IV.

L'annata aveva mantenuto le sue promesse, e alla vendemmia la

_Falconara_ non si riconosceva più, con l'animazione straordinaria e

l'allegra confusione che vi regnava da mattina a sera.

Alfio Balsamo, il ragazzinaccio, lavorava per quattro e si trovava

nello stesso tempo in ogni luogo; correva al pozzo con due enormi

mezzine di latta, una per mano; attizzava il fuoco nella stalla, sotto

il calderone dove ribolliva l'acqua; insaccava il mosto quando il

contatore era stanco; spingeva la manovella del torchio, rispondeva

alle chiamate del fattore, alle domande del bottaio, agli scherzi, ai

motti dei compagni, e trovava il tempo di sgretolare coi denti bianchi

un grappolo biondo.

— Non debbo assaggiarla, l'uva di quest'anno?

Come se non bastasse, due o tre volte al giorno gli toccava scender

nelle tine, per la follatura, e questo veramente gli pesava. Aveva

scommesso, l'anno prima, di fare quel servizio per due lire al giorno,

invece di quattro, quante ne pretendeva maestro Brasi, il calabrese; ed

egli che era un ragazzo onorato aveva mantenuto la parola. Ma appena

provato di che si trattava, si era subito pentito; perchè quello

spogliarsi e vestirsi a ogni momento, e il passare dal caldo del mosto

al freddo dell'acqua con cui si lavava, e il restare in mezzo alle

esalazioni della tina che gli mozzavano il respiro, non era molto

comodo.

— Avete ragione! — esclamava, pigliandosela col fattore. — Me l'avete

fatta! Ma un'altra volta non mi ci capiterete.

— Tu impara a non essere presuntuoso!

Una domenica, al declinare del sole, quando l'animazione del lavoro

cominciava a scemare e la ciurma delle vendemmiatrici trasportava gli

ultimi cesti d'uva, Alfio Balsamo si spogliava silenziosamente in un

angolo per la terza volta; infilava le mutandine che gli arrivavano

a mezza coscia, afferrava il raffio e si disponeva ad arrampicarsi

sulla tina. In quel momento arrivò il fattore, seguito da tre o quattro

uomini, che si guardavano sorridendo.

— O Alfio! — gridò quello — c'è di fuori tua madre che vuol parlarti.

— E che diavolo volete da me? Non vedete che ho da fare?

— Dici piuttosto che hai vergogna di comparire in quel costume!

— Vergogna, io? Mi dispiace che non avete una moglie, perchè vi farei

vedere se ho vergogna o no!

— Vuoi scommettere che non ti basta l'animo di venir fuori, così come

sei?

— Scommettiamo cinque lire!

— Un soldo, se ti piace.

— Un soldo, e sia! — rispose Alfio, scendendo in furia. — Sangue del

mondo, vedete se Alfio Balsamo mantiene la sua parola!

Nudo come si trovava, col viso di porpora e le carni bianche, brandendo

il raffio, egli comparve in mezzo all'arco buio del portone, dinanzi ad

una comitiva di donne sedute per terra sulla spianata.

— Ah!... Oh!... Bella Madre!... Che vergogna!...

Chi gridava, chi si voltava dall'altra parte, chi rideva a fior di

labbro, e il fattore e gli uomini si tenevano i fianchi, in fondo

all'andito. Solo Anna Laferra, che era in piedi, appoggiata al collo

del pozzo, restò ad un tratto immobile, dinanzi all'apparizione di

quella statua viva.

Alfio, come se nulla fosse, girava uno sguardo tutt'intorno, riconobbe

ad una ad una le persone che si trovavano lì riunite, guardò un momento

Anna in faccia, e finalmente si rivolse a sua madre:

— Eccomi qui; che volete?

Come gli uomini scoppiarono a ridere più forte di prima, donna

Giovanna, che aveva una gran voglia di far come loro, montò in collera.

— Va' via!... Hai inteso? va' via!...

— Sì che vi sento, e non c'è ragione di gridare.

— Come, non c'è ragione? Ed hai la faccia di venir fuori dinanzi alla

gente in quel costume? Va' via, ti dico...

— Me ne vado, me ne vado; ma insomma non c'è niente di male...

Alfio voltò le spalle alla comitiva e tornò al palmento, a passo di

corsa. D'un tratto si buttò nella vasca, immerse le braccia nella pasta

che galleggiava, densa, compatta, sul mosto in fermento, e cominciò a

rimestarla. Dimenandosi allegramente fra la schiuma sanguigna da cui

si sprigionava un alito forte e soffocante, egli rideva ancora della

comparsa fatta dinanzi alle donne; quando s'intesero delle voci e dei

passi avvicinarsi. Era la comitiva che visitava la fattoria.

— E questo è il palmento — spiegava il fattore — che ci si potrebbe

vendemmiare tutta la contrada di Sant'Alfio. Ma non bisognava venire

oggi, a quest'ora, per veder la festa che c'è tutto il giorno!

Quattro pestatori soltanto ballavano in giro sopra uno strato d'uva

bianca di gesso e un altro spaccava legna, accanto al torchio.

— Povero Alfiuccio! — disse donna Giovanna, guardando

compassionevolmente il figliuolo — Che travaglio da cani! Ma così me

l'ammazzate!

— Per questo vi porterà un bel mucchio di denari, in capo alla

vendemmia — disse la comare Santa, che sapeva anche lei che cosa vuol

dire restar sola al mondo.

Alfio non diceva nulla, sotto gli sguardi di Anna Laferra, che

lo stringevano, lo avviluppavano, non lo lasciavano più. Egli si

contorceva, lentamente, come un serpe in mezzo a quel bagno caldo, a

quella spuma che gli sbavava sul corpo. I mucchi di pasta, sciolti,

allargati, affondati, risalivano a galla e si aggruppavano nuovamente,

più fitti, più folti. Egli li perseguitava, fendendo a stento il

liquido pesante che lo sollevava da tutte le parti, allungando

le braccia e le gambe fatte sanguinose; scomponendo, arruffando

l'intricata matassa degli innumerevoli grappoli calpesti e inariditi.

Curvo sulla tina, sfiorando la superficie bollente del mosto,

l'acredine densa gli mozzava il respiro; allora si rialzava, anelante,

volgendo intorno uno sguardo perduto, pieno d'angoscia, come se volesse

invocar soccorso e non gliene restasse neppure la forza.

Donna Giovanna guardava ora il figliuolo, ora Anna Laferra, e a veder

costei sbiancata in viso, con le labbra quasi scomparse e il seno

tumultuante, non lasciare Alfio con gli occhi, sentiva stringersi il

cuore.

— Hai visto chi è venuto? — disse al ragazzo, in un orecchio, mentre la

comitiva si disperdeva per la fattoria. — Ce n'è voluto, per farle dir

di sì! Ora la pace dipende da te. — E se ne andò, dietro alle altre.

Fuori, sulla spianata, le vendemmiatrici sedute in giro sui canestri

capovolti si riposavano chiacchierando con le nuove venute, e gli

asini della comitiva, sbandati qua e là, tritavano pampani, che ce

n'era a discrezione. Il fattore badava al fuoco, dov'era messa a

cuocere la minestra, intanto che la più parte dei suoi uomini se ne

stavano sdraiati per terra, lungo i muri dei casamenti, cantando o

dicendo male delle donne. Le donne non davano loro retta; alcune si

allontanavano a piccoli passi, chè il sole già basso non scottava,

altre schiamazzavano, ballavano fra loro, scambiavano le confidenze

o si tiravano pugni, per chiasso. Si levava tutt'intorno un allegro

vocìo, in mezzo al quale risuonavano affievoliti i colpi di martello

del bottaio che restava ancora in cantina, ad allestire il suo lavoro.

Donna Giovanna non perdeva di vista Anna Laferra che stava vicino alla

porta del palmento, battendo i piedi, come contrariata; e si sentiva

sulle spine temendo che il frutto delle sue fatiche andasse perduto, in

un momento.

— Bella Madre, ispiratela voi!

Ma come vide Alfio uscire, fermarsi un istante dinanzi ad Anna ed

avviarsi per la vigna insieme con lei, le parve come se le avessero

levato una pietra dallo stomaco.

— Sia lodato Dio! Adesso faranno la pace!

Lungo la redola troppo stretta, Alfio precedeva di qualche passo Anna

Laferra, guidandola per la vigna.

— La _Falconara_ è grande! Non ci siete mai stata?

— No.

— Ora la vendemmia è quasi finita.

I suoi piedi nudi non facevano nessun rumore per terra; si sentiva

soltanto il fruscìo della veste di Anna che strisciava sui pampani di

cui era ingombro il cammino.

A un tratto Alfio si fermò.

— Guarda che bel grappolo dimenticato! — e corse a raccoglierlo.

Tornando, la trovò che batteva i piedi, indispettita.

— Ne volete?

— No.

Egli guardava con desiderio l'uva bionda, dagli acini qua e là dorati,

leggermente rattrappiti, che dovevano essere dolci più dello zucchero.

Poi alzò il braccio e buttò il grappolo all'aria, gridando a uno stormo

di passeri:

— A voi!

Si rimisero in via per la redola sempre più angusta che, seguendo

l'inclinazione del poggio, scendeva serpeggiando. Come il vocìo che

veniva dalla fattoria si andava a poco a poco spegnendo, si cominciava

a sentire un rumor debole e interrotto, come un lieve ronzare, che

andava sempre rinforzandosi, finchè si faceva un sussurro continuo, in

mezzo al quale si distinguevano, con le modulazioni degli uccelli, il

roco gracidar delle rane e lo stridulo verso delle cicale.

— È il fiume — disse Alfio, che andava sempre avanti.

— Non correre così — rispose Anna, trattenendolo col gesto.

Come gli fu vicina, si mise a ridere.

— Perchè ridete?...

Lei si guardava attorno, non sapeva come fare.

— Scendiamo al fiume.

Pochi passi ancora, e il fiume apparve, come uno specchio lucente, in

fondo al valloncello, sotto la ripida china che divideva il terreno

coltivato dal greto sassoso e folto di eriche.

— Dammi la mano.

Tenendosi stretti, precipitarono lungo il pendio, soffice per la sabbia

finissima su cui si stampavano profondamente le orme.

— Ah!... sono stanca...

La corsa l'aveva animata, respirava a fatica, e sulle sue guancie brune

si diffondeva un incarnato così vivo e gli occhi umidi sfavillavano

tanto, che Alfio restò a guardarla, a bocca aperta.

Da lontano, s'intese un lento squillare di campanacci.

— Sono le mule, che scendono a bere.

Anna Laferra si cacciò avanti, risolutamente, equilibrandosi sui grossi

ciottoli di cui il greto era sparso, mandando piccole grida, voltandosi

ogni tanto a guardare se Alfio la seguiva. Egli la raggiunse.

Ora avanzavano a stento, smarriti fra le macchie, scostando con

le braccia i rami più alti, schiantandone molti sul loro cammino.

La scarsa luce del tramonto si perdeva in mezzo a quella fitta

vegetazione; nell'aria bruna c'era un silenzioso sciamare di moscerini

piccolissimi e fastidiosi. Poi alle macchie succedevano grossi

ciuffi di oleandri selvaggi, sul verde cupo dei quali i fiori rossi

occhieggiavano.

— Come son belli!

Alfio corse a staccare il ramo più fiorito, e venne ad offrirlo ad

Anna, che si era distesa per terra, sopra un tappeto di erbe. Lei buttò

gli oleandri da parte e lo attirò in quella frescura odorosa, nella

penombra trapelante della cupa verdezza.

Come lo ebbe a fianco, mormorò:

— Perchè mi dicesti quella parola?

Alfio le rispose, sulla bocca:

— Perchè io muoio per te.

Il sole si nascondeva dietro i poggi e alcune nuvole rossastre si

rispecchiavano sul fiume brontolante. Il concerto dei trilli, dei

zirli, dei gracidii, dei fischi, dei zufolii si faceva tutt'intorno

più alto, tra il profumo degli oleandri e gli effluvii delle erbe

aromatiche. I campanacci delle mule risuonavano più fiochi, nella

lontananza.

La sorte · 第 17 / 54 题