CAPITOLO VII.

_Ambizione dei Milanesi, e loro conquiste in Lombardia ne' primi

cinquant'anni del secolo XII. — Regni di Lottario III, e di

Corrado II. — Rivoluzioni di Roma._

1100 = 1152.

Le passioni religiose rese vive dalla lite delle investiture, dopo avere

violentemente agitati l'Impero e la Chiesa, s'andarono da sè medesime

calmando in conseguenza dello spossamento prodotto dalla lunghezza e

dall'acerbità degli odj; poichè quelle calunnie, quelle ingiurie, quelle

invettive, che prima commovevano i popoli, erano, per il fattone abuso,

divenute indifferenti. Vedendo le nazioni, dopo sì lunga lotta, i due

partiti ugualmente forti, conobbero che non dovevasi prestar fede nè

alle grandi promesse degli unì, nè temere le minacce degli altri; che

ogni virtù non è da una sola banda, nè tutt'i vizj dall'altro lato, e

che niun partito poteva ripromettersi la parziale protezione del cielo.

Le private mire degli agitatori del popolo sono finalmente palesi, cessa

l'illusione, e quella spaventosa macchina, che aveva sommossa tutta la

società, non poteva più raddrizzarsi, nè ingannarla.

Anche assai prima della pace di Worms apparivano manifesti indizj della

stanchezza degli opposti partiti, dell'Impero e del Sacerdozio. Intanto

vedevansi rinascere, e ciò direttamente risguarda l'oggetto della

presente storia, le gelosie tra le vicine città, le guerre private, e lo

sviluppo delle passioni repubblicane prender luogo nel cuor degli

uomini, invece del fanatismo religioso.

Durante il torbido regno d'Enrico IV, le città lombarde avevano

sordamente adottato il governo municipale; e già ai tempi d'Enrico V,

oltre l'amore di libertà, incominciavano a nutrire pensieri ambiziosi di

conquista. Ogni città era libera, ma disuguale la popolazione di tutte

le città. L'estensione e la fecondità del territorio, il vantaggio della

posizione, le antiche prerogative civili ed ecclesiastiche, rendevano le

une più ricche e potenti delle altre. Milano e Pavia primeggiavano su

tutte le città lombarde, ed i loro cittadini, divisi da una pianura di

sole venti miglia non attraversata da verun fiume, avevano in tanta

vicinanza frequenti motivi di disgusti; perciocchè, oltre la rivalità di

gloria e di potenza, davan loro cagione di acerbe guerre i confini delle

diocesi non divise dalla natura, ed i dispareri sul corso delle acque

destinate alla irrigazione de' terreni.

Da principio si offesero indirettamente, cercando di ridurre in podestà

loro le città vicine più deboli; lo che divise tutta la Lombardia in due

fazioni, delle quali eran capo Milano e Pavia. Cremona, che dopo queste

era la più potente repubblica, tentò del 1100 d'impadronirsi di

Crema[1]. Pavia moveva guerra a Tortona nel 1107, e Milano attaccava

Lodi e Novara; le quali per timore di servitù chiedevano ajuto alla

metropoli amica. E per tali cagioni Crema e Tortona si posero sotto la

tutela de' Milanesi, mentre Pavia, Cremona, Lodi e Novara si collegarono

per far testa alla potenza de' Milanesi. I Bresciani, antichi rivali di

Cremona, si collegarono con Milano, siccome gli Astigiani, nemici dei

Tortonesi, s'unirono a Pavia. E tra le città più lontane, Parma e Modena

seguivano d'ordinario la parte milanese; Piacenza e Reggio l'opposta

lega.

[1] _Campi, Istoria di Cremona l. I, p. 17. — Ludov. Cavitelli

Cremon. Annales apud Graevium t. III, p. 1293._

Le loro guerre incominciarono sempre con leggieri scaramucce tra le

popolazioni vicine, che in tempo delle messi danneggiavano le campagne

nemiche. Riscaldati dalle fresche offese gli antichi odi, solevano

sfidarsi a battaglia in un luogo e giorno determinati, in cui gli uomini

de' due Stati atti alle armi andavano tutti col loro carroccio contro al

nemico. Presso questi repubblicani la bravura teneva sola luogo d'ogni

arte militare, ed una sola battaglia chiudeva d'ordinario la campagna e

la guerra. Siccome le due parti non aspiravano che all'onore del

trionfo, cercavan meno d'esterminare il nemico, che d'insultarlo e

d'avvilirlo. I Milanesi avendo del 1108 battuti i Pavesi, e fatti loro

moltissimi prigionieri, li condussero nella pubblica piazza, ove, poichè

ebber loro legate le mani al di dietro, ed appesovi un lumicino,

permisero loro di tornare alle proprie città, accompagnandoli per breve

tratto di strada colle fischiate[2].

[2] _Galvan. Fiamma Manip. Florum c. 159. Rer. Ital. t. XI. p. 628._

Non però tutte le guerre terminavano con sì poco danno. Milano era

chiuso dai territorj di sette repubbliche; Como, Novara, Pavia, Lodi,

Cremona, Crema e Bergamo: delle quali la più lontana, Cremona, trovavasi

a sole cinquanta miglia di distanza. Crema più debole delle altre erasi

posta sotto la protezione de' Milanesi, e formava, per così dire, parte

del loro Stato. La comune sicurezza riuniva le altre contro Milano, la

quale, quando potesse momentaneamente disunirle, era sicura di opprimere

le più deboli: e siccome veruna stabile alleanza legava le sei città, e

la pace e la guerra erano ugualmente cagione di frequenti separazioni, i

Milanesi ebbero ben tosto opportunità di combatterle separatamente, ed

incominciarono col dichiarar guerra a Lodi l'anno 1107[3].

[3] _Johan. Bap. Villanove Laudis Pomp. Hist. ap. Craevium t. III,

l. I, p. 856. — Landulphi Junior. Hist. Mediol. c. 16, p. 486._

(1107 = 1111) Questa guerra durò quattr'anni, dal 1107 al 1111, nel qual

tempo, se dobbiam credere agli storici lodigiani, i loro concittadini

furono più volte in aperta campagna vittoriosi. Non pertanto perdettero

molta parte del loro raccolto, e dovettero soffrire le ingiurie de'

nemici che avanzavansi ad insultarli fin presso alle mura della città. A

que' tempi, non conoscevasi quasi miglior modo di far gli assedj:

perciocchè quando gli assalitori non riducevano il nemico ad uscir dalle

porte per vendicarsi dei dileggi battendosi in aperta campagna, erano

ben tosto costretti di ritirarsi. Gli artigiani che formavano il grosso

dell'armata, e non erano pagati, mal potevano tenersi lungo tempo

lontani dalle loro officine. I Milanesi rinnovavano ogni anno la guerra,

ed ogni anno abbruciarono la messe de' Lodigiani, o la trasportarono nel

proprio territorio, malgrado i soccorsi de' Cremonesi e de' Pavesi.

Finalmente nel giugno del 1111 presero d'assalto le muraglie delle

città, che le milizie lodigiane, spossate dalle lunghe vigilie e dalla

fame, non ebbero forza di difendere[4]. I Milanesi diedero allora libero

corso al concepito odio, atterrarono le mura di Lodi, e ne incendiarono

le case, ripartendone gli abitanti in sei borgate, che sottoposero a

severissime condizioni, alle più odiose leggi; di modo che di

quell'infelice città non rimasero che le miserabili ruine nel luogo che

poi chiamossi Lodi vecchio. Quarantasett'anni dopo quegli abitanti

rifabbricarono una nuova città a qualche distanza dalla distrutta.

[4] _Galvan. Flam. Manipulus Florum c. 163. t. XI. R. It. p. 629. —

Trist. Calchi Hist. Patriæ l. VII, p. 208._

(1118) Una guerra di maggior considerazione intrapresero i Milanesi

contro la città di Como l'anno 1118, la quale fu descritta da un poeta

comasco assai vicino a que' tempi. Il suo poema è quasi la sola memoria

che ci resta di quella sanguinosa contesa[5].

[5] _Cumanus, seu de Bello comensi anonimum Poema ap. Scr. Rer. Ital

t. V. p. 399. Cum notis Jo. Mariæ Stampæ._

In principio del poema il cantore comasco paragona le sventure della sua

patria a quelle di Troja[6]: e quantunque egli non si rassomigli in

veruna cosa ad Omero, i descritti avvenimenti ci ricordano vivamente le

generali circostanze della guerra trojana. L'assedio di Como dura dieci

anni, e combattono contro gl'infelici Comaschi tutte le piccole

repubbliche lombarde. In questa lunga lotta le milizie loro fecero i

primi esperimenti del proprio valore, e s'agguerrirono in modo da potere

in appresso resistere a Federico Barbarossa, lo Zerse de' secoli di

mezzo.

[6]

_Testantur montes, testatur, et hoc Baradellus._

_Troja suis ducibus defenditur; Hector in illis_

_Affuit, Æneas, nec non Paris, Hectoris omnes_

_Pugnabant fratres, pugnat fortissimus Adam_

_Deque Piro dictus, duros deverberat hostes,_

_Hortatur socios, in pugna recreat omnes._

_Cuman. V. 38. p. 414._

Le opinioni religiose non furono da principio straniere a tale contesa.

Mentre i Lombardi seguivano generalmente la parte imperiale, Como stava

per il Papa, che gli aveva dato un vescovo di loro piena

soddisfazione[7]. L'antipapa Burdino, ossia Gregorio VIII, aveva

nominato vescovo di Como un diacono della chiesa milanese, chiamato

Landolfo, della nobile famiglia di Carcano. Sperando costui di

approfittare della dimora d'Enrico V in Italia, erasi recato fino al

castello di s. Gregorio, di dove co' suoi maneggi disturbava la diocesi

del suo rivale. Una notte il legittimo vescovo Guido, sortito dalla

città coi due consoli Adamo di Pirro e Gaudenzio Fontanella, sorprese il

castello di s. Gregorio, facendo prigione Landolfo, ed uccidendo molti

suoi parenti, e partigiani che cercarono di difenderlo. Coloro che

poterono sottrarsi al massacro, fuggirono a Milano, portando con loro le

insanguinate vesti degli uccisi, che stesero sulla pubblica piazza,

sedendosi taciturni a canto alle medesime, mentre le vedove ed i figli

degli estinti colle lagrime e coi gemiti invocavano i passeggieri, e

supplicavano il popolo di vendicare tanta ingiuria. Intanto le campane

chiamano i fedeli ai divini ufficj. L'arcivescovo Giordano fermò il

popolo all'ingresso del tempio, ordinando al clero che lo seguiva di

chiuderne le porte; e dichiarò che non si riaprirebbero che a coloro che

prendessero le armi per vendicare la chiesa e la patria[8]. Ne' paesi

liberi si commovono ed agitano le menti colla sorpresa dello spettacolo;

mentre dove la volontà d'un solo decide della pace e della guerra, tutto

ciò rendesi inutile.

[7] Guido Grimoldi di Galavesca. Gli storici milanesi risguardano

come una cosa vergognosa per la loro patria l'avere sostenuto lo

scisma, onde o non ne fanno parola, o cercano di darne colpa ai

Comaschi loro nemici; e per tal modo resero oscura assai questa

parte del loro racconto: ma ciò che non è dubbioso, si è che

Landolfo Carcano, difeso dai Milanesi, era un vescovo scismatico

eletto da Enrico V (_Scheda Antiqu. ap. Jos. Mariam Stampam præfatio

ad Cumanum p. 407._); e che il poeta comasco dà ad Anselmo da

Clivio, uno degli arcivescovi di Milano, l'aggiunto di _male

pactus_, che pare corrispondere al vocabolo di simoniaco. Veggasi

_Cumanus v. 686_, p. 428.; la prefazione premessa al Poema dal

Muratori _p. 402_, e Landolfo di s. Paolo _c. 37, t. V, p. 507_.

[8] _Landulph. Junior Hist. Mediol. c. 34, p. 504. Notæ Saxii ad

eundem. — Trist. Calcus Hist. pat. l. VII, p. 210._

I Milanesi corsero alle armi, e dietro ad un araldo mandato a sfidare i

Comaschi, uscirono pomposamente col carroccio e colle bandiere spiegate

dalla città loro, prendendo la strada di Como. Trovarono a' piedi del

monte Baradello le milizie comasche, con cui attaccarono una battaglia,

che senza alcun vantaggio degli uni o degli altri si prolungò fino alla

notte. I Milanesi approfittarono dell'oscurità per discendere

inosservati sulle ghiaje del torrente Aperto, lungo il quale

s'accostarono fino alle mura di Como, i di cui abitanti abili alle armi

trovandosi tutti nel campo presso Baradello, fu facile ai primi di

rompere le porte della città non difesa, ed abbandonarla alle fiamme. In

sul far del giorno vedendo i Comaschi che i nemici eransi allontanati,

s'avviarono alla città loro a traverso la montagna; e quando giunsero

alla sommità la videro, atterriti, coperta da denso fumo illuminato

dalla fiamma divoratrice. Scesero impetuosamente dalla cima del

Baradello, e fattisi addosso ai Milanesi intenti al saccheggio, gli

oppressero e fugarono in modo, che, rimasti all'istante padroni della

città, ebber tempo di estinguere l'incendio, e di rimettere le abbattute

porte[9].

[9] _Cum. v. 63.-114, p. 415. — Trist. Cal. Hist. Patriæ l. VII, p.

211. — Bern. Corio Stor. Mil. p. I, p. 28._

Sembra che a quest'epoca i Comaschi fossero i più valorosi soldati

d'Italia. Forse la vicinanza della Svizzera, l'abitudine di viaggiare

per le alte montagne e di navigare sopra un lago assai burrascoso, gli

aveva agguerriti prima degli altri. I ricchi e potenti villaggi situati

sul pendìo delle Alpi erano tutti soggetti a Como; ma non tutti erano

contenti di tale onerosa dipendenza. Quello d'Isola posto presso al lago

in faccia ad un'isoletta da cui prese il nome[10], volendo affatto

emanciparsi da Como, (1119) spedì deputati a Milano, che segnarono un

trattato d'alleanza colla repubblica. Allora gli abitanti d'Isola

equipaggiarono una flotta di battelli, e nella susseguente primavera

osarono di sfidare i Comaschi; i quali, sortiti colla loro flotta, li

ruppero e dispersero, senza poter approfittare della vittoria, costretti

di rientrare in città per opporsi a più temuti nemici che s'avanzavano

dalla parte di terra.

[10] Quest'isoletta, a sedici miglia al nord di Como, e cinquanta

passi solamente lontana dalla spiaggia, può avere un miglio di

circuito. Ebbe un castello assai forte fabbricato dai Lombardi.

Non si sa comprendere la cagione che consigliò tutte le città lombarde

ad abbracciare le parti della città, di cui erano a ragione più gelose,

contro una repubblica che mai le aveva offese, e da cui non avevano che

temere; e cresce la sorpresa vedendole prender parte a tale

confederazione, in tempo che non potevano ignorare che il principale

motivo della guerra era quello di appoggiare un vescovo scismatico

contro il legittimo pastore. Lo che è una aperta prova, che in tale

epoca la parte d'Enrico e dell'antipapa Burdino prevaleva in Lombardia;

attestando il poeta comasco[11] che i Milanesi avevano spediti deputati

a tutte le città vicine, ed ottenuti soccorsi da Cremona, Pavia,

Brescia, Bergamo, Vercelli, Asti, Novara, Verona, Bologna, Ferrara,

Mantova e Guastalla. La contessa di Biandrate, che aveva il suo feudo

tra Milano e Novara, andò al campo dei Milanesi portando in braccio il

figliuolo ancora bambino, ed i gentiluomini della Garfagnana, alpestre

contrada degli Appennini, mandarono ai confederati un corpo di

cavalleria.

[11] Cumano v. 200.-215. Malgrado la positiva testimonianza del

poeta comasco, seguito poi da tutti gli storici lombardi, io dubito

tuttavia di questa lega fra tante città, che non avevano verun

motivo di nimicizia verso i Comaschi, ed erano anzi fra di loro

rivali. Forse eransi soltanto arrolati all'armata milanese pochi

volontarj di quelle città; forse il poeta ne accrebbe il numero per

render più gloriosa la lunga resistenza e la caduta della sua

patria.

Non osarono i Comaschi di affrontare in aperta campagna tanti nemici, e

gli aspettarono entro le loro mura. La città di Como presenta la

configurazione d'un gambero; la sua bocca è rivolta all'estremità del

lago, e ne forma il porto. Due sobborghi, Vico e Colognola, stendonsi

lungo le spiaggie opposte come le chele del gambero, il di cui corpo si

allunga in sul piano chiuso da tre colline tutte difese da una rocca,

cioè Castelnuovo a levante, Baradello a mezzodì, e Carnesino a ponente;

per ultimo un terzo sobborgo, che, ripiegandosi, si prolunga tra levante

e mezzogiorno, raffigura la coda del gambero[12]. I Milanesi coi loro

confederati attaccarono i sobborghi di Vico e di Colognola; ma non

avendoli ottenuti d'assalto, dopo aver perduta molta gente, ed uccisa

quasi altrettanta agli assediati, fecero proclamare da un araldo, che in

agosto del susseguente anno riprenderebbero l'assedio della città.

Questa costumanza d'annunciare l'epoca d'una nuova spedizione[13] era un

impegno d'onore che guarentiva i nemici da ogni sorpresa, e che tra

tanti e così acerbi odj procurava lunghi intervalli di tregua alle

rivali popolazioni.

[12] Piano di Como presso Alessandro Ducker. _Grœvius t. III, p.

1199._

[13] Cumanus v. 263. Trovansene altri esempi ne' successivi anni

_v._ 271 e 313.

(1120-1127) Negli otto anni susseguenti dal 1120 al 1127, i Milanesi

rinnovarono ogni estate le ostilità loro contro i Comaschi, ma sempre

meno vigorosamente. Spedivano soccorsi ai villaggi che avevano fatti

ribellare a Como, e la guerra omai non si faceva che sulle rive dei

laghi Maggiore, di Lugano e di Como, ov'eran posti i paesi ribelli. I

Comaschi furono lungo tempo vittoriosi, castigarono sul proprio lago gli

abitanti d'Isola e di Menaggio, ed equipaggiarono una flotta su quello

di Lugano per contenere le popolazioni ancora fedeli, e far rientrare

nell'ubbidienza loro i sollevati. E perchè i nemici dominavano il fiume

Tresa, per cui il lago di Lugano comunica con il lago Maggiore,

trasportarono le navi della flotta coi carri da uno all'altro lago,

benchè distanti otto miglia; ed avendo di buon mattino lanciate in acqua

le loro barche, corsero trionfanti le coste del Verbano, rassicurando i

loro alleati, e saccheggiando i sorpresi nemici.

(1125) La perdita del vescovo Guido, che fu l'anima di tutte le loro

intraprese, accaduta del 1125, riuscì oltremodo dannosa ai Comaschi. Una

così lunga guerra gli aveva impoveriti di gente e di danaro: ogni anno

parte del raccolto era stato distrutto, molti paesi eransi sottratti al

loro dominio, e le stesse vittorie avevano distrutti i più valorosi

guerrieri. Ma la campagna del 1126 riuscì loro costantemente

svantaggiosa, onde i Milanesi poterono accorgersi che, raddoppiando i

loro sforzi, otterrebbero nel susseguente anno intera vittoria.

(1127) In primavera del 1127 i Milanesi avanzaronsi di fatto verso Como

con un'armata assai più numerosa che negli antecedenti anni, avendo

avuto modo d'interessare nella loro lite quasi tutte le repubbliche che

vi avevano presa parte del 1119. Se prestiamo fede al poeta comasco,

vedevansi nell'armata milanese gli stendardi di Pavia, di Novara, di

Vercelli, del giovane conte di Biandrate, d'Asti, d'Alba, d'Albenga, di

Cremona, di Piacenza, di Parma, di Mantova, di Ferrara, di Bologna, di

Modena, di Vicenza e dei cavalieri della Garfagnana[14]. Nè i Milanesi

accontentaronsi al presente d'attaccare i castelli che difendevano la

città, ma s'avanzarono sul piano ov'è fabbricata, ed accamparonsi presso

alle sue mura. Avevano ordinato agli abitanti della borgata di Lecco,

posta all'estremità d'un golfo del lago di Como[15], di condurli legnami

di costruzione; ed avevano assoldati a Pisa ed a Genova alcuni

ingegneri. Quelli di Pisa erano specialmente esercitati nell'arte di

dirigere le mine, ed i Genovesi in quella di costruire macchine

militari[16]. Fabbricarono gli ultimi a non molta distanza dalle mura

quattro torri con parapetto coperto di pelli di bue, onde preservarle

dal fuoco. Posero fra le torri due gatti, specie di montoni, in ciò solo

diversi da quelli usati dagli Antichi che erano armati d'un uncino

destinato a cavar le pietre smosse dal loro urto. Formarono inoltre

quattro baliste per lanciare massi di pietra al di là delle mura: e

quando tali macchine trovaronsi terminate, furono dall'armata a suono di

trombe strascinate presso le mura in mezzo alle grida di gioja.

[14] _Cum. V. 1834 e segu. p. 452._ — Veggasi la nota a _p. 15_.

[15] Lecco è posto all'estremità del Golfo a Levante, dove le acque

del lago tornano a formare l'Adda.

[16] _Cum. v. 1815, e segu. p. 452._

Dal canto loro i Comaschi non trascuravano verun mezzo di difesa.

Avevano cavate le loro fosse, aggiunti speroni alle mura, coperte le

parti più deboli di cuoi e d'altre materie cedenti. Avevano in pari

tempo equipaggiata la loro flotta, destinata ad attaccare

all'opportunità gli abitanti dell'Isola che bloccavano la città dalla

banda del lago. Malgrado il numero infinitamente maggiore de' loro

nemici, tentarono con una sortita d'incendiare le macchine degli

assedianti; ma furono respinti dopo aver dato sorprendenti prove di

valore.

Intanto a fronte della vigorosa resistenza degli assediati, le macchine

erano state spinte fino alle mura: il montone aveva squarciata parte

della muraglia, e si continuava a batterla, onde allargarne la breccia

per renderla praticabile alla cavalleria, di cui i Milanesi volevano

prevalersi nell'assalto del susseguente giorno. I Comaschi tentarono di

chiudere durante la notte l'apertura della breccia colle palafitte, ma

s'avvidero allora che la maggior parte de' loro guerrieri eran periti in

così lunga guerra, non restando omai che vecchi spossati dalle fatiche e

fanciulli inabili alle armi[17]. Ridotti vedendosi a tali estremità,

piuttosto che arrendersi, presero la disperata risoluzione d'abbandonare

la patria e cercare altrove la pace e la libertà. Per primo luogo di

rifugio prescelsero il castello di Vico; e mentre caricavano sulle loro

barche le donne ed i fanciulli con quanto avevano di prezioso, fecero

nel cuore della notte una disperata sortita per tenere i Milanesi

occupati intorno alla breccia, onde non s'accorgessero della fuga.

L'evento corrispose ai loro voti: dopo avere con un subito attacco

sparso il terrore nel campo nemico, s'imbarcarono anco i soldati, e

giunsero al castello di Vico senz'essere molestati nel loro tragitto.

[17] _Cumanus v. 1900, e segu. p. 454._

I Milanesi, rinvenuti da quella subita sorpresa, s'accostarono alle

porte che trovarono aperte ed abbandonate[18], vi appiccarono il fuoco,

ma non ardirono d'avanzarsi più in là finchè il nuovo giorno non li

rassicurò dal timore d'un'imboscata. Crebbe la loro sorpresa quando

videro la città spogliata di gente e di roba, ed il castello di Vico

provveduto di soldati e di macchine, e disposto a sostenere un nuovo

assedio ancora più lungo di quello di Como, perciocchè gli scogli su cui

Vico era fabbricato, lo assicuravano dai danni della zappa e del

montone. I Milanesi mandarono allora una deputazione di ecclesiastici ad

offrire ai Comaschi una vantaggiosa capitolazione, che fu ben tosto

accettata. Venivano conservate ai vinti tutte le proprietà a condizione

che prendessero parte in tutte le guerre dei Milanesi, che soggiacessero

alle tasse comuni, ed atterrassero le mura di Como, di Vico, di

Colognola[19]. In tal modo ebbe fine la guerra comasca; e questa città,

ormai incapace di difendersi, rimase lungo tempo in podestà dei

Milanesi, e non riebbe la libertà che ai tempi della lega lombarda

formatasi sotto gli auspicj di Federico Barbarossa, di cui Como seguì le

parti.

[18] _Cum. v. 1953 p. 455._

[19] _Id. v. 1974 ad finem p. 455._

La sommissione di Lodi e di Como rese Milano più potente delle sue

rivali e di lunga mano più potente, non essendovene altre che avessero

città soggette. L'ambizione de' Milanesi crebbe per sì prosperi

successi, che li trassero ben tosto in nuove guerre. Abbiamo altrove

veduto che avevan preso a proteggere Crema, più borgata che città,

dipendente rispetto alle cose spirituali e nelle temporali dal vescovo o

dalla città di Cremona. Del 1129 i Cremaschi tentarono di sottrarsi

dalla dipendenza di Cremona, ed invocarono il braccio dei Milanesi

siccome garanti de' loro privilegi. I Cremonesi invece si rivolsero ai

Pavesi, ai Piacentini, ai Novaresi, ai Bresciani, i quali gelosi

dell'ingrandimento di Milano, cui avevano essi medesimi contribuito,

colsero con ardore questo pretesto per attaccare così potenti rivali.

Questa nuova guerra tra popolazioni di forze quasi pari rimase

secondaria a liti di più alto rango, cui avea dato luogo la successione

dell'impero. Enrico V era morto senza lasciar figliuoli l'anno 1125. La

dieta de' principi tedeschi, riunitasi a Magonza per dargli un

successore, erasi divisa fra due Case da lungo tempo rivali, le di cui

gare agitarono la Germania e l'Italia, ed i di cui nomi divennero in

appresso i distintivi di due opposti partiti. I quattro ultimi

imperatori erano usciti da una famiglia che governava la Franconia

quando fu fatto imperatore Corrado; famiglia talvolta distinta col nome

di Salica, e talora con quello di _Gueibelinga_ o _Waiblinga_, castello

della diocesi d'Augusta nelle montagne dell'Hertfeld[20], dove forse

ebbero origine i suoi primi ascendenti; ed i suoi partigiani chiamaronsi

poi Ghibellini. Un'altra potente famiglia originaria d'Altdorf possedeva

in questi tempi la Baviera, e perchè progressivamente ebbe più principi

chiamati Guelfo o Welfo, fu alla medesima ed ai suoi partigiani dato il

nome di Guelfi[21]. Gli ultimi due Enrichi e la casa de' Ghibellini

avevano sostenute lunghe guerre contro la Chiesa, di cui i Guelfi eransi

dichiarati protettori. Quando morì Enrico V, suo nipote Federico

d'Hohenstauffen duca di Svevia, che aveva avuta la miglior parte della

sua eredità, lusingavasi pure che la corona imperiale non uscirebbe

dalla propria casa. Pure la Dieta, dietro i consigli dell'arcivescovo di

Magonza nemico della Casa Salica, ne dispose diversamente, proclamando

imperatore Lotario, duca di Sassonia, nemico della famiglia

Ghibellina[22]. Questo monarca non tardò a stringersi con nuovi legami

ai Guelfi, accordando in isposa al loro capo Enrico IV duca di Baviera

l'unica sua figlia ed erede che gli portava in dote il ducato di

Sassonia[23].

[20] _Otto Frising. de Gest. Friderici I lib. II c. 2. Rer. Ital. t.

VI pag. 699. — Mascovius Commen. de Reb. Imp. sub Conrado III lib.

III p. 141._

[21] _Chron. Weingartense de Guelfis ap. Leibn. t. I. p. 781._

Stando ad una cronaca bavara citata da Mascovio lib. III, p. 141,

tali nomi furono dati alle parti dopo la battaglia di Winsberg tra

Corrado III e Guelfo il 21 dicembre del 1140.

[22] _Otto Fris. in Chr. l. VII, c. 17, p. 137. — Mascov. Comment.

de Reb. Imp. sub Lothario II l. I, p. 1._

[23] L'anno 1127 alla Dieta di Mersburgo. _Mascov. p. 12._

Quantunque Lotario fosse il legittimo successore di Enrico, il passaggio

dell'autorità sovrana ad una casa nemica dovea essere cagione di

violenti convulsioni allo stato. Nella primavera del 1126 il principe

Ghibellino prese le armi, e ridusse la guerra in Alsazia ove possedeva

molti castelli; ma in questa prima campagna si trattò la guerra con poco

vigore[24].

[24] _Mascov. Comment. l. I, § 6, p. 9._

(1127) Nel 1127 Corrado duca di Franconia e fratello di Federico,

tornato di terra santa dove aveva combattuto contro gl'infedeli, rialzò

colla sua presenza il partito che d'ora innanzi chiameremo ghibellino:

forzò Lotario a levar l'assedio a Norimberga; prese, trovandosi a Spira,

il titolo di re, e passò di là in Italia, sperando di prevenire Lotario,

e di guadagnare i Lombardi al suo partito[25].

[25] _Otto Frising. Chron. l. VII c. 17, p. 137._

(1128) Di fatti i Milanesi nel 1128 ricevettero magnificamente Corrado

qual successore d'Enrico e legittimo monarca. Il clero ed il popolo

furon chiamati a parlamento sulla pubblica piazza, in cui Ruggiero

Clivelli cavaliere, e Landolfo da s. Paolo, lo storico, deputati

dell'arcivescovo, discussero le ragioni dei due competitori innanzi al

popolo, il quale chiese concordemente che venisse l'arcivescovo ad

incoronare il principe. Questa ceremonia si eseguì in Monza il 29 giugno

del 1128, e rinnovossi poi a Milano nella basilica di s. Ambrogio[26].

[26] _Landulphus Tun. l. I § 23, p. 37._

Frattanto papa Onorio, e le città di Pavia, Cremona, Novara, Brescia e

Piacenza eransi dichiarate in favore di Lotario: onde queste città

aprirono una Dieta in Pavia per trattare intorno alla guerra da farsi a

Corrado; ed i loro vescovi scomunicarono Anselmo, arcivescovo di Milano,

colpevole d'aver posta la corona sul capo dell'usurpatore; il quale,

indebolito da questa opposizione del clero, non potè dare esecuzione

all'impresa che meditava contro Roma, e gli fu forza consumare in Parma

un tempo troppo prezioso, aspettando l'esito della guerra che le città

lombarde facevansi in apparenza per cagion sua, ma infatti per i

particolari loro interessi. Nè in Germania si proseguiva la guerra più

vigorosamente, opponendovisi l'indipendenza de' principi e de' prelati

dell'Impero, come in Italia, quella della città. Perciò Lotario, che nel

1131 attaccò nuovamente Federico nella Svevia e nell'Alsazia, non

ottenne che la distruzione di alcuni castelli (1131) di poca

importanza[27]; e quando nel susseguente anno (1132) scese in Italia per

le alpi trentine, condusse una così debole armata, che veniva insultata

e derisa dagl'Italiani; perchè non s'attentando d'avvicinarsi a Milano,

dovette fare un vizioso giro per portarsi a Roncaglia, ove aprì

l'assemblea de' giudizj del regno. Il suo emulo Corrado, dopo essere

lungo tempo rimasto a carico dei Milanesi e dei Parmigiani suoi alleati,

trovandosi sprovveduto di soldati e di danaro, prevenne l'arrivo di

Lotario, e si ridusse vilmente, e quasi profugo in Germania[28].

[27] _Mascov. Comment. l. I § 23, p. 37._

[28] _Otto Fris. Chron. l. VII, c. 18, p. 138._

(1133) Pure Lotario colla piccola sua armata si avanzò fino a Roma, ed

ebbe la corona imperiale dalle mani di Papa Innocenzo II il giorno 4

giugno del 1133. Ma questa ceremonia, contro l'antica consuetudine, si

eseguì nella chiesa di s. Giovanni di Laterano, a motivo che la basilica

del Vaticano era occupata dai soldati di Ruggiero re di Sicilia, e

dall'antipapa Anacleto, più assai potenti di Lotario[29]: onde, appena

incoronato, si affrettò d'abbandonar Roma e l'Italia.

[29] _Fulconis Benev. Chron. t. V, p. 115._ Se crediamo a

quest'autore, Lotario non aveva con lui più di duemila soldati.

Mentre la lite di questi due sovrani ugualmente deboli, e la debole

guerra che si facevano, avvezzava le repubbliche italiane a disprezzare

l'autorità imperiale, lo scisma della Chiesa distruggeva il rispetto

dovuto ai Pontefici, ed incoraggiava il popolo romano a rendersi

indipendente dalla loro autorità.

Questo scisma aveva origine dalla rivalità di due potenti famiglie di

Roma dei Frangipane e dei Pietro Leone, le quali s'erano usurpati tutti

i diritti della nazione e della Chiesa. Fino da quando mancò nel 1118

papa Pasquale II, queste due famiglie avevano fatto nascere uno scisma;

essendosi Pietro Leone dichiarato protettore di Gelasio II, che la

Chiesa riconobbe legittimo, ed i Frangipane, coll'ajuto d'Enrico V,

fatto consacrare Gregorio VIII conosciuto sotto nome di antipapa

Burdino. Lo stesso partito divise del 1130 i Cardinali, che dopo il

decreto di Niccolò II eransi arrogati la più essenzial parte delle

elezioni. I partigiani di Pietro Leone elessero un suo figlio, che prese

il nome d'Anacleto II, mentre l'opposto partito dichiarossi per il

Cardinale di sant'Angelo che si fece chiamare Innocenzo II. Ma in questo

recente scisma, in cui le ragioni delle parti sembravano bilanciate, la

Chiesa[30] si decise a favore della fazione contraria a quella, alla

quale dodici anni prima aveva data la vittoria. L'avo di Pietro Leone

protettore di Gelasio II era un ebreo convertito; e per questa ragione

furono profusi a suo figliuolo Anacleto i nomi d'empio e di sacrilego

giudeo, e proclamati difensori della fede quei Frangipane medesimi che

dodici anni prima furono dichiarati gli oppressori della Chiesa[31]. Gli

scrittori ecclesiastici dimenticaronsi che in questa elezione non era

riconoscibile la buona causa, di modo che i due competitori dovevan

essere giudicati ugualmente colpevoli, o innocenti. È bastantemente

provato che nella elezione del 1130 la maggior parte dei suffragi fu per

Anacleto[32]; ma i più _rispettabili_, ci si dice, riunironsi in favor

d'Innocenzo, in ciò più _rispettabili_ che non si associarono agli

scismatici[33]. E per tal modo il più grossolano circolo vizioso, il più

assurdo sofisma viene adottato come incontrastabile ragione nelle

dispute di tale natura.

[30] Stando anche alla relazione del Fleury, _Stor. Eccles. lib.

LXVIII, c. 1 e 2_, qualunque uomo imparziale giudicherà illegale

l'elezione d'Innocente.

[31] _Baron. Ann. Eccl. ad ann. 1130, p. 183._

[32] Ventisette contro diecinove. Tra i primi contavasi il vescovo

di Porto decano del sacro Collegio ed il più vecchio Cardinale, che

godeva del favore del popolo e della nobiltà.

[33] _Anonimus apud Baronium ann. 1130, § 2, t. XII, p. 184._

Ma in sostegno delle ragioni i due partiti non tardarono a prendere le

armi. Innocenzo erasi reso forte nel palazzo di Laterano posto in

un'estremità di Roma, e lontano da ogni abitazione; e non credendo

questo luogo abbastanza sicuro, non tardò a ritirarsi coi cardinali del

suo partito ne' rovinati monumenti di Roma, di cui i Frangipani avevano

fatte altrettante fortezze. Dall'altra banda Anacleto s'impadroniva

colle armi alla mano delle basiliche di s. Pietro, di Santa Maria

Maggiore, e di tutte le chiese di Roma. Onde Innocenzo, cedendo a forze

tanto superiori, fuggiva a Pisa, di dove visitò in seguito la Francia e

la Germania. Aveva egli determinato Lotario ad intraprendere il viaggio

di Roma per ricevervi la corona imperiale, sperando poi col di lui

soccorso di potersi a forza impadronire della sede pontificia: ma

l'estrema debolezza cui Lotario era stato ridotto dalla guerra civile,

fece conoscere ad Innocenzo che doveasi prima dar la pace all'Impero che

alla Chiesa (1132).

(1134) Nel 1134, tornato Lotario in Germania, vi fu finalmente

riconosciuto imperatore. I due fratelli di Hohenstauffen, avviliti per

la perdita di Ulma, risolvettero di domandare la pace. Il primo a

tornare in grazia dell'imperatore fu Federico di Svevia, riconciliatosi

(1135) in marzo del 1135, e seguìto poco dopo da Corrado, il quale,

avendo rinunciato alla dignità reale, fu ammesso da Lotario a comandare

di conserva l'armata che meditava di portare in Italia[34].

[34] _Mascovius l. II, § 7 et 9, p. 59-64._

(1136) Abbiamo già parlato nel quarto capitolo di questa nuova discesa

in Italia, nella quale Lotario e Corrado si mostrarono agl'Italiani più

onorevolmente che non avevan fatto tre anni prima. I Milanesi ed i

Parmigiani accolsero l'imperatore come si conveniva alla sua dignità, ed

alla loro ricchezza; onde Lotario li trattò più amichevolmente dei

Pavesi e dei Cremonesi, che, quantunque suoi alleati, lo avevano in

addietro così freddamente soccorso. Dopo alcuni mesi passò dalla

Lombardia a Roma, di dove la sua armata, scacciato l'antipapa Anacleto,

s'avanzò verso Napoli, e costrinse Ruggiero re di Sicilia ad abbandonare

l'assedio di quella città. Ma i vantaggi di così fortunata campagna,

come abbiamo altrove osservato, non ebbero lunga durata; Lotario,

tornando in Germania, morì in Trento il 3 di dicembre del 1137, e papa

Innocenzo, rimasto solo contro Ruggiero, fu da questo re fatto

prigioniero a Gallazzo il 22 luglio del 1139.

(1139) Dalla guerra tra i due papi, e dalla subita morte di Lotario e

d'Innocenzo ebbe origine una lunga e scandalosa anarchia. Il popolo

romano, approfittando dello scisma e dell'abbassamento del potere

pontificio, ricuperò le prerogative perdute sotto la vigorosa

amministrazione di Gregorio VII e de' suoi successori, quando il

fanatismo non permetteva d'aprir gli occhi sulle usurpazioni della santa

sede: e le prediche del monaco Arnaldo da Brescia cooperarono

potentemente in sul finire del pontificato d'Innocenzo II a far

risorgere le spente forme del governo repubblicano.

Arnaldo, di ritorno dallo studio di Parigi, ebbe coraggio di predicare

in Brescia contro le iniquità, l'ambizione ed il despotismo del

clero[35]. I severi costumi e l'ortodossa fede di Arnaldo non

permettevano ai suoi avversarj di calunniarlo. La sua erudizione e la

robusta eloquenza gli davano l'assoluto predominio di tutte le adunanze,

nelle quali erano ordinario soggetto de' suoi ragionamenti i vizj del

clero e le pericolose conseguenze del suo potere temporale. E perchè

tale argomento solleticava la comune degli uditori, l'eresia de'

_politici_, nome espressivo che allora si diede alle sue dottrine,

faceva rapidissimi progressi[36].

[35] _Otto Fris. de Gest, Frid. I, l. II, c. 21, p. 719._

[36] _Gunt. in Ligur. l. III, v. 170, p. 41 apud Pitheum Scrip.

Germ. Basileæ 1569._

Arnaldo conservava per Pietro Abaelardo suo maestro la più tenera

amicizia; e non è affatto improbabile che le persecuzioni e

l'imputazione d'eresia, ond'ebbe tanto a soffrire Abaelardo nel 1140,

derivassero dall'odio del clero contro il suo discepolo Arnaldo. Si

vollero ambedue colpevoli di oscuri ed inintelligibili errori intorno

alla Trinità: Abaelardo ebbe la modestia di abiurare tutto ciò che

poteva trovarsi di erroneo nelle sue scritture, e morì compianto dai

monaci di Clugnì, presso i quali aveva trovato asilo e generosa

ospitalità[37]. Arnaldo fu perseguitato prima del maestro; ed i suoi

nemici ottennero dopo una lunga ed ostinata guerra di farlo condannare

alla morte ed all'infamia[38]. Nel 1139 Arnaldo fu condannato nel

concilio di Laterano, e costretto ad abbandonare l'Italia[39]. La

persecuzione di s. Bernardo lo seguì a Costanza, ov'erasi riparato

presso quel vescovo[40]: di dove salvatosi prodigiosamente (1139) passò

intrepido a predicare la libertà ai Zurigani, come l'aveva predicata in

Italia: e dopo cinque o sei anni tornò in trionfo a dar le leggi alla

repubblica romana.

[37] _Bar. ad an. 1140, § 4-19._ — _Fleury St. Eccl. l. LXVII._

[38] Intorno ad Arnaldo da Brescia merita di esserne letta

l'_Apologia_ pubblicatasi in Pavia l'anno 1790 in due volumi in 8.º,

e dedicata al Patrizio veneto Andrea Quirini. Oltre l'apologia

trovasi nel secondo volume la di lui vita, nella quale il dottissimo

autore raccolse ed illustrò tutto ciò che intorno a questo celebre

teologo era stato scritto nel suo secolo, o nel susseguente. _N. d.

T._

[39] _Baron. Ann. Eccl. an. 1199, § 10 et 11._

[40] _Sancti Bernardi Epist. 195, 196._ Questo Santo così scriveva

al vescovo di Costanza: «Voi scorgerete in costui un uomo che

apertamente si ribella contro il clero, confidando nel tirannico

potere della gente di spada; un uomo che insorge contro i medesimi

vescovi, ed inveisce contro tutto l'ordine ecclesiastico. Sapendo io

ciò, non saprei in tanto pericolo meglio consigliarvi e più

sanamente, che a seguire il precetto apostolico, di allontanare il

male che vi sta vicino. Un amico della Chiesa vorrebbe piuttosto che

fosse legato, che posto in fuga, onde pellegrinando di più non

faccia danno ad altri. Il Papa nostro Signore, quand'era ancora con

noi, ne aveva dato l'ordine in iscritto, dietro le informazioni

avute del male che quest'uomo andava facendo; ma sgraziatamente non

trovossi alcuno che volesse fare una così buona azione.»

Mentre trovavasi Arnaldo in esiglio, i Romani mantenevano viva la guerra

coi Tivolesi, cui aveva dato apparente motivo il precedente scisma

(1140). Ridotta per così dire alla sua prima infanzia, e chiusa negli

antichi confini, Roma appena sosteneva la rivalità di Tivoli, città

formata dalle case di campagna de' suoi antichi cittadini. Finchè i

Romani seguirono le parti d'Innocenzo II, i Tivolesi appoggiarono lo

scisma d'Anacleto (1141). Nel 1141 un'armata romana, preceduta dalla

scomunica, andò ad assediare quella piccola città; ma i Tivolesi con una

improvvisa sortita la ruppero in modo, che si diede ad una vergognosa

fuga, lasciando nel campo ragguardevoli ricchezze. Nel susseguente anno

vollero i Romani riparare la loro perdita, e, ricominciato l'assedio

della città nemica, la ridussero alle ultime estremità. Animati dalla

memoria del sofferto disastro pensavano di distruggerla, e ripartire gli

abitanti ne' vicini villaggi; ma il papa, ascoltando più moderati

consigli, accordò ai Tivolesi la pace ad oneste condizioni,

costringendoli a giurar fedeltà alla Chiesa, come se gli avesse vinti

colle proprie armi, non con quelle de' Romani[41].

[41] _Otto Fris. in Chron. lib. VII, p. 143._

(1143) Intanto i discepoli d'Arnaldo, e tutti coloro che avevano un

cuore libero e romano, mal soffrendo il dominio teocratico,

approfittarono dell'indignazione del popolo per la pace di Tivoli. I

nobili sparsi per le pubbliche piazze rappresentavano ai cittadini la

condotta d'Innocenzo come la conseguenza d'un piano da lui formato per

annientare il loro onore ed i loro privilegi; invocavano la seducente

memoria dell'antica grandezza; e paragonando il governo de' Cesari e la

maestà dell'antico senato con quello de' preti, scossero in modo il

popolo già esacerbato dalla fresca ingiuria, che lo trassero dietro loro

al Campidoglio, ove ristabilirono il senato come caparra del

ristabilimento della repubblica. Su questo monte sacro all'antica

libertà dimora anche al presente il senatore di Roma, troppo debole

immagine de' padroni del mondo. Posto tra l'antica e la moderna città,

pare che il senatore appartenga ancora agli antichi gloriosi tempi, e

faccia parte delle sue ruine; siccome la colonna isolata che vedesi

innanzi al suo palazzo, ricorda la grandezza e la maestà del tempio di

Giove, cui appartenne[42].

[42] Si suppone che questa colonna appartenesse al tempio di Giove

conservatore. È di marmo greco d'ordine corinzio di sessantaquattro

palmi d'altezza. _Vast. Itin. t. I, p. 110._

Innocenzo II sentì tanto vivamente questa sommossa del popolo, che cadde

infermo, e morì pochi giorni dopo (1144). Il breve papato di Celestino

II suo successore non gli permise di porre limiti al sempre crescente

potere de' cittadini, i quali sotto il pontificato di Lucio II posero

l'ultima mano alla loro costituzione, sostituendo al prefetto della

città, nominato dal papa, un nuovo magistrato incaricato della

presidenza del senato e della rappresentanza della repubblica, col

titolo di patrizio di Roma. I Romani nominarono a così grande dignità

Giordano, figliuolo del celebre Pietro Leone, e fratello del defunto

antipapa Anacleto[43].

[43] _Otto in Frisin. Chron. l. VII, c. 31, p. 145._

La città dividevasi in tredici rioni; ed i cittadini di ogni rione

nominavano tutti gli anni dieci elettori, i quali avevano la facoltà di

scegliere i cinquantasei membri che componevano il senato. Se dobbiamo

giudicarne dall'interessamento che la nobiltà prendeva a favore del

governo repubblicano, pare che i senatori fossero gentiluomini. E

siccome i più ragguardevoli aggiungevano al titolo di senatore quello di

consigliere, è da credersi che il patrizio avesse un consiglio privato,

forse formato per turno di tutti i membri del senato.

Anche il papa aveva un ragguardevole partito di nobili e di popolani,

alla testa de' quali trovavansi i Frangipani, e, cosa difficile a

credersi, i fratelli del patrizio Giordano gelosi della sua autorità. Il

pontefice, che aveva di fresco contratta alleanza con Ruggiero re di

Sicilia, aveva ragione di sperare assai da così potente alleato. Intanto

il senato per assicurarsi dagli interni nemici fece attaccare le torri

dei Frangipani e dei loro aderenti; i quali però ne rifecero ben tosto

delle altre, conservando pure gli antichi monumenti quasi tutti

fortificati, onde i nobili possedettero lungo tempo entro Roma degli

asili sicuri, ove sottrarsi al potere de' magistrati. Il senato, per

opporsi con vantaggio alla potenza di Ruggiero, spedì una deputazione al

monarca Allemanno, invitandolo a venire a Roma a prendere la corona

imperiale.

Questo monarca era Corrado III[44], ch'era stato incoronato a Milano nel

1128, ed aveva poi abdicata la corona del 1135. Allorchè morì Lotario,

Corrado ebbe un rivale in Enrico il superbo, genero di quest'imperatore,

erede della casa Guelfa, duca di Sassonia e di Baviera, e marchese della

Toscana; ma presso la dieta di Coblenz del 1138 aveva prevaluto la casa

Ghibellina, o di Hohenstauffen, a fronte d'Enrico, reso dal suo orgoglio

esoso ai principi; e Corrado fu consacrato il sei marzo dello stesso

anno in Aquisgrana. Ma i Sassoni ed i Guelfi non riconobbero legittima

tale elezione, ed avendo prese le armi, non permisero mai a Corrado di

venire a farsi incoronare in Italia[45].

[44] Corrado II per l'Italia è III per la Germania.

[45] _Mascov. Com. de rebus Imp. sub Corrado III, l. III, pag. 114.

— Otto Fris. Chron., l. VII, c. 22, p. 140. — Id. de gestis Frid. I.

l. I, c. 22, p. 656._

Ottone di Frisinga ci conservò una delle lettere del senato e del popolo

romano all'imperatore Corrado. «Se fedeli figliuoli, gli scrivono,

possono permettersi di giudicare le azioni del loro signore e padre,

siamo sorpresi che l'eccellenza vostra non rispondesse alle lettere

colle quali le davamo parte del nostro operato, che dalla nostra fedeltà

è sempre diretto all'onor vostro. Il senato fu colla grazia di Dio

ristabilito; col vigor del quale e del popolo romano, Costantino e

Giustiniano ressero gloriosamente tutto l'Impero, onde noi facciamo ogni

sforzo e desideriamo che voi possiate fare altrettanto, e ricuperiate

tutti gli onori che vi appartengono, e furonvi rapiti.... Noi abbiamo

posti i fondamenti di questo nuovo ordine di cose, perchè manteniamo la

pace e la giustizia a vantaggio di tutti quelli che l'amano: ci siamo

impadroniti delle torri, delle fortezze e delle case di que' signori che

di concerto col Siciliano e col papa si dispongono a resistere al vostro

impero; alcune le conserviamo fedelmente in vostro nome, altre furono

spianate. La vostra prudenza rammenti tutti i torti che la corte dei

papi ed i signori di cui parliamo, fecero ai vostri predecessori. Le

stesse persone collegate col Siciliano stanno preparandovene di ancora

più grandi.....»[46].

[46] _De gestis Friderici I, l. I, c. 27 et 28, p. 662._

Corrado che non ignorava nascondersi sotto quest'apparente sommissione

lo spirito d'indipendenza, non trovò opportuno di prender parte in

questa lite, non riscontrando il senato, onde non disgustare il papa che

in pari tempo erasi a lui diretto.

Intanto Lucio II lusingossi che i Romani, scoraggiati dall'abbandono di

Corrado, e dall'alleanza ch'egli aveva contratta col re di Sicilia,

rinuncierebbero alla nuova magistratura tostochè si vedessero

vigorosamente attaccati (1145). In tale persuasione circondato dal clero

e da tutta la pompa pontificia, e seguìto da' suoi partigiani armati di

tutto punto, marciò un giorno verso il Campidoglio per scacciarne il

senato. Il popolo sorpreso da questa mescolanza di armi spirituali e

temporali, non sapeva in sull'istante a qual partito appigliarsi, e

lasciò che la processione s'avvicinasse al sacro colle. Ma tutt'ad un

tratto vergognandosi di abbandonare i suoi magistrati, che risguardava

come i soli campioni della romana libertà, fece piovere un diluvio di

sassi sui soldati pontificj. Lucio medesimo, gravemente ferito, morì

pochi giorni dopo, ed i suoi satelliti dovettero abbandonare

l'impresa[47].

[47] _Godef. Viterb. in Pant. pars XVII, t. VII. R. It. p. 461._

Eugenio III discepolo di s. Bernardo eletto in suo luogo abbandonò

immediatamente Roma per non essere costretto a dare la sua approvazione

al ristabilimento del senato. Però dopo pochi mesi disponevasi a

riconoscerlo a condizione che i Romani riconoscessero pure il suo

prefetto; ed a tali patti ritornò in Roma in mezzo alle più vive

dimostrazioni di allegrezza: ma essendosene poco dopo allontanato,

mentre viaggiava in Italia ed in Francia, tornò a Roma trionfante

Arnaldo da Brescia[48], il quale si sforzò di dare ai Romani più giuste

nozioni intorno alle cause della grandezza della loro antica repubblica.

Persuaso che la più durevole di tutte le riforme è quella che, invece di

distruggere le antiche costumanze, cerca anzi di ravvicinarvisi,

rendendole più vigorose, consigliò i Romani a formare un ordine equestre

che fosse intermediario tra i senatori e la plebe, di ristabilire i

consoli per presiedere al senato, i tribuni per difendere il popolo; di

escludere affatto i pontefici dall'amministrazione politica, e di

limitare i poteri ch'erano forzati di conservare all'imperatore. Ma

l'assoluto silenzio degli storici italiani intorno alle cose accadute in

tale epoca, e la brevità delle storie tedesche cui dobbiamo attenerci,

non ci fanno conoscere quale esecuzione avessero le riforme proposte da

Arnaldo[49][50]. Sembra soltanto che durante tutto il non breve

pontificato d'Eugenio III i Romani fossero sempre in guerra col papa, e

che Arnaldo andasse loro rammentando l'esempio de' loro antenati, e ciò

che far dovevano per mantenere la patria libera. Vedremo nel susseguente

capitolo l'infelice fine di quest'uomo martire della libertà in quella

medesima città che aveva cercato di rendere libera.

[48] _J. de Muller_ scrive che, stando ad una cronaca di Corbia,

duemila Svizzeri delle montagne accompagnarono Arnaldo a Roma, e lo

assistettero a ristabilirvi la libertà. _B. I, c. 14, p. 410._

[49] _Gunt. in Ligurino, lib. III, p. 43. — Otto Fris. de gestis

Frid. I, l. II, c. 21, p. 719_. — Le vite dei papi scritte da

Bernardo Guidoni, e dal Cardinale di Arragona, _t. III, p. 437_ 439,

quasi niente contengono d'importante.

[50] A torto si è tentato di attribuire ad Arnaldo da Brescia

opinioni troppo libere in punto di religione e di governo. Lasciando

da banda le prime perchè affatto straniere alla presente storia, non

credo inutile il dare qualche schiarimento rispetto alle seconde,

trattandosi di un uomo ch'ebbe tanta parte ne' movimenti popolari di

Roma e di Brescia; e vedremo che tutta la sua colpa si riduce

all'aver predicato contro il dominio secolare del clero. Lunga fu la

lotta che sostenne nella sua patria contro il vescovo Mainfredo, il

quale faceva ogni sforzo per rialzare in Brescia il prostrato

edificio della signoria episcopale, onde andava accarezzando i

nobili, mirando a valersi delle forze loro per distruggere i

consoli, e farsi egli principe. Lo che conoscendo Arnaldo contrario

allo spirito, alle leggi ed all'utilità della Chiesa, animò i

consoli ed il popolo ad opporsi agli attentati dell'ambizioso

vescovo. Colle scritture e coi sacri canoni mostrava al popolo che i

vescovi, siccome descritti in capo alla milizia di Dio, non devono

prender parte nelle faccende secolaresche; che come successori degli

apostoli debbono esserne gl'imitatori; _non essendo giusto che

abbandonino la parola di Dio_ per occuparsi di governi temporali, di

milizie, ec. Queste spiacevoli verità annunciate da Arnaldo al

popolo con robusta eloquenza, e confermate dalla santità de' suoi

costumi, riunirono contro di lui il vescovo, tutto il clero, gli

abati ed i monaci, i quali accusando Arnaldo di eresia al concilio

lateranese, ottennero, colla calunnia, di farlo condannare. S.

Bernardo chiama pessimo scisma, non eresia il titolo d'accusa dato

ad Arnaldo. E tale doveva veramente essere in faccia alla corte

pontificia la dottrina d'Arnaldo, che non solo non concedeva agli

ecclesiastici la superiorità da loro pretesa sopra il temporale dei

principi, ma accordava ai principi una piena autorità sopra i beni

ecclesiastici per regolarne l'uso a tenore dei canoni.

Obbligato di abbandonare la patria per sottrarsi alle calde

persecuzioni del clero, fu alcun tempo a Costanza, e nella Svizzera,

di dove passò in Francia per difendere il suo maestro Abaelardo

accusato da s. Bernardo. Ma sul principio del pontificato d'Eugenio

III si ridusse a Roma per appoggiare colla sua eloquenza e co' suoi

consigli la fazione de' Romani, che contrastavano al papa la

temporale signoria. E forse vi fu chiamato dai Romani medesimi,

conoscendo quanto poteva esser utile al loro partito. Nè Arnaldo

mancò alle loro speranze, perchè distinguendo accuratamente le

incumbenze ecclesiastiche dalle secolari, persuase al popolo, che il

Papa doveva accontentarsi della cura spirituale di tutta la

cristianità, ma non addossarsi ancora il peso del governo temporale,

la di cui alta ispezione doveva lasciare all'imperator de' Romani

suo sovrano, e l'immediata amministrazione al senato ed al popolo

romano. A tal fine confortava i Romani non solo a conservare il

senato, ma a repristinare ancora tutti gli antichi ordini e

costumanze, l'ordine equestre, i tribuni, i censori, i consoli, e

l'antica forma de' giudizj e delle milizie. _N. d. T._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16) · 第 6 / 22 题