La signora Giacomina non poteva vedere il figliuolo crescere a quel
modo, e poichè le pedate servivano solo a farlo gridare così forte da
sollevare tutto il cortile, deliberò di metterlo in collegio, come
aveva fatto la baronessa Scilò, dalla quale non aveva potuto essere
ricevuta.
— Dov'è il figliuolo della baronessa? — chiese alla pettinatrice.
— Ah! quello è al Convitto Nazionale, dove vanno i figli dei primi
signori, e si paga salato!
La signora Giacomina mise anche il suo al Convitto Nazionale, senza
badare a sacrifizii; e a vederlo passare per le strade, coll'uniforme
gallonata e i guanti chiari, sospirava di sodisfazione.
— Come fa per spendere a questo modo? — domandava il trattore dinanzi
alla sua porta, mentre badava ai garzoni che grattavano formaggio e
spennavano polli.
— È quel citrullo del marchese! — rispondeva il tappezziere, sventrando
vecchie poltrone, per cavarne quel po' di crino e le molle ancora sane.
— To', guardate chi s'affaccia; don Felice!
— La vera testa dalle corna d'oro!
Don Felice era piccolo, con la faccia lunga e una pelle dura e
giallastra, su cui la barba ancor sporca di nero pareva appiccicata.
Si vestiva, d'estate e d'inverno, con un soprabitone color tabacco di
Spagna, e quando andava fuori, col cane dietro, teneva la testa bassa,
per il peso di quell'affare — dicevano — e le mani in tasca, come uno
che pensasse alla quadratura del circolo. Lui invece non pensava se non
alla vedova del tintore, quella che stava dall'altra parte del cortile,
all'angolo della via del Seminario. Tutto il tempo in cui era libero,
egli se ne stava seduto nella bottega, accanto alla Vincenzina, che
aveva una corporatura enorme, un gran faccione bianco e rosso col mento
che si sprofondava nel collo carnoso e il busto ricascante da tutte le
parti.
Per lei don Felice si rovinava; ma quella gli rinfacciava la sua
famiglia, lo strapazzava, se lo metteva sotto i piedi, per farne quel
che voleva.
— Vattene da tua moglie, che t'aspetta!
— Mia moglie, chi? Io voglio bene solo a te.
E rubava i denari alla signora Giacomina, e si faceva prestare i
soldi dalla Milia, per mandarle qualche cosa, ogni volta che andava
a trovarla. Sapeva prenderla dal suo lato debole, la gola: per una
minestra saporita, per lo stufatino con molti chiodi di garofano e un
pizzico di basilico, per la salsiccia ben grassa, per le frutta fuori
stagione, lei si sarebbe dannata l'anima.
E ogni giorno, andato a far la spesa e tornato a casa col ragazzo che
portava le sporte colme, don Felice prelevava le migliori cose e glie
le mandava.
— Sono per un amico — dava a intendere alle ragazze, che gli ridevano
sul muso.
Quando sua moglie lo risapeva, succedeva un casa del diavolo.
— La padrona sono io, qui dentro, avete capito? Chi s'attenta un'altra
volta l'ha da fare con me!
— Ah, fossi solo! — sospirava don Felice.
— Perchè non mariti quelle civettine? — diceva la Vincenza.
Giusto le ragazze cambiavano d'innamorato ogni quindici giorni, e
per le scale, quando il babbo e la mamma erano fuori, era un continuo
salire e scendere. Se la signora Giacomina s'accorgeva di qualche cosa,
ricominciavano le grida, che tutto il cortile pareva in rivoluzione.
— La padrona sono io! avete inteso? E fino a quando avrò animo di stare
in piedi, la padrona sarò io!...
Lei voleva portare avanti la sua casa, educare Totò come un signore,
e trovare un posto a suo marito, che aveva la laurea d'avvocato, e il
marchese Motta prometteva il suo appoggio al Municipio.
— Fa una domanda, con tutti i tuoi titoli, che al resto penserò io.
E le ragazze dovevano fare i migliori matrimonii; per questo era
rigorosa con esse e pretendeva che stessero come si deve; ma poi non
badava a spese purchè andassero attorno come due figurini, con abiti
chiassosi, e le braccia e il collo pieni di galanterie, di braccialetti
a serpentelli, di collanine, di monili a campanelle che tintinnavano ad
ogni loro movimento.
Le ragazze avevano un'eguale corporatura alta e slanciata, i seni
robusti, la vita sottile e piccole teste dai capelli castagni e dagli
occhi pieni di malizia. Si coprivano di cipria — come triglie pronte
per la padella, diceva Rosa; ma Antonietta, la maggiore, lo faceva per
necessità, giacchè la sua pelle era floscia, cadente, quasi appassita,
e formava la disperazione della mamma.
— Guardate un po' com'è; a vent'anni!
Antonietta ne aveva ventisei, degli anni; ma la signora Giacomina glie
ne scemava sempre parecchi, per darsi a credere più giovane lei stessa,
e anche per maritarla più facilmente.
— Quasi non si sapesse che cominciano a far puzza di muffa! — malignava
la Rosa con Nino, il garzone del trattore, col quale adesso era entrata
in amicizia.
— O muffa o non muffa — rispose maestro Titta — il fatto sta che si è
presentato un bel partito: non lo sai?
— E chi è, s'è lecito?
— Il signor De Franchi, del quarto piano.
— Il matrimonio della fame coll'appetito! Per fortuna le patate sono a
buon mercato!
L'ambasciata del De Franchi era stata portata alla signora Giacomina
dalla pettinatrice:
— Un giovane di buonissima famiglia, che ha un posto ai Tabacchi e
qualche cosetta di suo; ed è solo.
— Come si chiama?
— Alberto De Franchi.
Sentendo il _De_, la signora Giacomina aveva fatto una buonissima cera.
Poi chiamò il marito, tutta in faccende, per esporgli la cosa.
— Il partito non c'è male: una buona famiglia... ma c'è una difficoltà:
vuole Angiolina. È giusto che si mariti prima la piccola?
— Fate come vi piace — rispose don Felice — ma badate che per voler
troppo non ci restino tutt'e due sullo stomaco.
— Veramente avete motivo di lagnarvi, voi! Si vede che vi pigliate una
gran cura dei vostri figli! Io parlo per il bene della casa; ma se non
mi volete dar retta, buon divertimento: me ne lavo le mani!
La signora Giacomina faceva la voce grossa e teneva il broncio a suo
marito, come fosse colpa sua se Alberto De Franchi non s'era innamorato
di Antonietta.
Questa era diventata intrattabile, quando aveva risaputo che il
matrimonio era venuto alla sorella.
— Fate pure! — aveva detto — Fate pure; ma vuol rider bene chi riderà
l'ultimo.
— Che intendi dire? — domandò la signora Giacomina. — Come se io non
dicessi per tuo bene!
— Voglio dire che questa è una vita a cui non si può reggere — rispose
lei, cogli occhi rossi — e se un giorno di questi mi scappa la pazienza
e faccio una pazzia, la colpa è tutta vostra!
— Sentite quest'altra adesso! È colpa mia se non ti cerca nessuno?
— Avete il coraggio di dirlo, dopo avergliene fatte tante, a quel
povero giovane, da costringerlo a scappare per non sentir parlare più
di voi?
— Chi, il tenente? Ah sì, il tenente; bisognava dartelo, quel morto di
fame!
Dal cortile le voci si sentivano come da una camera attigua e tutto il
vicinato stava a sentire i fatti di quella casa.
— Fino alla morte non si sa la sorte! — diceva Rosa a maestro Titta. —
Volete scommettere che li pianta anche quest'altro?