III.

Anna Laferra, a quella parola che le avevano sputata in faccia, s'era

sentito avvampare il sangue nelle vene, ed era stata colpa di Vincenzo

Sutro se non ne aveva fatto vendetta sull'istante.

Vincenzo Sutro, da ragazzo che non vuol far parlare di sè e trovarsi in

qualche pasticcio per cause di donne, le diceva, tentando di calmarla:

— Tu non sai dunque chi è?... È Alfio Balsamo, un ragazzinaccio, senza

un pelo in faccia... È stato di leva quest'anno, ti dico... Quando mai

si è dato peso alle parole d'un bardassa come quello?... A mettersi con

lui sarebbe una viltà.

— Vile sei tu che non hai cuore di vendicarmi!

E cacciatolo via, Anna Laferra se ne andò da suo marito:

— M'hanno ingiuriata nell'onore, alla presenza della gente. Ve lo dico,

perchè l'onore di vostra moglie è come il vostro stesso.

Don Gesualdo, che usciva allora dal letto, con gli occhi ancora

appiccicati, senza trovare il verso d'infilarsi i calzoni, restò con

una gamba dentro e l'altra fuori.

— Come, come? Che è successo? Che v'hanno fatto?

— Vi dico che hanno ingiuriato a morte vostra moglie.

— Dite davvero? E chi ha avuto il coraggio?...

— È stato il figlio di Giovanna Balsamo. Se siete uomo, glie la dovete

far pagare cara.

— A chi lo dite? — rispose don Gesualdo, grattandosi la testa sotto il

berretto di cotone. — Lasciate fare a me.

Don Gesualdo era amico del cancelliere e andò a prender consiglio da

lui.

— Sporgete querela! — gli disse il cancelliere. — Con un paio di mesi

di carcere e un centinaio di lire di multa imparerà a metter senno.

— Voi siete un uomo d'oro!

A don Gesualdo non pareva vero di far contenta sua moglie con la

querela; egli non aveva nessuna voglia d'impacciarsela con Alfio

Balsamo e di tornare a casa con le ossa rotte.

— Lì, debbo vederlo! — diceva Anna Laferra — lì, dietro le grate! in

mezzo ai galeotti! e voglio andare a Vallebianca a posta, il giorno che

lo attaccheranno come Cristo!

Ma Alfio Balsamo, che era venuto al paese, non aveva nessun timore

d'esser condannato.

— Sai che c'è? — andò a dire a Santo Vacirca. — Quella buona donna di

Anna Laferra mi ha dato querela, per la parola che le dissi la sera che

tornasti da soldato, con Antonio Manfuso, ti rammenti?

— Sul serio? Guarda un po'; ha la faccia più dura delle corna di suo

marito!

— Pazienza! Ma ci deve rimetter le spese, se mi cerca lite, e quello

che le ho detto per istrada glie lo debbo ripetere dinanzi alla

giustizia. Già tu mi farai da testimonio, che io ho ripetuto quel che

dice tutto il paese!

— Io? Ed io come c'entro? — Santo adesso mutava tono al suo discorso.

— Io ero pei fatti miei, a fare il soldato! Lasciami stare, per carità;

che non ti possono mancare cento altri testimonii migliori di me.

Alfio Balsamo se ne andò a trovare Antonio Manfuso.

— Vieni a deporre che Isidoro di massaro Francesco è stato il ganzo di

Anna Laferra?

— Ed io come lo so? L'ho sentito dire; ma li ho forse visti coi miei

occhi?

Chi con una scusa, chi con un'altra, nessuno aveva il coraggio di

affermare la verità.

— Anna Laferra? — diceva don Giuseppe il barbiere, mentre gl'insaponava

la testa. — L'ultima ciabatta del paese! Ma che ti serve la mia

testimonianza? L'ingiuria resta e non eviterai nè un giorno di carcere

nè una lira di multa.

— Ma andiamo che io non voglio esser posto in prigione e rovinarmi

agli occhi della società! — diceva Alfio Balsamo, come tutti lo

abbandonavano.

— Hai visto che vuol dire non aver giudizio? — gli veniva ripetendo sua

madre, più angustiata di lui.

— Debbo sentire anche voi! non basta il guaio che mi casca addosso!

— Non andare in collera, figlio mio; io lo so che non è colpa tua, ma

dei compagni che ti portano alla cattiva strada. Cerchiamo frattanto il

rimedio, ora che il fatto è fatto.

— E che volete cercare? non vedete che i paesani hanno paura di dir la

verità?

Donna Giovanna non lo contradiceva, dal gran bene che gli voleva;

ma pensava che il mezzo d'accomodar la cosa non era quello della

giustizia.

Successe così che il pretore di Vallebianca condannò Alfio Balsamo, in

contumacia, a due mesi di carcere e a cento lire di multa, nè più nè

meno di quel che aveva previsto il cancelliere.

— Questo si sapeva! — disse Alfio, quando vennero a portargli la

notizia ai _Pojeri_, dov'era andato a lavorare. — Volevate che il

pretore mi assolvesse, dopo che quel vecchio pelato di don Gesualdo gli

mandò a regalare una posata d'argento? Ma non finisce così, sangue del

mondo! e io andrò in città, a pigliarmi il primo avvocato!

— Alfiuccio, lascia stare — diceva donna Giovanna — che ci rimetterai

le spese. Non sarebbe meglio di pensare ad accomodarla con le buone?

— Ditelo un'altra volta, e io vi perdo il rispetto che v'ho sempre

portato!

Donna Giovanna non si diede per vinta, e come il figliuolo andò alla

città, per l'appello, lei un bel giorno, senza che nessuno lo sapesse,

cercò di Anna Laferra.

Anna, quando aveva risaputa la condanna, aveva messo un gran sospiro,

sentendo sedarsi il suo furore.

— Siete contenta? — le aveva chiesto suo marito. — Ora andrà in

carcere, e lì imparerà a metter giudizio.

— Bene gli sta!

Donna Giovanna era venuta a implorare il suo perdono, umilmente,

abbassandosi dinanzi a una che, in altro tempo, non avrebbe neppur

salutata, incontrandola per istrada.

— Che volete! Alfio è un ragazzo, un ragazzino, così lungo come lo

vedete. Chiacchiera un po' troppo; se togliamo questo, nessuno può dir

nulla sul suo conto. Non parlo di vizii: innocente come Gesù Bambino;

voi mi capite. Se ha detto quella parola, non sapeva ciò che importava;

domandate a chi volete, vi diranno tutti che è incapace di voler

male ad anima viva. E poi, affezionato, con sua madre, che non si può

ridire. Mai un dispiacere, da lui; e sì che è rimasto orfano a otto

anni...

Donna Giovanna aveva gli occhi umidi di pianto.

— Questo è il primo dispiacere, che ho per causa dei suoi cattivi

compagni. Lasciatelo andare, non ci pensate più; fatelo per me che sono

sua madre e vi domando perdono della sua imprudenza...

Anna guardava per terra e non diceva niente.

— Fatelo per lui. Così ragazzo, con quella brutta condanna!... Pensate

alla compagnia che troverà in carcere!... Chi gli vorrà dare la propria

figliuola, se un giorno il Signore lo benedice e potrà pensare a farsi

una famiglia?

— Sentite — disse a un tratto Anna Laferra, con un'animazione

straordinaria in viso e il seno che le si sollevava affannosamente. —

Vostro figlio m'ha ingiuriata a sangue, e vi giuro, com'è vero Dio! che

se lo avessi avuto fra le mani, in quel momento, mi sarebbe bastato

l'animo, donna come sono, di strappargli il cuore dal petto. Ora la

collera è passata, e per me non ci penserei più. Ma il mondo parla e

non si cura di sapere se chi mi ha ingiuriata è un uomo o un ragazzo.

Per questo debbo avere una sodisfazione. Vostro figlio mi dica che

non ha inteso offendermi, che non sapeva quel che diceva, che parlava

d'altri, che aveva bevuto; mi dica ciò che gli piace, e io gli perdono

e non ne parlo più.

Quella era appunto la quistione: indurre Alfio a domandarle scusa!

Invece, egli era tornato dalla città più arrabbiato che mai, e

non parlava che dell'appello, sicuro com'era di vincere, sostenuto

dall'avvocato Saetta.

— Tutti lo vantano, e quando una causa gli piace, mette il mondo

sottosopra per spuntarla. Leggendo la sentenza del pretore, è partito

a ridere che nessuno lo teneva. Vogliamo vedere se i giudici avranno

paura dei vecchi cornuti!

La sorte · 第 16 / 54 题