Don Antonino stava accosto al palazzo del marchese Motta, per tener
d'occhio la sua proprietà — dicevano le male lingue — e vedere se
Raffaele, il cocchiere, gli portava via la paglia da rivendersi alla
fiera del lunedì. Ma i vicini parlavano a quel modo perchè l'invidia
li rodeva vivi, e non potevano soffrire che il negozio di don Antonino
facesse affari d'oro; tanto è vero che c'era un cartello nuovo, lungo
una canna, con lo scritto: _Sarto di donna_: una galanteria!
— Già, io son fratello del marchese; anzi il vero marchese sono io;
egli è nato dopo di me.
Infatti, era ancora vestito di nero, per rispetto alla sant'anima
del marchese vecchio, che era stato un vero signore e aveva sempre
tenuto tavola apparecchiata e sei cavalli in istalla. Non come quel
baccalà del figliuolo, un sangue di pesce, con tutti i malanni addosso
e frattanto sempre con la testa a ballerine e commedianti! Quasi
non gli bastassero tutte quelle ciabatte, manteneva anche del suo la
famiglia di una certa signora Giacomina, che gli succhiava il sangue
delle vene! Per questo la casa andava a rotta di collo e ci sarebbe
stato bisogno d'una mano ferma e d'un pronto rimedio. Cominciamo che
quella vergogna di due sperticati in istalla non poteva durare, e un
sotto-cuoco era più necessario del pane; l'avevano perfino i Marozzi!
gente che se gli appalti non gli andavano bene, avrebbe data ancora
la caccia al centesimino! E poi, quello non era il modo di educare i
ragazzi: tutto il giorno nella corte, a giuocare col mozzo di stalla!
Bisognava mandarli fuori regno, da quei figli di signori che erano.
E la marchesa?... Era vita la sua?... con la gente che cominciava a
ciarlare, ed a ragione?...
— Basta!... se la mia mala sorte non mi avesse fatto nascere
illegittimo, mi sarebbe bastato l'animo di raddrizzar questa casa
e di farla andare pel suo verso. Ma santo e santissimo non so chi!
il marchese deve mettersi in capo di pensare a me, e glie lo ha
raccomandato nostro padre, in punto di morte; che se non fosse morto
d'accidente, cent'onze l'anno non me le avrebbe levate nessuno!
Però sua moglie donna Mena non credeva a tutte queste storie
dell'eredità:
— Giusto! Il marchese vorrà rammentarsi di voi, con tanti creditori che
non lo lasciano rifiatare! Pensate al negozio, piuttosto, che vi dà il
pane, e a vostra figlia che è cresciuta, sia lodato Dio! e un giorno o
l'altro dovrete maritarla.
Don Antonino alzava la voce, perchè lui non voleva rotta la testa con
tutte queste seccature.
— Alla Nunziata un partito non può mancare, e nel vicinato sanno di
chi è figlia e di chi non è figlia! La sua dote lei l'avrà meglio
d'un'altra, senza bisogno di pungersi le dita!
Donna Mena abbassava la testa sul cucito, per non fargli attaccar lite,
e si metteva a piangere silenziosamente, perchè tutte quelle storie
di marchesati e di ricchezze guastavano la testa alla ragazza, che non
voleva più scendere in bottega. Gli affari, poi, non andavano così bene
come dava a intender suo marito, e invece di una lavorante che costava
un occhio del capo, la Nunziata avrebbe potuto dare una mano. Ma se
ne parlava a don Antonino, pover'a lei! le toccavano male parole: che
la ragazza non aveva bisogno di sciupare la sua salute, che lui c'era
per questo! Frattanto egli se ne stava tutto il santo giorno seduto
sulla soglia della bottega, col forbicione in mano, a tagliuzzare
modelli vecchi, o a ritagliare i figurini dell'altr'anno, disturbando
le lavoranti con le sue chiacchiere, o facendo fermare i passanti di
sua conoscenza, attaccando discorsi che non finivano più. Quando c'era
bisogno di fare una commissione, o di pigliare le ordinazioni dalle
pratiche, o di comperare i finimenti, restava fuori un'intera giornata,
preferendo di spasseggiarsela pel corso, squadrando la gente, come un
marchese, e se incontrava Raffaele sul _brecchi_ del marchese vero, vi
montava su volentieri: non era per niente fratello del padrone, almeno
si faceva scarrozzare franco e i vicini crepavano d'invidia.
Ma donna Michela, la vedova che stava a due passi, invidia non ne
provava, per quella gente, e in carrozza a quel modo non ci sarebbe
andata, neanche se l'avessero fatta regina.
— Poveri, ma onorati! — diceva, assestando le dodici chicchere di
porcellana sul canterano di noce lucido — e questa grazia di Dio
nessuno può rinfacciarmela!
Ripeteva spesso così, per amore di suo figlio Concetto, il quale s'era
messo a passeggiare sotto la finestra della Nunziata, la figliuola
di don Antonino. Concetto da quell'orecchio non ci sentiva, e andava
e veniva ogni momento per vedere la ragazza che ricamava con le dita
più bianche della tela; tanto che il principale di lui cominciava a
lagnarsi:
— Badate: che vostro figlio non ha più la testa a posto come prima!
Giusto, la cosa venne all'orecchio di don Antonino, che per miracolo di
Dio non fece un massacro.
— Come? quel pezzo di carnevale ha il viso di alzar gli occhi sopra mia
figlia? Sangue di non so chi, se non finisce la commedia l'accompagno
a pedate al suo paese pezzente!
Poi se la pigliava con le lavoranti:
— Già, la colpa è di voialtre ciabatte, che mi mangiate il pane a
tradimento. Se un'altra volta non m'avvertite, vi piglio per un piede
e vi butto fuori.
Donna Mena, a quelle sfuriate, si metteva a piangere peggio di prima,
perchè un partito come Concetto, che fra poco avrebbe messo su bottega
da sè, sua figlia non lo avrebbe mai più trovato; e le lavoranti
minacciavano di andarsene, che, Dio liberi! quello non era il modo di
parlare a ragazze oneste.
Invece, quando non era in casa a gridare e a minacciare, don Antonino
se ne andava col cocchiere o col cameriere del marchese, a ragionar di
ricchezze, e aveva la testa all'eredità, intanto che il negozio andava
di male in peggio e la Nunziata stava tutto il tempo alla finestra, a
far gli occhi dolci ai passanti.
— Almeno, diteglielo a vostra figlia di dare una mano nella sartoria,
ora che due lavoranti bisogna congedarle!
La ragazza, come intese quel discorso, posò da un canto il ricamo di
bianco che faceva per isvago, e rispose:
— Se volete che vi dia una mano, compratemi un'altra macchina; che io
scenda a lavorare in bottega potete levarvelo dal capo.
Nunziata aveva ragione, ci voleva un'altra macchina; così lei avrebbe
potuto lavorare su in camera, da signora, senza confondersi con le
operaie, e la bisogna sarebbe stata spedita più presto.
— Ma andiamo che io non ho dove pigliar le vent'onze, e quella bestia
del macchinista non mi vuol far credito!
Donna Mena pensò allora di farsi prestare la somma occorrente dalla
vicina donna Michela, che non avrebbe negato quel piccolo favore, per
amor del figliuolo. Non ne disse però niente al marito: se no, Dio ne
scansi, poteva finir male.
Donna Michela, come la vide spuntare, voleva chiuderle l'uscio
in faccia; ma sentendo perchè veniva, si aggiustò le cocche del
fazzoletto che portava in testa, e stirò con le mani il grembiale,
dalla sodisfazione di vedersi dinanzi, così umiliata, la vicina. Ma
vent'onze, com'è vero Dio, non le metteva fuori; per quella gente, poi!
— Cara vicina mia, i tempi sono scarsi, credetelo, ed io non ho potuto
neanche rifare i materassi di mio figlio Concetto, che è un figliuolo
d'oro. E poi vent'onze son quattrini, e non si trovano spazzando per
terra.
— Mi bisognerebbero per comprare la macchina alla Nunziata, che ha le
mani fatate, e lavora da sera a mattina. I denari, non dubitate, li
riavreste per Ognissanti....
— Credetemi, vicina, se avessi potuto, oh, con tutto il cuore!...
Donna Mena se ne andò via afflitta e sconsolata, con le mani vuote
com'era venuta. Ma quando tornò a casa Concetto, e seppe della domanda
dei vicini e della negativa di sua madre, si fece bianco e rosso in
viso, perchè lui avrebbe voluto che si fossero date le vent'onze.
— Oggi a te, domani a me; se non ci aiutiamo l'uno con l'altro...
— Ho i miei guai!
— A Ognissanti le avrebbero restituite. Voi che paura avete? È gente
onorata...
A queste parole, donna Michela non stette più alle mosse.
— Gente onorata, quel bastardo che conta i giorni di suo fratello?..
Gente onorata, quel don Antonino, che alleva la figliuola per farne
una...
— Mamma, non parlate così! — disse lui con la voce grossa, facendosi
brutto e dando un pugno tanto forte sul canterano che le chicchere si
misero a ballare.
Poi le tenne il broncio: non voleva più mangiare, e le parole bisognava
strappargliele di bocca, una dopo l'altra. Donna Michela, che gli
voleva bene più della pupilla degli occhi, non poteva rassegnarsi a
vederselo dinanzi a quel modo.
— Almeno ce ne restassero riconoscenti! Ma sono più superbi di
Lucifero...
— Voi che ne sapete? Sono venuti a chiedervi un favore e li avete
mandati via come cani.
— Allora... sia fatta la tua volontà!.. Ma io non voglio veder nessuno,
qui in casa; e cotesti cristiani non mi piace di averli neanche per
compagni di processione.
— Andrò io da loro — s'affrettò a rispondere Concetto, a cui non pareva
vero di veder la Nunziata da vicino; e per questo si mise l'abito delle
feste.
— Almeno, aggiusta bene gl'interessi! — gli raccomandò donna Michela,
quand'egli era già nella via.
Come donna Mena vide comparire Concetto dietro lo sporto, non seppe
più a che santo raccomandarsi, perchè se scendeva suo marito voleva
succedere un guaio. Ma lui non le dette il tempo:
— Mi manda la mamma — disse subito — con le vent'onze; che se non ci
aiutiamo l'uno coll'altro...
— Oh che brava persona voi siete!... L'avevo detto io, che la comare
Michela era una buona vicina! Accomodatevi; io chiamo subito mio
marito. — Ma egli aveva soggezione delle lavoranti, che non gli
levavano gli occhi di dosso.
Don Antonino stava buttato sul letto, rosicchiando due fave arrosto;
e appena intese che giù c'era Concetto, si rizzò, sbraitando che gli
voleva rompere le mascelle; ma quando sua moglie gli ebbe spiegato che
quello portava i quattrini, si chetò, borbottando:
— Vent'onze! Valeva la pena, per una simile miseria!..
Nondimeno scese giù, in maniche di camicia come si trovava, e tendendo
a Concetto un pugno di fave, gli disse:
— Ne volete, amico?
Concetto ne prese una, per mostrar di gradire; ma la mise in tasca, che
non avrebbe voluto farsi trovar mangiando, se scendeva la Nunziata. Don
Antonino aggiunse:
— Ho inteso l'affare del prestito; ora vi faccio la ricevuta, in piena
regola.
— Ma non occorre, signor don Antonino... Fra galantuomini!..
— No, no; patti chiari e amicizia lunga: questo è il mio costume.
— La chiamo, la Nunziata? — gli domandò sottovoce donna Mena, mentre
egli scriveva sopra una fattura della sartoria, al tavolone da stirare.
— Se non vai via, ti piglio a calci — rispose ad alta voce don Antonino.
Così Concetto se ne andò con la ricevuta in tasca, come un cane
bastonato; che non gli avevano neanche detto grazie e della ragazza non
ne aveva saputa nè nuova nè vecchia.