III.

Da quel momento, il bambino si chiamò il _Reuzzo_. Mezzo ammattito

dalla gioia per la venuta di quel figliuolo tanto aspettato, al quale

aveva quasi rinunziato, Isidoro Spina non sapeva come festeggiare

degnamente l'avvenimento. Vi fu un battesimo coi fiocchi, i boccali

di vino non si contarono, si accesero dei falò e Rosario Maccarone, il

sensale di frumento soprannominato il Poeta, declamò una poesia fra gli

applausi degli astanti. Avevano messo al piccolino, naturalmente, il

nome di Francesco; ma ciascuno degli invitati domandava di vedere il

_Reuzzo_, e Isidoro lo mostrava a tutti, insuperbito, raggiante.

— Se non pare il sole!...

— Sia lodato!... Che bel bambino!...

Santa sorrideva d'orgoglio: quella tarda e insperata maternità le

rendeva cento volte più caro il frutto delle sue viscere; adesso

lei aveva l'aria di averci messo qualcosa del suo nel far nascere

finalmente il maschio sospirato. E le sorelline, estatiche, non si

decidevano a levarsi di torno alla culla.

Il bambino veniva su nella bambagia, tra i baci e i vezzi. Pel suo

piccolo corredo si comprò tutto quel che c'era di meglio; le ragazze

si contendevano a pugni il piacere di tenerlo in braccio, le comari si

fermavano a posta per chiedere:

— Come sta il _Reuzzo_? Cosa fa il _Reuzzo_? — chè del nome di

Francesco nessuno si rammentava più.

A un suo vagito, correva tutta la casa; ma egli era buono come il pane,

non strillava mai, non aveva bizze, e sorrideva continuamente ai visi

ridenti che gli passavano dinanzi. Bello, non si poteva dire quant'era

bello. Certi occhi color del cielo, i capelli come oro colato, e

bianco, fine, delicato, impastato di latte, di miele e di rose; un

angioletto, il Bambino Gesù. Tutte le cure, tutte le premure erano

per lui, come per un vero _Reuzzo_, un figliuolo di re, un principino

ereditario. Come cresceva, gli compravano i giuocattoli più costosi, i

dolci più fini. Suo padre lasciava più presto il lavoro per venirsene a

casa, a farsi strappare i capelli dalle sue manine grassoccie. Il guaio

era che il lavoro adesso non fruttava più come un tempo: cominciava

la crisi degli agrumi e le mercedi andavano scemando. Non importava:

Isidoro si toglieva il pan di bocca per comperare dei vestitini

aggraziati al _Reuzzo_, delle scarpettine di vernice, dei berretti

foderati di raso. Quelle sue figliuole che egli aveva accolto di mala

grazia, lavoravano da mattina a sera, filavano, cucivano, mettevano

assieme qualche cosa che serviva a tener su la baracca. Ed era inteso

che anch'esse lavoravano pel fratellino. Le due maggiori erano in

età da andare a marito: ma con le strettezze dei tempi, col bene che

volevano al _Reuzzo_, neppur si parlava di matrimonii.

Un giorno Isidoro, raccogliendo limoni, cadde da un albero e si

spezzò una gamba. Restò per dei mesi inchiodato a letto e le angustie

crebbero. Ma il _Reuzzo_, che adesso cominciava a parlottare, metteva

la gaiezza in tutti, faceva dimenticare all'ammalato i suoi tormenti.

Quando lo udiva ripetere, battendo le manuccie: «papà... papà...»

Isidoro si sentiva guarito. Per il piccolino c'erano sempre sorrisi

e confetti; e come dimostrava una precoce svegliatezza d'ingegno,

suo padre pensava di mandarlo a scuola, sognava per lui un destino

superiore a quello che faceva lui.

La sua gamba si rimise a posto; ma una brutta mattinata di novembre

egli prese una puntura che in tre giorni lo portò all'altro mondo.

Allora la miseria si fece dura pei superstiti. Santa e le sue figliuole

maggiori s'ammazzavano a lavorare; ma tutti i loro sforzi non bastavano

a compensare la perdita del capo di casa. A poco per volta, i bei

canterani di noce, il letto d'ottone, le seggiole, la biancheria furono

venduti o portati al Monte di Pietà. Avevano dovuto lasciare la casa

antica, si erano ridotte in uno stambugio alla Carvana; dei giorni

non sapevano come metter la pentola al fuoco; ma tra la madre e le

figliuole c'era una secreta intesa per non far pesare sul _Reuzzo_ la

tristezza di quella povertà. Mentre le ultime bambine andavano senza

scarpe, lui ne aveva sempre un paio lucenti; la mamma lavorava lei

stessa ai suoi vestitini, e l'intima speranza di tutte era di poterlo

mandare a scuola, come aveva detto la sant'anima del babbo.

Lui cresceva buono e dolce, rispettoso e obbediente. Nei primi tempi

dopo la morte di Isidoro chiedeva alla mamma e alle sorelline:

— Il signor padre dov'è?

— In paradiso — gli rispondevano; e lui guardava il cielo.

Restava giornate intere, seduto per terra come un gattino, accanto alle

gonne della mamma, baloccandosi tranquillamente con dei pezzettini di

legno, con dei ritagli di carta. Poi, come la miseria era cresciuta,

e le tre ragazzine più piccole, per guadagnare anch'esse qualche cosa,

s'erano messe a trasportare corbelli di sassi nell'aranceto di Láudani,

dove si dissodava, egli se ne andava con loro. Si metteva a girellare

sotto gli aranci, e vedendo le sorelline curve a raccoglier sassi,

tratto tratto ne prendeva qualcuno con le sue piccole mani bianche

e delicate e lo buttava in un corbello. Aveva cominciato così, per

giuoco: le ragazze se lo divoravano dai baci, nel vedere l'aria di

serietà con la quale egli credeva di aiutarle; e non potendo più dargli

dei dolci, gli comperavano delle frutta; arancie, noci, castagne,

che egli divideva con tutte. Poi, a poco a poco, anche lui cominciò

a colmare per davvero dei corbelli, a trasportarli, a guadagnar dei

soldi. Santa sentiva stringersi il cuore, vedendolo tornare a casa coi

capelli terrosi, le mani nere, la faccia abbronzata, ma bisognava che

anche lui si guadagnasse il pane col sudor della fronte.

Quando l'aranceto di Láudani fu tutto dissodato, il _Reuzzo_ venne a

dirle un giorno:

— Sapete, signora madre? Mi vogliono alla cava, e mi danno cinque soldi

il giorno!

Era stato lui ad offrirsi, combinandosi cogli altri monelli che

lavoravano a cavar la terra rossa. E si mise a fare come gli altri:

scendeva sotto terra, colmava il suo corbello e veniva a vuotarlo sui

carri; un va e vieni che durava tutto il giorno, con la sabbia che

entrava negli occhi, e appena un'ora di riposo. Adesso le sue scarpe si

sgangheravano, cascavano a pezzi; egli restava a piedi nudi, e quando

usciva dalla cava per rientrare a casa, aveva il viso, i capelli,

la camicia, tutto il corpo ricoperto di terra. Vedendolo passare, le

comari dicevano:

— Guardate il _Reuzzo_!... Come s'è ridotto!... Un figliuolo tanto

aspettato e vezzeggiato!... Che sorte, chiamarsi il _Reuzzo_ e ridursi

a piedi scalzi!

E i monelli ai quali egli diceva il nome col quale s'era sempre sentito

chiamare, lo beffeggiavano:

— Bel _Reuzzo_!.. Un _Reuzzo_ senza regno!..

Con la faccia arrostita, screpolata, coi capelli irruviditi, quasi

non si riconosceva più; solo gli occhi restavano color del cielo. Ma

per la sua mamma e per le sorelline egli era sempre il _Reuzzo_, il

prediletto, quello per cui si sognavano dovizie e fortune.

Invece, come le donne trovavano sempre meno lavoro, egli ne cercava

per conto suo. S'era messo garzone da un fornaciaio a impastar creta

e ad allinear mattoni; al tempo del raccolto dei limoni, s'ingaggiava

con le ciurme. Quando non c'era altro da fare, se ne andava pei campi

a raccogliere asparagi, o more, o lumache, e scendeva in città, coi

piedi laceri, i calzoni a sbrendoli, gridando il prezzo di quella roba.

Spesso, dopo una giornata che s'era sgolato, non riusciva a buscare un

soldo; allora insisteva presso le comari che se ne stavano sulle soglie

delle loro botteghe:

— A tre soldi... a due soldi... come volete!... Non ho _toccato_

niente, quest'oggi; non ho da portar niente a casa...

A vederlo con quegli occhi che parevano dipinti, coi resti della sua

delicata bellezza, alcune gli domandavano:

— E tu chi sei?... Di dove sei?...

— Di Monserrato... sono il _Reuzzo_... il figlio di Santa Spina....

Sentendogli dire che era il _Reuzzo_, le donne si mettevano a ridere,

ma gli compravano la sua merce.

La sorte · 第 38 / 54 题