Anna Laferra, a quella parola che le avevano sputata in faccia, s'era
sentito avvampare il sangue nelle vene, ed era stata colpa di Vincenzo
Sutro se non ne aveva fatto vendetta sull'istante.
Vincenzo Sutro, da ragazzo che non vuol far parlare di sè e trovarsi in
qualche pasticcio per cause di donne, le diceva, tentando di calmarla:
— Tu non sai dunque chi è?... È Alfio Balsamo, un ragazzinaccio, senza
un pelo in faccia... È stato di leva quest'anno, ti dico... Quando mai
si è dato peso alle parole d'un bardassa come quello?... A mettersi con
lui sarebbe una viltà.
— Vile sei tu che non hai cuore di vendicarmi!
E cacciatolo via, Anna Laferra se ne andò da suo marito:
— M'hanno ingiuriata nell'onore, alla presenza della gente. Ve lo dico,
perchè l'onore di vostra moglie è come il vostro stesso.
Don Gesualdo, che usciva allora dal letto, con gli occhi ancora
appiccicati, senza trovare il verso d'infilarsi i calzoni, restò con
una gamba dentro e l'altra fuori.
— Come, come? Che è successo? Che v'hanno fatto?
— Vi dico che hanno ingiuriato a morte vostra moglie.
— Dite davvero? E chi ha avuto il coraggio?...
— È stato il figlio di Giovanna Balsamo. Se siete uomo, glie la dovete
far pagare cara.
— A chi lo dite? — rispose don Gesualdo, grattandosi la testa sotto il
berretto di cotone. — Lasciate fare a me.
Don Gesualdo era amico del cancelliere e andò a prender consiglio da
lui.
— Sporgete querela! — gli disse il cancelliere. — Con un paio di mesi
di carcere e un centinaio di lire di multa imparerà a metter senno.
— Voi siete un uomo d'oro!
A don Gesualdo non pareva vero di far contenta sua moglie con la
querela; egli non aveva nessuna voglia d'impacciarsela con Alfio
Balsamo e di tornare a casa con le ossa rotte.
— Lì, debbo vederlo! — diceva Anna Laferra — lì, dietro le grate! in
mezzo ai galeotti! e voglio andare a Vallebianca a posta, il giorno che
lo attaccheranno come Cristo!
Ma Alfio Balsamo, che era venuto al paese, non aveva nessun timore
d'esser condannato.
— Sai che c'è? — andò a dire a Santo Vacirca. — Quella buona donna di
Anna Laferra mi ha dato querela, per la parola che le dissi la sera che
tornasti da soldato, con Antonio Manfuso, ti rammenti?
— Sul serio? Guarda un po'; ha la faccia più dura delle corna di suo
marito!
— Pazienza! Ma ci deve rimetter le spese, se mi cerca lite, e quello
che le ho detto per istrada glie lo debbo ripetere dinanzi alla
giustizia. Già tu mi farai da testimonio, che io ho ripetuto quel che
dice tutto il paese!
— Io? Ed io come c'entro? — Santo adesso mutava tono al suo discorso.
— Io ero pei fatti miei, a fare il soldato! Lasciami stare, per carità;
che non ti possono mancare cento altri testimonii migliori di me.
Alfio Balsamo se ne andò a trovare Antonio Manfuso.
— Vieni a deporre che Isidoro di massaro Francesco è stato il ganzo di
Anna Laferra?
— Ed io come lo so? L'ho sentito dire; ma li ho forse visti coi miei
occhi?
Chi con una scusa, chi con un'altra, nessuno aveva il coraggio di
affermare la verità.
— Anna Laferra? — diceva don Giuseppe il barbiere, mentre gl'insaponava
la testa. — L'ultima ciabatta del paese! Ma che ti serve la mia
testimonianza? L'ingiuria resta e non eviterai nè un giorno di carcere
nè una lira di multa.
— Ma andiamo che io non voglio esser posto in prigione e rovinarmi
agli occhi della società! — diceva Alfio Balsamo, come tutti lo
abbandonavano.
— Hai visto che vuol dire non aver giudizio? — gli veniva ripetendo sua
madre, più angustiata di lui.
— Debbo sentire anche voi! non basta il guaio che mi casca addosso!
— Non andare in collera, figlio mio; io lo so che non è colpa tua, ma
dei compagni che ti portano alla cattiva strada. Cerchiamo frattanto il
rimedio, ora che il fatto è fatto.
— E che volete cercare? non vedete che i paesani hanno paura di dir la
verità?
Donna Giovanna non lo contradiceva, dal gran bene che gli voleva;
ma pensava che il mezzo d'accomodar la cosa non era quello della
giustizia.
Successe così che il pretore di Vallebianca condannò Alfio Balsamo, in
contumacia, a due mesi di carcere e a cento lire di multa, nè più nè
meno di quel che aveva previsto il cancelliere.
— Questo si sapeva! — disse Alfio, quando vennero a portargli la
notizia ai _Pojeri_, dov'era andato a lavorare. — Volevate che il
pretore mi assolvesse, dopo che quel vecchio pelato di don Gesualdo gli
mandò a regalare una posata d'argento? Ma non finisce così, sangue del
mondo! e io andrò in città, a pigliarmi il primo avvocato!
— Alfiuccio, lascia stare — diceva donna Giovanna — che ci rimetterai
le spese. Non sarebbe meglio di pensare ad accomodarla con le buone?
— Ditelo un'altra volta, e io vi perdo il rispetto che v'ho sempre
portato!
Donna Giovanna non si diede per vinta, e come il figliuolo andò alla
città, per l'appello, lei un bel giorno, senza che nessuno lo sapesse,
cercò di Anna Laferra.
Anna, quando aveva risaputa la condanna, aveva messo un gran sospiro,
sentendo sedarsi il suo furore.
— Siete contenta? — le aveva chiesto suo marito. — Ora andrà in
carcere, e lì imparerà a metter giudizio.
— Bene gli sta!
Donna Giovanna era venuta a implorare il suo perdono, umilmente,
abbassandosi dinanzi a una che, in altro tempo, non avrebbe neppur
salutata, incontrandola per istrada.
— Che volete! Alfio è un ragazzo, un ragazzino, così lungo come lo
vedete. Chiacchiera un po' troppo; se togliamo questo, nessuno può dir
nulla sul suo conto. Non parlo di vizii: innocente come Gesù Bambino;
voi mi capite. Se ha detto quella parola, non sapeva ciò che importava;
domandate a chi volete, vi diranno tutti che è incapace di voler
male ad anima viva. E poi, affezionato, con sua madre, che non si può
ridire. Mai un dispiacere, da lui; e sì che è rimasto orfano a otto
anni...
Donna Giovanna aveva gli occhi umidi di pianto.
— Questo è il primo dispiacere, che ho per causa dei suoi cattivi
compagni. Lasciatelo andare, non ci pensate più; fatelo per me che sono
sua madre e vi domando perdono della sua imprudenza...
Anna guardava per terra e non diceva niente.
— Fatelo per lui. Così ragazzo, con quella brutta condanna!... Pensate
alla compagnia che troverà in carcere!... Chi gli vorrà dare la propria
figliuola, se un giorno il Signore lo benedice e potrà pensare a farsi
una famiglia?
— Sentite — disse a un tratto Anna Laferra, con un'animazione
straordinaria in viso e il seno che le si sollevava affannosamente. —
Vostro figlio m'ha ingiuriata a sangue, e vi giuro, com'è vero Dio! che
se lo avessi avuto fra le mani, in quel momento, mi sarebbe bastato
l'animo, donna come sono, di strappargli il cuore dal petto. Ora la
collera è passata, e per me non ci penserei più. Ma il mondo parla e
non si cura di sapere se chi mi ha ingiuriata è un uomo o un ragazzo.
Per questo debbo avere una sodisfazione. Vostro figlio mi dica che
non ha inteso offendermi, che non sapeva quel che diceva, che parlava
d'altri, che aveva bevuto; mi dica ciò che gli piace, e io gli perdono
e non ne parlo più.
Quella era appunto la quistione: indurre Alfio a domandarle scusa!
Invece, egli era tornato dalla città più arrabbiato che mai, e
non parlava che dell'appello, sicuro com'era di vincere, sostenuto
dall'avvocato Saetta.
— Tutti lo vantano, e quando una causa gli piace, mette il mondo
sottosopra per spuntarla. Leggendo la sentenza del pretore, è partito
a ridere che nessuno lo teneva. Vogliamo vedere se i giudici avranno
paura dei vecchi cornuti!