Ora che aveva la macchina, la Nunziata non trovava più le difficoltà
di prima a scender nella sartoria, ci stava invece volentieri, e si
occupava un po' a orlare qualche dozzina di fazzoletti di battista, un
po' a cucire una camicia, pel suo corredo: che un giorno o l'altro ci
si doveva pensare! — diceva don Antonino. Ella aveva sempre un monte di
biancheria fra le gambe, e la bottega era piena del tic-tic degli aghi
che salivano e scendevano precipitosamente. Don Antonino faceva spese,
col credito che gli era tornato dopo che il marchese era grave e aveva
fatto testamento, con un bel lascito per lui: lo aveva anche assicurato
Domenico, il cameriere. Per questo egli andava chiedendo a chi due onze
e a chi cinque, chè a contare a lire gli pareva d'essere un pezzente;
s'era anche vestito a nuovo, portava il cappello di traverso, e la
pancia gli scoppiava, come a un vero marchese.
Donna Mena si raccomandava alla Madonna, perchè aveva un cuor nero e
prevedeva qualche disgrazia. I debiti che don Antonino faceva con la
speranza dell'eredità sarebbero stati niente, senza il pensiero della
Nunziata, che ora restava tutto il giorno dietro lo sporto, guardando
i giovanotti che passavano, e dava un occhio alla macchina e un altro
alla via.
— Tu, figliuola mia, non badare a chi passa!...
— Che intendete dire? — saltava su la ragazza. — Di che v'impacciate?
M'avete voluta nella bottega? Ora che cosa pretendete?
— La Madonna della Grazia deve farmela maritar presto — pregava donna
Mena — se no, finisce male.
O che aveva parlato col diavolo? Giusto un dopopranzo, che don Antonino
era andato in campagna, con certi suoi amici, e lei s'era appisolata un
momento, quando si svegliò: chiama la Nunziata, cerca la Nunziata... la
ragazza non c'era più!
Donna Mena gettò un grido e perdette i sensi.
Più tardi rincasò don Antonino, briaco da non reggersi ritto, e al
rumore ch'egli fece donna Mena rinvenne:
— Ah figliuola, e dove sei!.. Ah figliuola, e che mai facesti!..
— È stato il cavaliere Bardella... — biascicò don Antonino, cercando il
letto, all'oscuro — me l'ha detto il portinaio del marchese...
— E voi che state a fare? Perchè non correte, perchè non cercate il
vostro proprio sangue? Scellerato!.. — Donna Mena si sentiva adesso il
coraggio d'un leone.
— Ehi, malanova!.. ho i miei guai!.. — rispose don Antonino, buttandosi
come morto sul letto.
I guai erano i creditori, che cominciavano a perder la pazienza, e don
Lisi il calzolaio, il quale doveva avere dieci onze, gli aveva mandato
a dire che se non lo pagava gli avrebbe rotto le corna. Il marchese,
intanto, era più di là che di qua, ma non voleva ancora crepare!..
Donna Mena restò tutta la notte in piedi, aspettando la figliuola,
affacciandosi alla finestra, aprendo la porta al più piccolo rumore,
disperandosi, strappandosi i capelli e facendo voti alla Bella Madre;
mentre suo marito sbuffava e borbottava continuamente, vomitando il
vino bevuto. Il domani egli si sentiva malato e non si levò; ma donna
Mena, sulle spine peggio di prima, correva dalla moglie del cocchiere,
dal portinaio, raccomandandosi che l'aiutassero a trovar la figliuola.
— Considerate il cuore di madre, comare!.. compare!..
Il giorno dopo, infatti, la moglie di Domenico le ricondusse la
ragazza, che le si buttò ai piedi, e tutt'e due si misero a piangere
come fontane.
— Ho paura del babbo!.. — disse la Nunziata, asciugandosi gli occhi col
grembiale.
— È fuori, ma non può tardare — rispose donna Mena, che aveva più paura
di lei.
Don Antonino rientrò di lì a poco, e neanche s'accorse della figliuola
rincantucciata dietro lo scaffale, perchè nella notte il marchese era
stato male e non avrebbe passata la giornata, assicurava il medico.
— Ora possono finire i miei guai!.. Se mio fratello mi lascia
duecent'onze, con cento mi levo i debiti e ne avanza per la saccoccia;
con le altre cento c'è la dote di Nunziata. Ma che cosa sono duecento
onze, per un fratello?.. Quattrocento, potrebbe lasciarmene, e
magari!.. Allora sì che cambio di stato!..
Donna Mena non fiatava, ringraziava in cuor suo tutti i santi del
paradiso, non parendole vero che si sfogasse con l'eredità.
Ma il peggio fu il giorno dopo, che nella notte il marchese era
spirato, e c'era il portone chiuso, con tutti i parenti dentro per
leggere il testamento, dove si parlò di tutti fuorchè di don Antonino.
— Ah, razza di ladri infami e di porci svergognati! — egli andava
gridando, diventato una bestia. — Tale il padre, tale il figlio:
tutti gesuiti e cornuti!.. E una lira il giorno a Domenico... che gli
faceva quel servizio!.. E un legato a quella ciabattaccia di donna
Giacomina!.. Ah, che non so chi mi tenga dal gridare in piazza tutte
le vergogne di questa casa: che sua moglie se la dice col cavaliere
Bardella, e l'ultimo figliuolo l'ha fatto con lui, ed è gravida!..
Bah! bah! — e si tappava la bocca — santa pazienza, aiutami tu!.. Ma i
suoi bastardi non avranno un'ora di bene, e le ricchezze gli hanno da
tornare in veleno...
Afferrato il forbicione col pugno nodoso, dava adesso gran colpi sul
tavolone da stirare, sforacchiandolo tutto.
— Razza di ladri che mi ruba e mi spoglia! — riprendeva, più forte. —
Ma non importa: povero e onorato, e simili porcherie in casa mia...
Allora, come vide la Nunziata accovacciata nel suo cantuccio, buttò per
terra il forbicione:
— Ah, sei tornata? — E le si avventò addosso, dandole un calcio nella
pancia.
Poi se ne andò alla taverna, a bere alla faccia del morto.