Intanto i suoi guai crescevano, egli ricorreva al prestito, cercava
di rubare a sua moglie, metteva tutto quello che aveva al lotto, ma
Vincenzina gli faceva sempre una fredda accoglienza, rinfacciandogli la
sua miseria.
— Che cosa vuoi? Non mi seccare!
Quella ora se la diceva col trattore; ma la passione di don Felice ne
diventava più forte.
— Don Felice è più giallo di prima — dicevano nel cortile. — Che cosa
gli è successo?
— La solita disgrazia.
— Quando si dice la sorte! È nato predestinato...
Lui si rivolgeva al baronello, gli faceva la corte, chiedendogli
quattrini in prestito, ma quel che ne ricavava non bastava a saziar le
voglie di Vincenzina, ora che c'era la concorrenza del trattore. Allora
si dirigeva ad Alberto De Franchi, mostrando d'interessarsi alle sue
cose, facendogli molti complimenti, grandi dimostrazioni di amicizia,
finchè un giorno mise fuori una proposta:
— C'è da far fortuna, col negozio delle nocciole. Ho dei corrispondenti
fidati, a Trieste. Se vuoi, possiamo tentare insieme.
E gli strappava cinquanta lire, cento lire, a un po' per volta,
dicendogli che aveva spedito i campioni, che si aspettavano le
commissioni, pigliando tempo.
— Domandano anche i sommacchi, un altro articolo sicuro...
Alberto contava d'impiegare i suoi risparmii e lo lasciava fare,
occupato com'era al suo ufficio e ad andar dietro ad Antonietta che lo
faceva disperare. Quando don Felice gli ebbe carpito duemila lire, per
la grande spedizione, non si fece più vedere, e in tutto il cortile non
si parlò d'altro.
— È scappato con la vedova del tintore!
— Gli pesano poco, quelle messe fuori fin'oggi?
— Chi si contenta gode!
Risaputa la notizia, Alberto scese a precipizio, traversò in furia il
cortile, e piombò in casa della fidanzata, cogli occhi sanguinosi.
— Il ladro... dov'è il ladro?... dove si è cacciato?... — andava
gridando, furibondo.
La signora Giacomina era fuori, pei suoi affari; Angiolina ricamava
alla finestra e lo guardò, senza muoversi.
— Dunque è vero? M'ha portato via il mio sudore?... quel ladro, quel
brigante?... Maledetto il giorno che ho posto piede in questa casa
porca!...
Antonietta, pallida come un cencio lavato, con la testa smarrita
all'idea del matrimonio che andava a monte, era accorsa tentando di
pigliarlo per un braccio:
— Alberto!... Sono qua io, Alberto!...
Ma lui la respingeva bruscamente:
— Va' via, che cosa vuoi? Dov'è scappato quel ladro? Che gli tenete il
sacco?
— No, Alberto, senti... non gridare — e lo trascinava verso la sua
camera. — Vieni... senti...
Rosa, che stava alla finestra, spiando curiosamente, sentì cessare dopo
un poco le grida.
— E due! La frittata è fatta.
Tornata a casa e saputa la fuga di suo marito, la signora Giacomina
esclamò, dal profondo del cuore:
— Si possa rompere l'osso del collo! — E mettendo un gran sospiro di
sollievo: — Finalmente! non se ne poteva più delle sue porcherie!...
Lei voleva esser considerata, in società, e non lo aveva mai potuto
soffrire per quel suo fare ineducato. Ora la sua casa acquistava
il lustro che aveva sempre sognato, e la sera, quando il baronello
conduceva i suoi amici a fare una partita, o a conversare, e le
ragazze suonavano al pianoforte, o cantavano le romanze in voga, lei si
compiaceva dell'opera sua.
Totò era stato finalmente rimandato dal collegio e faceva ogni sorta
d'impertinenze e di sconcezze, in mezzo alla gente; ma la signora
Giacomina diceva:
— Com'è spiritoso! Io ho dovuto levarlo via dal Convitto Nazionale: un
orrore! Lo lasciavano morir di fame, un servizio impossibile! Non so
come la baronessa ci tenga ancora suo figlio; il mio è stato abituato
ben diversamente!...
I visitatori stringevano subito una grande intimità, fumavano sdraiati
come a casa propria, facevano la corte alle ragazze, le spingevano
discretamente negli angoli bui. Il baronello non aveva ancora potuto
strappare il consenso a sua madre, e Alberto De Franchi diceva ora di
non potersi accasare se non prima ottenuta la promozione; ma un giorno
o l'altro i matrimonii si sarebbero fatti.
— La settimana che non c'è sabato! — diceva Rosa a maestro Titta,
mentre gli si raccomandava di procurarle un posto, perchè i suoi
padroni partivano.
— Come, la settimana che non c'è sabato? — domandò maestro Titta, che
voleva farla parlare.
— Fingete di non capirmi, voi! Come se non si sapesse che sono tutti
bell'e maritati, senza andare al Municipio!
Maestro Titta si mise a ridere, finamente.
— Storie! È il dispiacere di restar senza padrone che ti fa parlare.
— Voi dovete sapere, maestro come vi chiamate — rispose Rosa alzando le
voci — che un posto a me non può mancare, e impiega-serve non ci siete
voi solo!
— Eh, non pigliar fuoco! Vedi quanto sei sconoscente? Io ho giusto
conservato un posto per te.
— E dove?
— Qui, nello stesso palazzo, per non allontanarti dall'amico... La
signora Giacobina piglia un'altra serva...
Rosa portò la destra alla fronte, come per segnarsi:
— In nomine Padre!... Ho capito, avete voglia di scherzare. Io vi
saluto, che non ho tempo da perdere.
Come si fu allontanata un poco, maestro Titta la richiamò.
— Lo sai quel che dànno?
— Gran cose, imagino! Dieci lire il mese e la minestra, se pure!...
— Dànno quindici lire il mese, tutto il vitto, e il vino.
— Chi ve l'ha detto?
— Senza contare le vesti smesse.