RIVOLTA.

Giunto dinanzi all'_Albergo Bella Firenze_, il portalettere in giro per

la prima distribuzione, col bavero del cappotto rialzato e il berretto

sugli occhi, si fermò a cercare nel suo fascio.

— Questa è per Filippo Mordina.

Don Ciccio, il portinaio, appoggiato con la pipa in bocca contro

l'orario delle ferrovie che tappezzava i muri del piccolo vestibolo,

insieme coi cartelloni della Navigazione generale e delle macchine

Singer, chiese:

— Non c'è altro?

— Nient'altro.

Giù per la scaletta angusta e ripida s'intese uno sbattere di zoccoli e

donna Vincenza, la fantesca, comparve tenendo un corbello d'immondizie.

— Questa lettera per Mordina, numero 7, di sopra.

— Vengo subito.

Donna Vincenza andò a vuotare il corbello all'angolo della via, sotto

gli aghi di pioggia che cominciavano a fendere silenziosamente l'aria

buia.

— Che tempo scellerato!

Il portinaio levò gli occhi, da una parte e dall'altra, e disse,

pipando:

— Scirocco a levante.

Di sopra, la padrona chiamò:

— Vincenza... Vincenza...

— Vengo, mi dia tempo — rispose la fantesca, lasciando la lettera sulla

tavola dov'era schierata la batteria dei lumi.

La padrona, col petto mezzo nudo, cercava inutilmente di quietare il

suo bambino che rifiutava il seno, gettando strida rauche, col viso

congestionato.

— Guarda quest'innocente; che avrà mai?

— Indigestione, non è niente. Senta che stomachino!

— Dammi quella chicchera.

Ma il bambino si mise a strillare più forte, col mento gocciolante,

rovesciando la chicchera con una gomitata.

— Io vorrei il medico. Saverio dov'è andato?

— Ha lasciato detto che non verrà prima di mezzogiorno. Vuole altro da

me? Vado a preparare i lumi.

Vedendo la lettera sulla tavola, donna Vincenza disse, parlando tra sè:

— Me n'ero dimenticata!

La prese, salì al piano superiore facendo sbattere i suoi zoccoli e

andò a bussare al numero 7. Nessuno rispose.

Bussò più forte. Il silenzio nella camera era profondo. Col pugno,

col piede, tornò a picchiare, a scuotere la porta, gridando: «Ehi, di

casa!...» Niente.

Dal numero 6, comparve il padre Miniscalco di Scordia, arrivato il

giorno prima, con un rasoio in mano e una guancia insaponata.

— Che cos'è questo fracasso?

— Picchio da un'ora, qui a fianco, e non risponde nessuno.

— Sarà fuori.

— No. — E donna Vincenza provò a girare la maniglia. — Se dico vero: è

chiuso di dentro!

Il prete s'avvicinò, curvò la lunga persona per guardare dal buco della

serratura, e trinciò l'aria col rasoio, gridando:

— Qui c'è uno assassinato!

— Che?... Come?... Che diceste?

Donna Vincenza attaccò l'occhio al buco, e si tirò subitamente indietro.

— Bella Madre! — gridò, stendendo le braccia con le mani aperte. Poi

scappò a precipizio, giù dalla padrona.

— Signora!... Signora!... — e non trovava il fiato. — Il numero

sette!... buttato per terra, in mezzo al sangue!... Picchiavo da

un'ora, e non rispondeva... Con questi occhi, l'ho visto, dietro il

buco della serratura!...

La padrona, pallida come una morta, col bambino che le si aggrappava al

collo, spaventato, la prese per un braccio, scuotendola:

— Che mai dici? Che è stato?...

— Gli portavo la lettera, signora... la lettera che m'aveva dato

don Ciccio; ma non rispondeva nessuno... e allora è venuto fuori il

vicino, il prete di Scordia, quello di ieri sera, e ha visto dal buco

della serratura... il sangue nero come l'inchiostro!... ed è chiuso di

dentro!

— Anime del Purgatorio! — esclamò la padrona, segnandosi, intanto che

dietro l'uscio si mostravano le faccie curiose di alcuni passeggeri,

accorsi alle strida.

Comparve il prete, in maniche di camicia, una guancia sbarbata e

l'altra no.

— Qua ci vuole il delegato, l'uscio è chiuso a chiave. Chi va a cercare

il delegato?

— Don Ciccio!.. don Ciccio!.. — e donna Vincenza corse a chiamare il

portinaio.

— Ma che cosa avete visto, in nome di Dio? Non mi fate stranire!... —

diceva la padrona, tentando di riagganciare con mano tremante la veste

sul petto.

— Si vede uno per terra, la gamba sola, e il pavimento intriso di

sangue. Io mi stavo radendo, quando la serva venne a fare quel chiasso,

bussando. Allora ho guardato...

Due o tre persone erano entrate nella camera, a sentire.

— È morto? — chiese uno.

— Che ne so io? Non si muove...

— Ecco don Ciccio.

Il portinaio guardava con occhi aperti gli astanti, mezzo intontito

dalle grida di donna Vincenza.

— Correte alla polizia, a chiamare un delegato, le guardie, un medico,

cogli strumenti per scassinare... in un salto, correte!...

— Anime del Purgatorio! — balbettava la padrona. — E Saverio che non

viene... Anime del Purgatorio!...

Dietro la porta del numero sette i curiosi si davano il cambio al buco

della serratura, guardando la gamba, studiando l'aspetto della camera.

— Il letto non è disfatto.

— Anche la finestra è aperta.

— Segno che non s'è coricato.

— Ma nessuno ha udito rumore?

— Chi ha udito rumore?

— Io no... Io no...

— Si potrebbe entrare dalla camera attigua?

Padre Miniscalco, che era risalito, entrò in camera sua, e i curiosi

dietro.

— Non si può aprire — disse, provando a scuotere la porta. — Ci sarà

qualche mobile di contro.

— Meglio così, aspetteremo la polizia.

— E chi era? chi era?.. — si chiedeva da tutte le parti.

— Un giovane, un tale Mordina: era qui da molto tempo...

— Io non l'ho visto. Sono arrivato ieri sera; mi stavo facendo la barba

quando ho sentito picchiare — e padre Miniscalco ricominciava la sua

storia.

Fuori, dinanzi la porta dell'albergo, si formavano già dei capannelli,

a chiedere e a dar notizie.

— Hanno ammazzato uno... Il padrone è scappato... Non è niente, un

passeggiere che non vuole aprire...

E i più arditi montavano su, gironzavano pei corridoi, andavano a

osservare dal buco della serratura; intanto che la padrona, dalla sua

stanza, a quella processione di faccie nuove, a quel vocìo, ripeteva

istupidita:

— E Saverio che non viene! Vergine Santa, Giuseppe e Maria!...

Da lontano, un sordo rotolar di carrozze; che crebbe, rapidamente, e

arrestossi di botto dinanzi la _Bella Firenze_.

— La polizia, la polizia!

Padre Miniscalco andò a infilarsi una giubba. Si sentiva uno scalpiccìo

per la scaletta, e dal fondo del corridoio mezzo buio luccicarono i

cappelli d'incerato delle guardie.

— Che fa qui tutta questa gente? — diceva una voce. — Animo, largo!

largo!

— Ehi, fate adagino, sono dell'Albergo, sono arrivato iersera... —

Padre Miniscalco protestava, si difendeva dagli spintoni delle guardie.

— Largo! Indietro!

E in un batter d'occhio il corridoio fu sgomberato dai curiosi.

— Un piantone abbasso, e non entri neppur Domineddio.

L'ispettore, con la tuba dal pelo lucido, una mazzettina sotto

l'ascella, si baloccava con uno stuzzicadenti e reprimeva di tanto in

tanto un piccolo rutto.

— Mestiere cane, non si può neanche far colezione!

Data un'occhiata dal buco della serratura, egli guardò in giro le

guardie, strizzando l'occhio destro, e disse, col suo forte accento

palermitano:

— A noi, picciotti!

I colpi picchiati sullo scalpello rimbombavano nel silenzio profondo

del corridoio; poi lo strumento s'affondò fino al manico, e, girata la

maniglia, la porta s'aperse.

Nessuno fece un passo.

Fra la soglia e il letto, di traverso, giaceva il corpo esangue,

con la camicia aperta, il collo tagliato da due ferite larghe come

bocche spalancate, e un rasoio accanto alla destra, sul pavimento

insanguinato.

L'ispettore si voltò indietro, a chiamare:

— Dottore!... dov'è il dottore?

— Eccolo.

— Eccomi.

Come ebbe guardato un momento il cadavere, il medico fece un segno con

la mano, come a dire:

— Che cosa volete da me?

L'altro si strinse nelle spalle:

— Requiescat in pace!

E andò al tavolino dal tappeto stinto, dove si vedevano molte carte

sciorinate. Sopra una busta gialla messa in vista, l'ispettore lesse:

— «Mi uccido, non s'incolpi nessuno della mia morte. Mezzanotte.

Filippo Mordina.»

Il delegato Pinelli, sopravvenendo con altre guardie, si arrestò un

istante sulla soglia, allo spettacolo del cadavere.

— Entrate, Pinelli; due parole di rapporto per il pretore, presto.

— Non c'è carta; un po' di carta, una busta...

— Subito! — e donna Vincenza e il portinaio, che stavano nel corridoio,

corsero a cercarne.

— Ehi, comare, voi venite qui — gridò l'ispettore a donna Vincenza —

Chiamate il padrone.

— Il padrone è fuori, vossignoria....

— Bravo! La padrona?

— La padrona, vossignoria, piange e non sa niente....

— Portatemi il registro dei passeggieri; non c'è neppur questo?...

— Corro subito io — disse il portinaio, recando la carta al delegato

Pinelli, che si mise a scrivere.

— Ora sentiamo un po', com'è andata — chiese l'ispettore a donna

Vincenza.

— Vossignoria, io ho la testa che non mi regge... e se fosse venuto un

angelo, a dirmi... non gli avrei creduto, mai e poi mai!...

E donna Vincenza, gettando di traverso uno sguardo al morto, si andava

segnando.

— Alle corte, senza chiacchiere....

— Don Ciccio, ecco qua, vossignoria... il portinaio, m'aveva dato una

lettera, pel passeggiere; e ho picchiato un'ora, dietro a quest'uscio,

senza aver risposta, e allora è venuto fuori il reverendo, che ha

guardato dalla serratura, e ha visto, Dio liberi, il passeggiere...

— Se permette, signor delegato....

— Ispettore.

Padre Miniscalco restò un momento interdetto.

— Signor Ispettore... io ero arrivato ieri sera, e mi stavo facendo la

barba; come lei vede son rimasto a mezzo! e sentito il fracasso della

serva, mi sono affacciato: «Che state a picchiare, il passeggiere sarà

andato fuori!» Ma il passeggiere non era andato fuori...

— No, non era fuori — confermò donna Vincenza.

— Allora ho capito che c'era sotto qualche cosa, e ho guardato dalla

serratura, come ha fatto lei; e capirà, quando ho visto...

— Bravo lei, ho capito. Avete finito, Pinelli?

— Ecco qui — disse il delegato.

— Su via, Spina, questo al pretore, al Duomo, in quattro salti. — Poi,

rivolto al Pinelli: — Vedrete adesso che cosa ci vorrà perchè il signor

pretore si scomodi! — E, additando il cadavere: — Mi pare che....

— C'è poco da fare! — rispose il delegato.

— Alle corte; Bruscalà, vai dal compare Mezzanca, pel carrozzone e una

cassa. Intanto vediamo che cos'è tutta questa roba.

Sedette dinanzi al tavolino, cavò di tasca una lente, l'inforcò e prese

ad esaminare le carte.

— «Mi uccido, non s'incolpi nessuno...» questo lo sappiamo. Qui c'è

una lettera: «Regalbuto, 19 ottobre. Caro... caro cugino, possessore

della tua cara del 16 corrente, ho saputo con dispiacere la cattiva

notizia del tuo... del tuo... concorso per impiegato alla posta e

spero... e spero» che razza di calligrafia! «che sarai più fortunato

nell'altro di cui mi parli. Qui nessuna novità, tuo padre come ti dissi

nell'altra mia ha consumato il matrimonio con la Finocchiara e della

sant'anima di tua madre nessuno più se ne ricorda. Ma se vuoi sentire

il mio consiglio, torna a casa che tuo padre ti riceverà, e così ti

levi dalle tue pene. Lo zio ti manda venti lire, con vaglia postale; io

ti abbraccio caramente e sono il tuo affezionatissimo cugino Giovanni

Ba... Bu... Bertella.»

Nel silenzio della camera si sentiva il borbottìo dell'ispettore che

leggicchiava e s'interrompeva di tratto in tratto facendo fischiare

l'aria attraverso i denti, per scacciarne i residui della colezione.

Un sordo rumore di voci, di scalpiccii di passi saliva dalla folla

ingrossante dinanzi la porta dell'Albergo.

— Che cappio stanno a guardare? l'opera di Pulcinella? — Le guardie

ridevano alla facezia dell'ispettore. — Vediamo un po'; un'altra

lettera: «Regalbuto, 25 ottobre. Caro cugino, ho ricevuto la tua

del 21 corrente mese e sento quanto mi dici; tu hai ragione e la tua

lettera mi ha fatto piangere; ma considera la difficoltà di procurarti

un pane in una grande città, e tu stesso mi fai sapere che alla Banca

Industriale non ti hanno voluto; se tua madre, sant'anima, potesse

parlare dall'altro mondo, ti direbbe di tornare a casa, e di fare buon

viso alla Finocchiara, che così tuo padre ti torna a voler bene e ti

considera come i figli della Finocchiara. Poi mio padre è della stessa

opinione, e anzi ti dico che ho dovuto stentare per le venti lire che

ti mandai; ma io farò il possibile per poterti aiutare. Il canonico

Pesce ti manda la lettera di raccomandazione pel barone...

— Eccellenza, questo è il registro — disse don Ciccio, porgendo il

fascicoletto stretto e lungo, dalla copertina sporca di grasso e

d'inchiostro.

— Si chiamava Mordina?

— Eccellenza sì.

— Era qui dal 10 ottobre?

— Eccellenza non rammento.

— Va bene, non c'è altro. Ma che è questo vociare? Pinelli, fate

sgombrare il corridoio.

E l'ispettore riprese a frugare tra le carte.

— Questo che cos'è? «Navigazione generale, società, ecc. Onorevole

signore, il personale di questa Agenzia trovasi attualmente al

completo; mi è quindi impossibile tener conto della sua domanda. Con

perfetta osservanza, ecc.» Un'altra: «Amministrazione delle zolfare del

marchese Sanfilippo. Signore, il signor marchese ricevette a suo tempo

la lettera che lei gli fece pervenire, e le fa sapere che pel momento,

trovandosi provvisto ad esuberanza di personale, non può corrispondere

al suo desiderio. Mi creda, ecc.» Tò, questo è un libretto: «_Le

Campane di Corneville_, operetta in tre atti del maestro Planquette.»

Che c'è scritto sopra? «Le... Pe....» Pinelli, venite a vedere; come

dice?

Il delegato compitava anche lui:

— Pe... Se... Teresa!

— Avanti. Questi che cosa sono? Mezzi biglietti di platea del _Teatro

Nuovo_. E questo? «Elenco dei titoli di Filippo Mordina: licenza

della scuola tecnica, licenza dell'istituto tecnico, patente di lingua

inglese, patente di grado superiore...»

— Ispettore, lo frughiamo? — domandò il delegato.

— Senza il signor Pretore? Oibò! — Egli faceva boccacce. — Volete farmi

dare dello sbirro borbonico?

E riprese a rovistare sul tavolino.

— Un'altra lettera: «Caro cugino, sono dispiaciuto delle notizie della

tua salute, e spero che per guarirti tornerai a casa, se il dottore

ti ha prescritto l'aria del paese. Mi angustia la tua lettera, per

lo stato in cui ti trovi, tanto più che non posso domandare niente a

mio padre, che vuole che tu ritorni al paese, ma spero in settimana

entrante poterti mandare qualche cosa. Caro Filippo, torna presto,

questo è il mio consiglio, è meglio soffrire a casa tua che in una

locanda....»

— Signor ispettore... — La guardia si era fermata a due passi,

sull'attenti.

— Che c'è?

— Ho portato l'ufficio al pretore; dice così che aspettino un

momento....

— Pinelli, che cosa v'ho detto? — E l'ispettore riprese a leggere le

carte.

— «Al signor Giuseppe Bertella, sue proprie mani, Regalbuto.» Un altro

plico: «Al signor Michelangelo Mordina, sue proprie mani, Regalbuto.»

Questi sono giornali... giornali... giornali.... Pare che non ci sia

altro.

L'ispettore lasciò il suo posto e si fece alla porta del corridoio.

— Dov'è il portinaio?

— Eccellenza! — Don Ciccio si rigirava fra le mani il berretto

gallonato.

— Era andato fuori, iersera?

— Eccellenza sì; tanto è vero che tornò a notte avanzata, dopo il

teatro.

— Come lo sapete?

— Che un momento dopo venne la commediante, quella del numero 5.

— Quale commediante?

— Quella del _Teatro Nuovo_.

— Ah, Teresina Scardaniglio?

— Eccellenza sì.

L'ispettore pensò un momento.

— Che abitudini aveva?

— Ma, eccellenza, quasi sempre in casa; non lo veniva a cercare anima

viva, solo qualche volta tornava tardi, come ieri...

Interrompendolo, l'ispettore strizzò un occhio e disse al delegato:

— Pinelli, si è visto il pretore?... — Poi, rivolto al portinaio: — E

col padrone, c'erano conti?

— Al padrone gli doveva una quindicina, e lo voleva mandare a spasso;

poi pregò tanto che gli dette un'altra settimana di tempo, e l'orologio

in pegno.

— Quando finiva la settimana?

— Quando finiva?... Domenica, lunedì, martedì... — don Ciccio faceva

il conto sulle dita, guardando all'aria. — Eccellenza, finiva oggi. Per

questo si sarà scannato. Ma non poteva campar molto, eccellenza...

— Perchè?

— Era malato, qui alla cassa... Quando rifacevo la camera, lo sentivo

abbaiare come un cane... e sputava sangue...

— Il pretore!... il pretore Restivi!...

A un tratto le guardie si schierarono da una parte e dall'altra, padre

Miniscalco si tirò indietro sull'uscio della sua camera, l'ispettore si

cavò il cappello, indietreggiando:

— Signor pretore, le bacio le mani!

Il pretore Restivi entrò, a capo chino e con l'aria assonnata. Quando

vide il cadavere, parve svegliarsi, e intanto che l'ispettore lo

metteva a giorno della faccenda, egli muoveva un poco le labbra, come

dicendo qualche cosa tra sè.

— Ecco la dichiarazione... ci sono poi alcune lettere e altre carte...

— Ma questo qui io lo conosco — articolò distintamente il pretore. —

Dove l'ho visto?...

— Si chiama Filippo Mordina...

— Mordina!... Sicuro, in casa della principessa... Va bene, va bene...

Intanto, gli faccia frugare addosso.

E, sedutosi dinanzi al tavolo, lentamente, come all'ufficio, cominciò

a esaminare una dopo l'altra le carte. Nella camera non si sarebbe

sentito volare una mosca. Sotto l'albergo, malgrado il tempo sempre

più buio, la folla ingrossava e ne saliva un mormorio come di acque

scorrenti.

— Ecco quel che s'è trovato.

Il pretore prese ad esaminare quel ritratto, formato _promenade_, su

cui il sangue aveva tirato come un velo rossastro. L'ispettore, colla

mazzettina a spall'arme, il cappello un po' rovesciato indietro, si

avanzò anch'egli a vedere.

— Ma questa è Teresella Scardaniglio, nelle _Campane di Corneville_!

E mostrava la figura di contadina, con la veste corta che lasciava

vedere le gambe fino al ginocchio, le braccia nude e le prime curve del

seno.

— Quella che piglia sempre posto a destra, e fa da capofila? — chiese

il Pinelli.

— Sicuro, Teresella!

— Dove avete trovato questo ritratto? — domandò il pretore.

— Fra il gilè e la camicia — rispose la guardia. — Si sentiva una cosa

dura.

— Nient'altro?

— Nossignore.

Ora il cadavere restava con le braccia in croce, la testa rimossa dalla

prima posizione e un po' inchinata verso la spalla sinistra, l'abito

aperto mostrante la camicia insanguinata.

— Delegato — chiamò il pretore — venga qui, cominciamo due parole di

verbale. Avete pensato pel trasporto?

— È disposta ogni cosa.

L'ispettore, senza far rumore, uscì sul corridoio e chiese a don

Ciccio, fermo lì in mezzo:

— A che numero sta la Scardaniglio?

— Numero 5, al piano di sotto.

— Da questa parte?

— Eccellenza sì.

L'ispettore scese e andò a picchiare discretamente all'uscio.

— Avanti, chi è?

Teresella stava vicino alla finestra, con una forbicina in mano,

ritagliandosi le unghie, mentre guardava la folla. La faccia bianca

di cipria pareva una maschera sul fazzoletto di seta rossa che le

avvolgeva il capo.

— Neh, cavaliere, che è stato? — chiese colla sua voce rauca,

accorrendo.

L'ispettore la guardò un momento; poi, rifacendo anch'egli quel verso:

— È stato che uno s'è ucciso per causa tua!

— Voi che dite, Giesù! Voi scherzate....

— Non mi credi? Gli abbiamo trovato il tuo ritratto sul cuore.

— Il mio ritratto?... Guarda, guarda com'è serio!...

E gli dette uno spintone.

— Ferma con le mani. Parlo sul serio, il tuo ritratto, nelle _Campane_,

e c'è anche una copia del libretto, col tuo nome scritto sopra.

— Voi davvero?.. Giesù, Giesù!.. E com'è stato?..

— Si è scannato, con un rasoio.

— È morto? — chiese, con grandi occhi spalancati.

L'ispettore trinciò una piccola croce, col pollice.

— Il ritratto glie l'avevi dato tu?

— Io? Siete pazzo! Chi lo conosceva!..

— Allora, come?

— Io che so! L'avrà comprato dal fotografo.

— E.... non l'hai mai visto?

— Dàlli! V'ho detto che non lo conosco!

— Un giovanotto, coi baffetti castagni... occhi neri... alto...

— Aspetta, aspetta... Con la lente?... Mo' ricordo; qualche volta

l'incontravo, dopo la recita, abbasso al portone.

— E.... non t'ha avvicinato mai?

— Quante volte v'ho da di'...

— L'incontrasti anche iersera?

— Mi pare... — Poi aggiunse, curiosamente: — Chi ve l'ha detto?...

L'ispettore la guardò, ammiccando:

— Con chi eri?

Teresella gli dette un altro spintone.

— Ih, com'è curioso!...

S'intese una carrozza arrestarsi sotto l'Albergo; l'ispettore andò a

guardare dalla finestra.

— Lasciami andar via; portano la cassa.

— Giesù, Giesù!

Poi, mentre quegli stava per uscire sul corridoio, Teresella gli corse

dietro:

— Cavaliè... sentite... avessi mai da passà qualche seccatura?...

L'ispettore le accarezzò il mento, paternamente.

— Non aver paura.

E salì nella stanza del morto. Dietro, il becchino portava la cassa:

tre tavole inchiodate e una mobile.

— Pretore, ci siamo?

— Avanti!

— Picciotti, a noi!

Preso dalle spalle e dai piedi, il cadavere fu deposto nella cassa.

L'abito aperto faceva ingombro; lo affagottarono alla meglio. Il tempo

diventava sempre più scuro; alla luce triste, giallastra, filtrante tra

i nuvoloni color creta, la faccia del morto pareva di cera.

A un tratto s'intese, fuori nel corridoio, un confuso rimescolio,

voci sorde, indistinte; poi dei passi affrettati che si avvicinavano,

strilli di bambino e un gridar rauco:

— Assassino!... lasciatemi, sangue di Dio!.. Assassino, assassino!...

— Saverio!... per carità, Saverio!...

Il padrone, terribile nella faccia accesa, gli occhi iniettati di

sangue, i capelli rossicci sconvolti, si precipitò nella camera, come

una furia.

— Assassino!... dov'è l'assassino?... — E corse addosso alla cassa.

Le guardie furono a tempo ad afferrarlo. Contorcendosi, tentando di

svincolarsi, con la bava alla bocca, egli gridava parole mozze:

— Il cuore debbo mangiargli... a cotesto infame!... Mi ha rovinato!...

l'Albergo è rovinato!... — E nella rabbia dell'impotenza, gonfiò le

gote e lanciò uno sputo che andò a stamparsi sulla fronte del morto.

— Carogna, tieni!

L'ispettore, facendo fischiare più forte l'aria fra i denti, gli si

fece incontro, gli posò una mano sulla spalla, e disse, guardandolo

fermo:

— Principale, che facciamo?

Restarono un momento così, gli occhi negli occhi. Il pretore guardava,

impassibile, stropicciandosi le dita. Poi il padrone, fremente, con

le labbra strette e le mascelle contratte, si lasciò portar via,

barcollando.

— Su, facciamo presto.

Il becchino s'inginocchiò, inchiodò la cassa, leggermente; le guardie

la presero da capo e piedi e gliela misero sulle spalle. Pel corridoio

angusto, giù per la scaletta dalla vôlta bassa, il carico andava

sbattendo di qua e di là.

— Adagio!... attento alla porta!... più basso! — avvertivano don Ciccio

e donna Vincenza.

Sul marciapiede, la folla indietreggiò. La guardia aperse lo

sportello del carrozzone, e come la cassa vi sdrucciolò, lo richiuse,

sbattendolo.

— Al Deposito — disse al becchino, consegnandogli l'ufficio del pretore.

Come il carrozzone fu partito, donna Vincenza, nel risalire, vide

qualcosa di bianco per terra.

— La lettera del passeggiere!

E la portò su alla giustizia.

— «Municipio di Messina» lesse il pretore, interrompendo la redazione

del verbale. — «Oggetto: concorso fra gl'insegnanti elementari. Le

si partecipa, in risposta alla sua del 20 corrente mese, che, ai

termini dell'avviso 8 ottobre, quando la patente di grado superiore è

conseguita prima del 1878, occorre espressamente, per essere ammessi

al concorso, il certificato speciale di abilitazione allo insegnamento

della ginnastica. Tale essendo il suo caso, la Commissione non può

passare all'esame dei titoli già presentati se la Signoria Vostra non

le farà pervenire il certificato di cui sopra.»

La sorte · 第 48 / 54 题