Lorenzo Berènga gridò con gran voce:
— Tutti coloro che partono, sono invitati per domani sera da me.
Riceveranno a casa mia l'addio della colonia e gli augurii per la
patria.
Anch'egli, quando dalla gran voce del Buondelmonti era stata data la
notizia della guerra, anch'egli con tutt'il petto fuori del suo palco
aveva mandato un urlo spaventoso in mezzo all'uragano di grida che
facevan crollare il teatro. Poi precipitatosi fuori, rompendo la calca
e correndo aveva attraversato il teatro, era salito sul palcoscenico e
aveva gettato intorno al collo del Buondelmonti le sue grandi braccia.
E poi fattosi avanti al proscenio sedò col cenno delle braccia il
tumulto delirante e lanciò l'invito per la sera dopo.
Dopo di che tornando a Santa Teresa con alcuni amici si mise a parlare
d'un suo antico parente che era morto nelle guerre dell'indipendenza
italiana, e per tutta la strada non parlò d'altro. Parlava con una gran
cordialità e una gran gioia.
Ma giunto alla villa si mutò. Licenziati gli amici pranzò solo.
Alzatosi da tavola si mise a camminare su e giù per il salotto a grandi
passi e sospirando dal profondo. Finchè a un tratto s'arrestò in mezzo
alla stanza e levata la fronte s'irradiò di contentezza. In fretta
ritiratosi nel suo studio si sedette al tavolino ripetendo fra sè e sè:
— Vediamo, vediamo.
E raccolse tutti i suoi pensieri sopra i lavori che aveva allora a
mano nella città. Eran più case e palazzi in costruzione, quanti non ne
aveva avuti mai, perchè la sua fortuna fioriva, nè mai era stata così
in fiore per il passato. Pensava a chi avrebbe potuto affidarli, que'
suoi tanti lavori, tanti, tanti per tutta la città, e gli passavano per
la mente nomi d'altri costruttori, di fidi suoi sottoposti, d'amici,
ma ben presto dovè convincersi che dovunque non si poteva far di meno
della sua presenza. Egli era di quegli uomini i quali sono legati al
proprio lavoro come l'anima al corpo, si stimano ad esso necessarii
sempre, nè se ne possono allontanare, nè molto meno ammettervi
estranei, uomini di dovere, di passione e d'orgoglio. Tale era il
Berènga e in tanti anni non s'era mai allontanato dal suo lavoro, nè
l'aveva affidato ad estranei. E nemmeno quella sera poteva. Poteva
anche meno che se avess'avuto una famiglia che Dio non gli aveva voluto
dare. E tra sè e sè si diceva proprio così:
— Posso io, posso io lasciar qui la mia carnaccia e andarmene con
l'anima, se il Signore non vuole? O posso lasciar qui l'anima mia e
andarmene col resto?
E così dicendo sospirava di nuovo dal più profondo del petto perchè
non poteva partir insieme con gli altri per l'Italia. Stava al tavolino
su cui per tanti anni la notte, dopochè il giorno aveva costruito case
per gli altri, era andato costruendo per sè, rudimento con rudimento,
scienza con scienza, arte con arte, costruendo la sua propria vita
interiore. Stavano lì sotto i suoi occhi cumuli di libri, quaderni,
disegni; ma ora tutto quello che egli aveva fatto di bene, tutte quelle
testimonianze del suo nobile amore di conoscere e della sua nobile
pazienza d'apprendere gli si voltavano contro e gli dicevano:
— Tu non puoi partire!
Perchè quanto vedeva intorno a sè, gli ricordava le radici che egli
non aveva mai cessato di mettere nel suolo straniero per tanti e tanti
anni il giorno e la notte. Perchè era accaduto a lui come avviene ai
nobili alberi i quali salgono su col tronco aspirando verso il cielo,
che quanti più rami buttano in alto, tante più radici devono profondar
nel terreno. Così egli aveva dovuto profondar tutte le sue radici nel
suolo straniero, perchè tutto aveva fatto qui, e quando vi era giunto,
egli non era nulla.
Tornò ancora a levar la fronte con un raggio di luce. Gli pareva
d'aver trovato l'uomo a cui poter affidare i suoi lavori. Ma subito
come il mare crudele accumula onda su onda sul capo di chi va giù, gli
vennero a mente le cinque officine nelle quali aveva dovuto portar
da settecento a mille gli operai. Nè mai per il passato, quando la
catastrofe l'aveva colpito, il suo ferocissimo cuore s'era rivoltato
tanto, nè aveva dolorato tanto, quanto ora per il favor della fortuna.
S'alzò da sedere, si mise a camminar per la stanza mandando sospiri che
erano muggiti soffocati. Il cuore gli andava via dal petto. Mai come
ora il desiderio del ritorno, l'amore della patria lontana l'avevano
tormentato. E non era l'amore della grande patria, non dell'Italia, ma
della piccola patria, del paese natio all'ombra del Gran Sasso. Ombre,
ombre lontane, lontane nella memoria e di là dall'oceano, lasciate a
dodici anni per l'ultima volta e non viste più con gli occhi del corpo,
ma che ritornavano sempre dinanzi a quelli dell'anima! Ombre del Gran
Sasso, del paese e del padre e della madre! Qual forza era in loro che
giungevano di sì lontano, gli s'attaccavano al cuore e glielo tiravano
via come se fossero state catene di ferro?
E come se ora il costruttore avesse dovuto in una volta sola ripatire
tutti i dolori della sua vita, a una a una gli ritornarono in mente
tutte le occasioni in cui più era stato ripreso dall'amore del suo
paese e dal desiderio del ritorno, durante gli anni del suo feroce
esilio. La prima volta era stata quando gli era morto il padre, ma egli
allora giaceva malato in una città dell'alto Brasile. E dopo qualche
anno gli era morta la madre ed egli a lungo, a lungo, a lungo aveva
sentito acuto il desiderio di rivedere il sepolcro de' suoi, la casa
paterna, il paese, ma anche questa volta era riuscit'a soffocar quel
desiderio lavorando. Lavora, lavora, lavora! Più le ombre lontane
gli tiravano via il cuore, e più esso lavorava. E a forza di lavoro
recuperava la padronanza su di sè. Egli portava nel lavoro lo stesso
impeto, lo stesso furore che in tutt'il resto. A poco a poco il
desiderio del paese natìo era ucciso, tornavano i giorni ordinarii,
quando il lavoro rapiva a ogni altra cosa.
Ma poi era rimpatriato per sempre il primo de' fratelli minori,
quegli che aveva lavorato di più con lui nel Brasile, era rimpatriato
lasciando lui a lavorare ancora. Ed egli ne' giorni che avevan
preceduto quella partenza, aveva concepito contro il fratello un malo
animo d'invidia e d'ira accusandolo dentro di sè d'egoismo, perchè se
n'andava e lasciava lui. E quando sulla nave che stava per salpare,
l'aveva abbracciato per l'ultima volta, se non fosse stato fratello,
per la disperazione di non poterlo seguire, l'avrebbe stritolato fra
le sue braccia. E a lungo, a lungo poi, i giorni dopo, seguendolo con
l'immaginazione per la via dell'oceano era tornato e tornato a perdere
gli occhi sull'ombre lontane, men d'un'ombra d'un'ombra giù giù in
fondo alla memoria dove stavano le reliquie dell'infanzia. Ma lavora,
lavora, lavora! Anche questa volta aveva recuperato la padronanza su di
sè e di nuovo la furia del lavoro l'aveva rapito via.
E dopo qualche anno era partito un altro fratello e poi un altro. E
le catene di là dall'oceano avevano tirato sempre con più forza, ma il
costruttore aveva lavorato.
Ora però quella notte partivano un'altra volta tutti i fratelli
insieme, i genitori tornavano a morire? Quando era morto il padre, il
figliuolo non aveva desiderato tanto di rivederlo. E quando era morta
la madre, il figliuolo non aveva desiderato tanto di ristringersela al
petto. Eppure non aveva mai dimenticato l'ultimo abbraccio che aveva
ricevuto da lei a dodici anni. Il fratello maggiore voleva troncar
gli addii respirando già il libero mare e il mondo ignoto; ma la madre
serrandosi più forte al petto il frutto ultimo delle sue viscere aveva
detto all'altro: — Lasciamelo un momento ancora! — Ma ora, quella
notte, l'emigrante del Gran Sasso desiderava di rivedere il paese natìo
come non l'aveva desiderato mai nessun'altra volta.
A un tratto s'illuminò di nuovo e gli parve che i genitori
resuscitassero, che i fratelli gli ricomparissero davanti. S'illuminò
di gioia l'emigrante, perchè un momento aveva deciso di partire. Ma con
chi sarebbe partito?
Si ricordò di quello che era successo la sera: la patria grande,
l'Italia, stava in guerra, il Buondelmonti e tanti, tanti altri
italiani sarebbero partiti per offrirle la vita. Ed egli aveva soltanto
pensato ad appagare il suo cuore, a tornare al paese natìo? Era dunque
rimasto sempre l'emigrante del Gran Sasso com'a dodici anni, quando
il paese natìo, anzi la casa paterna, era tutta la patria? E tutto,
tutto aveva potuto far nel Brasile, imparar tante cose, ingentilirsi,
sviluppar tanti doni che gli aveva dati il Signore, ma un solo germe
no, uno solo, il germe dell'amor di patria, questo solo no? Così
era avvenuto e riconoscendolo, l'emigrante rimase ore e ore seduto a
tavolino rassomigliando nell'abbandono del corpo e in tutto l'aspetto
a chi è atterrato da una catastrofe e tocco nel cervello. Esso sentiva
rimorso del suo lavoro. Aveva lavorato, lavorato, lavorato, il lavoro
era stato tutto per lui, al lavoro esso aveva sacrificato l'amor
di patria. Tutto il lavoro era stato fatto nel suolo straniero, per
elevarsi esso aveva dovuto profondar tutte le sue radici nel suolo
straniero. Se così non fosse stato! Se avesse dat'ascolto al suo
cuore la prima volta, la seconda volta, tutte le volte! Egli avrebbe
conosciuta l'Italia, avrebbe conosciute tutte le sue città! E avrebbe
amata l'Italia, la patria grande, l'avrebbe amata di più, tanto di più
del suo paese natìo!
Si levò finalmente in piedi. Dalla finestra appariva l'alba, ei guardò
fuori, vide giù nel piano il mare e qualche nave, si immaginò che
una fosse per gli italiani che partivano, si ricordò ancora e volse
gli occhi verso un punto dov'egli da se medesimo s'era costruito il
sepolcro per quando sarebbe morto. Così da se medesimo s'era detto
avanti tempo e per sempre: — Tu non tornerai! — E aveva deciso di
dormire nella terra straniera.
Si ricordò ancora, si ricordò di Bruna, andò, s'accostò alla
porta, sentì il respiro della giovinetta che dormiva, guardò dalla
porta, entrò, vide che essa sotto le coltri giaceva sul fianco
tutta raggomitolata, selvaggia e chiusa come nella sua vita, con
tutti i capelli buttati sulla gota, simile al naufrago che l'onda
lasciò sull'arena del lido. In piedi, accanto al capezzale rimase a
contemplarla e le parlò col cuore dolente. Sarebbe almeno lei tornata?
— Tornerai almeno tu? Oppure anche tu dormirai sola con me fino alla
resurrezione delle nostre anime? Tornerai almeno tu, oppure io e
tuo padre, scellerati, quando partimmo dal nostro paese tanti anni
prima che tu nascessi, prendemmo con noi anche la tua sorte e poi la
gettammo in fondo al mare? La sorte del tuo dolce ritorno, creatura del
nostro sangue, più dolce del tuo anello nuziale, se anche questo non
ti mancherà un giorno? — Così ei diceva nel linguaggio del suo cuore
che amava più di quello d'un padre. Si chinò e per non svegliar la
giovinetta toccò un lembo della coltre, si portò la mano alle labbra
e si baciò le dita con un gesto nato dal più profondo del suo essere
dov'erano ancora le radici de' consanguinei lontani.
Andatosene, tutto il giorno sui lavori fu triste per un pensiero che
non avev'avuto mai e che ebbe ora per la prima volta: il pensiero della
sua vecchiezza. Per la prima volta si sentì vecchio, mentre pensava ai
giovani che sarebbero partiti per la guerra.
La sera poi tornato a Santa Teresa si mise a leggere la Bibbia
aspettando gl'invitati, perchè senza che la sua coscienza se
n'accorgesse, il suo istinto di vita, cosiffatto com'era, ricorreva a
Dio come ad ultimo rimedio e cercava pace in Dio quando in nessun'altra
parte altrove l'aveva trovata, e prima la sua umanità combatteva da
se sola. Così quella sera leggendo la Bibbia e parlando per mezzo di
quella lettura con Dio, cercava pace. Ad un tratto, nelle prime ore
di notte, risonarono sotto le finestre le voci degli invitati che
giungevano. Risonarono le voci del Tanno, del più giovane de' fratelli
Mùrola, di altri.
Parevano spiritate. Come quando il vento investe la foresta e ogni
albero e ogni ramo tremano, così nel buio della notte la voce d'ognuno
tremava scossa da una gran gioia. Mentre attraversavano il giardino, la
voce del Tanno ripeteva:
— Due milioni, capite, due milioni!
E il Tanno aggiungeva il nome d'un tale, d'un gran signore d'origine
italiana che s'era iscritto nella colletta per quella somma. E altri
annunziavano altre somme e facevano altri nomi. E altri raccontavano
di donne italiane che avevano offerto alla colletta per la guerra della
patria tutti i loro gioielli. E altri nominavano quelli che s'eran dati
in nota per partire, quelli che eran accorsi da San Paolo per partire
anch'essi. E appena la moltitudine giunse a pie' della loggetta che
stava dinanzi alla villa, apparve su in alto Lorenzo Berènga, e la
moltitudine lo salutò col grido:
— Italia! Italia!
Il Berènga rimase un momento in silenzio, poi levò il braccio in aria
e rispose una volta sola:
— Italia!
Poi altri sopraggiunsero, altri, altri ancora, alla spicciolata e a
frotte, e tutti parlavano con voce concitata, e in ogni voce risonava
sempre lo stesso nome:
— Italia! Italia!
Tutti i partenti eran percossi dallo stesso vento, ardevano nello
stesso incendio. Attraversavano il giardino e qualunque cosa dicessero,
si sentiva che continuavano il discorso di quelli che eran passati
prima, e questi di altri, di altri, di altri e pareva che quella notte
per quel giardino dovesse passare tutt'il mondo facendo lo stesso
discorso in cui risonava sempre lo stesso nome:
— Italia! Italia!
E alla vista del Berènga e degli altri che eran giunti prima,
lanciavano il grido a cui era risposto. E si facevan gli uni con gli
altri cento domande sulle stesse cose, sui partenti e sulla colletta. E
già c'era una folla nella villa, quando apparve Piero Buondelmonti con
Giacomo Rummo, e tutti corsigli incontro, ei disse:
— Potremo arrolarci col figlio di Garibaldi.
Poi aggiunse:
— Ho aspettato fino a ora il telegramma. Eccolo.
Lo mostrò in giro.
Allora tutti s'abbracciarono e si dissero addio, piangendo quelli che
restavano, e quelli che partivano, esultando. Quella sera fu veramente
fatta pace nella colonia. Ma in breve il padrone della villa rimase
solo, perchè tutti gli altri eran portati via verso la patria lontana.
Quegli s'era messo sul cancello del giardino e ognuno dei partenti
l'abbracciava e quegli diceva addio guardando basso senz'aggiunger
altro. Fu solo. Giù pel sentiero del colle si sentivano scendere i
passi di coloro che partivano, allontanandosi rapidamente. Quegli stava
in ascolto.
A un tratto i partenti incominciarono a cantare. Era un inno nazionale
guerresco. Quegli rimase ad ascoltare. Il canto s'allontanò. E per lui
diventò un canto lontano lontano che veniva da migliaia e migliaia di
miglia lontano, veniva dagli anni lontani lontani. Quegli tese sempre
più l'orecchio, sempre più verso il canto che si allontanava, e poi
come tratto da quello fece qualche passo avanti. E intanto le sue
labbra borbottavano pregando Dio:
— Dio creatore e Signor nostro, concedi la vittoria alla patria,
all'Italia, alla cara.... alla santa patria nostra....
E fece ancora qualche passo per la china verso il canto che
s'allontanava. Tutte le catene di là dall'oceano gli tiravano via il
cuore. Quegli continuava a seguire il canto che s'allontanava, moriva.
A un tratto un grido risonò nella notte:
— Zio!
E la nipote balzò accanto a lui, gli si strinse a' panni come se
volesse rattenerlo.
Il vecchio s'arrestò, tese ancora l'orecchio, il canto era morto. E
allora il vecchio incominciò a piangere. Cogli occhi fissi dove s'era
estinto il canto, di là dall'oceano, il vecchio colava lacrime da
tutta la faccia, solo con l'ultimo frutto del suo sangue, nella notte
straniera.