IV.

Intanto i suoi guai crescevano, egli ricorreva al prestito, cercava

di rubare a sua moglie, metteva tutto quello che aveva al lotto, ma

Vincenzina gli faceva sempre una fredda accoglienza, rinfacciandogli la

sua miseria.

— Che cosa vuoi? Non mi seccare!

Quella ora se la diceva col trattore; ma la passione di don Felice ne

diventava più forte.

— Don Felice è più giallo di prima — dicevano nel cortile. — Che cosa

gli è successo?

— La solita disgrazia.

— Quando si dice la sorte! È nato predestinato...

Lui si rivolgeva al baronello, gli faceva la corte, chiedendogli

quattrini in prestito, ma quel che ne ricavava non bastava a saziar le

voglie di Vincenzina, ora che c'era la concorrenza del trattore. Allora

si dirigeva ad Alberto De Franchi, mostrando d'interessarsi alle sue

cose, facendogli molti complimenti, grandi dimostrazioni di amicizia,

finchè un giorno mise fuori una proposta:

— C'è da far fortuna, col negozio delle nocciole. Ho dei corrispondenti

fidati, a Trieste. Se vuoi, possiamo tentare insieme.

E gli strappava cinquanta lire, cento lire, a un po' per volta,

dicendogli che aveva spedito i campioni, che si aspettavano le

commissioni, pigliando tempo.

— Domandano anche i sommacchi, un altro articolo sicuro...

Alberto contava d'impiegare i suoi risparmii e lo lasciava fare,

occupato com'era al suo ufficio e ad andar dietro ad Antonietta che lo

faceva disperare. Quando don Felice gli ebbe carpito duemila lire, per

la grande spedizione, non si fece più vedere, e in tutto il cortile non

si parlò d'altro.

— È scappato con la vedova del tintore!

— Gli pesano poco, quelle messe fuori fin'oggi?

— Chi si contenta gode!

Risaputa la notizia, Alberto scese a precipizio, traversò in furia il

cortile, e piombò in casa della fidanzata, cogli occhi sanguinosi.

— Il ladro... dov'è il ladro?... dove si è cacciato?... — andava

gridando, furibondo.

La signora Giacomina era fuori, pei suoi affari; Angiolina ricamava

alla finestra e lo guardò, senza muoversi.

— Dunque è vero? M'ha portato via il mio sudore?... quel ladro, quel

brigante?... Maledetto il giorno che ho posto piede in questa casa

porca!...

Antonietta, pallida come un cencio lavato, con la testa smarrita

all'idea del matrimonio che andava a monte, era accorsa tentando di

pigliarlo per un braccio:

— Alberto!... Sono qua io, Alberto!...

Ma lui la respingeva bruscamente:

— Va' via, che cosa vuoi? Dov'è scappato quel ladro? Che gli tenete il

sacco?

— No, Alberto, senti... non gridare — e lo trascinava verso la sua

camera. — Vieni... senti...

Rosa, che stava alla finestra, spiando curiosamente, sentì cessare dopo

un poco le grida.

— E due! La frittata è fatta.

Tornata a casa e saputa la fuga di suo marito, la signora Giacomina

esclamò, dal profondo del cuore:

— Si possa rompere l'osso del collo! — E mettendo un gran sospiro di

sollievo: — Finalmente! non se ne poteva più delle sue porcherie!...

Lei voleva esser considerata, in società, e non lo aveva mai potuto

soffrire per quel suo fare ineducato. Ora la sua casa acquistava

il lustro che aveva sempre sognato, e la sera, quando il baronello

conduceva i suoi amici a fare una partita, o a conversare, e le

ragazze suonavano al pianoforte, o cantavano le romanze in voga, lei si

compiaceva dell'opera sua.

Totò era stato finalmente rimandato dal collegio e faceva ogni sorta

d'impertinenze e di sconcezze, in mezzo alla gente; ma la signora

Giacomina diceva:

— Com'è spiritoso! Io ho dovuto levarlo via dal Convitto Nazionale: un

orrore! Lo lasciavano morir di fame, un servizio impossibile! Non so

come la baronessa ci tenga ancora suo figlio; il mio è stato abituato

ben diversamente!...

I visitatori stringevano subito una grande intimità, fumavano sdraiati

come a casa propria, facevano la corte alle ragazze, le spingevano

discretamente negli angoli bui. Il baronello non aveva ancora potuto

strappare il consenso a sua madre, e Alberto De Franchi diceva ora di

non potersi accasare se non prima ottenuta la promozione; ma un giorno

o l'altro i matrimonii si sarebbero fatti.

— La settimana che non c'è sabato! — diceva Rosa a maestro Titta,

mentre gli si raccomandava di procurarle un posto, perchè i suoi

padroni partivano.

— Come, la settimana che non c'è sabato? — domandò maestro Titta, che

voleva farla parlare.

— Fingete di non capirmi, voi! Come se non si sapesse che sono tutti

bell'e maritati, senza andare al Municipio!

Maestro Titta si mise a ridere, finamente.

— Storie! È il dispiacere di restar senza padrone che ti fa parlare.

— Voi dovete sapere, maestro come vi chiamate — rispose Rosa alzando le

voci — che un posto a me non può mancare, e impiega-serve non ci siete

voi solo!

— Eh, non pigliar fuoco! Vedi quanto sei sconoscente? Io ho giusto

conservato un posto per te.

— E dove?

— Qui, nello stesso palazzo, per non allontanarti dall'amico... La

signora Giacobina piglia un'altra serva...

Rosa portò la destra alla fronte, come per segnarsi:

— In nomine Padre!... Ho capito, avete voglia di scherzare. Io vi

saluto, che non ho tempo da perdere.

Come si fu allontanata un poco, maestro Titta la richiamò.

— Lo sai quel che dànno?

— Gran cose, imagino! Dieci lire il mese e la minestra, se pure!...

— Dànno quindici lire il mese, tutto il vitto, e il vino.

— Chi ve l'ha detto?

— Senza contare le vesti smesse.

La sorte · 第 43 / 54 题