CAPITOLO VIII.

_Federico Barbarossa imperatore. — Sua prima spedizione contro

le città libere d'Italia._

1152 = 1155.

Corrado III, che regnò quattordici anni in Germania, s'intitolava pure

re d'Italia senza aver avuta mai la più leggiera influenza sopra questo

paese. La guerra che faceva ai principi guelfi Enrico il superbo, e

Guelfo VI, duchi di Baviera e di Sassonia, lo tennero molti anni in

Germania. Del 1147 cesse, siccome Luigi VII di Francia, alle eloquenti

esortazioni di s. Bernardo, e passò in Oriente con una potente armata di

crociati; e di ritorno ne' suoi stati, dopo tre anni di sgraziata

guerra, fu sorpreso dalla morte il 15 febbrajo del 1152 mentre

disponevasi a discendere in Italia per ricevere la corona imperiale[51].

[51] Vedasi intorno a questo regno, _Mascovius Comment. de rebus

Imp. sub Corrado III lib. IV et V._

Quantunque lasciasse un figliuolo in tenera età, la dieta del regno

riunitasi in Francoforte, seguendo i consigli di Corrado medesimo, dava

la corona a suo nipote Federico Barbarossa, duca di Svevia, allora nel

fiore della gioventù. Potevano i principi lusingarsi che il nuovo

monarca farebbe cessare le sanguinose divisioni delle due più potenti

famiglie dell'Impero, i Ghibellini, ossia la casa di Svevia in

Franconia, ed i Guelfi, ossia la casa di Baviera in Sassonia. Federico

era l'erede della casa ghibellina, siccome nipote di una sorella di

Enrico V; e d'altra parte era alleato della famiglia guelfa per essere

figliuolo d'una figlia di Enrico il nero, duca di Baviera: di modo che,

dal lato della madre, veniva ad essere nipote di Guelfo VI, duca di

Baviera, e cugino d'Enrico il Leone, duca di Sassonia, i due capi della

casa guelfa[52].

[52] _Otto Frisin. de Gestis Frid. I. l. II, cap. 2. Scrip. Rer.

Ital. tom. VI, p. 699._

Le speranze dell'Allemagna non andarono deluse; e, quasi durante tutto

il lungo regno di Federico, le dissensioni di queste due famiglie che

avevano cagionati tanti travagli ai suoi predecessori, rimasero sopite.

Le forze de' Tedeschi rese maggiori dall'abitudine delle guerre civili,

si riunirono sotto le bandiere di Federico. Vero è che questa concordia

ebbe fine colla sua vita; quando le due famiglie, separandosi nuovamente

sotto il regno del suo successore, comunicarono il loro odio ai popoli,

i quali confondendo le contese di queste famiglie con quelle del

sacerdozio e dell'Impero, fecero nascere in Italia le troppo famose

parti de' Guelfi e de' Ghibellini, che, siccome vedremo, furono cagione

che essi spargessero torrenti di sangue per più secoli.

Lo stesso giorno dell'incoronazione, il nuovo sovrano lasciò travedere

il severo ed inflessibile carattere che portava sul trono. Uno de' suoi

cortigiani, che avendo avuto la disgrazia di spiacergli, era stato per

suo ordine allontanato dalla corte, credette che in questo giorno

d'allegrezza gli sarebbe stato facile d'ottenere il perdono. In tempo

della cerimonia si gittò ai piedi del nuovo re; e gli chiese grazia. Le

guardie che udirono le sue preghiere, benchè non sapessero quale fosse

il suo delitto, aggiunsero alle sue le loro suppliche, e tutta la

moltitudine, commossa a tale spettacolo, chiamò grazia per il

supplicante. Federico impose a tutti silenzio, e nell'istante in cui

andava a ricevere la sacra unzione, dichiarò con alta e severa voce, che

la giustizia, e non l'odio aveva dettato il suo giudizio, e che niuna

cosa al mondo potrebbe farglielo rivocare[53]. Tal era l'uomo che si

preparava ad armare la Germania contro la libertà italiana.

[53] _Ibid. — Gunteri Ligurinus lib. I, p. 12. ap. Pitheum._

Federico era stato eletto nella dieta di Francoforte dai soli principi

tedeschi; onde l'Italia veniva, siccome una provincia soggetta, data ad

un nuovo sovrano dall'altrui suffragio. Vero è però che alcuni pochi

gentiluomini toscani, lombardi e genovesi avevano assistito alla dieta,

ma ciò fu per caso, e senza missione[54]. Essi non pretesero di

conferire coi loro suffragi le due corone italiche; ma i loro

concittadini, contenti, se non della dominazione allemanna, almeno del

modo con cui la loro patria veniva amministrata, e della libertà di cui

godevano sotto stranieri sovrani, invece di opporsi, applaudirono

all'elezione di Federico.

[54] _Gunt. Ligur. lib. I, p. 6._ — È anche dubbioso che vi fossero

Genovesi, perciocchè il nome di _Ligures_ viene dato da Guntero a

tutti i Lombardi.

Fu nella dieta convocata il mese d'ottobre in Wurtzburgo, che i deputati

mandati da Federico in Italia resero conto della loro missione,

ritornando accompagnati dai delegati di papa Eugenio III per affrettare

i soccorsi del nuovo monarca contro i Romani diretti sempre da Arnaldo

da Brescia. Roberto principe di Capua, quello stesso che con tanto

coraggio aveva sussidiati i Napoletani nella guerra che loro tolse la

libertà, si presentò alla stessa dieta, implorando insieme ad altri

baroni della Puglia esigliati anch'essi, dal re e dalla nazione tedesca

di restituir loro il perduto patrimonio e di metter fine alle

usurpazioni del re di Sicilia ugualmente nemico suo, come

dell'Impero[55].

[55] _Otto Frisin. Frid. I. lib. II, cap. 7, p. 703._

Federico, giovane valoroso ed avido di gloria, vedeva quanto la riunione

delle fazioni allemanne accresceva le sue forze, ed era impaziente di

usarne. L'Italia era la sola provincia in cui potesse far conoscere la

sua attività ed i suoi talenti militari, e dove avrebbe dovuto essere

incoronato imperatore e re; ma sapeva pure che in Italia non avrebbe

trovato nè ubbidienza, nè sudditi, nè tesori, nè armate; ed egli

risguardava l'indipendenza d'Italia come uno stato di rivolta, i

privilegi, come ingiuste usurpazioni. Promise perciò soccorso a Roberto

ed ai baroni pugliesi, e segnò un trattato d'alleanza col papa, nel

quale Eugenio prometteva la corona imperiale, e Federico di ristabilire

in Roma l'autorità papale. In sul finire della dieta intimò a tutti i

vassalli del regno germanico di disporsi ad accompagnarlo in Italia

entro due anni al più tardi; e tutti i signori che assistettero alle

deliberazioni della dieta, giurarono di seguirlo in tale impresa[56].

[56] _Otto Frising. I. II, cap. 7._

In marzo del 1153 tenendo Federico un'altra dieta a Costanza, due

Lodigiani portando delle croci in mano, attraversarono la folla de'

principi, e gittandosi ai piedi dell'imperatore, domandarono colle

lagrime la libertà della loro patria, che i Milanesi avevano ridotta

nella più dura servitù. Erano omai quarant'anni da che la repubblica di

Lodi era stata sottomessa ed incorporata al territorio milanese; e la

generazione che aveva potuto aver parte in un governo libero, ed

esercitare nelle pubbliche adunanze i diritti della popolare sovranità,

era forse tutta discesa nel sepolcro: ma la dolce ad un tempo e trista

memoria della perduta indipendenza è una eredità che i repubblicani

lasciano ai loro figliuoli coll'obbligo di trasmetterla d'una in altra

generazione, per farla rivivere qualunque volta ne avranno la forza. I

cittadini lodigiani, senz'esserne autorizzati dai loro compatriotti,

condotti dal caso a Costanza, trovarono nel proprio cuore le parole che

potevano destare la compassione di persone che non intendevano il loro

idioma. I loro singhiozzi e le lagrime della rimembranza d'una patria

che più non avevano, si fecero strada al cuore di Federico, il quale

fece subito dal suo cancelliere spedire un ordine ai Milanesi di

ristabilire i Lodigiani negli antichi privilegi, e di rinunciare alla

giurisdizione che si erano usurpata. Sicherio suo ufficiale di corte fu

incaricato di portare all'istante quest'ordine ai consoli del popolo di

Milano[57].

[57] _Otto Morena Hist. Land. t. VI. Rer. Ital. p. 957. — Galvan.

Flamma Manip. Flor. c. 173, t. XI, p. 634._

Da prima recossi Sicherio a Lodi, ove partecipò ai magistrati delle

borgate, tristi avanzi della distrutta città, la missione di cui era

incaricato. Erano i Lodigiani troppo persuasi che una semplice lettera

non farebbe loro rendere la perduta libertà, e tremarono in vista del

pericolo cui gli esponeva l'inconsiderata procedura de' loro

concittadini. La loro città era stata distrutta dal fuoco, ed essi

ridotti ad abitare in villaggi aperti da ogni banda. Sapevano che la

possente cittadinanza milanese poteva, provocata dalla risentita lettera

di Federico, distruggere in poche ore le loro case, ed i loro raccolti,

quando i soccorsi di Germania tarderebbero almeno un anno. Federico li

proteggeva come usano i grandi di fare: essi credono d'aver tutto fatto

pei loro clienti, quando si prendono la cura di vendicarli. Invano i

magistrati di Lodi rappresentarono a Sicherio i loro pericoli; che non

ottennero di sopprimere la lettera imperiale, o di differirne la

consegna fino all'epoca in cui Federico entrasse in Italia.

I consoli milanesi ricevettero Sicherio in presenza dell'assemblea del

popolo, che ascoltò la lettura del dispaccio. L'indignazione eccitata da

una lettera così imperiosa fu universale; fu strappata di mano

all'araldo, e posta sotto i piedi; mentre tutti giuravano ad alta voce

di difendersi, e caricavano d'imprecazioni il despota. Sicherio si

sottrasse a stento alla moltitudine furibonda[58].

[58] _Otto Morena Rerum Laudensium p. 965._

Intanto i Lodigiani trovavansi in preda a mortali terrori: essi

mandavano le mogli ed i figli coi più preziosi effetti a Cremona ed a

Pavia; e gli uomini restavano di giorno nelle proprie abitazioni, che

abbandonavano la notte, disperdendosi ne' borghi e nelle campagne, per

timore d'essere ad ogni istante sorpresi dall'armata milanese, che

volesse punirli d'aver osato desiderare la libertà. Ma il popolo

milanese, prevenuto dell'imminente arrivo dell'imperatore, non volle,

attaccando i Lodigiani, che aveva presi a proteggere, provocare

maggiormente il suo sdegno; che anzi unitamente agli altri Lombardi

mandarono a Federico i regali che le città avevano costume di spedire al

nuovo sovrano. I deputati di Pavia e di Cremona portarono in tale

occasione al trono imperiale le loro lagnanze contro la crescente

ambizione dei Milanesi i quali conobbero ben tosto l'aggravio loro fatto

dalle vicine città, ed alla nuova stagione tentarono di vendicarsene con

alcune scorrerie sui territorj di Pavia e di Cremona[59].

[59] _Otto Morena p. 971._

La Lombardia era ancora in armi nell'ottobre del 1154 in cui v'entrò

l'imperatore. Scendeva egli le Alpi per la vallata di Trento, e marciava

alla testa di tutti i suoi vassalli, e di un'armata maggiore assai di

quante ne avevano i suoi predecessori condotte in Italia. Fermossi alcun

tempo in riva al lago di Garda per aspettarvi i suoi feudatarj; poi

s'avanzò fino a Roncaglia in vicinanza di Piacenza; segnò il suo campo

sulla pianura in riva del Po, e, secondo l'antica costumanza, vi aperse

i comizj del regno d'Italia[60].

[60] _Otto Fris. lib. II, cap. 12. 15, p. 706. — Otto Morena p. 969.

— Sire Raul, seu Radulphus Mediol. De gestis Frid. I. p. 1175, t.

VI. — Ligurinus l. II, p. 24._

Il primo atto de' comizj fu quello di privare de' loro feudi coloro che

non erano intervenuti; poi l'imperatore si dichiarò disposto a giudicare

le cause de' suoi sudditi italiani, ed a soddisfare alle loro lagnanze.

Il primo che domandasse giustizia fu Guglielmo, marchese di Monferrato,

il quale accusò la città d'Asti ed il borgo di Chieri. Questi due popoli

eransi costituiti in governi liberi, e non avendo potuto ridurre il

marchese a porsi sotto la loro protezione, facevano la guerra ai suoi

vassalli. Il vescovo d'Asti s'unì al marchese contro la sua greggia.

Tutte le nascenti repubbliche eccitavano la diffidenza o la collera di

Federico, onde prometteva al prelato ed al marchese di castigare

esemplarmente i popoli che gli avevano offesi.

Presentaronsi in appresso i consoli lodigiani e comaschi, rinnovando le

lagnanze che i Lodigiani avevano già fatte a Costanza contro i Milanesi.

I consoli di Milano trovavansi presenti e preparati a rispondere, onde

si discussero le rispettive ragioni innanzi all'imperatore, e tutte le

città manifestarono le loro inclinazioni. Si conobbero amici dei

Milanesi i Cremaschi, i Bresciani, i Piacentini, gli Astigiani, i

Tortonesi; dei Pavesi soltanto le città di Cremona e di Novara, poichè

quelle di Como e di Lodi erano soggette a Milano. Il partito pavese era

dunque evidentemente il più debole: per cui Federico chiamato a favorire

una delle due leghe, si dichiarò per quella che in appresso potrebbe

sempre facilmente opprimere; mentre quando avesse appoggiati i Milanesi,

questi non avrebbero in breve più avuto bisogno del suo favore[61].

[61] _Sire Raul p. 1175._

Ordinava intanto alle due parti di deporre le armi, e faceva che i

Milanesi lasciassero liberi i prigionieri pavesi: in appresso avendo

manifestata la sua intenzione di avvicinarsi a Novara prima di nulla

decidere intorno alle lagnanze di Como e di Lodi, chiese ai consoli di

Milano di condurlo essi medesimi a traverso al loro territorio.

La strada che naturalmente doveva tenere l'armata, fu quella che i

consoli di Milano avevano indicata, la quale attraversava, in linea

quasi retta per lo spazio di circa cinquanta miglia, Landriano, Rosate e

Trecate, ov'era il ponte sul Ticino. Ma su questa medesima linea appunto

eransi pochi mesi prima battuti in più riprese i Milanesi ed i Pavesi;

di modo che la campagna era stata rovinata: e perchè i Tedeschi

prendevano, senza pagare, non solo gli oggetti di cui abbisognavano, ma

gli animali ed i mobili, i paesani fuggivano innanzi a loro, e

lasciavano deserti i paesi per cui l'armata doveva passare. La prima

notte l'esercito di Federico s'accampò innanzi a Landriano, ove trovò

appena di che nutrirsi. Arrivò il susseguente giorno a Rosate, e perchè

le dirotte piogge ne rendevano difficile la marcia, fece alto

quarantott'ore presso a quel castello. I Milanesi non avevano calcolato

tale ritardo, e le provvisioni colà preparate essendosi consumate il

primo giorno, l'armata trovossi senza viveri. Lo stesso Ottone di

Frisinga osserva che il principe ed i soldati, travagliati dalle non

interrotte piogge, erano insofferenti e di cattivo umore, ed incolpavano

perciò i Milanesi dell'avversa stagione[62]. La sera del secondo giorno

Federico ordinò ai loro consoli d'allontanarsi dal campo e di sottrarsi

alla reale indignazione; soggiungendo di far subito evacuare il castello

di Rosate, ove trovavansi cinquecento soldati, onde la sua truppa

potesse valersi dei viveri della guarnigione. I consoli ubbidirono: nè

la guarnigione solamente, ma ancora tutti gli abitanti uscirono dal

castello conducendo di notte già innoltrata, e sotto una pioggia

freddissima e continuata, le loro mogli e figli; lo che rendeva

quest'esecuzione militare più odiosa e crudele. Presero la strada di

Milano da cui erano lontani dodici miglia, lasciando, com'era loro stato

ordinato, tutti gli effetti nel castello. V'entrò in sul far del giorno

l'armata tedesca, e, dopo averlo saccheggiato, lo spianò da cima in

fondo[63].

[62] _De rebus gestis Frid. I. l. II, cap. 14, p. 710._

[63] _Otto Morena p. 973._

Quando i fuorusciti di Rosate giunsero a Milano, volendo pure dar colpa

della loro sventura a qualcuno esposto alla loro vendetta, ripetevano le

lagnanze de' Tedeschi, rimproverando ai consoli milanesi d'aver dato

motivo della collera di Federico e della sua armata. Que' magistrati

avevano torto in faccia a quegli abitanti dell'aver condotta l'armata

presso al loro castello. Il popolo milanese era incapace di resistere

all'affascinamento d'un grande spettacolo; le lagrime delle donne di

Rosate, la miseria de' fanciulli che portavano in collo lordi di fango

ed assiderati da una pioggia gelata, lo scoraggiamento dei capi di casa

che avevano tutto perduto, facevano sui Milanesi un'impressione assai

più profonda che non la ferma e misurata eloquenza dei consoli, Oberto

dall'Orto, e di Gherardo Negro, che rendevano ragione della propria

condotta. La plebe tumultuante si portò contro la casa dell'ultimo, e la

demolì interamente. Pure questo magistrato dimenticò l'ingratitudine del

popolo, e non lasciò di servire con zelo e fedeltà la patria[64].

[64] _Otto Fris. de gest. Frid. I, l. II, cap. 13, e 15._

Altri deputati furono mandati a Federico, i quali rappresentarongli il

castigo inflitto al console, siccome una luminosa soddisfazione che il

popolo di Milano aveva voluto dargli: tentarono pure di calmarlo

offerendogli una ragguardevole ammenda, a condizione per altro di

lasciare la loro repubblica nel tranquillo possesso di Como e di Lodi.

Ma il leone che aveva assaporato il sangue, rifiutava tutt'altro

nutrimento. Federico si crucciò fieramente dell'offerta di un tributo,

quasi si fosse cercato di corromperlo col danaro[65]; e menando i suoi

soldati nelle più fertili campagne del Milanese, le lasciò a discrezione

loro. S'avanzò poscia verso i due ponti fortificati che i Milanesi

avevano costrutti sul Ticino per passare quando il volessero nel

territorio novarese, e dopo averli attraversati egli e l'armata, li fece

abbruciare. Milano possedeva pure sull'opposta riva due castelli

risguardati come chiavi del Novarese, Trecate e Galliate, ne' quali

teneva sempre guarnigione. Federico li prese d'assalto, e dopo averli

saccheggiati li fece spianare[66].

[65] _Ibid. Cap. 14._

[66] _Epist. Frid. ad Ottonem Frisin. ap. Scrip. Rer. Ital. t. VI,

p. 635._

I Milanesi osservavano attoniti le rovine fatte da questa barbara

armata, che a guisa di turbine aveva attraversato il loro territorio.

Essa ne era finalmente uscita, ma non potevano prevedersi i suoi

ulteriori movimenti; e dopo varj inutili tentativi, si era abbandonato

il progetto di calmare coi doni la cieca sua collera. Rinvenuti da

quella prima sorpresa, i magistrati pensarono a porsi in sicuro contro

nuovi attacchi. Introdussero in città abbondanti provvigioni, ne

rinforzarono con estrema cura le fortificazioni, e misero i castelli del

territorio nel migliore stato di difesa. Mandarono in pari tempo

ambasciatori alle città alleate per rinnovare gli antichi patti,

domandare ed offerire reciproco soccorso in caso d'attacco[67].

[67] _Tristani Calchi Hist. Patriæ, l. VIII, p. 222._

Nel 1154 Federico celebrò il Natale nelle vicinanze di Novara, ed al

principio del susseguente anno 1155 attraversò i territori di Vercelli e

di Torino[68]. Benchè queste due città si governassero a comune, ebbero

la sorte di trovar quel monarca loro propenso, per cui nella guerra,

ch'egli fece in seguito ai Lombardi, l'ultima fu sempre a lui attaccata.

Dopo avere passato il Po, riprese, attraversando la pianura posta a

diritta, la strada di Pavia. Guglielmo di Monferrato che seguiva

l'armata imperiale, gli rammentò le ingiurie fattegli dagli abitanti di

Chieri e d'Asti, chiedendogli il castigo di que' popoli così superbi e

gelosi della loro indipendenza. Questi spaventati dall'avvicinamento di

tanto formidabile armata, e non si fidando abbastanza delle loro torri e

delle loro mura, eransi salvati colla fuga. L'imperatore trovò affatto

deserto ed abbandonato Chieri, e la città di Asti[69]; le quali dopo il

saccheggio de' soldati furono incendiate.

[68] _Otto Fris. de Gest. Frid. I. l. II, cap. 15._

[69] Tutti gli storici contemporanei chiamano questa borgata Cairo,

ed il Muratori suppone che si parli d'un castello di tal nome posto

alle falde delle Alpi liguri quaranta miglia lontano da Asti. Ma

ponendo mente alla strada tenuta da Federico, non può essere che

Chieri. Questa borgata, ch'egli attraversò passando da Torino ad

Asti, ebbe governo repubblicano fino alla fine del tredicesimo

secolo.

S'avvicinò quindi a Tortona, città alleata di Milano, che l'aveva

soccorsa nella guerra contro Pavia. Gli fece il re intimare che

rinunciasse all'alleanza de' Milanesi, e si unisse ai Pavesi: e perchè

il Governo di Tortona rispose non essere sua costumanza di abbandonare

gli amici quand'erano nella sventura, fu la città posta al bando

dell'Impero con solenne decreto; ed il giorno 13 febbrajo il re ne

intraprese l'assedio[70].

[70] _Otto Fris. l. II, c. 17. p. 712. — Trist. Calchi l. VIII, p.

222._

È posta Tortona sopra un monticello che domina le pianure alla destra

del Po, a non molta distanza dalle falde delle Alpi liguri. Terre basse

e profonde la circondano da ogni banda, dividendola pure da Novi che

trovasi ove comincia la catena delle Alpi. La collina di Tortona non si

riunisce a questa catena che per mezzo di alcune alture che prolungansi

a levante. Su questa dirupata collina è fabbricata la fortezza, e più

abbasso un sobborgo, che, quantunque circondato di mura, non è capace di

lunga resistenza; onde il re non tardò ad impadronirsi del sobborgo, o

della bassa città, che gli abitanti avevano abbandonato, ritirandosi con

tutti i loro effetti nella città superiore.

Quando i Milanesi conobbero il pericolo dei loro amici, spedirono loro

all'istante duecento de' loro più valorosi soldati, e persuasero molti

gentiluomini delle montagne liguri, i quali eransi posti sotto la

protezione della repubblica milanese, e tra questi Obizzo Malaspina, a

ridursi nella città assediata[71].

[71] Tristano Calco ci diede i nomi de' capi di questi valorosi.

Aveva Federico fissato il suo quartiere all'occidente della città verso

il Tanaro; il duca Enrico di Sassonia occupava a mezzogiorno il

sobborgo, e le milizie pavesi eransi accampate dalla banda della loro

città. Gli assedianti aprirono tra questi diversi quartieri una fossa

che toglieva ogni comunicazione fra Tortona e la campagna. Si

fabbricarono macchine d'ogni sorta, altre per nettare i merli gettando

pietre contro i soldati, altre per rompere le mura. E tali erano i

progressi ch'eransi fatti dagl'ingegneri in quest'arte, che raccontasi

avere un gran macigno, gettato da una balista avanti al portico della

cattedrale, ucciso, spezzandosi, tre de' principali cittadini che

stavano colà deliberando intorno al modo di difendere la città. Per

ordine di Federico erano state innalzate alcune forche in faccia alle

mura, per appendervi coloro che si facessero prigionieri, siccome

colpevoli di ribellione.

Intanto i Tortonesi venivano resi forti, per così dire, dalla

disperazione, ed insultavano gli assedianti con frequenti sortite, e

specialmente il campo de' Pavesi, perchè tra i posti avanzati di questi

ed i loro era situata la sola fonte cui gli assediati potessero attinger

acqua; ma il re rinforzò questo quartiere mandandovi colle sue truppe il

marchese di Monferrato. Cercò pure di abbattere la torre, chiamata

_Rubea_, la sola che non fosse fondata sulla rupe; ma i minatori reali

furono scontrati dagli assediati che scavavano delle contromine, e li

fecero perire soffocati nelle loro gallerie[72].

[72] _Otto Fris. de gestis Frid. I. l. II, c. 17._

Non potendo i Pavesi allontanare affatto dalla fonte affidata alla loro

custodia gli assediati, vi gettarono cadaveri d'uomini, e d'animali per

corrompere le acque; ma la sete vincendo ogni ribrezzo, non lasciavano

per questo di beverne con avidità. Giunsero in fine a renderla affatto

inservibile gittandovi solfo infiammato e pece. Tale assedio si

protrasse fino alle feste di Pasqua; per celebrare le quali Federico

accordò alla sua armata una tregua di quattro giorni; tregua di cui

pochissimo approfittarono gli assediati travagliati dalla fame e dalla

sete.

Il clero di Tortona sortì processionalmente per chiedere al re la grazia

di non accomunarlo al gastigo di una città colpevole ch'egli abbandonava

alla sua collera; ma Federico non ascoltò le vili preghiere d'una

corporazione che abbandonava i suoi fratelli in tanta calamità, ed

avendo costretto quegli ecclesiastici a rientrare in città, fece

ricominciare l'attacco[73].

[73] _Ibid. cap. 19._

Intanto la sete rendevasi ai Tortonesi insopportabile, i quali avendo

esauriti tutti i soccorsi della pazienza e del coraggio, dopo

sessantadue giorni di trincea aperta, non potendo ottenere migliori

condizioni, si arresero a patto di sortire dalla città portando sulle

spalle gli effetti di cui potrebbero caricarsi una sola volta, lasciando

tutto il restante all'armata vittoriosa. Così sortirono in fatto da

Tortona, ma dimagrati e sfiniti in modo, che più gloriosa rendevasi la

lunga resistenza. Presero la strada di Milano, e mentre si scostavano

dalla loro patria, vedevano innalzarsi le fiamme che la

distruggevano[74].

[74] _Otto Morena, p. 981. — Otto Fris. l. II, c. 20 e 21, p. 718. —

Abbas Usp. in Chron., p. 283. — Godafr. Viterbiensis in Pantheo.

pars XVIII, t. VII, p. 464. — Sicardi Ep. Crem. Chron., p. 599, tom.

VII Rer. Ital._

Qual che si fosse l'infelice fine dell'assedio di Tortona, i

repubblicani lombardi prendevano buon augurio dal vedere che una sola,

ed una delle meno popolose e potenti loro città, avesse fermata due mesi

la marcia della più formidabile armata che il re tedesco potesse

condurre contro di loro, e gli fosse costata più sangue e sudore che ad

Ottone la conquista di tutta l'Italia. Un grandissimo esempio di

costanza e di coraggio era stato dato per la libertà; i Tortonesi ne

erano i martiri, e furono posti sotto la protezione delle repubbliche

per la di cui causa avevano tanto sofferto. Furono ripartiti tra le

famiglie milanesi con cui avevano formati legami di ospitalità, ed i

consoli promisero di rialzare le mura di Tortona tosto che partirebbe

l'armata tedesca.

Mentre questi valorosi fuorusciti colle loro mogli e figli, portando i

miseri avanzi di loro fortune, entravano in Milano tra le acclamazioni

del popolo ammiratore della loro virtù, Federico entrava trionfalmente

in Pavia, ove facevasi coronare nella chiesa di S. Michele presso

all'antico palazzo dei re lombardi[75].

[75] _Otto Fris. l. II c. 21. p. 718._

Impaziente di associare a quello di re il titolo d'imperatore

s'incamminava ben tosto alla volta di Roma, passando in vicinanza di

Piacenza e di Bologna, ed attraversando la Toscana senza provocare, nè

provare ostacoli.

Papa Eugenio III era morto del 1153; Anastasio IV suo successore non

aveva regnato più di un anno; e quando Federico s'avvicinava a Roma era

salito sulla cattedra di S. Pietro Adriano IV. In questa città viveva da

più anni in pace Arnaldo da Brescia, protetto dal senato, ed applaudito

dal popolo, cui denunciava le ambiziose usurpazioni del clero. In

principio dell'anno, Adriano IV aveva fulminato l'interdetto contro di

Roma[76], che fino al presente non soggiacque mai a così fatto castigo

spirituale; e siccome il popolo incominciava a lagnarsi d'essere,

all'avvicinarsi della Pasqua, privo delle sacre cose, il senato,

consigliandosi colla prudenza, non volle compromettere la pubblica

tranquillità, ponendola in urto colle usanze religiose, e persuase

Arnaldo ad allontanarsi da Roma, condizione richiesta dal papa per

riconciliarsi colla città. Arnaldo si rifugiò presso un gentiluomo della

Campania, aspettando le determinazioni che prenderebbe Federico.

[76] _Bar. Ann. Ecc. ad ann. 1155, §. 2, 3, e 4. Card. Aragonius in

Vit. Ad. IV. p. 442. Sc. Rer. Ital T. III. P. 1._

I due partiti forzavansi ugualmente di guadagnarsi il favore del

monarca. Aveva Adriano mandati a riceverlo a S. Quirico tre cardinali, i

quali ottenevano in compenso della promessa della corona imperiale, che

Federico lo ajuterebbe a soggiogare i Romani. Il re per dargli una

caparra della sua protezione fece arrestare il conte Campano che aveva

dato asilo ad Arnaldo, e non lo rilasciò finchè non ebbe consegnato

quell'eloquente nemico de' papi al Prefetto di Roma, magistrato eletto

da Adriano, ed a lui devoto. Il popolo atterrito ugualmente dai fulmini

della Chiesa e dalle minacce dell'esercito Allemanno, non si mosse a

favore dell'apostolo della libertà, dichiarato eretico da un concilio;

ed avanti che i Romani avessero tempo di rinvenire da questa prima

sorpresa, la vendetta papale era compiuta. Il Prefetto teneva il

prigioniero nella sua abitazione in castel s. Angelo; di dove in sul far

del giorno lo fece tradurre alla piazza del Popolo, destinata alle

esecuzioni de' delinquenti. Dal rogo, su cui si fece salire per

abbruciarlo, Arnaldo potè vedere a perdita di vista le tre lunghissime

strade che facevan capo innanzi al patibolo, e che formano quasi la metà

di Roma. Colà, ignorando l'estremo pericolo del loro legislatore,

giacevano ancora immersi nel sonno quegli uomini, che tante volte aveva

chiamati alla libertà. Il fracasso dell'esecuzione, e le fiamme del rogo

risvegliarono i Romani, che si armarono ed accorsero, ma troppo tardi,

per salvarlo. Le coorti del papa rispinsero colle loro lance coloro che

desideravano di raccogliere come preziose reliquie le ceneri

d'Arnaldo[77].

[77] _Vita ad Pap. — Otto Fris. l. II, c. 21, p. 721._

Dopo tale esecuzione, Adriano accompagnato da' suoi cardinali s'avanzò

fino a Viterbo all'incontro di Federico. Qualunque fosse il bisogno

ch'egli aveva di lui, voleva, in sull'esempio de' suoi predecessori,

ridurre l'imperatore ad umiliarsi innanzi al capo della Chiesa prima

d'essere da lui esaltato. Federico, vedendolo avvicinarsi, non si mosse

per tenergli la staffa ed ajutarlo a discendere dal mulo: tanto bastò

perchè il papa si rifiutasse di dargli e di ricevere il bacio di pace

finchè l'orgoglioso monarca, alle persuasioni de' suoi cortigiani che

avevano veduto Lotario nella medesima circostanza, si piegò a così

umiliante ceremoniale. Si ebbe le destrezza d'assicurarlo che tale

condiscendenza non comprometteva in verun modo la sua dignità, giacche

non al papa, ma all'apostolo da questi rappresentato, riferivasi tale

omaggio[78].

[78] _Mur. Ant. It. Dis. IV. vol. I, p. 117._

Venti miglia più lontano tra Nepi e Sutri presentaronsi a Federico i

deputati del senato romano. Ottone di Frisinga ci conservò per intero il

discorso che diressero all'imperatore[79]. Rammentarono l'antica gloria

di Roma, che era debito dell'imperatore di ripristinare; parlarono del

dominio che la loro città ebbe lungo tempo di tutto il mondo; dominio

cui poteva ancora aspirare dopo avere scosso l'ingiusto giogo de' preti;

richiedevano da Federico che, prima d'entrare nella loro città, giurasse

di rispettare le costumanze e le antiche leggi di Roma riconfermate coi

loro diplomi da tutti gl'imperatori; finalmente di assicurare i

cittadini dalla licenza dei Barbari, e di pagare cinque mila libbre

d'argento agli ufficiali che, in nome del popolo romano, dovevano

coronarlo in Campidoglio.

[79] _Otto Fris. l. II, cap. 22._

Quantunque l'orgoglio di Federico fosse rimasto ferito dall'altero

carattere d'Adriano, aveva sagrificato alla dignità della religione, ed

all'età del pontefice l'amor proprio, ma nulla aveva potuto prevenirlo

per l'alterezza del senato romano. Que' sentimenti repubblicani che

combattuti aveva in Lombardia, non gl'ispiravano punto di stima e di

rispetto; onde rispose in tal modo da despota: non essere egli fatto per

ricevere condizioni, ma per darle al popolo: che quando fa il bene de'

suoi sudditi, non segue che gl'impulsi del proprio cuore senz'esservi

obbligato da veruna legge o giuramento. Dopo ciò rimbrottando ai

deputati romani la degenerazione loro dagli antenati, e la debolezza

attuale in confronto dell'antico valore, li rimandò con disprezzo.

Mentre i deputati si ritiravano, li fece inseguire da un corpo di mille

cavalieri che occuparono la città Leonina. È questa una parte di Roma

posta sul monte Vaticano al di là del Tevere intorno alla basilica di s.

Pietro. Era stata fortificata dell'848 da Papa Leone IV, dopo che i

Saraceni avevano spogliata quella basilica, e perciò portava il suo

nome[80]. La città Leonina non comunica colla città principale che per

mezzo di un ponte fabbricato a lato di Castel sant'Angelo[81], il quale

fu preso dai Tedeschi, e barricato. Dopo tali precauzioni Federico ed

Adriano poterono all'indomani entrare senza pericolo e senza incontrar

resistenza in quelle deserte strade, e celebrare la ceremonia

dell'incoronazione in onta de' Romani che, ritenuti al di là delle

barricate, fremevano di sdegno, vedendo che il nuovo imperatore credeva

di non abbisognare dei loro suffragi. Poichè Federico ricevette dalle

mani di Adriano IV nella basilica di S. Pietro la corona d'oro, si

ritirò co' suoi soldati nel campo formato fuori delle mura[82].

[80] _Anast. Bibl. de vita Leonis IV, p. 240. Sc. Rer. It., t. III._

[81] Si chiama oggi Ponte S. Angiolo, prima _Pons Aelii Adriani_.

[82] _Otto Fris. L. II, c. 23, p. 724._

Tosto che i Romani videro levarsi le guardie che difendevano il ponte

sul Tevere, si precipitarono entro la città Leonina, e massacrarono

tutti coloro del seguito dell'imperatore che rimasti erano presso al

Vaticano. All'avviso di questa sommossa popolare, riunì all'istante

Federico i suoi soldati, e si portò nella città Leonina contro gli

ammutinati. La battaglia s'impegnò innanzi a castel sant'Angelo alla

testa del ponte, e tra il Gianicolo ed il fiume presso ad una fonte di

cui ora non rimane verun avanzo: nel primo luogo combattevano gli

abitanti della città, nell'altro i transteverini. Tale era già l'effetto

della disciplina repubblicana, che i Romani sostennero tutto il giorno

lo sforzo dell'armata imperiale benchè composta delle migliori truppe

tedesche. Furono però alla fine respinti, lasciando sul campo di

battaglia mille morti e duecento prigionieri. All'indomani l'imperatore,

che incominciava a mancar di viveri, s'allontanò da Roma col papa e

s'accampò presso Tivoli. Colà celebrò la festa di S. Pietro e Paolo,

nella quale il papa, dopo la messa, assolse tutti i soldati che avevano

massacrate le sue pecore, dichiarando, _non essere delitto il versare il

sangue umano per sostenere il potere de' principi, e vendicare i diritti

dell'impero_[83].

[83] _Otto Frising. Lib. II, c. 24, p. 725._ — Se l'imperatore aveva

realmente diritto di sovranità sovra di Roma, non è meraviglia che

il papa facesse la surriferita dichiarazione. _N. d. T._

Intanto l'avvicinamento della canicola moltiplicava nell'armata le

febbri pestilenziali; onde, per evitare la fatale influenza

dell'eccessivo caldo, Federico condusse le sue truppe nelle montagne del

ducato di Spoleti, la di cui capitale, siccome tutte le altre città

italiane, reggendosi a comune, ebbe la sventura di muover la bile

dell'imperatore. Il fisco pretendeva dalla città di Spoleti un residuo

pagamento di ottocento lire per diritto di fodero, e per questo titolo

veniva imputata d'aver defraudati i diritti reali. Inoltre i consoli di

Spoleti avevano arrestato il conte Guido Guerra, uno de' più potenti

gentiluomini toscani, che, di ritorno da una legazione, voleva

raggiungere l'armata. Federico adunque spinse le sue truppe contro gli

Spoletini, che coraggiosamente affrontarono gli assalitori; ma attaccati

dalla cavalleria tedesca, non ne sostennero l'urto, e fuggirono verso la

città inseguiti dai vincitori, che, entrandovi coi fuggiaschi, la misero

a fuoco prima d'averla interamente spogliata. Due giorni rimasero i

Tedeschi in quelle vicinanze per dividere le spoglie degl'infelici

Spoletini, sottratte alle fiamme[84].

[84] _Idem. Ibid. p. 726._

I baroni pugliesi ch'eransi rifugiati presso l'imperatore, lo andavano

esortando a portare le sue armi negli stati del re di Sicilia. Ruggeri

il primo dei re normanni era morto a Palermo il 26 febbrajo del 1153 in

età di 56 anni, dopo un regno glorioso, ma in sul finire infelicissimo;

perciò che nell'ultimo anno di sua vita perdette i suoi due maggiori

figliuoli Ruggeri ed Alfonso, le di cui virtù mostravangli degni

successori degli eroi normanni. Guglielmo I, il terzo de' suoi figli,

uomo pusillanime ed incapace di governare, erasi perciò abbandonato alla

direzione di un oscuro cittadino di Bari, chiamato Mago, ch'era stato da

lui nominato cancelliere e grande ammiraglio, per cui aveva indisposta

la nobiltà, e dato occasione ad una sommossa popolare in Puglia[85].

Roberto, principe di Capoa, alla testa degli esuli era entrato nella

Campania, per farla ribellare; e tutte le città gli avevano aperte le

porte, tranne Napoli, Amalfi, Salerno, Troja e Melfi. Emmanuele Comneno,

imperatore di Costantinopoli, faceva nello stesso tempo attaccare da una

flotta Brindisi e Bari, che gli opponevano una leggiere resistenza.

Tutto il regno di qua dal Faro credevasi perduto dal monarca normanno,

se Federico, come ne aveva dato voce, si fosse avanzato per terminarne

la conquista: ma i Tedeschi impazienti di restituirsi alla loro patria,

onde rimettersi dalle fatiche e dalle malattie di così micidiale

campagna, non permisero all'imperatore di prolungare la guerra. Fu

dunque costretto di licenziare la sua armata in Ancona, ove molti de'

signori che l'avevano seguito, s'imbarcarono per Venezia; altri,

attraversando la Lombardia ed il Piemonte, valicarono le Alpi della

Savoja. Federico ch'erasi conservato un considerabile corpo di truppa

passando per la Romagna, il Bolognese ed il Mantovano, si ridusse nel

territorio veronese[86].

[85] _Romualdi Salernit. Chron. p. 197. t. VII._

[86] _Otto Frising. l. II, cap. 25._

Era costumanza de' Veronesi di non accordare alle truppe imperiali il

passaggio per la loro città. Per non esservi obbligati usavano perciò di

fabbricare fuori delle mura un ponte sull'Adige. Quando Federico entrò

sul loro territorio cogli avanzi d'un'armata che aveva portato la

desolazione in tutta l'Italia, e che da Asti fino a Spoleti aveva

segnata la sua marcia cogl'incendj e coi massacri, lusingavansi, se

riusciti fossero a dividerli, di distruggerli affatto, e vendicare essi

soli la Lombardia. Il ponte di battelli costrutto al di sopra della

città, era, dice Ottone di Frisinga[87], un laccio teso ai Tedeschi

piuttosto che un ponte, perchè le barche che lo formavano erano legate

soltanto quanto bastava per resistere alla forza della corrente; e

mentre l'armata lo attraversava, enormi masse di legnami, che facevansi

scendere lungo il fiume, dovevano urtarlo e romperlo. Un leggiere errore

di calcolo sul tempo necessario perchè dal luogo in cui venivano posti

nel fiume giungessero i legni fino al ponte, fece andar a vuoto il

progetto. Gl'imperiali avendo affrettata la marcia onde sottrarsi al

furore dei paesani che gl'inseguivano per vendicarsi delle loro rapine,

non solo ebbero tempo di passare il ponte prima che si rompesse, ma lo

avevano di già attraversato molti degl'insorgenti che tenevano lor

dietro, i quali, rimasti poi separati alcuni istanti dai loro patriotti,

furono tutti massacrati. Pure l'imperatore non si trovò abbastanza forte

per vendicarsi di coloro che gli avevano preparata tale insidia; onde

proseguendo il suo viaggio verso le montagne, rientrò in Baviera per

Trento e Bolzano un anno dopo la sua partenza.

[87] _De Gestis Frid. I, l. II, c. 26._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16) · 第 7 / 22 题