Il giorno seguente, prima che il sole si levasse, Alfio Balsamo si
mise per via, con la zappa in ispalla e un fagottino sotto il braccio.
Nel gran silenzio della campagna, mentre la tramontana correva per la
pianura increspando i seminati che cominciavano a biancheggiare, egli
rideva ancora pensando alla scena della sera.
— Ma se Vincenzo Sutro se la pigliava a male e mi rompeva le
costole?... Infine, che cosa m'importa di quella cristiana e del suo
Santo!... Se ha cercato subito un successore a Isidoro di massaro
Francesco, me ne entra forse qualche cosa in tasca?...
E, affrettando il passo perchè la via era lunga:
— È stato il vino! — pensava. — Ai miei compagni non ha fatto male;
quelli sono avvezzi a bere, a divertirsi.... È stato il vino; ma non
importa; mi piace di averle detto il fatto suo!
Quando fu giunto alla _Falconara_, Alfio Balsamo non pensava più ad
Anna Laferra. Gli uomini erano già al lavoro, e sul gran mare verde
dei vigneti i cappelloni di paglia parevano zucche seminate qua e là.
Il fattore, che zappava anche lui, vedendo da lontano il peperone del
berretto di Alfio, non sapeva chi fosse, e si mise a vociare: «Ohè...
Ohè...» Il cane della fattoria, abbaiando e sgambettando, si era
intanto buttato in mezzo alle vigne, per corrergli addosso.
— È Alfio Balsamo — disse massaro Filippo quando intese gridare perchè
chiamassero l'animale.
— Bella accoglienza!... — veniva dicendo Alfio, mentre s'avvicinava
a lunghi passi. — Invece di darmi il benvenuto, mi mandate addosso il
cane, quasi fossi un ladro!
— O tu perchè arrivi a quest'ora? — rispose il fattore — Qui adesso
bisogna lavorare per davvero: il patto lo sai, ma è meglio ripeterlo,
se vuoi che l'amicizia duri.
— E voi, fattore che non so come vi chiamate — gridò Alfio fingendo di
andare in collera — sapete forse che io mangio il pane a tradimento?
Non per vantarmi, ma se tutti i zappatori della _Falconara_ valessero
quanto me, l'uva a quest'ora sarebbe matura!
E come ebbe assegnata la sua filiera, si mise al lavoro, con una gran
lena, scagliando la zappa furiosamente, come dovesse spaccar legna,
scavando dei solchi profondi. Egli avanzava rapidamente, e dileggiava
il fattore e massaro Filippo, che lavoravano a fianco:
— Su, su, sangue del mondo! Par che stiate facendo la barba alla vigna!
— e mostrava il suolo sconvolto dai suoi grandi colpi di zappa.
— Le prime furie della granata nuova! — diceva il fattore.
Alfio Balsamo, per fargli vedere che gli bastava il fiato, si metteva
per giunta a cantare, come un merlo, così forte che lo sentivano dai
punti più discosti della vigna, e perfino dall'altra riva del fiume.
Dall'abbeveratorio, dalla fattoria, dal poggio, quel canto si sentiva
nettissimamente, nel gran silenzio del mezzogiorno, e le donne che
legavano le viti, gli zappatori, i mulattieri che menavano le bestie a
bere, avevano imparato a conoscerlo al verso.
— È quel buonavoglia di Alfio Balsamo!
— Io vo' stare allegro — diceva lui — perchè ho la salute e la gioventù!
— Tu sei un ragazzinaccio — rispondeva il fattore — ed hai ancora il
cervello sopra il berretto.
Alfio lo sapeva che era un ragazzo forte come un uomo, e se ne teneva!
Avreste voluto vedere, per esempio, il figliuolo di massaro Filippo,
che aveva venti anni suonati, e intanto era debole e malaticcio che
se pigliava una zappa in mano gli cascava addosso e lo schiacciava.
Intanto, sorte infame! a quello sfiaccolato capitava ogni giorno
qualche partito, perchè massaro Filippo aveva dei soldi da parte, e lui
non lo voleva nessuna!
— Massaro Filippo, è dunque vero che vostro figlio Matteo si marita con
la Rosa di massaro Ignazio?
— A te cosa t'importa?
— Niente, dico per semplice curiosità! Ma piglierete degli anni di
tempo, perchè Matteo non è molto forte di sella.
— Allora — disse il fattore — vedi un po' se dànno la Rosa a te!
Alfio Balsamo ammutoliva e pigliava la terra a gran colpi di zappa,
senza più badare se qualche ceppo robusto restava sfiancato dall'urto
del ferro lucente. Ma erano nuvole che duravano poco; egli era un
ragazzinaccio, e non pensava due minuti alla stessa cosa.
Nel pieno mezzogiorno, quando pioveva fuoco dal cielo, i lavoratori
si riposavano, chi dietro le cataste di sarmenti morti, chi
all'abbeveratorio, chi alla fattoria. Alfio Balsamo e gli altri pagati
a giornata si riunivano nella stanza del fattore, a merendare: ognuno
aveva la sua porzione di pane e le cipolle erano a discrezione.
— Già, questo fattore è un boia, che ci tratta peggio degli animali.
Cosa vi costa di metter fuori un po' di formaggio, di quello che vi dà
il pecoraio del pascolo?
Ma le questioni grosse erano pel vino.
— Brrr!.. — faceva Alfio, scostando dalle labbra il fiaschetto,
chiudendo gli occhi, come se avesse bevuto un veleno. — Dite la verità,
che ci avete fatto pisciare il mulo?
Il fattore beveva a sua volta, senza dargli retta.
— Ma dov'è il buono? Dove l'avete nascosto? — E visto un mazzo di
chiavi sul tavolo, lo afferrò ad un tratto. — Ah, finalmente!... Ora
vado a ubbriacarmi in cantina...
Il fattore, afferratogli il polso, gli diede una stretta così forte da
farlo lacrimare.
— Ahi! ahi! Che bestia! Ha creduto che dicessi davvero!... Avete dunque
paura che vi rubi? Già, voi dovete avere dei denari nascosti, sotto
qualche mattone...
Dimenticando ancora il braccio indolenzito, Alfio si metteva a misurare
il pavimento, a piccoli passi, battendo i calcagni, per scoprire il
nascondiglio.
— Dovete esser ricco, così pezzente come sembrate. Una di queste sere
voglio tirarvi una carabinata, dietro una siepe!
Così, mentre gli altri se ne stavano sdraiati, a godere intera
quell'ora di riposo, Alfio andava di su e di giù, non stava fermo un
minuto, parlava per tutti e tornava al lavoro più stanco di prima.
Ma quando la giornata era finita, e si tornava alla fattoria, anche
lui stava quieto come gli altri, e in quel solo momento non assordava
i compagni con le sue cicalate. Come il sole si nascondeva dietro i
poggi, di là dal fiume dove le rane e i ramarri cominciavano il loro
concerto, i contadini andavano a sciogliere le cavezze alle cavalcature
e partivano a un po' per volta, cacciando avanti gli asini o tirandosi
dietro i muli restii, con le donne a fianco e i ragazzi appresso.
Comare Santa, quella che gli era morto il marito e veniva a coltivarsi
il suo pezzo di vigna insieme col figliuolo, era sempre l'ultima ad
andarsene, e quando dalla fattoria vedevano la piccola macchia nera
che l'asino, curvo sotto il peso delle due persone, faceva in fondo al
vallone su cui si stendeva già l'ombra, voleva dire che non c'era più
nessuno.
Il fattore preparava una minestra di fave e Alfio Balsamo se ne stava
buttato per terra, dinanzi ai casamenti, giuocando coi cani, o stando
a sentire i discorsi che facevano i più grandi di lui sul valore della
_Falconara_, sul buon affare che era stato pei Marozzi l'acquisto di
quella proprietà.
— Chi l'avrebbe detto alla sant'anima del principe, che la _Falconara_
doveva uscire di casa sua!
— Una volta che la principessa aveva la testa al giuoco!
— La _Falconara_ lei non sapeva neppure dove fosse!
— E uguanno raccoglieremo più di cinque mila salme di mosto!
Ognuno diceva la sua, sullo stato delle vigne limitrofe, sui prezzi del
vino e del bestiame, sui casi che capitavano al prossimo...
Una sera, che aveva appena smesso di lavorare e stava badando ad una
pentola in cui bollivano delle lumache, glie ne capitò uno a lui,
Alfio, che non se lo sarebbe aspettato neanche in sogno.
— Dice tua madre — venne a riferirgli il fattore dei _Pojeri_, passando
dalla _Falconara_ — che Anna Laferra ha fatto querela contro di te,
dinanzi al pretore di Vallebianca, per ingiurie, e se non pensi alla
difesa la condanna è certa.