XI.

Lorenzo Berènga gridò con gran voce:

— Tutti coloro che partono, sono invitati per domani sera da me.

Riceveranno a casa mia l'addio della colonia e gli augurii per la

patria.

Anch'egli, quando dalla gran voce del Buondelmonti era stata data la

notizia della guerra, anch'egli con tutt'il petto fuori del suo palco

aveva mandato un urlo spaventoso in mezzo all'uragano di grida che

facevan crollare il teatro. Poi precipitatosi fuori, rompendo la calca

e correndo aveva attraversato il teatro, era salito sul palcoscenico e

aveva gettato intorno al collo del Buondelmonti le sue grandi braccia.

E poi fattosi avanti al proscenio sedò col cenno delle braccia il

tumulto delirante e lanciò l'invito per la sera dopo.

Dopo di che tornando a Santa Teresa con alcuni amici si mise a parlare

d'un suo antico parente che era morto nelle guerre dell'indipendenza

italiana, e per tutta la strada non parlò d'altro. Parlava con una gran

cordialità e una gran gioia.

Ma giunto alla villa si mutò. Licenziati gli amici pranzò solo.

Alzatosi da tavola si mise a camminare su e giù per il salotto a grandi

passi e sospirando dal profondo. Finchè a un tratto s'arrestò in mezzo

alla stanza e levata la fronte s'irradiò di contentezza. In fretta

ritiratosi nel suo studio si sedette al tavolino ripetendo fra sè e sè:

— Vediamo, vediamo.

E raccolse tutti i suoi pensieri sopra i lavori che aveva allora a

mano nella città. Eran più case e palazzi in costruzione, quanti non ne

aveva avuti mai, perchè la sua fortuna fioriva, nè mai era stata così

in fiore per il passato. Pensava a chi avrebbe potuto affidarli, que'

suoi tanti lavori, tanti, tanti per tutta la città, e gli passavano per

la mente nomi d'altri costruttori, di fidi suoi sottoposti, d'amici,

ma ben presto dovè convincersi che dovunque non si poteva far di meno

della sua presenza. Egli era di quegli uomini i quali sono legati al

proprio lavoro come l'anima al corpo, si stimano ad esso necessarii

sempre, nè se ne possono allontanare, nè molto meno ammettervi

estranei, uomini di dovere, di passione e d'orgoglio. Tale era il

Berènga e in tanti anni non s'era mai allontanato dal suo lavoro, nè

l'aveva affidato ad estranei. E nemmeno quella sera poteva. Poteva

anche meno che se avess'avuto una famiglia che Dio non gli aveva voluto

dare. E tra sè e sè si diceva proprio così:

— Posso io, posso io lasciar qui la mia carnaccia e andarmene con

l'anima, se il Signore non vuole? O posso lasciar qui l'anima mia e

andarmene col resto?

E così dicendo sospirava di nuovo dal più profondo del petto perchè

non poteva partir insieme con gli altri per l'Italia. Stava al tavolino

su cui per tanti anni la notte, dopochè il giorno aveva costruito case

per gli altri, era andato costruendo per sè, rudimento con rudimento,

scienza con scienza, arte con arte, costruendo la sua propria vita

interiore. Stavano lì sotto i suoi occhi cumuli di libri, quaderni,

disegni; ma ora tutto quello che egli aveva fatto di bene, tutte quelle

testimonianze del suo nobile amore di conoscere e della sua nobile

pazienza d'apprendere gli si voltavano contro e gli dicevano:

— Tu non puoi partire!

Perchè quanto vedeva intorno a sè, gli ricordava le radici che egli

non aveva mai cessato di mettere nel suolo straniero per tanti e tanti

anni il giorno e la notte. Perchè era accaduto a lui come avviene ai

nobili alberi i quali salgono su col tronco aspirando verso il cielo,

che quanti più rami buttano in alto, tante più radici devono profondar

nel terreno. Così egli aveva dovuto profondar tutte le sue radici nel

suolo straniero, perchè tutto aveva fatto qui, e quando vi era giunto,

egli non era nulla.

Tornò ancora a levar la fronte con un raggio di luce. Gli pareva

d'aver trovato l'uomo a cui poter affidare i suoi lavori. Ma subito

come il mare crudele accumula onda su onda sul capo di chi va giù, gli

vennero a mente le cinque officine nelle quali aveva dovuto portar

da settecento a mille gli operai. Nè mai per il passato, quando la

catastrofe l'aveva colpito, il suo ferocissimo cuore s'era rivoltato

tanto, nè aveva dolorato tanto, quanto ora per il favor della fortuna.

S'alzò da sedere, si mise a camminar per la stanza mandando sospiri che

erano muggiti soffocati. Il cuore gli andava via dal petto. Mai come

ora il desiderio del ritorno, l'amore della patria lontana l'avevano

tormentato. E non era l'amore della grande patria, non dell'Italia, ma

della piccola patria, del paese natio all'ombra del Gran Sasso. Ombre,

ombre lontane, lontane nella memoria e di là dall'oceano, lasciate a

dodici anni per l'ultima volta e non viste più con gli occhi del corpo,

ma che ritornavano sempre dinanzi a quelli dell'anima! Ombre del Gran

Sasso, del paese e del padre e della madre! Qual forza era in loro che

giungevano di sì lontano, gli s'attaccavano al cuore e glielo tiravano

via come se fossero state catene di ferro?

E come se ora il costruttore avesse dovuto in una volta sola ripatire

tutti i dolori della sua vita, a una a una gli ritornarono in mente

tutte le occasioni in cui più era stato ripreso dall'amore del suo

paese e dal desiderio del ritorno, durante gli anni del suo feroce

esilio. La prima volta era stata quando gli era morto il padre, ma egli

allora giaceva malato in una città dell'alto Brasile. E dopo qualche

anno gli era morta la madre ed egli a lungo, a lungo, a lungo aveva

sentito acuto il desiderio di rivedere il sepolcro de' suoi, la casa

paterna, il paese, ma anche questa volta era riuscit'a soffocar quel

desiderio lavorando. Lavora, lavora, lavora! Più le ombre lontane

gli tiravano via il cuore, e più esso lavorava. E a forza di lavoro

recuperava la padronanza su di sè. Egli portava nel lavoro lo stesso

impeto, lo stesso furore che in tutt'il resto. A poco a poco il

desiderio del paese natìo era ucciso, tornavano i giorni ordinarii,

quando il lavoro rapiva a ogni altra cosa.

Ma poi era rimpatriato per sempre il primo de' fratelli minori,

quegli che aveva lavorato di più con lui nel Brasile, era rimpatriato

lasciando lui a lavorare ancora. Ed egli ne' giorni che avevan

preceduto quella partenza, aveva concepito contro il fratello un malo

animo d'invidia e d'ira accusandolo dentro di sè d'egoismo, perchè se

n'andava e lasciava lui. E quando sulla nave che stava per salpare,

l'aveva abbracciato per l'ultima volta, se non fosse stato fratello,

per la disperazione di non poterlo seguire, l'avrebbe stritolato fra

le sue braccia. E a lungo, a lungo poi, i giorni dopo, seguendolo con

l'immaginazione per la via dell'oceano era tornato e tornato a perdere

gli occhi sull'ombre lontane, men d'un'ombra d'un'ombra giù giù in

fondo alla memoria dove stavano le reliquie dell'infanzia. Ma lavora,

lavora, lavora! Anche questa volta aveva recuperato la padronanza su di

sè e di nuovo la furia del lavoro l'aveva rapito via.

E dopo qualche anno era partito un altro fratello e poi un altro. E

le catene di là dall'oceano avevano tirato sempre con più forza, ma il

costruttore aveva lavorato.

Ora però quella notte partivano un'altra volta tutti i fratelli

insieme, i genitori tornavano a morire? Quando era morto il padre, il

figliuolo non aveva desiderato tanto di rivederlo. E quando era morta

la madre, il figliuolo non aveva desiderato tanto di ristringersela al

petto. Eppure non aveva mai dimenticato l'ultimo abbraccio che aveva

ricevuto da lei a dodici anni. Il fratello maggiore voleva troncar

gli addii respirando già il libero mare e il mondo ignoto; ma la madre

serrandosi più forte al petto il frutto ultimo delle sue viscere aveva

detto all'altro: — Lasciamelo un momento ancora! — Ma ora, quella

notte, l'emigrante del Gran Sasso desiderava di rivedere il paese natìo

come non l'aveva desiderato mai nessun'altra volta.

A un tratto s'illuminò di nuovo e gli parve che i genitori

resuscitassero, che i fratelli gli ricomparissero davanti. S'illuminò

di gioia l'emigrante, perchè un momento aveva deciso di partire. Ma con

chi sarebbe partito?

Si ricordò di quello che era successo la sera: la patria grande,

l'Italia, stava in guerra, il Buondelmonti e tanti, tanti altri

italiani sarebbero partiti per offrirle la vita. Ed egli aveva soltanto

pensato ad appagare il suo cuore, a tornare al paese natìo? Era dunque

rimasto sempre l'emigrante del Gran Sasso com'a dodici anni, quando

il paese natìo, anzi la casa paterna, era tutta la patria? E tutto,

tutto aveva potuto far nel Brasile, imparar tante cose, ingentilirsi,

sviluppar tanti doni che gli aveva dati il Signore, ma un solo germe

no, uno solo, il germe dell'amor di patria, questo solo no? Così

era avvenuto e riconoscendolo, l'emigrante rimase ore e ore seduto a

tavolino rassomigliando nell'abbandono del corpo e in tutto l'aspetto

a chi è atterrato da una catastrofe e tocco nel cervello. Esso sentiva

rimorso del suo lavoro. Aveva lavorato, lavorato, lavorato, il lavoro

era stato tutto per lui, al lavoro esso aveva sacrificato l'amor

di patria. Tutto il lavoro era stato fatto nel suolo straniero, per

elevarsi esso aveva dovuto profondar tutte le sue radici nel suolo

straniero. Se così non fosse stato! Se avesse dat'ascolto al suo

cuore la prima volta, la seconda volta, tutte le volte! Egli avrebbe

conosciuta l'Italia, avrebbe conosciute tutte le sue città! E avrebbe

amata l'Italia, la patria grande, l'avrebbe amata di più, tanto di più

del suo paese natìo!

Si levò finalmente in piedi. Dalla finestra appariva l'alba, ei guardò

fuori, vide giù nel piano il mare e qualche nave, si immaginò che

una fosse per gli italiani che partivano, si ricordò ancora e volse

gli occhi verso un punto dov'egli da se medesimo s'era costruito il

sepolcro per quando sarebbe morto. Così da se medesimo s'era detto

avanti tempo e per sempre: — Tu non tornerai! — E aveva deciso di

dormire nella terra straniera.

Si ricordò ancora, si ricordò di Bruna, andò, s'accostò alla

porta, sentì il respiro della giovinetta che dormiva, guardò dalla

porta, entrò, vide che essa sotto le coltri giaceva sul fianco

tutta raggomitolata, selvaggia e chiusa come nella sua vita, con

tutti i capelli buttati sulla gota, simile al naufrago che l'onda

lasciò sull'arena del lido. In piedi, accanto al capezzale rimase a

contemplarla e le parlò col cuore dolente. Sarebbe almeno lei tornata?

— Tornerai almeno tu? Oppure anche tu dormirai sola con me fino alla

resurrezione delle nostre anime? Tornerai almeno tu, oppure io e

tuo padre, scellerati, quando partimmo dal nostro paese tanti anni

prima che tu nascessi, prendemmo con noi anche la tua sorte e poi la

gettammo in fondo al mare? La sorte del tuo dolce ritorno, creatura del

nostro sangue, più dolce del tuo anello nuziale, se anche questo non

ti mancherà un giorno? — Così ei diceva nel linguaggio del suo cuore

che amava più di quello d'un padre. Si chinò e per non svegliar la

giovinetta toccò un lembo della coltre, si portò la mano alle labbra

e si baciò le dita con un gesto nato dal più profondo del suo essere

dov'erano ancora le radici de' consanguinei lontani.

Andatosene, tutto il giorno sui lavori fu triste per un pensiero che

non avev'avuto mai e che ebbe ora per la prima volta: il pensiero della

sua vecchiezza. Per la prima volta si sentì vecchio, mentre pensava ai

giovani che sarebbero partiti per la guerra.

La sera poi tornato a Santa Teresa si mise a leggere la Bibbia

aspettando gl'invitati, perchè senza che la sua coscienza se

n'accorgesse, il suo istinto di vita, cosiffatto com'era, ricorreva a

Dio come ad ultimo rimedio e cercava pace in Dio quando in nessun'altra

parte altrove l'aveva trovata, e prima la sua umanità combatteva da

se sola. Così quella sera leggendo la Bibbia e parlando per mezzo di

quella lettura con Dio, cercava pace. Ad un tratto, nelle prime ore

di notte, risonarono sotto le finestre le voci degli invitati che

giungevano. Risonarono le voci del Tanno, del più giovane de' fratelli

Mùrola, di altri.

Parevano spiritate. Come quando il vento investe la foresta e ogni

albero e ogni ramo tremano, così nel buio della notte la voce d'ognuno

tremava scossa da una gran gioia. Mentre attraversavano il giardino, la

voce del Tanno ripeteva:

— Due milioni, capite, due milioni!

E il Tanno aggiungeva il nome d'un tale, d'un gran signore d'origine

italiana che s'era iscritto nella colletta per quella somma. E altri

annunziavano altre somme e facevano altri nomi. E altri raccontavano

di donne italiane che avevano offerto alla colletta per la guerra della

patria tutti i loro gioielli. E altri nominavano quelli che s'eran dati

in nota per partire, quelli che eran accorsi da San Paolo per partire

anch'essi. E appena la moltitudine giunse a pie' della loggetta che

stava dinanzi alla villa, apparve su in alto Lorenzo Berènga, e la

moltitudine lo salutò col grido:

— Italia! Italia!

Il Berènga rimase un momento in silenzio, poi levò il braccio in aria

e rispose una volta sola:

— Italia!

Poi altri sopraggiunsero, altri, altri ancora, alla spicciolata e a

frotte, e tutti parlavano con voce concitata, e in ogni voce risonava

sempre lo stesso nome:

— Italia! Italia!

Tutti i partenti eran percossi dallo stesso vento, ardevano nello

stesso incendio. Attraversavano il giardino e qualunque cosa dicessero,

si sentiva che continuavano il discorso di quelli che eran passati

prima, e questi di altri, di altri, di altri e pareva che quella notte

per quel giardino dovesse passare tutt'il mondo facendo lo stesso

discorso in cui risonava sempre lo stesso nome:

— Italia! Italia!

E alla vista del Berènga e degli altri che eran giunti prima,

lanciavano il grido a cui era risposto. E si facevan gli uni con gli

altri cento domande sulle stesse cose, sui partenti e sulla colletta. E

già c'era una folla nella villa, quando apparve Piero Buondelmonti con

Giacomo Rummo, e tutti corsigli incontro, ei disse:

— Potremo arrolarci col figlio di Garibaldi.

Poi aggiunse:

— Ho aspettato fino a ora il telegramma. Eccolo.

Lo mostrò in giro.

Allora tutti s'abbracciarono e si dissero addio, piangendo quelli che

restavano, e quelli che partivano, esultando. Quella sera fu veramente

fatta pace nella colonia. Ma in breve il padrone della villa rimase

solo, perchè tutti gli altri eran portati via verso la patria lontana.

Quegli s'era messo sul cancello del giardino e ognuno dei partenti

l'abbracciava e quegli diceva addio guardando basso senz'aggiunger

altro. Fu solo. Giù pel sentiero del colle si sentivano scendere i

passi di coloro che partivano, allontanandosi rapidamente. Quegli stava

in ascolto.

A un tratto i partenti incominciarono a cantare. Era un inno nazionale

guerresco. Quegli rimase ad ascoltare. Il canto s'allontanò. E per lui

diventò un canto lontano lontano che veniva da migliaia e migliaia di

miglia lontano, veniva dagli anni lontani lontani. Quegli tese sempre

più l'orecchio, sempre più verso il canto che si allontanava, e poi

come tratto da quello fece qualche passo avanti. E intanto le sue

labbra borbottavano pregando Dio:

— Dio creatore e Signor nostro, concedi la vittoria alla patria,

all'Italia, alla cara.... alla santa patria nostra....

E fece ancora qualche passo per la china verso il canto che

s'allontanava. Tutte le catene di là dall'oceano gli tiravano via il

cuore. Quegli continuava a seguire il canto che s'allontanava, moriva.

A un tratto un grido risonò nella notte:

— Zio!

E la nipote balzò accanto a lui, gli si strinse a' panni come se

volesse rattenerlo.

Il vecchio s'arrestò, tese ancora l'orecchio, il canto era morto. E

allora il vecchio incominciò a piangere. Cogli occhi fissi dove s'era

estinto il canto, di là dall'oceano, il vecchio colava lacrime da

tutta la faccia, solo con l'ultimo frutto del suo sangue, nella notte

straniera.

La Patria lontana · 第 14 / 18 题