati, forzò i Milanesi a ritirarsi con
perdita. Pochi giorni dopo gli assediati attaccarono il corpo comandato
da Enrico duca d'Austria, ma furono ugualmente respinti.
A due o trecento passi fuori della P. Romana eravi un antico monumento
chiamato l'Arco de' Romani; quattro arcate massicce di marmo formavano
una specie di portico[110], al di sopra del quale ergevasi un'altissima
torre ugualmente di marmo. Quaranta soldati milanesi eransi in questa
rinchiusi, i quali, quantunque non avessero comunicazione colla città,
vi sostennero otto giorni d'assedio, finchè i Tedeschi essendosi
appostati sotto il portico medesimo, ov'erano al sicuro dalle frecce e
dalle pietre che si gittavano dall'alto, ruppero la volta dell'edificio
e forzarono gli assediati ad arrendersi[111]. Federico fece porre sulla
sommità di questa torre una petriera che, signoreggiando le mura della
città, faceva grandissimo danno agli assediati.
[110] Eranvi altravolta in tutte le piazze di Roma, e probabilmente
in tutte le colonie romane, di tali portici chiamati _archi di
Giano_, destinati a difendere i mercanti dal sole e dalla pioggia.
L'arco di Giano quadriforme nel Velabro di Roma è il solo che siasi
conservato fino ai nostri giorni. La torre posta sull'uno e
sull'altro erano opere posteriori de' tempi barbari.
[111] _Rad. Fris. l. I, c. 38. — Otto Morena, p. 1013._
D'altra parte i Milanesi, in alcune scaramucce di non molta importanza,
sorpresero i Tedeschi, e tolsero loro sì grande quantità di cavalli che
vendevasi cadauno per quattro soldi di terzuoli[112]; ma non ebbero
ulteriori vantaggi. Fino dal cominciare della guerra provarono la
fortuna contraria, e tutto loro riusciva male: nè solamente erano stati
abbandonati dai loro alleati, ma li vedevano servire nel campo nemico. I
Cremonesi ed i Pavesi abusavano del favore imperiale per rovinare le
campagne, estirpando e bruciando i vigneti, i fichi, gli ulivi[113];
atterravano le case, scannavano i prigionieri; e per dirlo in una
parola, facevano la guerra con quella feroce barbarie cui s'abbandonano
spesso i deboli esacerbati da lunga oppressione, ed inebriati dalla
presente prosperità[114]. I Milanesi miravano dall'alto delle mura la
rovina delle loro campagne, e soffrivano nell'interno la fame e la
mortalità; e molti del popolo che risguardavano siccome un sacro dovere
l'ubbidienza all'imperatore, attribuivano alla vendetta del cielo
queste, per essi, nuove calamità. Altri, e specialmente la gioventù,
mostravano maggior costanza; e nelle loro assemblee obbligavansi gli uni
verso gli altri a sacrificare la vita per la salvezza della patria, e
per l'onore della città.
[112] Tre franchi. Le monete de' tempi d'Ottone erano state alterate
assai: Federico le ristabilì. Il suo danaro d'argento pesava un
danaro ed un grano; ma lasciò ugualmente in corso il danaro di
terzuolo pesante 18 grani con un terzo di fino e due di rame. Venti
di questi grani formavano il soldo in discorso. Devo al conte Luigi
Castiglione di Milano, ed alla sua ricca collezione di monete
milanesi, tutte le mie teorie intorno alla storia monetaria di
Lombardia, che gli antiquarj hanno lasciata nella più profonda
oscurità.
[113] Forse alcuno l'avrà scritto, ma non so che nemmeno a que'
tempi potessero provare gli ulivi presso Milano. _N. d. T._
[114] _Radev. Frising. L. II, c. 39._
Mentre i cittadini divisi di sentimento rimanevano indecisi sul partito
da prendersi, il conte di Biandrate, il principale e più potente
gentiluomo di Milano, aveva saputo acquistarsi la confidenza dei due
opposti partiti, e, senza perdere il favore popolare, conservare il suo
credito alla corte. Poi ch'ebbe scandagliato l'animo dell'imperatore,
chiese ed ottenne dai consoli di adunare il popolo nella piazza
pubblica. Allora rammentando ai suoi concittadini quanto aveva fatto
egli medesimo per difesa della patria, ed il suo conosciuto attaccamento
alla causa della libertà, il più grande dei beni, il solo per cui
s'acquisti gloria combattendo, gli scongiurò a non prolungare una
resistenza che omai non lasciava veruna speranza di felice fine, di
cedere, non alle armi, ma alla fame, alla peste, più assai terribili
nemici di Federico; di cedere a coloro cui i loro antenati non avevano
sdegnato di sottomettersi, avendo malgrado il valore e la virtù loro
ubbidito ai re transalpini, a Carlo Magno, al grande Ottone; di cedere
perchè instabile è la fortuna, onde conservando illesa la loro patria
potevano pure sperare di vederla un giorno ricuperare l'antico suo
splendore[115].
[115] _Rad. Fris. t. I, c. 40 — Ligur. l. VIII, p. 114._
Ai Lombardi mancava quella ferma confidenza nel destino della loro
repubblica, che avevano gli antichi Romani; quella impossibilità di
concepire altra esistenza fuori dell'indipendenza e della libertà;
quella forza d'animo che si ostina contro le sventure per un sentimento
superiore al freddo calcolo dei vantaggi e dei pericoli. La repubblica
era ancora giovane, e la ricordanza della passata dipendenza indeboliva
l'energia de' cittadini; le loro istituzioni non erano proprie a
sostenere e formare le virtù pubbliche; e non andavano debitori del
valor loro, qual che si fosse, che alla natura ed alla libertà, non
all'avvedutezza dei legislatori. Essi cedettero alle persuasioni del
conte, e spedirono deputati a Federico, il quale accordò loro tali
vantaggiose condizioni cui ben potevano sottoporvisi senza vergogna:
obbligavansi i Milanesi di rendere la libertà a Como ed a Lodi, a
giurare fedeltà all'imperatore, a fabbricargli un palazzo a spese del
Comune, a pagargli in tre termini entro un anno nove mila marche
d'argento, per guarentire la quale somma dovevano dare alcuni ostaggi;
finalmente a rinunciare ai diritti reali ch'essi possedevano.
L'imperatore dal suo canto prometteva che, tre giorni dopo aver ricevuti
gli ostaggi, allontanerebbe l'armata dalle mura di Milano, senza
permettergliene l'ingresso. Venivan compresi nel trattato gli alleati di
Milano, i Tortonesi, i Cremaschi, e gl'Isolani del Lago di Como,
sanzionando colla sua autorità la continuazione della loro alleanza, e
permettendo ai Milanesi l'elezione dei Consoli nella pubblica assemblea
del popolo, a condizione che gli eletti gli giurassero fedeltà, e che
altri deputati si presenterebbero a lui nelle seguenti calende di
febbrajo a rinnovare il giuramento de' Consoli. Per ultimo offerse la
sua mediazione per trattar la pace tra Milano ed i suoi alleati da un
lato, e dall'altra parte le città di Cremona, Pavia, Novara, Como, Lodi
e Vercelli, con patto che fossero dalle due parti rilasciati i
prigionieri: sul quale ultimo articolo acconsentì che nel caso che non
potessero aver felice esito le trattative di pace, gl'Italiani potessero
ritenere i rispettivi prigionieri, senza ch'egli avesse diritto di
lagnarsene[116].
[116] Questo trattato viene fedelmente riportato da Radevico
Frisingense. _L. II, c. 41._
Ben lungi che la costituzione repubblicana di Milano e delle altre città
dipendenti dall'alta signoria dell'Impero fosse riconosciuta dalle
leggi, queste città non aspiravano nemmeno apertamente all'indipendenza,
ritenendo che il giuramento di fedeltà all'imperatore era una formalità
di obbligo, e che per antico costume dovevasi pagare al medesimo una
somma di danaro qualunque volta veniva in Italia; onde la tassa di nove
mila marche imposta in quest'occasione ai Milanesi non doveva sembrar
loro esorbitante. La liberazione di Lodi e di Como era il solo articolo
oneroso di questo trattato, sembrando gli altri convenuti tra uguali
potentati[117]; di modo che il trattato smentisce in parte il racconto
degli storici imperiali, i quali mostrano Federico in quest'impresa
sempre accompagnato dalla vittoria. Se i successi non fossero stati
compensati dalle perdite non è supponibile che i Milanesi avessero
potuto ottenere così vantaggiose condizioni. Ma in tutto questo periodo
non possono consultarsi che scrittori parziali di Federico[118].
[117] Il preambolo di questo trattato non ricorda nè l'umiliazione
dei Milanesi d'implorare perdono, nè la clemenza dell'imperatore di
accordarla. Niente ritrovasi nella sua forma che sia più duro delle
condizioni. Comincia con semplicità in tal modo. «In nomine Domini
nostri Jesu Christi, haec est conventio per quam Mediolanenses in
gratiam imperatoris redituri sunt et permansuri.»
[118] Le nostre guide in questa parte di Storia fino alla conquista
di Milano sono tre scrittori contemporanei. Radevico Canonico di
Frisinga di cui ho già parlato, è il primo. Allievo di Ottone di
Frisinga di cui ne continuò la storia, adotta i suoi pregiudizj di
famiglia, ed è come il maestro, appassionato ammiratore di Federico
cui dedicò la sua Storia, cercando ad ogni modo di dar risalto alla
sua gloria, a spese de' suoi nemici. Pure non era insensibile
all'entusiasmo della libertà, e siccome d'ordinario riporta
estesamente gli atti originali, la verità traspira dalla sua
narrazione ancora quando non è favorevole al suo Eroe. Il secondo è
Ottone Morena: magistrato lodigiano, ed impiegato da Federico
nell'ufficio di giudice, scrisse una storia de' suoi tempi,
intitolata _Historia rerum laudensium_ assai voluminosa, ed
abbondante di curiose particolarità, ma marcata dell'impronta di
quella servilità che io rimprovero ai legisti italiani, e piena
d'invettive contro Milano. Abbiamo finalmente uno storico milanese
Sire Raul, o Rodolfo milanese, la di cui storia di Federico I sempre
abbreviatissima, e probabilmente interpolata in più luoghi,
c'istruisce assai più delle passioni de' Lombardi, che de' fatti.
Qualunque ella siasi, ci è pertanto preziosa, perchè Rodolfo è il
solo scrittore repubblicano di questo mezzo secolo, di cui siasi
conservata l'opera, col di cui sussidio si possano rettificare gli
esagerati racconti degli scrittori del contrario partito. Lessi
pure, ma con pochissimo profitto, due scrittori tedeschi
contemporanei _Otto de Sancto Biasio_, ed _Abbas Uspergensis
Chronicon_.
Tale convenzione fu sottoscritta il giorno 7 di settembre, e non molto
dopo l'imperatore si trasferì a Roncaglia per presiedere la dieta del
regno d'Italia, alla quale intervennero ventitrè tra arcivescovi e
vescovi delle principali diocesi, molti principi, duchi, marchesi, e
conti, i consoli ed i giudici di tutte le città. L'imperatore aveva con
lui quattro legisti bolognesi, discepoli di Guarnieri, che in sul
cominciar del secolo aveva introdotto nello studio di Bologna la scuola
di giurisprudenza.
In niuna precedente dieta italiana eransi, come nella presente, vilipesi
i diritti del popolo. L'arcivescovo di Milano in un discorso di
consuetudine, rispondendo a quello pronunciato da Federico, diede il
primo esempio di vile adulazione. I vescovi che due secoli prima,
dominando le città, erano così caldi per l'indipendenza, furono i
principali nemici della libertà dei popoli, dopo che le città ebbero
scosso il giogo vescovile. «Spetta a voi (diceva il prelato milanese a
Federico) spetta a voi a statuire intorno alle leggi, alla giustizia, ed
all'onore dell'Impero; sappiate che vi fu accordato pieno diritto sui
popoli per istabilire novelle leggi, e che la vostra volontà sola è la
regola della giustizia: una lettera, una sentenza, un editto da voi
emanati, diventano all'istante leggi del popolo. E per verità, non è
forse doveroso, che il lavoro abbia la sua ricompensa? che colui che ha
l'incarico di proteggerci, goda invece le dolcezze del comando[119]?»
[119] _Rad. Fris. lib. II, c. 4. p. 786. — Gunther. Ligurinus, l.
XVIII, p. 124._
Tale press'a poco era il linguaggio de' legisti, approvando tutto quanto
di basso e di vile si contiene nella giurisprudenza de' romani
imperatori; accostumati a risguardare i libri di Giustiniano come la
ragione scritta, e non altro conoscendo delle cose romane, che i suoi
padroni, univano le massime del dispotismo all'amore che professavano
alla loro scienza, da cui riconoscevano la propria riputazione e la loro
gloria. I legisti infatti fino alla fine delle repubbliche italiane
ebbero sempre opinioni poco liberali.
Federico fece rivendicare dai suoi giureconsulti in faccia alla dieta i
reali diritti di cui erasi a poco a poco spogliata la sua corona. Le
prerogative imperiali riclamate da un principe vittorioso, alla testa di
una potente armata, furono spiegate e difese con tutte le sottigliezze
scolastiche e legali. I proprietari dei diritti signorili scoraggiati
dalle nuove opinioni del clero, e trovandosi ugualmente incapaci di far
fronte agli argomenti de' dottori bolognesi ed alle armi tedesche,
s'appigliarono al partito di rassegnare tutti i loro privilegi al
monarca. La dieta dichiarò che le _regalie_ spettavano a lui solo, e che
sotto il nome di regalia erano compresi i ducati, i marchesati, le
contee, il diritto di coniar monete, i pedaggi, il diritto del _fodero_,
ossia, approvvigionamento, i tributi, i porti, i mulini, le pesche, e
tutti i redditi provenienti dai fiumi. Per ultimo aggiunse a tutto
questo che i sudditi dell'Impero dovevano pagare un testatico al suo
capo[120].
[120] _Otto Mor., p. 1019. — Radev. Fris., l. II, c. 7._
Per altro Federico non fece uso di così vaste concessioni, nè forse era
prudente il farlo. Confermò a tutti i diritti di cui erano possessori,
mercè un'annua corresponsione indicante l'alta signoria dell'Impero. E
per tal modo con apparente generosità aggiunse trenta mila talenti, dice
Radevico, che non suole impiegare che frasi classiche, all'entrate
dell'Impero. Furono verosimilmente trenta mila marche, o trenta mila
libbre d'argento, trovandosi queste valutazioni impiegate negli editti
della stessa epoca.
La medesima Dieta dichiarò pure di pertinenza dell'imperatore la nomina
dei consoli e dei giudici, ma coll'assenso del popolo. Federico
introdusse in quest'occasione un importante cambiamento
nell'amministrazione della giustizia. Durante la dieta erano state
prodotte, secondo l'antica consuetudine del regno, moltissime cause
private, affinchè venissero giudicate dall'imperatore. Egli si lagnò
d'essere sollecitato a pronunciare i suoi giudizj, dicendo che l'intera
sua vita non basterebbe a ciò; ed in conseguenza incaricava in ogni
diocesi delle incumbenze giudiziarie alcuni nuovi magistrati, detti
_podestà_, ch'egli obbligavasi di nominare sempre stranieri alle città
che dovevano reggere[121].
[121] _Radev. Fris. l. II, c. 6._
Tale innovazione apparentemente provocata dal solo amor di giustizia,
poteva riuscir fatale alla libertà, ed ebbe infatti il preveduto
effetto. I podestà trovaronsi bentosto in opposizione coi consoli. I
primi, siccome persone scelte dall'imperatore nella classe de'
gentiluomini a lui più affezionati, o in quella de' legisti, mostravansi
sempre favorevoli al potere arbitrario; i secondi, nominati dal popolo,
erano i campioni della libertà cui dovevano la propria esistenza. Quando
l'imperatore conobbe questa rivalità, si prese cura d'abolire i consoli,
onde rimanessero più potenti i podestà. Ciò diede luogo a quasi tutte le
guerre che si accesero in appresso, ma è cosa notabile che, avendo il
popolo ottenuta intera libertà, non abolisse un'istituzione straniera,
che aveva ricevuta dalle mani d'un sovrano. Rispettando l'ordine
stabilito, conservò i podestà ch'egli stesso nominava, e coi podestà
tenne vivo nel comune un lievito del potere arbitrario; e
quest'abitudine di riclamare l'autorità d'un solo, costò in progresso a
molte repubbliche la libertà.
Nella stessa dieta fu ratificata una legge intorno alla conservazione
della pace, affatto opposta alle prerogative dei comuni, perciocchè a
questi, siccome ai duchi, marchesi, conti, capitani, valvasori, si
toglieva il diritto di far la guerra e la pace, di cui erano in possesso
da tanto tempo: ma perchè tutti erano a parte dei disordini inseparabili
dalle guerre private, niuno ardì opporsi ad una legge tanto favorevole
all'umanità[122].
[122] _Radev. Frisin. l. II, c. 7._
Questa notabile dieta fu chiusa con un giudizio dell'imperatore intorno
alla contesa che da lungo tempo agitavasi tra Piacenza e Cremona. La
prima fu alleata dei Milanesi, l'altra aveva mandate le sue milizie
sotto le insegne di Federico; e ciò bastò a determinare il favore del
principe, che fece atterrare le mura di Piacenza e le torri, e riempirne
le fosse.
Tutto omai piegava ai voleri di Federico, il quale approfittando di
tanta prosperità, faceva ansiosamente ricercare se nelle antiche
provincie romane eravi alcun diritto da rivendicare all'Impero:
nell'antica divisione del quale erano toccate all'imperatore d'Occidente
le isole di Corsica e di Sardegna. Mancando di miglior titolo egli pensò
di valersi di questo, e spedì i suoi commissari ai Pisani ed ai
Genovesi, ingiungendo loro di trasportarli in quelle isole. E perchè sì
gli uni, che gli altri non si prestarono alle sue domande, arse di
sdegno contro di loro, e minacciò di sfogarlo sopra Genova[123]. I
Genovesi dal canto loro non erano contenti della legge emanata dalla
Dieta intorno ai diritti reali; appoggiandosi ad antichi privilegi
degl'imperatori, che li dispensavano da ogni tassa e da ogni servizio, a
motivo della povertà delle loro montagne, e per ricompensarli della cura
che si prendevano di difendere le coste dagl'infedeli. Temendo che
Federico facesse tener dietro i fatti alle minacce, uomini, donne,
fanciulli, lavoravano notte e giorno con instancabile zelo per mettere
la loro città in istato di vigorosa difesa, rinforzando le mura,
coprendole di macchine da guerra, e facendo delle _piatta-forme_ con
alberi ed antenne di navi. Non trascurarono intanto di mandare una
onorata deputazione di magistrati all'imperatore, tra i quali trovavasi
pure lo storico Caffaro. Seppero questi così opportunamente impiegare
l'accortezza e le ragioni, e mostrarsi ad un tempo sommessi e
coraggiosi, che Federico si accontentò di ricevere dodici mila marche
d'argento in tacitazione d'ogni sua pretesa[124].
[123] _Idem, l. II, c. 9._
[124] _Caffari Annal. Gen. l. I, p. 270 et 271._
Supponeva l'imperatore che le decisioni della Dieta di Roncaglia lo
assolvessero dall'osservanza del trattato fatto coi Milanesi, e quindi
sottrasse Monza alla loro giurisdizione, quantunque gli avesse
assicurato il possedimento di tutto il territorio, tranne Lodi e Como.
Poco dopo li privò pure dei contadi della Martesana e del Seprio,
investendone un nuovo Signore; pose guarnigione tedesca nel castello di
Trezzo, e, per far cosa grata ai Cremonesi, ordinò che si distruggessero
le mura di Crema. Mandava in pari tempo a Milano il suo cancelliere per
sostituire il podestà ai consoli in onta alla letterale convenzione del
trattato di pace[125]; perchè il popolo risguardando quest'atto come un
aperto oltraggio, prese furibondo le armi, e sforzò il cancelliere a
sortire all'istante dalla città: nè i Cremaschi avevano diversamente
trattato il messo che loro recava l'ordine di atterrare le mura.
[125] _Sire Raul p. 1181, 1182. — Otto Morena p. 1021. — Radev.
Frisin. l. II. c 21._
Prima che ciò accadesse, gran parte de' signori tedeschi che avevano
accompagnato l'imperatore, eransi, dopo la sommissione di Milano,
ritirati alle loro case, ed al cominciare dell'inverno l'armata di
Federico trovavasi molto indebolita; oltre che erasi avanzata in parte
verso Bologna per sostenere i deputati, che dovevano far eseguire nel
territorio della Chiesa i decreti della dieta di Roncaglia. I Milanesi,
convinti che il sovrano credevasi disobbligato dall'osservanza dei
trattati fatti coi sudditi; i Milanesi che sapevano d'averlo offeso, e
non ignoravano quanto fosse proclive alla vendetta, credettero di
prevenirlo, e si prepararono subito alla guerra. L'imperatore teneva
guarnigione nel castello di Trezzo, posto in riva all'Adda, quattro
miglia al di sopra del ponte di Cassano; lo che aprivagli sempre la
strada del territorio milanese, e toglieva a quegli abitanti il
vantaggio di difendersi dietro i fiumi che da due lati cingono la loro
diocesi. I Milanesi attaccarono perciò Trezzo, e se ne impadronirono in
tre giorni, ma non furono ugualmente felici nell'attacco di Lodi che
difende un altro passaggio dell'Adda[126].
[126] _Radev. Fris. l. II. c. 32. — Otto Morena p. 1023. — Sire Raul
p. 1182._
L'imperatore conoscendosi troppo debole per punire all'istante tanti
oltraggi, si limitò a denunciarli ad una corte plenaria che adunò ad
Antimiaco presso Bologna. Il vescovo di Piacenza, quantunque città da
lungo tempo alleata coi Milanesi, si diffuse in invettive contro di
questi provocando un decreto della Corte che metteva Milano al bando
dell'Impero, ed ordinava ai principi di riunirsi di nuovo per muovergli
guerra.
Questa corte o dieta si occupò inoltre di altre gravissime cause.
Adriano IV si lagnò della condotta de' messaggieri reali venuti a
visitare il patrimonio della Chiesa. Sosteneva il papa, che l'imperatore
senza sua intelligenza non poteva mandare deputati a Roma, perchè quella
non era subordinata che alla Chiesa, che l'imperatore non poteva
pretendere il diritto del _fodero_ dal patrimonio di s. Pietro che in
occasione di recarsi a Roma per ricevere la corona dalle mani del papa;
che i vescovi d'Italia sono bensì tenuti a prestargli il giuramento di
fedeltà, ma non di vassallaggio; siccome non erano tenuti a ricevere i
messaggieri imperiali ne' loro palazzi; per ultimo, che tutti i
possedimenti della contessa Matilde essendo devoluti alla santa Sede,
spettavano al papa i tributi di Ferrara, di Massa, di tutto il
territorio posto tra Acqua pendente e Roma, del ducato di Spoleti e
delle isole di Sardegna e di Corsica. A queste gravi contestazioni
un'altra se n'aggiunse assai più frivola, ma forse più calda rispetto
allo stile adoperato dalla cancelleria imperiale nello scrivere al
papa[127].
[127] _Radev. Fris. l. II, c. 18.-20, et 30, 31. — Baron. ad ann.
1159, § 1.-19._
Rispondeva Federico, che i suoi messaggieri, abitando ne' palazzi
vescovili, abitavano in propria casa, perchè fabbricati sul suolo
imperiale; che i vescovi non potevano dispensarsi dal dichiararsi suoi
vassalli finchè rimanevano in possesso dei feudi dell'Impero; per ultimo
essere affatto insussistente la pretesa sovranità del papa nella città
di Roma, mentre egli aveva il titolo di re dei Romani.
La guerra di questo monarca coi Milanesi, e la vicina morte d'Adriano,
non permisero, è vero, che questa lite s'inasprisse troppo, ma fu
cagione che il senato romano, che ancora mantenevasi nemico de' papi, si
rappacificasse coll'imperatore.
Nella disuguale contesa che i Milanesi rinnovavano coll'imperatore, non
contavano altri alleati che i Cremaschi, popolo valoroso ma debole, ed i
Bresciani che nella precedente campagna non avevano dato prove di molta
fermezza. I Tortonesi o non osarono, o non hanno potuto soccorrerli.
Federico aveva costretti gli abitanti di Piacenza e dell'Isola sul lago
di Como, a rinunciare all'alleanza de' Milanesi per unirsi a lui; e le
città di Como e di Lodi, già soggette ai Milanesi, avevan prese le armi
contro di loro. Lodi nuovamente fortificata con un ponte sull'Adda,
apriva il territorio milanese ai nemici, padroni di quella città.
Aggiungevasi a tali ristrettezze, le campagne rovinate nella precedente
guerra, il tesoro esausto, la morte de' più bravi cittadini per cui
trovavansi in peggiori circostanze che all'epoca della prima invasione:
di modo che la risoluzione ardita di dichiarar la guerra, potrebbe
chiamarsi stoltezza, se generosi motivi non l'avessero provocata. È
nobile orgoglio il poter dire: siamo deboli, siamo abbandonati, saremo
sterminati, chè non è in nostro potere il soggiogar la fortuna, ma
questo residuo di ricchezze che possiamo sagrificare alla patria; questa
rimanenza di vigore che sentiamo nelle nostre braccia, questo sangue
libero che bolle ancora nelle nostre vene, dobbiamo pur consacrarli ad
un nobile oggetto; noi non possediamo tutto ciò che per combattere il
dispotismo; e noi non ci sottometteremo che quando, oltre aver perduta
ogni speranza di vincere, ci sarà tolto ogni mezzo di resistenza[128].
Con tali sentimenti, con tanta costanza, l'entusiasmo si perpetua, la
seguente generazione rivendica quella che soggiace, i despoti si
snervano a forza di vincere, e sulle rovine delle città libere s'innalza
di nuovo lo stendardo della libertà.
[128] Ho riportata fedelmente questa declamazione più da retore che
da storico, perchè non è in facoltà d'un traduttore di mutilare il
testo. Il discreto lettore darà quel peso che merita a quest'uscita
dell'autore, non perdonabile che in un lungo lavoro pregevole per
infinite bellezze. _N. d. T._
Federico non intraprese la seconda volta l'assedio di Milano, ma usando
destramente di tutti gli avvantaggi che gli dava la facilità di entrare
all'improvviso nel territorio milanese, di porsi in sicuro nel caso di
sinistro evento, e la superiorità della sua cavalleria tanto pel numero
che per la disciplina, si limitò in quella estate a devastare le
campagne de' suoi nemici, bruciando le messi, facendo atterrare o
scorzare gli alberi fruttiferi, distruggendo ogni sorta di commestibili,
e vietando sotto severissime pene il recar vittovaglie a Milano, al qual
oggetto faceva continuamente battere dalla cavalleria tutte le
strade[129]. I Milanesi per altro ch'eransi anticipatamente provveduti,
ed inoltre avevano stabilita una saggia economia nella distribuzione de'
viveri, osservarono con apparente non curanza la desolazione delle loro
campagne.
[129] _Radev. Fris. l. II, c. 23._
In questo frattempo i Cremonesi, avendo avuto qualche considerabile
vantaggio sui Bresciani, determinarono l'imperatore a far l'assedio di
Crema. Essi furono i primi ad accamparsi presso questa città il giorno 3
o 4 di luglio, raggiunti otto giorni dopo dall'imperatore con rinforzi
che aveva ricevuto di Germania.
Crema è posta sulla riva del Serio in una paludosa pianura tra l'Adda e
l'Oglio, ventiquattro miglia distante da Milano, ed altrettante dalle
montagne. Questa piuttosto borgata che città, che borgata allora si
chiamava, era cinta di doppio muro, e d'una fossa piena d'acqua larga e
profonda assai. I Cremaschi, che non senza pena eransi sottratti alla
dipendenza de' Cremonesi, conservavano per Milano una fedeltà a tutta
prova. Avvertiti del pericolo de' loro alleati, i Milanesi destinarono
Manfredo di Dugnano, uno de' loro consoli, a recarvisi con quattrocento
pedoni ed alcuni cavalli, che promettevano di mantenere finchè durasse
l'assedio, quantunque a tale epoca, avendo Federico divisa la sua
armata, danneggiasse già il territorio milanese[130]. Anche i Bresciani
mandarono a Crema alcuni soccorsi.
[130] _Sire Raul, p. 1182._
Intanto gl'imperiali avevano, secondo l'antico costume, incominciato a
lavorare intorno ad una linea di circonvallazione, per togliere alla
città ogni comunicazione colla campagna, ed assicurarsi ad un tempo
dalle sortite degli assediati. Ma questi non cessavano di molestarli; ed
in un attacco che fecero mentre l'imperatore era lontano, combatterono
con tanto valore, che si mantennero superiori fino a notte, quantunque
non avessero più di cento cavalli. Allorchè Federico tornò al campo,
indispettito fieramente perchè i Cremaschi avessero osato di battere le
sue truppe, come avesse giusto motivo di farlo, ordinò che si
appiccassero alcuni prigionieri in faccia alle mura. Gli assediati,
credendosi in dovere di far uso del barbaro e talvolta impolitico
diritto di rappresaglia, esposero sulle mura allo stesso supplicio un
egual numero di Tedeschi[131].
[131] _Radev. Fris. l. II, c. 45, p. 823._
Allora Federico fece loro intimare da un araldo, che ad alcun patto non
farebbe loro grazia, essendo determinato di trattarli coll'estremo
rigore: e per darne una barbara prova fece morire quattro ostaggi presi
a Crema prima della guerra, e sei deputati che i Milanesi mandavano a
Piacenza, tra i quali un nipote dell'arcivescovo.
Alcuni giovanetti cremaschi trovavansi ancora come ostaggi in potere di
Federico. Egli li fece attaccare ad una torre che doveva spingersi
contro la città, mentre gli assediati, con nuovi mangani o catapulte,
sforzavansi di tenerla lontana. Sperava così Federico di costringere i
Cremaschi a non adoperare le loro macchine, che minacciavano di spezzare
la sua torre; pure non lasciava loro veruna speranza di salute, avendo
fatti morire altri ostaggi; onde quand'anche i Cremaschi per salvare
quegl'infelici avessero sagrificata la città, non erano perciò lusingati
di avere sopportabili condizioni. I padri di quelle sventurate vittime,
armati sulle mura, mettevano lamentevoli grida, ma non lasciavano di
combattere e di dirizzare le catapulte contro la torre che avanzavasi
contro la città; ed uno di loro, secondo lo attesta Radevico di
Frisinga, gridava ad alta voce ai suoi figliuoli[132]: «Fortunati coloro
che muojono per la patria e per la libertà! Non temete la morte che può
sola oramai rendervi liberi. Se foste giunti all'età nostra, non
l'avreste voi disprezzata come noi facciamo? voi felici, che morite
avanti di temere come noi altri l'infamia delle nostre spose, e non
udite le grida de' vostri figli che implorano pietà. Oh ci sia dato di
seguirvi ben tosto! e non rimanga veruno de' nostri vecchi seduto sopra
le ceneri della città. Possano chiudersi i nostri occhi prima di vedere
la santa nostra patria caduta tra l'empie mani de' Cremonesi e de'
Pavesi!»
[132] _Radev. Fris. l. II, c. 47. — Gunt. Lig. l. X, p. 146._
La torre intanto, colpita dagli enormi sassi lanciati dalle catapulte,
minacciava rovina, e l'imperatore aveva ragione di temere che, prima
d'arrivare a' piè delle mura, schiaccerebbe, cadendo, i guerrieri che
portava. La fece perciò ritrocedere e staccarne gli ostaggi che la
ricoprivano coi loro corpi; de' quali ne furono trovati nove morti,
quattro milanesi e cinque cremaschi, e tra i primi uno de' Posterla, ed
un Landriano, due delle principali famiglie di quella città; tra gli
ultimi un giovane ecclesiastico. Altri due ostaggi erano gravemente
feriti; molti erano tuttavia illesi[133].
[133] _Otto Mor. p. 1037, 1139. — Sire Raul p. 1183. — Trist. Calchi
Hist. patr. l. II, c. 48, et 49._
Nè queste furono le sole atroci azioni che infamassero l'assedio di
Crema; ma il dovere di storico non mi forza ad intrattenermi più
lungamente in mezzo a così ributtanti memorie.
I Milanesi che desideravano divertire dall'assedio di Crema parte delle
forze imperiali, assediarono il castello di Manerbio, che possedevano i
Tedeschi sul lago di Como; ma furono costretti a ritirarsi da certo
conte Goswino che con un corpo di truppe era stato spedito
dall'imperatore in soccorso di Manerbio, e vi perdettero molti uomini.
In pari tempo furono posti al bando dell'impero i Piacentini per avere
approvigionato di viveri Milano e Crema[134].
[134] _Radev. Frising. l. II, c. 48, et 49._
Erano più di sei mesi che quest'ultima città era stata cinta d'assedio,
nè l'imperatore si lasciava muovere dall'asprezza dell'inverno a
renderlo men vivo. Fece riparare la torre mobile che gli assediati
avevano rispinta, e costruirne un'altra, che, a fronte della più
ostinata resistenza, furono portate in tanta vicinanza della muraglia,
che i balestrieri soprastavano agli assediati. (1160) Ma ciò che gli
diede maggior speranza di condurre l'impresa a felice fine, fu il
tradimento di Marchese, principale ingegnere de' Cremaschi, il quale,
passato essendo nel campo imperiale, presiedette alla costruzione di
nuove macchine contro quella città, che aveva fin allora lungo tempo
difesa[135]. Egli consigliò l'imperatore a mettere sulle torri i
migliori soldati, ed i balestrai nella parte più elevata, perchè,
dominando le mura, facessero ritrarre gli assediati dalle difese, mentre
il fior de' guerrieri getterebbe dal primo piano i ponti sulle mura. Il
rimanente dell'armata avanzavasi all'assalto tra l'una torre e l'altra,
disposta a valersi della zappa e della scala, secondo che tornerebbe più
in acconcio, tosto che vedessero abbassati i ponti levatoj. Dal canto
loro gli assediati si ordinavano sulle mura, e coperti di mantelletti
sforzavansi coi loro gatti o montoni adunchi d'impadronirsi, o di
rovesciare i ponti che dalle torri facevansi cadere sulle loro mura.
Respinti più volte da queste, altre tante le ricuperarono, ributtando
sempre valorosamente gli assalitori, tra i quali facevasi distinguere
Attone conte palatino di Baviera, il primo a lanciarsi sulle mura,
l'ultimo ad abbandonarle. Dopo aver perduto assai gente esposta alle
freccie degli arcieri, senza che potessero nè difendersi nè vendicarsi,
in sul cadere del giorno furono costretti d'abbandonare le mura
esteriori e di ripiegarsi entro i secondi ripari, disposti in tutto di
voler sostenere con egual vigore un secondo assedio[136].
[135] _Otto Morena p. 1046._
[136] _Radev. Fris. l. II, c. 59. — Otto Moren. 1045, 1047. —
Guntheri Ligurinus l. X. p. 148, 150._
Ma quando, durante la notte, riconobbero le poche forze che loro
rimanevano, e numerarono i valorosi soldati che avevano perduti, quando
videro le fosse colmate, ed osservarono la debolezza del muro interno,
abbandonaronsi alla disperazione. All'indomani proposero al patriarca
d'Aquilea ed al duca di Baviera di entrare in trattato per la resa colla
loro mediazione. Il patriarca assicurò i consoli, che il solo mezzo di
calmare la collera dell'imperatore era quello di darsi a discrezione.
Uno di loro, comprimendo il suo dolore, rispose non aver essi prese le
armi contro Federico, ma bensì contro i Cremonesi, risoluti di non
servire che a Dio ed all'imperatore: che credevano d'aver fatto
conoscere che preferivano la morte ad una ingiusta schiavitù: che la
loro alleanza coi Milanesi non aveva avuto altro oggetto, che quello di
liberarsi dalla servitù: che l'avevano mantenuta fin che Dio lo permise,
ma che ora erano sforzati di risguardare come un segno della celeste
collera la disperata situazione cui trovavansi ridotti. Ed in fatti essi
avevano ancora armi e viveri senza poterne far uso per salvezza della
loro libertà. Il console pose fine al suo parlare, chiedendo che, poichè
il vittorioso imperatore era pur determinato di castigare i suoi
concittadini, non volesse almeno darli in mano ai loro più feroci
nemici, i Cremonesi.
Finalmente Federico si lasciò piegare ad offrir loro alcune condizioni,
che vennero subito accettate. Permetteva loro di sortire dalla città
colle mogli e figli, portando in una sol volta sulle proprie spalle
quanti effetti potevano. Rispetto alle milizie sussidiarie di Milano e
di Brescia, volle che sortissero senz'armi e senza salmeria; ma permise
a tutti senza riserva di recarsi dove più loro piacesse.
In forza di tale convenzione il giorno 22 gennaro del 1160, gli abitanti
di Crema, uomini, donne e fanciulli in numero di circa ventimila
sortirono da questa sventurata città, avviandosi verso Milano.
L'imperatore abbandonò Crema al saccheggio, dopo il quale i suoi soldati
appiccaronvi il fuoco, ed i Cremonesi atterrarono poi fino alle
fondamenta tutto quanto aveva resistito all'incendio[137][138].
[137] _Radev. Fris, l. II, c. 62._
[138] Quantunque le repubbliche lombarde impugnassero le armi per
difendersi contro le armate imperiali, non cessarono però mai, anche
in tempo che trovaronsi vittoriose, di riconoscere le prerogative
dell'Impero e di rispettare l'imperatore, che non avrebbe facilmente
trovato veruna città ribelle, se loro avesse lasciati i privilegi
accordati da Ottone il grande, e non si fosse collegato, per
opprimerne alcune, colle città rivali, le di cui milizie sfogavano
sotto il di lui nome i loro odj privati sui vinti. Del resto quante
lagrime e quanto sangue dovettero versare quelle semi-repubbliche
per una larva di libertà, ed in sostanza mancanti di vera
indipendenza, di unione fra loro e per conseguenza di quiete e di
ogni civile felicità! _N. d. T._
Il settembre del precedente anno era morto papa Adriano IV, quando la
sua lite coll'imperatore incominciava a farsi viva. Il collegio de'
cardinali, riunitosi per dargli un successore, si divise fra due rivali;
Rollando originario di Siena, canonico di Pisa, cardinale del titolo di
san Marco, e cancelliere della Chiesa, fu eletto dagli uni, mentre
dall'opposta fazione fu nominato Ottaviano nobile romano, cardinale del
titolo di santa Cecilia. Il primo ch'ebbe maggiori suffragi, ed aveva il
favor popolare, fu consacrato sotto nome di Alessandro III, e dalla
Chiesa riconosciuto pur per legittimo papa. Il secondo, che prese il
nome di Vittore III, era spalleggiato dal senato e dalla nobiltà romana;
ma è verosimile che fosse egli medesimo persuaso della illegittimità di
sua elezione, poichè cercò il favore degli antagonisti dei papi e della
libertà romana, in Germania ed in Lombardia. Sperando Federico che
questa doppia elezione indebolirebbe la corte pontificia, convocò di sua
propria autorità un concilio a Pavia, intimando ai due pontefici di
presentarsi. Alessandro era stato fatto prigioniere dal suo rivale; e,
quantunque liberato dalla fazione popolare, non trovandosi abbastanza
forte per sostenersi in Roma, dimorava ora in una ed ora in altra città
a guisa di fuoruscito: pure rispose con fierezza, che il legittimo
successore di s. Pietro non era subordinato al giudizio dell'imperatore,
o dei concili. All'opposto Vittore passò a Pavia, e si guadagnò i
suffragi di Federico e de' suoi vescovi, onde, nell'atto che fu
confermata la di lui elezione, fulminò la scomunica contro Rollando o
Alessandro III, il quale dal canto suo scagliò tutti i fulmini della
Chiesa sul capo di Federico e dichiarò i suoi sudditi sciolti dal
giuramento di fedeltà[139][140].
[139] _Barron. ad ann. 1159, § 70, et sequ. — Vita Alexan. papæ III
a Card. Arragon. t. III, Rer. Ital. p. 448.-450._
Qui incominciamo a far uso della storia di Alessandro III, scritta
da un autore contemporaneo e raccolta con alcune altre dal cardinale
di Arragona. Questa preziosa opera ci compensa di quella di Radevico
che termina poco dopo quest'epoca. Essa devesi piuttosto risguardare
come la storia della guerra di Lombardia, che come quella del
pontefice. Questa storia, ordinatamente scritta, è particolarizzata
in modo che ben si conosce dettata da un testimonio oculare; e vi si
trova tutta quella imparzialità che può pretendersi da una storia
scritta in mezzo alle guerre civili. Sembra probabile che l'autore
morisse prima di papa Alessandro, poichè il racconto non arriva che
fino al 1178. Le altre due vite, quasi contemporanee, dello stesso
papa raccolte da Amalrico Augerio e da Bernardo Guidone, non
meritano pure di essere ricordate.
[140] L'elogio che il nostro autore fa alla vita anonima di papa
Alessandro III, non deve farci dimenticare dell'epoca in cui fu
scritta, nè l'autore di essa, quantunque assai diligente, s'innalza
però sopra il livello del suo secolo. _N. d. T._
La caduta di Crema non aveva scoraggiati i Milanesi, i quali, per
l'alleanza che contratta avevano col legittimo pontefice, univano la
loro causa a quella di mezza l'Europa, ed ammorzavano lo zelo de' loro
nemici. Inoltre i Tedeschi, dopo aver sostenuta una così lunga e penosa
campagna, sospiravano pel ritorno alla loro patria; onde Federico,
quantunque rimasto in Lombardia per continuar la guerra, si trovò
obbligato di licenziare la maggior parte della sua armata[141], non
ritenendo presso di se che suo cugino il duca Federico, figliuolo di
Corrado, i due conti palatini Corrado ed Ottone coi loro vassalli, i
vassalli proprj, e gl'Italiani della sua fazione. Conoscendo di non
avere forze superiori a quelle de' nemici, nel 1160 si limitò a fare la
piccola guerra.
[141] _Otto Mor. p. 1061. — Radev. Fris. l. II, c. 75._ Questa è
l'ultima notizia che prendiamo da così pregevole scrittore, il quale
dettò la sua storia lo stesso anno 1160, e la terminò allorchè
furono licenziate le truppe allemanne. Alla stessa epoca termina
Guntero il suo poema; onde dei Tedeschi non ci rimangono che Ottone
da s. Biagio e l'abate Uspergense. Sussidio assai debole.
Il fatto di Cassano fu il più importante di questa campagna. I Milanesi
avendo posto l'assedio a quel castello occupato dalle truppe imperiali,
Federico marciò il nove agosto per soccorrere gli assediati con alcune
milizie pavesi, tutte quelle di Novara, di Vercelli e di Como, i
vassalli di Seprio e della Martesana, il marchese di Monferrato, ed il
conte di Biandrate. Un rinforzo condotto dal duca di Boemia lo raggiunse
quando già trovavasi in faccia all'armata repubblicana, ch'egli circondò
da ogni banda, togliendole la comunicazione con Milano. Allorchè i
consoli s'avvidero della difficile situazione cui erano ridotti, non
volendo dar tempo ai soldati di conoscere il comune pericolo, e non
esporli a soffrire la fame, ordinarono di attaccare all'istante i
nemici. Opposero ai Tedeschi ed all'imperatore i battaglioni di porta
Romana e di porta Orientale, confidando loro la guardia del Carroccio,
perchè l'ardore con cui difenderebbero quel sacro deposito, gli
uguaglierebbe per lo meno ai Tedeschi, più di loro esperti nell'arte
militare. Collocarono i battaglioni delle altre due porte e gli
ausiliari bresciani contro gl'Italiani. Il valor personale di Federico,
sormontando ogni ostacolo, penetrò fino al Carroccio, uccise i buoi che
lo conducevano, atterrò la croce dorata ond'era ornato, e prese lo
stendardo del comune. Ma intanto l'altr'ala dei Milanesi trionfava
compiutamente degl'imperiali, di modo che le due armate credevano
ugualmente d'aver guadagnata la battaglia, quando una violenta pioggia
obbligò i combattenti a separarsi. Rientrando nel campo l'ala vittoriosa
dei Milanesi, conobbero la rotta avuta dall'altra; perchè insofferenti
dell'affronto fatto al Carroccio, uscirono tutti di nuovo per attaccare
l'imperatore, il quale, avendo perduto molti suoi valorosi soldati e
trovandosi separato dai Novaresi ch'erano fuggiti, abbandonò
precipitosamente i prigionieri ed i suoi equipaggi. I repubblicani,
paghi d'aver veduto l'imperatore fuggire innanzi a loro, rientrarono
trionfanti in Milano carichi delle sue spoglie[142].
[142] _Otto Morena Hist. Laud. p. 1087._
Il susseguente giorno furono ugualmente rotte le milizie cremonesi e
lodigiane, che marciavano con un convoglio d'approvigionamenti in
soccorso dell'imperatore: ed in pari tempo gli assediati del castello di
Cassano piombarono improvvisamente addosso alle poche truppe rimaste nel
campo, e, bruciate le macchine dei Milanesi, gli sforzarono a levar
l'assedio malgrado tutti i vantaggi riportati il precedente giorno.
Prima di porsi ai quartieri d'inverno in Pavia, Federico radunò i
feudatari italiani, e gli obbligò sotto la santità del giuramento di
raggiungere con tutte le loro forze i suoi stendardi nella vegnente
primavera. Si annoverano con dispiacere fra costoro il marchese Obizzo
Malaspina ed il conte di Biandrate, che in principio della guerra
avevano combattuto per una causa più nobile[143].
[143] _Otto Morena Hist. Laud. p. 1087._
(1161) Alcune scaramuccie di veruna importanza aprirono la campagna del
1161. Il giorno 16 di marzo i Lodigiani ed i Piacentini, senza che gli
uni sapessero degli altri, andarono nel bosco di Bulchignano posto al
confine dei loro territorj per sorprendersi reciprocamente con
un'imboscata, e vi stettero tutta la notte senz'avvedersi della
prossimità del nemico; ma essendosene in sul far del giorno accorti i
Piacentini, approfittarono della sorpresa de' Lodigiani e li fecero
quasi tutti prigionieri.
Intanto vergognandosi i Tedeschi che l'imperatore rimanesse come
abbandonato in mezzo ai Lombardi, verso la metà di giugno passarono le
Alpi per venire in suo soccorso. La loro armata di quasi cento mila
uomini si congiunse a Federico avanti il raccolto, ond'egli postosi alla
loro testa potè avanzarsi nel territorio milanese e bruciarne le biade
ancora immature fino alla distanza di dodici in quindici miglia dalla
città. I Milanesi tentarono più volte inutilmente di scacciare il nemico
dal loro territorio, ma rimasero perdenti in quasi tutti
gl'incontri[144].
[144] _Otto de Sancto Blasio in Chron. c. 16. Scrip. Rer. Ital. t.
VI, p. 874._
Quando poi in settembre s'avvicinavano a maturità i secondi raccolti, il
miglio e le fave[145][146], Federico invase di nuovo il territorio
milanese e consumò queste derrate col fuoco, come aveva prima distrutte
le biade. In tutto il rimanente della campagna i vantaggi e le perdite
si compensarono da ambe le parti; di modo che i soli fatti notabili sono
le crudeltà dell'imperatore verso i prigionieri cui faceva tagliar le
mani o appiccare.
[145] Morena nel suo barbaro latino li chiamava blava, che è la
biada degl'Italiani, vocabolo adoperato per indicare il raccolto
d'autunno e sopra tutto la biada di Turchia e la sagina, che io
credo non ancora coltivata in Italia nel dodicesimo secolo. Si
potrebbe per altro risguardare questo passo come una prova del
contrario.
[146] Anticamente il nome generico di biava usavasi in Lombardia per
indicare qualunque specie di granaglie, ma il grano turco
s'incominciò a coltivare alcuni secoli dopo l'epoca di Federico
Barbarossa. _N. d. T._
Al cominciar dell'inverno, Federico stabilì il suo quartiere a Lodi,
facendo in pari tempo fortificare Rivalta Secca e s. Gervasio per
tagliare la comunicazione tra Milano, Brescia e Piacenza, di maniera che
i Milanesi non potevano procacciarsi le vittovaglie da queste due città.
Ad accrescere le angustie di questi, oltre la ruina quasi totale delle
loro campagne, s'aggiunse un fatale incendio che consumò due quartieri
della città ov'erano posti quasi tutti i granai, talchè in sul cominciar
dell'inverno mancavano già i viveri. (1162) L'imperatore, che non
ignorava le sventure de' suoi nemici, faceva crudelmente punire coloro
che si attentavano d'introdurre vittovaglie in Milano, cosicchè in un
solo giorno rimasero senza mani venticinque paesani, che i suoi soldati
avevano trovati carichi di munizioni[147]. Perchè conobbero i Milanesi
essere loro impossibile di giungere con sì scarse provvisioni fino al
nuovo raccolto, che pure dovevano credere che verrebbe, siccome il
precedente, distrutto dai nemici, di modo che ciò che la forza delle
armi non ottenne, si consegui dall'onnipotenza della fame. I consoli
spedirono all'imperatore, che in allora soggiornava a Lodi, deputati ad
offrire umili condizioni di pace; cioè di demolire, in attestato di
sommissione, le mura in sei luoghi, e di ricevere in avvenire i podestà
che vorrà mandarli. Ma Federico rispose ai loro deputati, che non
isperassero grazia finchè non gli s'arrendessero senza condizione,
abbandonandosi affatto alla sua clemenza. Allorchè si ebbe in Milano
tale risposta, i magistrati protestarono invano di non voler rinunciare
alla libertà che perdendo la vita, perciocchè il popolo ammutinato
trionfò della loro resistenza e gli obbligò a sottomettersi[148].
[147] _Sire Raul p. 1186._
[148] _Otto Morena p. 1099._ È vero che l'imperatore lasciava in
loro arbitrio di arrendersi a discrezione o sotto così dure
condizioni, che i suoi medesimi cortigiani non credevano eseguibili;
e perciò s'applicarono al primo partito. _Burchardi Ep. de Excid.
Med. t. VI, Rer. Ital. p. 915._
Cedendo al volere del popolo gli otto consoli con altri otto cavalieri
si presentarono il giorno primo di marzo al palazzo dell'imperatore in
Lodi, e tenendo la spada nuda in mano si arresero a discrezione in nome
della città. Giurarono nello stesso tempo d'essere disposti ad ubbidire
a tutti gli ordini imperiali; giuramento che verrebbe rinnovato da tutti
i Milanesi. Tre giorni dopo, richiese l'imperatore che trecento
cavalieri venissero a deporre ai suoi piedi le loro spade e trentasei
stendardi del comune. In tal occasione Guintellino, capo degl'ingegneri,
gli portò pure le chiavi della città. Allora l'imperatore, senza per
altro far conoscere le sue intenzioni, domandò che venissero al suo
quartiere tutti quelli che furono consoli, negli ultimi tre anni, e gli
si recassero tutti gli stendardi della città; umiliante cerimonia cui i
Milanesi si sottomisero il susseguente martedì.
I cittadini di tre quartieri della città andavano avanti al Carroccio
portando in mano supplichevoli croci, e quelli degli altri tre
chiudevano la processione. Quando il sacro carro fu a vista
dell'imperatore, i trombetti della signoria fecero per l'ultima volta
eccheggiar l'aria del loro clangore; l'albero su cui sventolava lo
stendardo s'abbassò come spontaneamente innanzi al trono, e non fu
rialzato senz'ordine di Federico. Il Carroccio con novantaquattro
stendardi furono in seguito dati ai Tedeschi. Allora uno de' consoli
milanesi si fece ad arringare l'imperatore, supplicandolo d'usare
misericordia alla sua patria. Tutto il popolo si gettò subito
ginocchione, domandando perdono in nome delle croci che portavano. Il
conte di Biandrate che militava sotto Federico, prendendo una croce di
mano a quelli contro cui aveva poc'anzi combattuto e che per lo innanzi
servì, si prostrò innanzi al trono domandando grazia per loro. Tutta la
corte, tutta l'armata piangeva a così compassionevole spettacolo; e
soltanto non iscorgevasi verun indizio di commozione sul volto
dell'imperatore. Diffidando della sensibilità della consorte, non aveale
permesso di assistere a questa ceremonia; perchè i Milanesi, non potendo
avvicinarsele, gettavano verso le sue finestre le croci che erano
portate e che dovevano parlare per loro. Federico poi ch'ebbe ricevuto
il giuramento di fedeltà da tutti quelli che accompagnavano il
Carroccio, e scelti quattrocento ostaggi, ordinò al popolo di tornare a
Milano, di demolire le sei porte della città ed i muri attigui e di
riempire la fossa, ond'egli potesse liberamente entrare colla sua
armata. Dietro loro mandò pure sei gentiluomini tedeschi e sei lombardi,
tra i quali lo storico Morena, per ricevere il giuramento di fedeltà da
coloro ch'erano rimasti in Milano, e rivocò la sentenza che aveva posti
i Milanesi al bando dell'impero.
Erano omai dieci giorni passati dopo la resa della città, ed il
vincitore in cambio di occuparla colle sue truppe conduceva l'armata da
Lodi a Pavia, ove rimaneva otto giorni, senza manifestare le sue
intenzioni. Finalmente il 16 di marzo ordinò ai consoli di Milano di far
sortire tutti gli abitanti dal circondario delle mura: misteriosi ordini
che i magistrati eseguirono tremando. Molti cittadini rifugiaronsi in
Pavia, in Lodi, in Bergamo, in Como e nelle altre città lombarde; ma la
maggior parte della popolazione aspettò l'imperatore fuori delle mura,
avendo tutti, uomini, donne e fanciulli abbandonato le proprie case, che
non sapevano se avrebbero più rivedute, e Milano rimase affatto deserto.
L'imperatore comparve alla testa delle sue truppe il giorno 25 di marzo,
e pubblicò finalmente la sentenza da lungo tempo sospesa: che Milano
doveva atterrarsi fino alle fondamenta, ed il nome dei Milanesi
cancellarsi dalla nota delle nazioni lombarde. All'istante i quartieri
della città furono consegnati ai più caldi nemici con ordine di
distruggerli; porta Orientale ai Lodigiani, la Romana ai Cremonesi, la
Ticinese ai Pavesi, la Vercellina ai Novaresi, la Comacina ai Comaschi,
e porta Nuova ai vassalli del Seprio e della Martesana. L'armata
imperiale si occupò con tanto ardore della distruzione di Milano, che
dopo sei giorni di travaglio non rimaneva in piedi la cinquantesima
parte delle case. L'imperatore ritornò a Pavia la domenica delle
palme[149][150].
[149] _Otto Mor. p. 1103, 1105. — Sire Raul p. 1187. — Otto de
Sancto Blasio c. 16, p. 875. — Trist. Calchi Hist. patr. l. X, p.
253. — Galv. Flamma Manip. Flor. c. 189, p. 642._ — Veggasi sopra
tutto, _Epist. Burchardi Notarii Imp. ad Nicol. Sigebergensem
abbatem t. VI, Rer. Ital. p. 915.-918_. Abbiamo in questa lettera un
assai circostanziato racconto della ruina di Milano e
dell'impressione che fece sui Tedeschi la vittoria dell'imperatore.
[150] Queste sono piuttosto crudeltà dei tempi che di Federico, cui
il nostro autore rende più sotto la debita giustizia, dicendo che se
incrudelì nel caldo della guerra, mostrossi poi umano coi nemici
sottomessi, non infierendo che contro le insensibili mura. Nè ai
Milanesi doveva riuscire inaspettato l'ordine di atterrare la loro
città, dopo ch'essi avevano usato lo stesso trattamento ai
Lodigiani. _N. d. T._