Da quel momento, il bambino si chiamò il _Reuzzo_. Mezzo ammattito
dalla gioia per la venuta di quel figliuolo tanto aspettato, al quale
aveva quasi rinunziato, Isidoro Spina non sapeva come festeggiare
degnamente l'avvenimento. Vi fu un battesimo coi fiocchi, i boccali
di vino non si contarono, si accesero dei falò e Rosario Maccarone, il
sensale di frumento soprannominato il Poeta, declamò una poesia fra gli
applausi degli astanti. Avevano messo al piccolino, naturalmente, il
nome di Francesco; ma ciascuno degli invitati domandava di vedere il
_Reuzzo_, e Isidoro lo mostrava a tutti, insuperbito, raggiante.
— Se non pare il sole!...
— Sia lodato!... Che bel bambino!...
Santa sorrideva d'orgoglio: quella tarda e insperata maternità le
rendeva cento volte più caro il frutto delle sue viscere; adesso
lei aveva l'aria di averci messo qualcosa del suo nel far nascere
finalmente il maschio sospirato. E le sorelline, estatiche, non si
decidevano a levarsi di torno alla culla.
Il bambino veniva su nella bambagia, tra i baci e i vezzi. Pel suo
piccolo corredo si comprò tutto quel che c'era di meglio; le ragazze
si contendevano a pugni il piacere di tenerlo in braccio, le comari si
fermavano a posta per chiedere:
— Come sta il _Reuzzo_? Cosa fa il _Reuzzo_? — chè del nome di
Francesco nessuno si rammentava più.
A un suo vagito, correva tutta la casa; ma egli era buono come il pane,
non strillava mai, non aveva bizze, e sorrideva continuamente ai visi
ridenti che gli passavano dinanzi. Bello, non si poteva dire quant'era
bello. Certi occhi color del cielo, i capelli come oro colato, e
bianco, fine, delicato, impastato di latte, di miele e di rose; un
angioletto, il Bambino Gesù. Tutte le cure, tutte le premure erano
per lui, come per un vero _Reuzzo_, un figliuolo di re, un principino
ereditario. Come cresceva, gli compravano i giuocattoli più costosi, i
dolci più fini. Suo padre lasciava più presto il lavoro per venirsene a
casa, a farsi strappare i capelli dalle sue manine grassoccie. Il guaio
era che il lavoro adesso non fruttava più come un tempo: cominciava
la crisi degli agrumi e le mercedi andavano scemando. Non importava:
Isidoro si toglieva il pan di bocca per comperare dei vestitini
aggraziati al _Reuzzo_, delle scarpettine di vernice, dei berretti
foderati di raso. Quelle sue figliuole che egli aveva accolto di mala
grazia, lavoravano da mattina a sera, filavano, cucivano, mettevano
assieme qualche cosa che serviva a tener su la baracca. Ed era inteso
che anch'esse lavoravano pel fratellino. Le due maggiori erano in
età da andare a marito: ma con le strettezze dei tempi, col bene che
volevano al _Reuzzo_, neppur si parlava di matrimonii.
Un giorno Isidoro, raccogliendo limoni, cadde da un albero e si
spezzò una gamba. Restò per dei mesi inchiodato a letto e le angustie
crebbero. Ma il _Reuzzo_, che adesso cominciava a parlottare, metteva
la gaiezza in tutti, faceva dimenticare all'ammalato i suoi tormenti.
Quando lo udiva ripetere, battendo le manuccie: «papà... papà...»
Isidoro si sentiva guarito. Per il piccolino c'erano sempre sorrisi
e confetti; e come dimostrava una precoce svegliatezza d'ingegno,
suo padre pensava di mandarlo a scuola, sognava per lui un destino
superiore a quello che faceva lui.
La sua gamba si rimise a posto; ma una brutta mattinata di novembre
egli prese una puntura che in tre giorni lo portò all'altro mondo.
Allora la miseria si fece dura pei superstiti. Santa e le sue figliuole
maggiori s'ammazzavano a lavorare; ma tutti i loro sforzi non bastavano
a compensare la perdita del capo di casa. A poco per volta, i bei
canterani di noce, il letto d'ottone, le seggiole, la biancheria furono
venduti o portati al Monte di Pietà. Avevano dovuto lasciare la casa
antica, si erano ridotte in uno stambugio alla Carvana; dei giorni
non sapevano come metter la pentola al fuoco; ma tra la madre e le
figliuole c'era una secreta intesa per non far pesare sul _Reuzzo_ la
tristezza di quella povertà. Mentre le ultime bambine andavano senza
scarpe, lui ne aveva sempre un paio lucenti; la mamma lavorava lei
stessa ai suoi vestitini, e l'intima speranza di tutte era di poterlo
mandare a scuola, come aveva detto la sant'anima del babbo.
Lui cresceva buono e dolce, rispettoso e obbediente. Nei primi tempi
dopo la morte di Isidoro chiedeva alla mamma e alle sorelline:
— Il signor padre dov'è?
— In paradiso — gli rispondevano; e lui guardava il cielo.
Restava giornate intere, seduto per terra come un gattino, accanto alle
gonne della mamma, baloccandosi tranquillamente con dei pezzettini di
legno, con dei ritagli di carta. Poi, come la miseria era cresciuta,
e le tre ragazzine più piccole, per guadagnare anch'esse qualche cosa,
s'erano messe a trasportare corbelli di sassi nell'aranceto di Láudani,
dove si dissodava, egli se ne andava con loro. Si metteva a girellare
sotto gli aranci, e vedendo le sorelline curve a raccoglier sassi,
tratto tratto ne prendeva qualcuno con le sue piccole mani bianche
e delicate e lo buttava in un corbello. Aveva cominciato così, per
giuoco: le ragazze se lo divoravano dai baci, nel vedere l'aria di
serietà con la quale egli credeva di aiutarle; e non potendo più dargli
dei dolci, gli comperavano delle frutta; arancie, noci, castagne,
che egli divideva con tutte. Poi, a poco a poco, anche lui cominciò
a colmare per davvero dei corbelli, a trasportarli, a guadagnar dei
soldi. Santa sentiva stringersi il cuore, vedendolo tornare a casa coi
capelli terrosi, le mani nere, la faccia abbronzata, ma bisognava che
anche lui si guadagnasse il pane col sudor della fronte.
Quando l'aranceto di Láudani fu tutto dissodato, il _Reuzzo_ venne a
dirle un giorno:
— Sapete, signora madre? Mi vogliono alla cava, e mi danno cinque soldi
il giorno!
Era stato lui ad offrirsi, combinandosi cogli altri monelli che
lavoravano a cavar la terra rossa. E si mise a fare come gli altri:
scendeva sotto terra, colmava il suo corbello e veniva a vuotarlo sui
carri; un va e vieni che durava tutto il giorno, con la sabbia che
entrava negli occhi, e appena un'ora di riposo. Adesso le sue scarpe si
sgangheravano, cascavano a pezzi; egli restava a piedi nudi, e quando
usciva dalla cava per rientrare a casa, aveva il viso, i capelli,
la camicia, tutto il corpo ricoperto di terra. Vedendolo passare, le
comari dicevano:
— Guardate il _Reuzzo_!... Come s'è ridotto!... Un figliuolo tanto
aspettato e vezzeggiato!... Che sorte, chiamarsi il _Reuzzo_ e ridursi
a piedi scalzi!
E i monelli ai quali egli diceva il nome col quale s'era sempre sentito
chiamare, lo beffeggiavano:
— Bel _Reuzzo_!.. Un _Reuzzo_ senza regno!..
Con la faccia arrostita, screpolata, coi capelli irruviditi, quasi
non si riconosceva più; solo gli occhi restavano color del cielo. Ma
per la sua mamma e per le sorelline egli era sempre il _Reuzzo_, il
prediletto, quello per cui si sognavano dovizie e fortune.
Invece, come le donne trovavano sempre meno lavoro, egli ne cercava
per conto suo. S'era messo garzone da un fornaciaio a impastar creta
e ad allinear mattoni; al tempo del raccolto dei limoni, s'ingaggiava
con le ciurme. Quando non c'era altro da fare, se ne andava pei campi
a raccogliere asparagi, o more, o lumache, e scendeva in città, coi
piedi laceri, i calzoni a sbrendoli, gridando il prezzo di quella roba.
Spesso, dopo una giornata che s'era sgolato, non riusciva a buscare un
soldo; allora insisteva presso le comari che se ne stavano sulle soglie
delle loro botteghe:
— A tre soldi... a due soldi... come volete!... Non ho _toccato_
niente, quest'oggi; non ho da portar niente a casa...
A vederlo con quegli occhi che parevano dipinti, coi resti della sua
delicata bellezza, alcune gli domandavano:
— E tu chi sei?... Di dove sei?...
— Di Monserrato... sono il _Reuzzo_... il figlio di Santa Spina....
Sentendogli dire che era il _Reuzzo_, le donne si mettevano a ridere,
ma gli compravano la sua merce.