Salvatore aveva più debiti che capelli in testa e il padrone della
bottega minacciava di vendergli i mobili.
— Non si può più stare in città! — si lamentava, tristamente. — I
padroni di casa si portano via tutto loro...
E andò a cercare un'altra bottega che costasse meno, verso Porta
di Ferro, nel nuovo quartiere. Girando per quelle strade che
aveva conosciute povere e quasi deserte, ora fiancheggiate da alti
fabbricati e rumorose, egli cercava la sua antica proprietà, e non si
raccapezzava.
— È qui?
La casa era sfondata, il tetto e i muri divisorii abbattuti come da
un terremoto, ingombrando il suolo d'un monte di calcinacci, di travi
vecchie e di tegole rotte. Restava in piedi soltanto la gabbia, che i
murifabri, sui ponti, lavoravano ad alzare di due piani.
— Verrà una bella palazzina!
E prese in affitto una bottega lì vicino, nuova, con le mura
bianchissime e un forte sito di calce. Vi adattò alla meglio le sedie,
i due specchi, l'attaccapanni, le oleografie che gli restavano, e fece
dipingere in nero, sui vetri dello sporto _Piccolo salone Venezia_, che
parevano mignatte appiccicate sulle lastre.
Di lì seguiva i lavori nella sua antica casa, dove i muratori voltavano
l'arco delle ultime finestre e impostavano il cornicione. L'ingegnere
e il padrone venivano spesso a invigilare, guardando per aria i muri,
facendo segnali col bastone, girando da una parte all'altra.
— Quello mi par di conoscerlo — pensava Salvatore, guardando da lontano.
E un giorno s'avvicinò.
— Agostino!
— Ah... siete voi? — L'amico pareva un signore, con la catenella sulla
pancia e una spilla alla cravatta.
— Che cosa fate da queste parti?
— Ho ricomprato io la casa... — rispose quello, un po' confuso. — Mio
suocero è morto... e m'ha lasciato ogni cosa...
— Dunque, dicevamo, qui... — L'ingegnere lo chiamava, e Agostino,
scusandosi, s'allontanò.
Salvatore lo vedeva arrivare e partire, quasi tutti i giorni, spesso
in carrozza; e una volta con la moglie, a braccetto, che se egli non
avesse saputo ch'erano loro, non li avrebbe riconosciuti.
— Che cosa vuol dire aver quattrini! Ora non guarda più nessuno in
faccia!
Un'altra volta passò Andrea, il _figurino_, l'antico giovane di
bottega, che s'era fatto grande, e pareva sempre appuntato con gli
spilli. Salvatore lo salutò, con la mano, ma quello tirò dritto.
— Anche lui ha messo superbia!
Lo Sciancato, che si spingeva di tanto in tanto fin lassù a strillare
i fogli, tirandosi dietro la sua gamba, non aveva messo superbia, ed
entrava nella bottega, per vendere una copia della _Gazzetta_.
— Eh! — diceva, girando un'occhiata per le pareti nude — mi rammento il
bel tempo del salone grande!
Anche Nardo gli era rimasto affezionato, e veniva a trovarlo, dandogli
ancora del «principale».
— Gli affari vanno bene?
— Grazie a Dio, non posso lamentarmi.
Nardo ne provava compassione, vedendolo ridotto in quello stato: un
vecchio, coi capelli grigiastri e la fronte rugosa; ma più per via
della moglie, che andava provocando tutti i maschi e lo riduceva la
favola del quartiere.
Ma come un giorno la incontrò per istrada, bianca e rossa in viso,
con le labbra umide, grassa sotto lo scialle nero che si gonfiava sul
petto, la guardò un momento.
— E così, avete messo aria, col vostro salone? — disse lei, fermandolo.
— Gli amici non si vedono più?
La sua voce s'era fatta più forte e veniva acquistando l'accento
paesano.
Nardo cercava di scusarsi, ma lei non lo lasciò dire:
— Venite a trovarmi. Avete ancora paura? — E lo guardò in un certo modo.
Egli non voleva fare un torto a quel brav'uomo del principale, che gli
aveva fatto sempre del bene.
— Bel modo di compensarlo!
Poi cominciò a pensare:
— Uno di più, uno di meno!... Quella volta io l'ho rispettato; ma,
veramente, il principale è troppo minchione...