II.

La signora Giacomina non poteva vedere il figliuolo crescere a quel

modo, e poichè le pedate servivano solo a farlo gridare così forte da

sollevare tutto il cortile, deliberò di metterlo in collegio, come

aveva fatto la baronessa Scilò, dalla quale non aveva potuto essere

ricevuta.

— Dov'è il figliuolo della baronessa? — chiese alla pettinatrice.

— Ah! quello è al Convitto Nazionale, dove vanno i figli dei primi

signori, e si paga salato!

La signora Giacomina mise anche il suo al Convitto Nazionale, senza

badare a sacrifizii; e a vederlo passare per le strade, coll'uniforme

gallonata e i guanti chiari, sospirava di sodisfazione.

— Come fa per spendere a questo modo? — domandava il trattore dinanzi

alla sua porta, mentre badava ai garzoni che grattavano formaggio e

spennavano polli.

— È quel citrullo del marchese! — rispondeva il tappezziere, sventrando

vecchie poltrone, per cavarne quel po' di crino e le molle ancora sane.

— To', guardate chi s'affaccia; don Felice!

— La vera testa dalle corna d'oro!

Don Felice era piccolo, con la faccia lunga e una pelle dura e

giallastra, su cui la barba ancor sporca di nero pareva appiccicata.

Si vestiva, d'estate e d'inverno, con un soprabitone color tabacco di

Spagna, e quando andava fuori, col cane dietro, teneva la testa bassa,

per il peso di quell'affare — dicevano — e le mani in tasca, come uno

che pensasse alla quadratura del circolo. Lui invece non pensava se non

alla vedova del tintore, quella che stava dall'altra parte del cortile,

all'angolo della via del Seminario. Tutto il tempo in cui era libero,

egli se ne stava seduto nella bottega, accanto alla Vincenzina, che

aveva una corporatura enorme, un gran faccione bianco e rosso col mento

che si sprofondava nel collo carnoso e il busto ricascante da tutte le

parti.

Per lei don Felice si rovinava; ma quella gli rinfacciava la sua

famiglia, lo strapazzava, se lo metteva sotto i piedi, per farne quel

che voleva.

— Vattene da tua moglie, che t'aspetta!

— Mia moglie, chi? Io voglio bene solo a te.

E rubava i denari alla signora Giacomina, e si faceva prestare i

soldi dalla Milia, per mandarle qualche cosa, ogni volta che andava

a trovarla. Sapeva prenderla dal suo lato debole, la gola: per una

minestra saporita, per lo stufatino con molti chiodi di garofano e un

pizzico di basilico, per la salsiccia ben grassa, per le frutta fuori

stagione, lei si sarebbe dannata l'anima.

E ogni giorno, andato a far la spesa e tornato a casa col ragazzo che

portava le sporte colme, don Felice prelevava le migliori cose e glie

le mandava.

— Sono per un amico — dava a intendere alle ragazze, che gli ridevano

sul muso.

Quando sua moglie lo risapeva, succedeva un casa del diavolo.

— La padrona sono io, qui dentro, avete capito? Chi s'attenta un'altra

volta l'ha da fare con me!

— Ah, fossi solo! — sospirava don Felice.

— Perchè non mariti quelle civettine? — diceva la Vincenza.

Giusto le ragazze cambiavano d'innamorato ogni quindici giorni, e

per le scale, quando il babbo e la mamma erano fuori, era un continuo

salire e scendere. Se la signora Giacomina s'accorgeva di qualche cosa,

ricominciavano le grida, che tutto il cortile pareva in rivoluzione.

— La padrona sono io! avete inteso? E fino a quando avrò animo di stare

in piedi, la padrona sarò io!...

Lei voleva portare avanti la sua casa, educare Totò come un signore,

e trovare un posto a suo marito, che aveva la laurea d'avvocato, e il

marchese Motta prometteva il suo appoggio al Municipio.

— Fa una domanda, con tutti i tuoi titoli, che al resto penserò io.

E le ragazze dovevano fare i migliori matrimonii; per questo era

rigorosa con esse e pretendeva che stessero come si deve; ma poi non

badava a spese purchè andassero attorno come due figurini, con abiti

chiassosi, e le braccia e il collo pieni di galanterie, di braccialetti

a serpentelli, di collanine, di monili a campanelle che tintinnavano ad

ogni loro movimento.

Le ragazze avevano un'eguale corporatura alta e slanciata, i seni

robusti, la vita sottile e piccole teste dai capelli castagni e dagli

occhi pieni di malizia. Si coprivano di cipria — come triglie pronte

per la padella, diceva Rosa; ma Antonietta, la maggiore, lo faceva per

necessità, giacchè la sua pelle era floscia, cadente, quasi appassita,

e formava la disperazione della mamma.

— Guardate un po' com'è; a vent'anni!

Antonietta ne aveva ventisei, degli anni; ma la signora Giacomina glie

ne scemava sempre parecchi, per darsi a credere più giovane lei stessa,

e anche per maritarla più facilmente.

— Quasi non si sapesse che cominciano a far puzza di muffa! — malignava

la Rosa con Nino, il garzone del trattore, col quale adesso era entrata

in amicizia.

— O muffa o non muffa — rispose maestro Titta — il fatto sta che si è

presentato un bel partito: non lo sai?

— E chi è, s'è lecito?

— Il signor De Franchi, del quarto piano.

— Il matrimonio della fame coll'appetito! Per fortuna le patate sono a

buon mercato!

L'ambasciata del De Franchi era stata portata alla signora Giacomina

dalla pettinatrice:

— Un giovane di buonissima famiglia, che ha un posto ai Tabacchi e

qualche cosetta di suo; ed è solo.

— Come si chiama?

— Alberto De Franchi.

Sentendo il _De_, la signora Giacomina aveva fatto una buonissima cera.

Poi chiamò il marito, tutta in faccende, per esporgli la cosa.

— Il partito non c'è male: una buona famiglia... ma c'è una difficoltà:

vuole Angiolina. È giusto che si mariti prima la piccola?

— Fate come vi piace — rispose don Felice — ma badate che per voler

troppo non ci restino tutt'e due sullo stomaco.

— Veramente avete motivo di lagnarvi, voi! Si vede che vi pigliate una

gran cura dei vostri figli! Io parlo per il bene della casa; ma se non

mi volete dar retta, buon divertimento: me ne lavo le mani!

La signora Giacomina faceva la voce grossa e teneva il broncio a suo

marito, come fosse colpa sua se Alberto De Franchi non s'era innamorato

di Antonietta.

Questa era diventata intrattabile, quando aveva risaputo che il

matrimonio era venuto alla sorella.

— Fate pure! — aveva detto — Fate pure; ma vuol rider bene chi riderà

l'ultimo.

— Che intendi dire? — domandò la signora Giacomina. — Come se io non

dicessi per tuo bene!

— Voglio dire che questa è una vita a cui non si può reggere — rispose

lei, cogli occhi rossi — e se un giorno di questi mi scappa la pazienza

e faccio una pazzia, la colpa è tutta vostra!

— Sentite quest'altra adesso! È colpa mia se non ti cerca nessuno?

— Avete il coraggio di dirlo, dopo avergliene fatte tante, a quel

povero giovane, da costringerlo a scappare per non sentir parlare più

di voi?

— Chi, il tenente? Ah sì, il tenente; bisognava dartelo, quel morto di

fame!

Dal cortile le voci si sentivano come da una camera attigua e tutto il

vicinato stava a sentire i fatti di quella casa.

— Fino alla morte non si sa la sorte! — diceva Rosa a maestro Titta. —

Volete scommettere che li pianta anche quest'altro?

La sorte · 第 41 / 54 题