II.

I dolori del nuovo parto erano cominciati. Isidoro Spina andava di

su e di giù per la casa, incapace di dare aiuto a sua moglie, come se

anche lui stesse per metter fuori qualche cosa. Durante quella quarta

gravidanza, lo studio dei sintomi dai quali si poteva argomentare il

sesso del nascituro gli aveva tolto il sonno e l'appetito. Poi, con

l'idea d'un mal'occhio gettato sulla sua casa, aveva fatto configgere

sul comignolo del tetto un enorme paio di corna bovine, da fugare tutte

le jettature del mondo; aveva anche piantato dentro un gran vaso un

aloè, sul fusto del quale aveva legato un nastro rosso scarlatto, e lui

stesso s'era provvisto di un cornicello di corallo rosso che portava

appeso al panciotto. Pensava che fosse Anna Laferra, vecchia ciabatta

diventata ora strega, quella che, sapendolo contento, non potendo far

altro per contristarlo, operava qualche malefizio contro il compimento

del suo voto. Giusto, una volta gli dissero che era passata da

Monserrato: lui si mise a gironzare per le vie, con un bastone in mano,

per romperglielo sulle spalle, se l'incontrava. E il momento del parto

si avvicinava, e massaro Francesco, venuto a trovare il figliuolo,

guardava sua nuora in cagnesco, aspettando che facesse finalmente il

suo dovere. Adesso l'impazienza di Isidoro diveniva smaniosa; a un

certo punto non ci resse più: prese a parte la levatrice e le disse:

— Comare, sentite, io me ne vado... Se mai, sono qui all'osteria di

Jano.

All'osteria, si mise a fare una partita di briscola, ma non ne

azzeccava una. Come aveva li cuor nero, cominciò a bere, e già la testa

gli girava. Ad un tratto comparve un monello, il figliuolo della gna

Sara, che mise a vociferare:

— Don Isidoro!... Don Isidoro!... Vostra moglie... ha fatto femmina...

— Eh?... femmina?... — biascicò lui. — Bravo davvero!... Ci ho

piacere... com'è vero Dio, ci ho piacere!... Bravo, bravo davvero!...

Massaro Francesco venne dopo un momento a battergli una mano sulla

spalla e gli disse:

— Io ti saluto, che me ne torno al paese. Quando vuoi venire a casa

mia, mi farai tanto piacere; ma qui i piedi non ce li metto più.

Nel suo cordoglio, Isidoro trovava un conforto nel vino. Ora dava

spesso delle capatine all'osteria; la sua riputazione di lavoratore

sobrio e valente finiva per sciuparsi. In casa, le liti divenivano

frequenti; spesso, quando le bambine avevano delle bizze, egli le

picchiava sodo. Poi se ne pentiva, le accarezzava, ma distrattamente,

mandandole via dopo un poco. Le comari, vedendo la faccia angustiata di

sua moglie, se lo mettevano in mezzo, cercavano di consolarlo, parlando

tutte in una volta:

— La speranza non è perduta!... Siete giovani ancora!... Cos'è questo

modo?... I figliuoli si prendono come li manda il Signore!... Con

chi ve la pigliate?... volete buttarle alla _ruota_, perchè sono

femminuccie?

La vera ragione era che non si poteva prendersela con nessuno. Ma egli

non si metteva il cuore in pace. L'augurio tradizionale degli amici

che si stringono la mano, separandosi: «Salute e figli maschi!» suonava

per lui come una derisione. Una volta, a sentirselo ripetere dopo aver

bevuto, si fece scuro in viso e disse, guardando il compagno nel bianco

degli occhi:

— O cosa intendete dire?... Badate che son buono di sfondarvi lo

stomaco a voi e a chi sente più forte di voi!...

Quando non era ubbriaco, sopportava più tranquillamente le persuasioni

delle comari, che tornavano alla carica:

— Ma finalmente, cos'avete da lasciare a vostro figlio? un principato?

una baronia?... Cosa temete, che si perda la vostra razza?... Siete un

re di corona, che aspettate il _Reuzzo_?...

Lui le lasciava dire, assorto, pensando che in ogni casa il figlio

maschio è come il _Reuzzo_ nella famiglia del re. Lo aspettava sempre;

invece, col tempo, nacquero una quinta e una sesta bambina. Adesso,

tutte le volte che sua moglie gli regalava un'altra figlia, lui se ne

andava all'osteria, pigliava una sbornia, non rincasava per due giorni.

Al battesimo, massaro Francesco non ci veniva più, nè lui invitava più

un cane; la cerimonia si compiva in fretta, senza un parente, quasi le

bambine fossero di nessuno.

Le prime figliuole, intanto, crescevano; la maggiore era una

giovanetta. La domenica, quando la madre le conduceva a messa tutte

e sei, le grandi innanzi, le più piccine guidate per mano, Isidoro

restava un poco a considerarle, poi si voltava con chi gli era vicino,

esclamando:

— Che bel vedere, eh?... Se non pare il Collegio di Maria a

processione!...

Marito e moglie invecchiavano; la speranza che adesso nemmeno si

comunicavano più cominciava a perdersi. Santa tornò ad essere incinta:

nacque una settima bambina e massaro Francesco, dal crepacuore, morì.

Allora Isidoro cominciò a rassegnarsi. Gli restava una grande amarezza

in fondo al cuore; a giorni, non aveva nessuna voglia di lavorare;

il bicchiere lo attirava sempre più, perchè ci annegava dentro il suo

dispiacere; ma non sfogava a bestemmie od a maltrattamenti. Santa era

come lui: aveva perduto ogni speranza, covava un rammarico profondo, ma

non diceva niente.

Aveva passato da un pezzo i quarant'anni, quando divenne nuovamente

incinta. Questa volta, al cominciare dei dolori del parto, Isidoro

non era neppur scappato all'osteria. Lasciata sua moglie in mano

alle comari, s'era messo ad affilare i suoi strumenti di lavoro,

nella corte, quando udì delle vociferazioni; a un tratto, la gna Sara

comparve sull'uscio, gridando a perdifiato:

— Maschio! Maschio! Maschio!... Compare, un figlio maschio!...

Lui credette d'aver udito male; poi si mise a correre all'impazzata. La

levatrice teneva sollevato il bambino in atto di trionfo; le sorelline,

le comari, la stessa puerpera esclamavano in coro:

— Il _Reuzzo_! Il _Reuzzo_! È nato il _Reuzzo_!..

Allora, egli tolse in braccio il suo figliuolo, lo sollevò ancora più

in alto e si mise a girare per la camera, gridando come un banditore:

— Il _Reuzzo_! È nato il _Reuzzo_! Evviva il _Reuzzo_!

La sorte · 第 37 / 54 题