Da quel giorno cominciò una vita d'inferno. Don Antonino aveva preso
amore al vino, e s'ubbriacava mattina e sera, ragionando di ricchezze
nelle bettole, che a dargli ascolto le gioie di Sant'Agata erano un bel
niente. Quando tornava a casa non faceva che gridare, strepitare e dir
male parole. Ora se la prendeva più spesso con la figliuola, quasi per
farle scontare tutti i vezzi e le carezze fattele prima. La ragazza,
che era stata allevata senza rispetto pei genitori, gli rispondeva;
allora piovevano le legnate, e se donna Mena tentava di separarli,
piangendo e pregando, ne toccava anche lei. Con questo, c'erano i guai
dei debiti, che s'erano fatti grossi, e lavoro non ne veniva quasi più.
Donna Michela cominciava a perder la speranza di riavere il suo, e ne
rimproverava il figliuolo, per levargli la Nunziata dalla testa.
— Hai visto che m'hai fatto fare? Si son mangiate le vent'onze, alla
faccia nostra, e ora puoi andarle a riscuoterle al banco di Londra!
— Voi che ne sapete, se vi pagheranno o pur no?
— E tu confortati con la speranza! Chi vuoi che ti paghi?
quell'ubbriacone di don Antonino, o quella piagnucolosa di sua
moglie? Sarebbe più facile che ti pagasse l'altra poco di buono della
figliuola!
Concetto stava zitto, per non risponder male alla mamma, ma lui aveva
sempre il capo alla Nunziata; anzi, dopo le chiacchiere della gente,
gli pareva più pietosa, povera creatura!
Così, scaduto il debito, lui rimise l'abito delle feste, e andò alla
sartoria di don Antonino, il quale, appena lo vide spuntare, si alzò a
precipizio, per aprirgli:
— Compare, come state? È tanto che non ci si vede!.. Accomodatevi,
compare... Ma dei vecchi amici noi non ce ne scordiamo, e voi dovreste
onorarci più spesso! Anche ieri si è parlato di voi, in famiglia...
Questa è mia figlia Nunziata, una ragazza che vale tant'oro quanto
pesa...
Concetto era rosso in faccia come un papavero, dalla soggezione e dalla
contentezza di vedersi accanto alla ragazza, che ogni tanto alzava su
di lui i suoi grandi occhi cilestri.
— Porta una bottiglia di vino — disse don Antonino a sua moglie, e non
la finiva più coi complimenti, tanto che a Concetto non bastò l'animo
di parlare del credito e se ne andò via come camminando sulle nuvole.
— Don Antonino è pronto a pagare, ha domandato soltanto un po' di tempo
— diede a intendere a sua madre.
E da quel momento, appena usciva dal negozio del suo principale, andava
alla sartoria, dove gli facevano sempre una festa, e cominciava a
pigliar confidenza con la Nunziata.
Donna Michela, vedendo che le cose si mettevano male, pensò che non
c'era altro rimedio fuorchè quello di dargli moglie.
— A questo non ci ho mai pensato — rispose Concetto; — ma se voi dite
così, io voglio la figliuola di don Antonino.
— Dio ne scampi! — gridò donna Michela. — E hai il coraggio di
parlarmene? E non sai che quegli svergognati mi avrebbero pestata sotto
i piedi, dalla superbia, quando avevano la speranza dell'eredità? E non
ti basta quello che ci fanno vedere col credito? Le vent'onze saranno
perdute, tutte sante e benedette! ma che anche te debba pigliarmi,
quell'ultimo rifiuto di?...
— Mamma, lo sapete che non è vero!
— Come, non è vero? Se lo sanno i cani e i gatti! Padre, Figliuolo e
Spirito Santo, questo ragazzo è stregato!
Concetto pareva proprio stregato e passava tutta la giornata alla
sartoria, trascurando il lavoro per starsene accanto alla sua gioia,
con tale dimestichezza che donna Mena si sentiva sulle spine, perchè
ancora non si parlava di matrimonio.
Giusto, una domenica che marito e moglie erano andati a buttarsi
sul letto e la Nunziata stava allestendo un lavoro urgente, entrò
Concetto che finiva giusto allora di prendere un boccone e aveva le
guancie accese. Egli andò a sedersi accanto alla ragazza e cominciò a
stuzzicarla:
— Comarina, che cosa avete oggi, da esser più bella del solito?
— Davvero? — domandò la Nunziata ridendo e mostrando i denti bianchi
fra le labbra di ciliege fresche.
— Io vi dico che siete più bella del sole e della luna, ed io vi voglio
bene assai!...
La Nunziata rideva meglio che mai nel vedere il verso che faceva
Concetto, cogli occhi strabuzzati e il collo teso. Lui le palpava la
veste e voleva passarle una mano dietro la schiena.
— Cheto, o vi do un pugno — disse lei, facendosi brutta.
— Eh, me ne vado... Avete paura che vi sciupi?..
E s'alzò, facendo quattro passi per la stanza, perchè soffocava. La
Nunziata faceva andar sempre la macchina, col petto sul tavolino e le
anche che parevano nude sotto la veste, dal gran spingere. Concetto
le si avvicinò nuovamente di dietro e tenendola stretta perchè non si
muovesse, le mangiò la nuca a baci.
— Non volete finirla?..
In piedi tutt'e due, tenendosi per le braccia, andavano spingendosi e
urtandosi, qua e là per la stanza.
— Andate via, malcreato!..
— Comarina, io voglio baciare quegli occhi ladri...
Dietro lo scaffale un monte di stracci li fece incespicare, e nel
cadere Nunziata mostrò la calza azzurra e la carne nuda sopra il
ginocchio. Concetto le si buttò addosso. Allora lei si mise a gridare:
— Ah!..
E tosto, dall'alto della scala, in maniche di camicia e mutande,
comparve don Antonino, che cominciò a bestemmiare:
— Santo e santissimo non so chi! così usi con le ragazze onorate? O
dove ti credi, pezzo di carnevalone? Neanche se fosse tua moglie!...
Concetto fu preso all'amo e così venne conchiuso il matrimonio,
ma pigliarono sei mesi di tempo perchè lui mettesse bottega e si
completasse il corredo della ragazza.
Donna Michela, vedendo l'ostinazione del figliuolo, prese con sè le sue
robe, e piangendo e lacrimando andò a starsene con la comare Lucia:
— Io non voglio assistere a quella vergogna, neanche morta!
La comare Lucia andava di tanto in tanto a trovar Concetto, per tentare
di fargli intender ragione:
— Fatelo almeno per amore di quella santa donna!.. Se v'ostinate in
questa pazzia, vostra madre se ne tornerà al suo paese, e non è giusto
che la poveretta resti sola e senz'aiuto, alla sua età.
— Io non so che farci; quando s'ha la testa dura!..
Don Antonino lo aizzava contro la madre, affinchè i denari di lui
continuassero a passare nelle proprie mani. Era una vera cuccagna,
meglio del marchesato, e perfino i materassi, che doveva portarli la
sposa, furono comprati da Concetto; ma il suocero diceva che avrebbe
restituito tutto in una volta, con tanto di più, insieme con la dote.
— Lo sai che la Nunziata è di sangue signorile? E la marchesa mia
cognata si ricorderà di lei! Se il vero testamento di mio fratello non
fosse stato sottratto, a quest'ora ti avrei già dato quattrocento onze
contanti!
Nel frattempo tutto quello che Concetto aveva messo da parte sfumava
via, e di aprir bottega non se ne potè parlare.
— Se lavorerai, sarà per l'anno venturo — diceva don Antonino, per
consolarlo.
Ma Concetto non se ne curava, perchè la Nunziata gli aveva fatto girare
il capo, e non gli pareva l'ora che fosse sua moglie.
Finalmente spuntò il giorno sospirato, e nella sartoria ci fu una
grande confusione, con gli invitati arrivati troppo presto, mentre la
Nunziata era ancora tra le mani della pettinatrice.
Don Antonino aveva fatto le cose a dovere, ordinando un bel
trattamento, e si era vestito di nero, con la cravatta bianca e le
scarpe verniciate.
— Un vero marchese, non c'è storie! — diceva il cocchiere.
Per questo egli montò in collera quando spuntò quel baccalà di
Concetto, zoppicando, con una cravatta color cannella e il soprabito
sopra la noce del collo, perchè sarto e calzolaio gli avevano sbagliato
ogni cosa.
— O malanova! È questo il modo di andare a sposarsi?
La Nunziata, quando fu pronta, scese nella bottega tenendosi la coda
della veste bianca, con la ghirlanda di zàgara fra i capelli e tutto
l'oro della mamma al collo, alle mani ed alle orecchie.
Come vennero le carrozze, don Antonino dette il segnale della partenza,
con la voce grossa e gli occhi che gli pizzicavano. Donna Mena si buttò
in braccio alla figliuola, scoppiando a piangere; ma Nunziata la tenne
discosta con le mani avanti, perchè non le sciupasse l'abito.
— Via, con l'aiuto di Dio!
Fuori, le comari si affacciavano dagli usci e dalle finestre,
ammiccando e ridendo, e i monelli e i passanti si fermavano a guardar
lo sposalizio: le donne con le vesti larghe, azzurre, gialle o verdi,
coi veli e i fiori in testa appuntati cogli spilloni di tartaruga, e i
pendenti lunghi così; gli uomini con le mani aperte nei guanti chiari
e i colli tesi fra i solini.
Le carrozze partirono al trotto, scoperte, facendo voltar la gente per
le vie, fino al Municipio, dove non si poteva entrare perchè c'era un
altro sposalizio di signori e il cortile, dai tanti cavalli, pareva una
fiera.
— A noi, largo! — ordinava don Antonino, con voce alta; ma i sergenti
di città con lo sciabolone lo fecero stare a posto.
Come Dio volle, toccò a loro e lo sposalizio si dispose intorno alla
tavola, Concetto e Nunziata in mezzo, che non sapevano dove tener le
mani. L'assessore, che aveva premura, li spicciò in due parole; così,
in meno che si dice, Concetto e Nunziata furono marito e moglie.
Ma come lo sposo stava per risalire in carrozza, si sentì tirare per la
falda del soprabito dalla comare Lucia:
— Scellerato!.. Vostra madre è in fin di vita, al paese, e se volete
vederla...
Concetto si turbò:
— Questa notizia ora non ci voleva!
— Non avete altre novità da portare? — disse don Antonino. — Malanova
a voi!..
— A me? — rispose la comare Lucia tirandosi il fazzoletto sulla fronte,
mentre lo sposalizio partiva. — Il Signore glie la mandi buona, a
cotesto ragazzo; che queste son corna raccolte a posta per mettersele
in testa.