La signora Giacomina aveva fatto alla Liberata quella difficoltà: non
conveniva maritar prima la figliuola minore.
— È perduto il mondo per questo? Non gli volete dar la piccola? Allora
dategli la grande.
Il De Franchi, essendo passato a mille e cinquecento ai Tabacchi, e non
avendo nessuno che gli attaccasse i bottoni, voleva accasarsi, e non
gl'importava poi molto con quale delle due sorelle.
— Questi son dolci che tu non assaggerai! — diceva maestro Titta a
Rosa, quando il promesso entrò in casa.
— Gli possano tornare in veleno, e a voi pure! Già, se son quelli di
don Angelo, una colica non ve la toglierà nessuno. — E gridava dalla
parte del trattore, perchè sentisse Nino, col quale non si combinava
niente.
I fidanzati stavano tutt'il giorno alla terrazzina, soli; la signora
Giacomina aveva sempre da fare e non poteva legarsi alle gonne della
ragazza. Quelli si tenevano vicini, con un'aria circospetta, quasi
confidandosi grandi segreti; ma invece c'era fra di loro una freddezza,
lo sposo affumicava il porta-sigari di schiuma, o si curava le unghie
lunghe, e tutti i discorsi che Angiolina sentiva tenere erano quelli
del tempo, o delle porcherie con cui don Angelo faceva le pietanze, in
fondo al cortile, dove i garzoni sbattevano uova fradicie o pestavano
la carne avanzata.
Quando le avevano rubato il marito, lei non aveva pianto, non aveva
strepitato, non aveva detto nulla: s'era stretta nelle spalle, con un
sorriso muto. Il figlio maggiore della baronessa Scilò stava sempre
alla finestra, a farle dei segnali, e le aveva mandato anche un
bigliettino: «Signorina, dal primo istante ch'io vi vidi, la vostra
angelica sembianza...» Lei gli aveva risposto, e la Milia, finito il
commercio di Antonietta, si rifaceva col baronello.
— Ha ragione! — diceva Rosa, vedendola uscire, la domenica, con la
veste nuova e lo scialle di seta. — Il mestiere è onorato!...
Quando la signora Giacomina s'accorse che la serva andava nuovamente
portando ambasciate, montò su tutte le furie.
— Che cosa, un'altra lettera? Ah no, non volete sentirla? Chi è che
t'ha dato?...
Angiolina sollevò la testa dal suo ricamo e disse, tranquillamente:
— È del figlio della baronessa; non gridate sempre...
La signora Giacomina guardò stupefatta la figliuola, credendo d'aver
frainteso:
— Il figlio della baronessa?... della baronessa Scilò?...
Alzava la testa, cogli occhi sfavillanti di sodisfazione; sua figlia
baronessa!... quella superba umiliata!...
E come un giorno, tornando irritatissima dal collegio perchè quella
bestia del rettore minacciava di mandar via Totò, scorse l'Angiolina
sull'uscio, a discorrere col baronello, lei sentì svanire tutta la sua
collera e fece a questi ogni sorta di complimenti:
— Come sta? Perchè non entra?... Favorisca, la prego...
Il baronello diventò presto familiare; veniva a passare le serate
accanto alla ragazza, come fossero promessi, ed era inteso che si
sarebbero sposati appena egli avrebbe ottenuto il consenso della mamma.
— Lei è ostinata; ma farò tanto che finalmente si persuaderà. Non è
vero, Angiolina?...
E si stringeva addosso alla ragazza, le passava un braccio dietro la
vita; ma la signora Giacomina si faceva brutta:
— Dico, baronello!...
Appena lei andava fuori, quelli facevano il comodo loro. Dalla
terrazzina, dietro le finestre, Rosa li vedeva starsene a fianco,
toccandosi, fiutandosi, fingendo di bisticciarsi, di contendersi
qualche cosa, inseguendosi, dandosi spintoni, per suggellar la pace con
un bacio.
In mezzo alle ragazze che facevano un così buon odore, Alberto De
Franchi si sentiva rimescolare il sangue e avvampare le guance. Egli
invidiava il baronello che si divertiva in compagnia di Angiolina,
mentre la sua fidanzata restava lì, seria, impalata.
— Tu che cos'hai? T'è morto forse qualcuno?
Antonietta era riservatissima, non gli permetteva nessuna libertà, non
veniva fuori se non aveva messo a posto l'ultimo spillo e non s'era
guardata dieci volte allo specchio, con una paura matta che anche
quel matrimonio sfumasse. Invece l'Angiolina si mostrava al baronello
discinta, con le braccia nude, i capelli scomposti. Lui diventava di
bragia, lei gli tirava la lingua; poi s'inseguivano e sparivano.
— Questo è un matrimonio che non c'è bisogno del sindaco! — diceva
Rosa, vedendo tutte quelle sconvenienze.
— A lui sì, perchè è barone?... — ripeteva continuamente Alberto De
Franchi ad Antonietta, brancicandola, spingendola, riducendola in un
angolo, alitandole sul viso.
— Lasciami, sta fermo...
— A quello... perchè è barone?... — ripeteva Alberto, ansante, senza
veder più dagli occhi.
— No! No!... per ora no!...
Trovandoli con tanto di muso, la signora Giacomina esclamava,
allegramente:
— Che v'è pigliato? Non siate insulsi, fate la pace!
Lei era sodisfattissima delle cose sue: il matrimonio di Antonietta non
le pareva disprezzabile, ma quello di Angiolina era la sua fortuna:
baronessa Scilò, non c'è che dire! La sua casa andava avanti, come
voleva lei; il rettore s'era persuaso a tenere ancora Totò, e il suo
unico pensiero si riduceva ora quello di don Felice, pel quale il
marchese dava buone speranze.
— Ma tu svegliati, metti insieme i tuoi titoli, presenta la domanda!
Aspetti forse che i fichi ti caschino in bocca?
Era lo stesso che dire al muro. Don Felice voleva far denari, per la
sua Vincenzina, ma non perdere la libertà in un ufficio. E sua moglie
che gli era sempre attorno a rompergli la testa:
— Sciagurato!... Come puoi campare senza far nulla?... L'hai scritta la
domanda?
— Non ho avuto tempo...
— E il tempo lo compri, tu?... Dove sono i titoli?
— Non li ho trovati.
— Ma debbo far tutto io, sempre?
E si metteva a rovistare sul tavolo di don Felice, scompigliando tutte
le carte, aprendo le cassette, scuotendo i libri.
— Guardate che confusione!... Ma dove diavolo l'hai nascosto?...
Don Felice gonfiava, ma si dava l'aria di cercare anche lui, se no
quella non la finiva più.
— È questa?... — domandò la signora Giacomina, con voce terribile,
cavando un fascicolo ingiallito dalla cassetta del comodino.
— Questa?... È la laurea...
Lei fece il gesto di tirargliela addosso.
— Sarebbe da sbattertela sul muso, parola d'onore!
— Pazienza mia, aiutami! — diceva fra sè don Felice.
Più tardi le liti ricominciavano, per la spesa, se si lasciava gabbare
dai venditori, se i vermicelli erano troppo bagnati, se la carne non
era di giusto peso.
— Questo un chilo di carne? A chi lo dài a intendere? Questo non è
neanche tre quarti. Qua la bilancia.
E fatta la pesata, gridava più forte di prima:
— Se l'ho detto io! Tre quarti, e ce ne manca.
— Io non so niente, la carne era giusta. Andate allora voi a far la
spesa.
— Ah, che ci vada io? Bravo il bestione!... Lo so io perchè la carne è
mancante, se deve servire anche a quella buona...
Nell'altra stanza, come il baronello rideva, Angiolina gli metteva un
dito sulla bocca.
— St!... non senti la tempesta?
Don Felice scappava dalla vedova del tintore, per sfogarsi, ma si
vedeva ricevere col muso duro:
— Quella porcheria di carne! Buona pel cane!...
Per tentar d'uscire dai suoi guai, si metteva a giuocare al lotto,
sperando di vincere un bel terno, di piantare sua moglie e di andare
a starsene con la vedova. A corto di quattrini, aspettava che tutti
fossero usciti, cercava insieme con la Milia i salvadanai delle
figliuole, e tutt'e due si mettevano a scuoterli, di su e di giù, a più
riprese, per farne uscir le monete.
Come sentiva quel drlin-drlin, Rosa diceva, dalla sua finestra, al
cuoco della baronessa, che le faceva l'occhiolino:
— Monsù Pietro, che passa il Viatico?
Poi le ragazze si accorgevano del furto, e cominciavano le grida:
— Qui mi mancano due lire... qui tredici soldi... Chi è stato?... È
stata la Milia!...
La Milia si metteva a piangere e correva a pigliare il suo scialle:
— Bella Madre addolorata!... Quest'affronto non me l'ha fatto
nessuno!... Or ora voglio andarmene!...
E don Felice a mettersi in mezzo, tremante:
— Zitti per carità... quaggiù stanno tutti a sentire... zitti per
carità!...