Ora le voglie di lei si facevano più imperiose; tutte le entrate del
salone che passavano per le sue mani non le bastavano; e Salvatore,
il quale le tremava dinanzi, si vedeva protestar le cambiali da ogni
parte.
— Così non andrete avanti — diceva l'amico Agostino. — Se volete un
consiglio, lasciate il salone a uno che si accolli parte dei debiti, e
aprite una bottega più modesta.
— Ma come, dopo tanto lavoro?...
— Che volete! La sorte quando dice sì e quando no.
Come Nardo intese quel discorso, mentre stava tagliando i capelli a
un signore, per miracolo non gli cavò un occhio, col braccio che gli
tremava.
— Se crede — disse al principale — il salone lo piglierei io....
Ma Salvatore non sapeva ancora decidersi.
— Non c'è nessuna speranza? da combinar niente?
— Che cosa volete combinare? Se tardate ancora, i fabbricanti vi
faranno il sequestro.
Egli voleva almeno il consiglio di sua moglie, per l'amor della quale
più si angustiava.
— So di molto io! — rispondeva quella. — Sono affari vostri.
Il giorno che lasciò il _Salone di Venezia_ per passare all'oscura
bottega del vicolo della Neve, Salvatore si sentì stringere il cuore.
Dentro, c'erano ancora l'odor di formaggio e le macchie di grasso
lasciati dal pizzicagnolo che vi stava prima. La casa di contro, alta e
grigia, pareva gli pesasse sullo stomaco, ed egli non si fidò neanche
di leggere una dispensa di romanzo. Nessuno nel vicinato conosceva
il nuovo barbiere, che non aveva cartello, e fino ad ora tarda non
venne anima viva, nemmeno l'amico Agostino, quantunque fosse il suo
giorno di barba. Ma come annottava e Salvatore, sull'uscio, guardava il
lampionaio che correva a zig-zag accendendo i fanali, si vide l'amico
dinanzi, vestito a nuovo e sbarbato di fresco.
— Scusate se non son venuto, ma ho la fidanzata che m'aspetta e m'è
bisognato farmi bello. Non ve l'ho detto che prendo moglie anch'io? La
figliuola di don Gaspare, il sensale del marchese; dieci mila lire in
contanti e un corredo che bisogna vederlo. Col suocero faremo tutta una
casa e la ragazza è una gioia. Io scappo, che m'aspetta; scusate....
E se ne andò, affrettando il passo.
Ora egli non veniva più a trovarlo; veniva invece il segretario della
marchesa. Con Fanny erano vecchi amici, e lei lo tratteneva spesso a
desinare.
Le strettezze crescevano, ma Salvatore si metteva alla tortura per
trovar denari e far contenta la moglie. La nuova bottega era passiva,
nascosta in fondo a quel vicolo frequentato soltanto da fruttivendoli
e friggitori.
— Se avessi ancora l'antico salone!...
A propria insaputa, le gambe lo portavano da quelle parti, dinanzi al
_Salone di Venezia_ e, una sera, egli si fermò un istante, a guardare.
Il gas vi splendeva; Andrea e un altro giovane servivano le pratiche;
Nardo, seduto nel posto in fondo, teneva un registro sulle ginocchia e
faceva i conti. La disposizione interna era stata un poco mutata; gli
scaffali della profumeria spostati; i divani rivestiti di stoffa nuova;
una fioriera era stata adattata alla base del grande specchio.
Allontanandosi, tra la folla, Salvatore passò dinanzi al salone del
Conterino, anch'esso rilucente, pieno di gente che aspettava il turno
chiacchierando, fumando, leggendo i giornali.
— Che me n'importa! — pensò Salvatore, e si affrettava verso casa, dove
avrebbe trovata la sua Fanny.
Il vicino, vedendolo venire, gli dette la chiave dell'uscio, dicendo:
— Vostra moglie è andata fuori.
Salvatore entrò, tastone, al buio; accese il lume e si mise ad
aspettare, leggendo _Luigi Napoleone o Lotta del Destino e Corona
imperiale_, sentendo suonare le ore, una dopo l'altra.
Alle undici, Fanny rincasò, rossa in viso, col fiato che sentiva di
vino.
— Dove sei stata, fin'ora?
— Dove mi piace!
Come Salvatore cercò di farlesi vicino, lei lo respinse, con un urtone:
— Non mi seccare, ho sonno.
Ed egli tornava pazientemente, ogni giorno, alla sua oscura bottega
sempre deserta, ad affilare i rasoi perchè non gli si arrugginissero,
o a fare i conti dei suoi debiti. Quando capitava qualcuno, mentre la
forbice cantava il suo zic-zac, Salvatore cominciava a fantasticare di
rimettere assieme qualche soldo, di lasciare quel bugigattolo buio e
tristo, di riaprire un salone più bello.
— Se la sorte dice di sì, debbo levarmi dai guai, e far godere quella
povera Fanny, che è in pena per cagion mia.
In mezzo alla giornata, qualche volta, egli scappava a casa per andare
a vederla un momento; ma lei era sempre fuori.
— Povera figliuola! S'annoia fra queste quattro mura.
Qualche altra volta Fanny arrivava lei alla bottega, in fretta, con le
guancie rosse e gli occhi brillanti.
— Dammi dieci lire.
— Dieci lire? Se non ho un soldo!...
— Dove li sciupi dunque i denari, viziosaccio!... vagabondo!... Dammi
dieci lire, t'ho detto; se no, stasera...
Salvatore perdeva la testa, non sapeva a qual santo votarsi; e correva
dall'amico Agostino.
— È fuori — rispondeva la serva.
Tornava, e gli rispondevano sempre:
— È fuori, oggi non verrà a casa.
Ricorreva da Giovanni Santoro, che anche lui, un tempo, era stato il
padrone in casa sua, e non gli avrebbe negato un piccolo favore.
— Dieci lire? Perchè vi servono?
— Sapete, Fanny...
Giovanni Santoro rideva:
— Ah, sono per vostra moglie? Glie le porto io.
Fanny gli restava obbligata, lo invitava a tornare, lo tratteneva fino
a tardi, e Salvatore non sapeva come ringraziarlo:
— Voi siete un vero amico!
E si rivolgeva a lui, nei suoi momenti di imbarazzo, per venti lire,
per cinque lire, promettendogli di restituir presto.
— Fino al primo del mese, che entrano le mesate...
— Ad ogni po'? — disse una volta Santoro, perdendo la pazienza. — Così
mi costa troppo cara!