X.

I primi giorni d'Aprile i giornali di Rio cominciarono a pubblicare

gravissime notizie d'Europa. L'incendio in Europa era stato acceso da'

piccoli popoli del centro, e tutte le grandi potenze si levavano in

armi, tra le altre l'Italia e il vicino impero. Le vecchie alleanze

eran rotte, ne eran sorte delle nuove. Di giorno in giorno le notizie

aggiunsero che in Italia c'erano stati gravissimi moti di popolo, che

il vecchio governo era caduto e che aveva preso le redini della nazione

con mani forti e con animo ardito un ministero composto di uomini

nuovi. Aggiungevano il 10 d'Aprile i telegrammi che il popolo italiano

era esultante, che la gioventù e gli studenti infiammavano l'esultanza

del popolo e che il figliuolo di Garibaldi raccoglieva già volontarii.

Incontanente, lette queste notizie, Piero uscì di casa e il suo

partito era preso: tornare il più presto possibile in Italia e se fosse

scoppiata la guerra accorrervi.

Scendendo dalla Tijuca ripensava a Giovanna con un sentimento nuovo,

tenerissimo e senza alcuna pena. Egli in Italia qualche anno prima

aveva scritto un libro per porre in evidenza il valore etico della

guerra e in questo libro aveva considerato la guerra come la grande

vittoria della natura collettiva dell'uomo sopra la individuale. La

guerra, il Buondelmonti aveva affermato, al pari della morte sopprime

l'individuo, col divario che in essa l'individuo è sommamente attivo.

Egli ora andava con la mente da questo libro a Giovanna e gli pareva di

sentir dentro di sè la voce di Giovanna parlargli e dirgli: — Anch'io

voglio che tu corra a dar la vita per la patria! Così, se anch'io feci

qualcosa di male, sarà redento da te! E sarà la grande vittoria della

tua coscienza già vinta dal nostro amore!

Giunto in città Piero corse al telegrafo e telegrafò al figliuolo di

Garibaldi pregandolo d'accettarlo tra' volontarii.

E poi si diresse ad un'agenzia di navigazione e durante il cammino

gli s'eran fitte in mente le immagini d'alcuni amici suoi d'Italia e

d'alcuni discepoli e si raffigurava il loro animo. Si ricordava d'aver

sempre nella patria lontana vissuto in un dissidio tragico fra sè e

il di fuori, perchè quanto più la sua coscienza nazionale era stata

eroica ed epica l'arte, tanto più intorno a lui la vita nazionale era

stata vile. Nato con lui, sviluppato dagli studii storici, stava nel

più profondo del suo essere l'istinto dell'eroico che è per le nazioni

ciò che è per gli individui il seme generativo; e come senza di questo

gli individui non potrebbero prolificare, così senza di quello le

nazioni non possono creare civiltà. E sempre, quando quell'istinto

s'era risvegliato dentro di lui e secondo la sua propria natura aveva

cercato d'uscire da lui per incarnarsi nella vita collettiva, allora

sempre era avvenuta la tragedia. Perchè esso aveva cercato d'incarnarsi

in elementi esterni forti e generosi, corrispondenti alla natura

sua, e la vita esterna che era intorno, non gli aveva offerto se non

miseria. Esso, l'istinto dell'eroico nazionale, cercava cercava fuori

di sè, come un affamato il pane, cercava le affinità eroiche in cui

incarnarsi e propagarsi, e non trovava se non miseria e viltà. Questo

il dissidio e questa la tragedia del Buondelmonti in Italia. Una volta

il Buondelmonti aveva in un'opera immaginato alcun che d'eroico e tutta

la gente ne aveva vilissimamente riso. Ma ora le cose eran mutate ed

egli si raffigurava laggiù gli amici suoi. E si raffigurava gli uomini

del governo abbattuto, le vecchie schiene smidollate e curve dinanzi

all'interno e all'estero, estremi avanzi de' secoli servili, gli

omiciattoli cupidi e inetti che erano stati tanti anni a capo della

nazione per distruggere la nazione. Ora non più. Ora il Buondelmonti

vedeva la patria liberata dal più abbietto de' servaggi ed esultava nel

cuore per le vie della città straniera.

Sulla porta dell'agenzia di navigazione s'imbattè in alcuni italiani

i quali pure avevan lette le notizie ed erano agitati. Si fermarono

a parlar insieme, riaprirono i giornali, li rilessero, li discussero.

Altri italiani passarono e si soffermarono. Passò qualche brasiliano

che era da loro conosciuto; si soffermò, ascoltò le notizie, fece

un augurio e se ne andò. Il Buondelmonti riprese la via e alcuni

l'accompagnarono. Da per tutto incontravano italiani e ogni poco eran

fermati o fermavano.

I giornali pomeridiani portavano telegrammi d'Europa anche più gravi.

In mattinata il Buondelmonti aveva visto il Berènga, i Mùrola, Giorgio

Tanno, il console, altri notabili della colonia, e quando vennero gli

ultimi telegrammi, egli si trovava appunto nelle officine del Tanno

dove su mille e duegento operai ce n'erano circa ottocento italiani.

Giorgio Tanno era uno dei capi della colonia, il primo dopo il Berènga

per la sua intelligenza, la sua ricchezza, il suo ardore patriottico,

la sua munificenza, e come presidente del comitato della Dante

Alighieri raccoglieva intorno a sè quanto d'italiano c'era di meglio

a Rio de Janeiro. Sicchè quel giorno si videro giungere alle officine

gli uni dopo gli altri medici, ingegneri, altri professionisti,

commercianti italiani, tutti per parlare di quello che da un momento

all'altro poteva accadere nella patria lontana. Altri ne furono

chiamati per telefono e accorsero perchè si sentiva il bisogno di stare

insieme. S'eran radunati dove i primi venuti avevan trovato il padrone

delle officine fra i suoi operai, sotto una capanna di scarpellini di

granito, e fra il battere di cento mazzuoli vagliavano il pro e il

contro per l'Italia se fosse scoppiata la guerra, ciascuno mettendo

fuori le cognizioni che aveva sugli armamenti italiani di terra e di

mare. Da tutti era molto interrogato Piero Buondelmonti come ultimo

giunto d'Italia. Eran quasi tutti meridionali, della Calabria e della

Basilicata, e gridavano tra lo strepito de' mazzuoli con un furor di

gesti e di voci. Qualche scarpellino de' più vicini di tanto in tanto

alzava gli occhi verso di loro. Dinanzi alla capanna s'ergevano le cave

di granito sotto il sole rovente e su quelle salivano e scendevano e

smovevano lastre altri operai de' quali pure, alcuni, di tanto in tanto

alzandosi su guardavano con stupore. Ma da nessuna parte appariva un

segno che distinguesse in quel giorno gli operai italiani dagli altri.

Tutti lavoravano muti sotto il sole rovente tra le cave e il mare.

Subito di là dalla capanna appariva il mare e fermi alla ripa stavano

barconi carichi di legname e uomini seminudi li scaricavano. Centinaia

e centinaia d'italiani lavoravano nelle officine dei fabbri, centinaia

e centinaia in quelle de' falegnami e d'altri materiali da costruzione;

ma da nessuna parte appariva un segno.

Quando però fu cessato il lavoro, il Tanno e gli amici lasciate le

officine pochi momenti prima, s'eran soffermati sopra un largo della

strada dinanzi all'uscita, perchè uno aveva fatto la proposta d'andare

dal console e dal ministro italiano: a un tratto si videro circondati

da uno stuolo di operai che li guardava in silenzio; e lo stuolo crebbe

in pochi minuti; a mano a mano che gli operai lasciavano le officine,

diventò una grande radunata: erano tutti operai italiani. Presto questi

presero animo, interrogarono il padrone, il Buondelmonti e gli altri,

e si levò un brusìo di voci. A un tratto una voce forte dominò tutte le

altre gridando:

— Signori!

E verso il centro della radunata dove stavano Tanno e il Buondelmonti,

si avanzò un giovane con una faccia maschia e gioviale e disse:

— Se ci sarà la guerra, i nostri fratelli daranno il loro sangue; noi

invece restiamo qui. Ma loro signori facciano una colletta e anche noi

non ci rifiuteremo.

Da cento e cento petti si levò un'acclamazione.

Sul momento, in mezzo agli operai tennero una specie di consiglio il

padrone delle officine, il Buondelmonti e gli altri, e deliberarono

che si sarebbe fatta la colletta per i soldati italiani e che di lì

a due giorni il Buondelmonti avrebbe fatto un discorso in pubblico a

pagamento.

Subito il Tanno levandosi sulla punta de' piedi, piccoletto com'era,

col cuore che gli saltava fuori del petto dall'entusiasmo patriottico,

agitò in aria tutte e due le braccia per ottenere silenzio e col suo

modo di fare bonariamente solenne bandì la deliberazione a gli operai

gridando:

— Brava gente! Il nostro caro e grande connazionale Piero Buondelmonti

qui presente parlerà doman l'altro a gli italiani di Rio de Janeiro!

Domani subito sarà iniziata la colletta! E i denari che ricaveremo da

questa e dalla vendita dei biglietti per il discorso, li manderemo in

patria per i soldati che vanno al campo, se ci sarà la guerra. E se

voi sottoscriverete ciascuno per una giornata di lavoro, noialtri qui

soli, tanto meglio provvisti, dovremo mettere insieme di tasca nostra

per lo meno un milione. E lo metteremo! Qualora poi non scoppi ora la

guerra, non manderemo i denari subito, ma continueremo la colletta fino

a che gli italiani del Brasile non abbiano messo insieme tanto da poter

offrire alla patria una corazzata!

Sull'ultima sillaba dal folto proruppe una voce stridula e gridò:

— Non esageriamo! E soprattutto non precipitiamo!

Il Tanno riconobbe la voce del Rummo e gli si scagliò contro

furibondamente gridando:

— Credi tu che un milione non sarei capace di darlo anche di mia tasca?

— Io credo che andiamo troppo presto con la solita rettorica

patriottica.

— Ah maledetto animale! Guai a te se fai opposizione!

E simile a mastino che fa il salto per agguantar l'orecchia del bove,

l'uomo che aveva sulla gota il segno di Menelik balzò e s'avventò al

petto del Rummo. Ma incontanente gli fu sopra il Buondelmonti gridando:

— Tanno, che fai?

E cintolo con le sue braccia di ferro lo strappò dal nemico. Ma il

Tanno nella stretta si dibatteva come un indemoniato e urlava. Il

nobile amor della patria che egli da anni e anni aveva nutrito in fondo

al suo petto d'una furiosissima collera, ferito ora gli lanciava sin

agli occhi il più feroce e nero sangue del cuore e sulla faccia gli

guizzava più rossa del fuoco la cicatrice del pugnale, mentre le sue

labbra convulse balbettavano:

— Rettorica patriottica, maledetto animale, serpente velenoso!

Il Buondelmonti prese sotto il braccio il Rummo e si misero in cammino

avanti a tutti.

Il Tanno, gli altri e gli operai serrati li seguivano per il viale che

portava nel centro della città costeggiando il mare. Il mare tremolava

verso l'imboccatura del porto, aureo sotto il cielo rosato. A quei duri

uomini ferveva il cuore per la patria lontana.

Ma nel cuore di Giacomo Rummo s'era risvegliata la furia di parte nata

fin dagli anni della pubertà. Al solo nome di nazione e di patria

prendeva fuoco; odiava la guerra e in Italia era stato uno de' più

arrabbiati antimilitaristi, ebbro di lotta di classe. Ora nel petto

gli si rimescolavano le invettive dei lontani comizi. Andava muto

al braccio del Buondelmonti, a denti stretti, dispettosamente. E non

potendo più sostenere la compagnia che aveva accanto, sentiva contro

tutti una collera d'odio inveterato, perchè era un uomo d'ostinazione e

di passione, non voleva che la guerra avvenisse e soffriva orribilmente

al pensiero che potesse avvenire, odiava coloro che aveva accanto,

come nemici suoi proprii che gli avessero fatto e gli facessero un gran

male, perchè non consideravano la guerra impossibile come lui voleva.

Soffriva orribilmente.

A un certo punto il Buondelmonti che lo teneva per il braccio, gli

domandò sotto voce:

— Tu verrai in Italia con me?

— No — gli rispose il Rummo seccamente. — Non vengo più.

E si strappò dal braccio di lui.

Allora il Buondelmonti gli disse:

— Vedi, Rummo, se avessi potuto dimenticare quello che hai fatto per

me, il contegno del Tanno per le tue parole dinanzi a quella brava

gente ti sarebbe parso una carezza di amico a petto al mio. Non conosci

il mio sangue. Ma non potrò mai dimenticare. Però da te stesso devi

riconoscere, tu che vorresti essere il loro duce, devi riconoscere che

hai risposto male a quelli operai che ti avevano dato un esempio così

pronto, così spontaneo, di carità di patria.

Disse così e si discostò dal Rummo. Questi gli rispose con una spallata

di disprezzo e continuò ad andar avanti solo. Ma i passi dietro le

sue spalle gli facevano un effetto orribile. Il cuore gli scoppiava

dall'odio. Il Rummo avrebbe voluto fuggire, ma per orgoglio non poteva.

Sentiva dietro di sè le voci e gli parevano grida ostili d'una folla

che l'inseguisse, ma non poteva accelerare il passo per orgoglio.

Sboccarono nella via principale della città e il Rummo si confuse tra'

passanti.

Soffriva orribilmente.

Tornò indietro per fuggire la gente e rifece il viale sul mare sino a

una via in costa a destra chiamata Donna Luisa dove aveva una stanzetta

a un terzo piano. Su per le scale bestemmiò fra sè e sè perchè secondo

il solito erano ingombre di stracci e di fogli; alcuni inquilini delle

stanzette aperte lungo le scale lo salutarono, ma ei non rispose.

Erano camerette misere e in disordine e vi erano giovanotti, studenti,

seminudi per la grande afa della sera. Tutta la casa aperta, senza

custodia alcuna, pareva abbandonata ai passanti della via. Il Rummo

salì fino all'ultimo piano, entrò nella sua cameruccia che pareva un

ripostiglio di carta straccia. Da per tutto c'erano libri, aperti, fin

per terra, e fogli e giornali, soprattutto giornali a monti e giornali

spiegati da per tutto, i giornali che erano per il Rummo ciò che sono

per altri le lettere d'amore. E su tutta quella carta pesava un odor

fortissimo di fumato e qua e là si vedevano tabacchi e pipe di terra

e di legno, il solo vizio di Giacomo Rummo. Questi si sentì le fauci

secche, volle bere, ma l'acqua che aveva in camera era troppo calda,

l'afa era soffocante, s'alleggerì di vesti e si sedette alla finestra.

Faceva ancora giorno.

Giacomo Rummo soffriva orribilmente sforzandosi di rappresentarsi quali

potessero essere in quel momento lo stato e le forze del socialismo

nelle nazioni che erano sul punto di scendere in campo. Avrebbe

potuto il socialismo gettarsi in mezzo a loro? Il Rummo aveva lasciato

l'Italia e l'Europa molti anni prima quando il socialismo combatteva

strenuamente. Allora il socialismo avrebbe potuto imporre la pace, e

il Rummo si ricordava quante e quante volte lui stesso aveva affermato

questo nei discorsi di propaganda e nei comizi. Ma ora? Ora aveva

presenti tutte le mutazioni fatte negli ultimi anni dal socialismo,

sapeva quanto quel vecchio socialismo europeo distasse ormai da quello

nuovo del quale egli era divenuto seguace; pure in un resto d'illusione

invocava ancora che si mettesse il grande veto alla guerra. E passata

l'illusione soffriva orribilmente, soffriva orribilmente come se avesse

avute al mondo le cose più care che non aveva, e fosse per perderle.

Soffriva orribilmente e si sentiva sbranare il cuore dall'odio contro

le patrie, come se queste fossero state sue nemiche, nemiche di lui

solo. A un tratto pensò che la guerra non sarebbe scoppiata, perchè

non sarebbe scoppiata, perchè tante guerre negli ultimi decennii

avevan minacciato l'Europa e s'eran sempre evitate, perchè la civiltà

non voleva più le guerre; allora esultò come per una gioia che fosse

toccata alla sua vita. Si mosse per la sua stamberghetta, battè le

palme sui monti di giornali levando gran polvere, tornò alla finestra e

si mise a fumare, a fumare vittoriosamente dinanzi alla fornace della

sera tropicale, dinanzi alla città che s'accendeva de' primi lumi.

Fumò vittoriosamente sulla faccia delle patrie. Poi a poco a poco il

Rummo tornò quello di prima; la sua povera persona stava su in cima

a quella stamberghetta di Rio de Janeiro, privata di tutto, e la sua

anima con la sua furia di parte e la sua impotenza era perduta lontano

lontano dinanzi alla guerra delle nazioni. Ei sentiva una sete che gli

arrabbiava la gola. Accostò l'acqua alle labbra. Era intollerabile.

Il Rummo soffriva orribilmente, perchè era un uomo misero e grandioso,

poteva far sorridere ed era tragico. Perchè come nessun altro poteva

vivere fuori di se stesso in una vita più vasta, nella vita collettiva,

con tutti i tormenti che possono martoriare un cuore d'uomo per se

solo. Come nessun altro, aveva una tragica volontà che si estendeva

fuori di lui stesso nella vita collettiva, in quella che sola era

esistita fin lì per lui, nella lotta delle classi il cui esito

non poteva dipendere da lui. Aveva, come nessun altro al mondo, un

tragico egoismo sradicato, per così dire, dal cuore di lui medesimo e

trapiantato con tutte le sue feroci cupidigie in un cuore più vasto,

nella lotta delle classi. Era anch'egli l'individuo tragicamente

collettivo.

Quella sera stava seduto alla finestra, il gomito nudo sul davanzale,

il pizzo schiacciato nel cavo della mano. Venne a poco a poco la

notte, la città si accese tutta, parevano uscir dalle tenebre vampate

d'incendio. Il Rummo di tanto in tanto risentiva la sete, si rammentava

che l'acqua era troppo calda, con gli occhi dello spirito vedeva tutta

la casa senz'acqua, tutto il colle senz'acqua, rivedeva tutta la via

lunga che bisognava fare per giungere fino a quel caffè della città

bassa dove la sera innanzi aveva bevuto un bicchiere d'acqua fresca

con succo d'ananasso. E i suoi occhi continuavano a guardar lontano,

carichi di passione. Che vedeva in Italia? Vedeva se stesso negli

anni della prima gioventù quando lottava per il proletariato, quando

ebbro di lotta di classe infuriava tra le folle clamorose contro gli

armamenti e le guerre nazionali, ostacolo al trionfo del proletariato.

E ora per quello stesso egoismo che è più forte in chi più vive di vita

collettiva, vedeva se stesso vinto laggiù, vedeva le classi schiacciate

dalla guerra delle nazioni e si sentiva schiacciato lui stesso; avrebbe

voluto levarsi e agire per le classi; ma non era nemmeno una classe,

era un individuo, e nemmeno un individuo perchè lontano, annullato da

immenso spazio, era un atomo distante migliaia e migliaia di miglia

dalle nazioni dalle quali si sentiva vinto e schiacciato. Gli restava

solo l'occhio per fissare, da quella finestra della città straniera,

de' punti ostili di là dall'oceano, spasimosamente. La sete arrabbiava

il suo patire.

Rivide i suoi nemici della giornata, il Buondelmonti, il Tanno e gli

altri, e tutto quello che avevano fatto gli parve che l'avessero fatto

contro di lui. Ma ripensando specialmente al Buondelmonti si ricordò

delle sue parole, si ricordò anche lui dei giorni e delle notti passate

al suo capezzale, si ricordò dell'amicizia che avevano stretta fra

loro. E riandando tutto il tempo che l'aveva conosciuto, dal primo

incontro nella villa del Berènga sin all'ultimo di quel giorno nelle

officine del Tanno, gli parve di scoprire nel Buondelmonti una bontà

che in se medesimo non ritrovava. Gli risonavano all'orecchio le sue

parole:

— Non potrò mai dimenticare!

E le altre parole le aveva dette con una voce più accorata che dura.

Ripensò a questo il Rummo e il cuore gli si spetrò, un animo gli disse:

— E se il tuo nemico avesse ragione? Se la causa per la quale egli

combatte, fosse migliore della tua?

Rivide dentro di sè gli operai per il viale sul mare. Perchè

camminavano così raccolti e muti?

Risentì ancora le parole del Buondelmonti.

— Ti hanno dato un esempio di carità di patria!

Che era dunque questa carità di patria? Che era quel piccolo nome

lontano lontano che quelli uomini portavano nel loro cuore e per

cui eran pronti a dare il sudor della loro fronte? Che era? E il

Rummo ricominciò a pensare al passato e si sforzava di ricordarsi.

Si sforzava di riafferrare le memorie della sua infanzia e della sua

prima giovinezza trascorse in Italia per varie città e varie regioni.

Egli era nato in una città della Sardegna dove suo padre aveva avuto

la sua prima residenza nelle prefetture, e il Rummo ora si sforzava

di riafferrare il ricordo de' luoghi e di tornare a raffigurarseli in

mente. Ma non poteva. Perchè? Non poteva, non poteva quella sera stando

a quella finestra di quella catapecchia di Rio de Janeiro, non poteva,

per quanto si sforzasse, raffigurarsi in mente que' luoghi di Sardegna

dov'egli era nato e dove aveva vissuto fino a otto anni. Perchè,

perchè? E poi s'accorse che non era mai tornato a raffigurarseli, anzi

che non ci aveva ripensato mai. Il cuore gli fece male orribilmente.

Dopo, il padre era passato a Livorno, e il Rummo si sforzava di

ricordarsi la città sul mare, ma non poteva. Perchè, perchè? Non ci

aveva ripensato mai. Non aveva sentito mai il bisogno di riandare col

pensiero là dov'era nato, dov'aveva vissuto col padre e con la madre.

Dopo, il padre era passato a Genova e poi a Bologna e poi in altre

città, e il Rummo per conto suo, già grande, aveva viaggiato per tante

altre città e paesi d'Italia, e ora rivedeva, rivedeva, rivedeva tutto,

luoghi, strade, edifizi, persone, col suo occhio spasimoso, da quella

finestra di Rio attraverso tanta notte; ma anche si ricordava che per

tanti e tanti anni di lontananza non aveva ricordato mai, non aveva mai

sentito il bisogno di ricordare, come se per quelle città e per quei

paesi, come se per tutta l'Italia egli fosse passato da straniero, muto

di cuore e di lingua. E il cuore gli fece male orribilmente, sempre più

male, sempre più male. Finchè si ricordò della contentezza che aveva

provata pochi giorni prima dopo aver presa la decisione di partire col

Buondelmonti. Per quale motivo? Non lo aveva saputo, ma ora lo sapeva.

Era la contentezza di tornare in patria.

E allora per la prima volta, con un suono che non aveva sentito mai, si

sentì risonare anche nel suo cuore quel piccolo nome lontano lontano,

Italia, Italia, e con un desiderio che lo fece morire, per la prima

volta da che era nel volontario esilio, pensò all'Italia. L'amore che

non era mai nato nel suo cuore, non durante l'infanzia, non durante

la gioventù, non da vicino, non da lontano, nacque allora e fu come

se la patria medesima gli fosse venuta incontro con quanto essa aveva

di più dolce, di più bello e di più grande, col suo nome, con un riso

del suo cielo, con un segno di fraternità impresso sul volto della

sua gente, con la sua gloria, perchè soltanto quella notte e così di

lontano il Rummo vide per la prima volta il cielo ridente della patria,

sentì la dolcezza che è nel suo nome, sentì circolarsi per le vene

un'indefinibile fierezza d'esserle figlio, si ricordò di Roma dov'era

stato dalla sua provincia, disse fra sè e sè qualche verso di Dante.

E pianse per i versi di Dante, pianse per il ricordo di Roma, pianse

pianse dolcissimamente e amarissimamente per il piccolo nome lontano

al quale come allora non aveva pensato mai. Pianse pianse pianse per

la città dov'era nato, e per tante e tante altre città dove aveva

vissuto, e per tante e tante cose e tante persone che ora a un tratto

gli apparivano care; pianse come se avesse ancora il padre, la madre e

tanti fratelli e dopo anni e anni di inimicizia avesse fatto pace con

loro.

Risentì nella sua amarezza le parole del Buondelmonti.

— Hai risposto male a quelli operai!

Risentì questo e n'ebbe rimorso. Sentì nell'amarezza del suo pianto

il rimorso di non aver amato prima ciò per cui allora piangeva, e si

ripassò in mente tutta la sua vita acre e dura. Non aveva lottato e

sofferto? Ed aveva egli lottato e sofferto per sè o per gli altri?

Non aveva lottato e sofferto soltanto per gli altri, per gli operai

appunto, per tutti i lavoratori? E che cosa aveva chiesto per sè

all'infuori del lottare e del soffrire, all'infuori del martirio che

li supera tutti, all'infuori dell'odiare? Odiare, odiare, odiare! Un

animo gli disse: — Tu ti sei messo l'odio nel cuore come se ti fossi

messo un serpente nel seno e con questo ti sei dato a lottare per i

lavoratori. Tu lottavi e l'odio ti straziava il cuore. Perchè hai il

rimorso di non aver amato tu che hai odiato tanto non per te ma per

gli altri? Hai chiesto forse una casa migliore, un cibo migliore, hai

chiesto l'amore d'una donna? Tu non hai chiesto nulla ed hai lottato,

odiato, sofferto tanto per i lavoratori: perchè hai rimorso? — Egli

voleva giustificare la sua vita. Ma un altro animo gli ricordava che un

giorno aveva affermato: — Non esiste la patria, esistono i lavoratori

di tutto il mondo! — Gli riapparivano i lavoratori quali li aveva visti

poche ore prima pel viale sul mare, pensosi della patria lontana, e

la sua amarezza aumentava, perchè quei medesimi uomini gli dicevano: —

Noi abbiamo un sentimento che mettiamo al di sopra di noi stessi e tu

l'hai negato! — Per tutta la notte la patria gli fu vicina al cuore e

gli diceva:

— Perchè m'hai negata? Perchè hai agito contro di me?

Spuntò l'alba, egli stava ancora alla finestra, la voce della patria

continuava a rimproverarlo.

Ma nella giornata il vecchio uomo riprese il sopravvento. Di prima

mattina corse a comprare i giornali. Le notizie erano immutate, nè

più nè meno gravi. Il Rummo continuava ad avere avversione per gli

stessi fatti e gli stessi uomini d'una volta: continuava a non volere

che fosse possibile una guerra in Europa in genere e una guerra

dell'Italia in ispecie. In mattinata rivide il Tanno e il Buondelmonti;

con un'ostinazione che in lui stesso aveva dello straordinario,

li cercò per osteggiarli, per impedire ciò che avrebbero fatto, e

il Buondelmonti non era più per lui l'amico, ma era ritornato il

nazionalista. Quando il Buondelmonti, il Tanno e gli altri trattarono

di mandare un telegramma a San Paolo per promuovere anche lì la

colletta, il Rummo osteggiò quella decisione e cercò d'impedirla

sostenendo che quei di San Paolo non avrebbero visto bene che altri

li incitasse a fare il loro dovere. E quando si trattò di mandar

telegrammi in Italia esprimenti la devozione delle colonie del Brasile

verso la madre patria nell'ora grave, egli si levò su con gli occhi

fuori dell'orbita a gridare ciò che nel suo furore, non avendo più la

percezione delle proporzioni fra cause ed effetti, realmente credeva,

a gridare che si volevano così gettar legna sul fuoco, precipitare gli

avvenimenti, che si voleva insomma la guerra. Di fuoco sotto il negror

della barba guizzava il segno di Menelik sulla faccia al Tanno, ma il

Buondelmonti aveva giurato di non dimenticar mai ciò che il Rummo aveva

fatto per lui, e con gli occhi imperiosi frenava l'assalto del Tanno.

Si fecero varie proposte di telegrammi e il Rummo ancora disperatamente

ostinato si levò su a sostenere che bisognava aggiungere un augurio

come manifestazione del desiderio delle colonie: l'augurio che si

potesse scongiurare la guerra nemica della civiltà e del progresso de'

popoli. Allora il Buondelmonti scattò in piedi e con voce terribile

gridò:

— Perdio, Rummo! Vuoi che dimentichi tutto?

— Fallo! — gridò il Rummo e cieco d'ostinazione e di furore si lanciò

dal suo posto per tenergli testa. E il Buondelmonti contro a lui e il

Tanno come un mastino. Ma a un tratto il Buondelmonti afferrò il Tanno

per le spalle e facendo una ferocissima violenza a se stesso disse:

— No! Non debbo dimenticare!

E tornò al suo posto.

Dopo mezzogiorno, presenti il console e il ministro d'Italia, ci fu

adunanza dei notabili della colonia per stabilire il luogo, il prezzo,

il modo di distribuire i biglietti la sera dopo per il discorso del

Buondelmonti. E anche il Rummo, ormai preso da malefico fascino, non

potè far di meno di assistere all'adunanza, ma non fiatò più. Soltanto,

dall'angolo dove s'era messo a sedere fissava il Buondelmonti odiandolo

come non aveva mai odiato nessuno in vita sua, odiandolo specialmente

quando ei parlava. Non poteva tollerarne la voce, nè soprattutto

quell'ardore di febbre che aveva negli occhi sotto l'ombra della

chioma, perchè gli pareva che dentro di sè esultasse per la speranza

della guerra. Il Buondelmonti accennò l'argomento del suo discorso e

mentr'ei parlava, pareva al Rummo per via del suo accecamento d'odio

e di furore, gli pareva di sentirlo bandir lui stesso la guerra

gloriandosene. Il console, il ministro, tutti i notabili pendevano

dalle sue labbra, ed egli, il Rummo, dall'angolo lo fissava, l'uccideva

con gli occhi appassionati d'odio, perchè era il nemico, l'antagonista,

colui che voleva e faceva il contrario e vinceva e si glorificava.

Vedeva il Buondelmonti come dentro una fiamma e non poteva levargli

gli occhi di dosso, affascinato dall'odio. Il Buondelmonti era le

stesse nazioni che schiacciavano lui. Finchè non ne potè più; lasciò

la sala, si precipitò all'ufficio del telegrafo, telegrafò agli amici

di San Paolo, socialisti ed anarchici, di essere a Rio per la sera

dopo perchè bisognava contrapporre una loro affermazione al discorso

del Buondelmonti. E poi trasportato dal cattivo genio che aveva preso

possesso di lui, corse dal presidente dell'«Operaio Italiano» che

da molti anni per motivi di rivalità era irreconciliabile nemico

del Tanno, e lo trasse a sè. Trasse a sè altri soci dell'«Operaio

Italiano» di cui egli stesso era segretario, dalla sera alla notte e

per tutta la notte e tutto il giorno dopo, correndo senza riposarsi

mai, ricercò tutte le inimicizie che formicolavano nella colonia e

trasse a sè nemici del Berènga e altri di altri e del console e del

ministro. Disse che il discorso del Buondelmonti era la manifestazione

del mondo ufficiale italiano, dell'autorità e delle alte classi, e

che bisognava contrapporgli qualcosa di popolare e di libero. Scese

nei bassifondi della colonia, accostò operai sul lavoro per le strade,

stuoli d'emigranti sbarcati di fresco e girovaghi ancora senza lavoro,

e parlò loro come ai tempi in cui ebbro della lotta di classe, faceva

la propaganda in Italia per le città e per le campagne nei recinti

notturni e sotto la sferza del sole. Parlò contro i governi che

tradiscono la causa del proletariato, contro il militarismo, contro

la guerra. Come una colluvie che a un tratto rigurgita, le frasi, le

perorazioni, le invettive di cento lontani comizi, uscirono dalle sue

labbra per una notte e per un giorno senza sosta. Suscitò, o risuscitò

in petti sconosciuti, in un quarto d'ora, la furia della lotta di

classe, l'antimilitarismo, il socialismo. La sera, poche ore prima

del discorso, giunsero alcuni amici di San Paolo e all'ora debita

più di cento partigiani del Rummo movevano alla volta del teatro dove

stava per parlare il Buondelmonti. Il Rummo aveva deciso di prender la

parola.

Quando giunse al teatro trovò sulla porta gran folla ed essendosi già

risapute le intenzioni sue e de' suoi, al suo primo apparir nell'atrio

si levarono da più parti rumori ostili. Ma egli non badandovi,

trasportato dalla sua furia si difilò verso il palcoscenico dove tra le

quinte già stava con gli amici il Buondelmonti il quale visto il Rummo,

non salutato, non lo salutò sulle prime; poi accennato agli amici di

non muoversi e discostatosi da loro fece alcuni passi verso il Rummo

con l'intenzione di parlargli ancora amichevolmente e di pregarlo di

non suscitare scandali in quell'ora grave e solenne, per carità di

patria. Ma il Rummo drizzando contro di lui la faccia lo fermò con

lo sguardo del nemico che non ammette nè conciliazione nè patti. E il

Buondelmonti allora gli disse:

— Sta bene. Sappi però che qui parlo io soltanto, e chiunque

disturberà, sarà messo alla porta.

— Fa' il debito tuo!

Rispose il Rummo e prese il suo posto tra le quinte, mentre gli amici

del Buondelmonti dalla parte opposta gli mettevano gli occhi addosso

per guardarlo a vista.

Poco dopo, il Buondelmonti si presentò sul palcoscenico per parlare e

mille e mille persone si levarono in piedi prorompendo in applausi e

gridando:

— Evviva l'Italia!

Sullo stesso palcoscenico italiani e alcuni giornalisti brasiliani dal

banco della stampa gridavano:

— Evviva l'Italia!

Quirino Honorio do Amaral alla testa de' giornalisti, in piedi sopra

una sedia, indemoniato d'entusiasmo gridava;

— Evviva l'Italia!

Giacomo Rummo dall'ombra delle quinte fissando con gli occhi che non

gli battevano nè vedevano più, aspettava il suo momento.

Il Buondelmonti incominciò a parlare sul culto degli eroi nazionali

nell'età moderna, su Dante, su la lampada votiva che alcune città

italiane avevano accesa dinanzi alla sua tomba, sulla magnanima

Trieste che era una di quelle città, con altre sorelle dell'Istria e

della Dalmazia, figlie dell'Aquila romana e del Leon di San Marco.

Alto, giovane, potente, senz'un gesto in mezzo al palcoscenico il

Buondelmonti parlava e il pensiero già era balzato dalla sua fronte,

quando ancora la parola non era uscita dalle sue labbra. Sul capo

il volume della sua chioma gli stava come un casco tirato in avanti

e sotto, tutt'il volto gli ardeva. Ma di tanto in tanto la sua voce

s'indeboliva ed egli sentiva un po' di dolore al petto, perchè

la cicatrice della sua ferita era ancor fresca. Al tempo stesso

un'animazione di gioia, più forte d'ogni gioia e d'ogni animazione,

ei sentiva dentro di sè, perchè tutti i suoi animi erano in gran

moto e uno gli diceva: — Questo dolore ti ricorda il tuo rimorso!

— E un altro: — Ma tu ora fai un'opera di riparazione! — Un altro

gli ricordava la guerra con parole ardenti. Tutti questi animi gli

parlavano insieme, egli non ne distingueva alcuno, ma da tutti levato

in una indicibile gioia, non parlava più, sibbene la sua eloquenza

era prima per lui medesimo che per gli altri più inebriante d'un canto

trionfale. Solo, di tanto in tanto sentiva un po' di dolore al petto

dov'era stato ferito per il suo amore; ma il giovane che amava ora la

patria più d'ogni altra cosa al mondo, vinceva con la sua gioia il suo

dolore.

A un certo punto apparve fuor delle quinte il Rummo con una faccia

terribile e dalla sala si levaron subito qua e là mormorii, perchè

era questo il segnale per i partigiani di muovere il tumulto. E già

i mormorii s'eran fatti più forti, già si levavano voci di protesta,

già stava per scoppiare il tumulto e il Rummo già s'avanzava dal fondo

del palcoscenico alzando la mano per prender la parola, quand'ecco

incontanente sul banco de' giornalisti brasiliani si vide una

trepidazione, un foglio passò di mano in mano, Quirino lo ghermì a

volo, mandò un grido, si precipitò verso il Buondelmonti. Questi pure,

gettati appena gli occhi sul telegramma, mandò un grido e un attimo

dopo nel più profondo silenzio di tutto il teatro annunziò:

— La patria è in guerra!

Un urlo non umano uscì da mille e mille petti. Subito fu un silenzio

di morte. In mezzo al palcoscenico stava il Rummo, poco discosto dal

Buondelmonti, solo. Aveva una faccia terribile, ma stava immoto. Di

nuovo il Buondelmonti accennò di voler parlare e fu fatto silenzio.

Ma prima che egli aprisse bocca, un dolore, acutissimo ora, lo morse

al punto della ferita. L'immensa anima nazionale con tutti i torrenti

delle generazioni s'era precipitata nel suo petto, sforzava le pareti

del suo petto. Quando incontanente una gran voce dentro di lui gli

gridò:

— Tu puoi creare un segno di ciò che dovrà fare l'Italia per la

sua salute! Tu puoi trasformare cento, dieci di questi emigranti in

combattenti!

Esultò il Buondelmonti, vittorioso alla fine, e ripreso a parlare

aggiunse altre notizie del telegramma e raccontò che in Italia il

figliuolo di Garibaldi raccoglieva volontarii, che innumerevole

gioventù accorreva a lui, che d'ogni parte del mondo tornavano italiani

in patria a prender le armi. Così disse e gridò:

— Chi di voi partirà con me?

Da tutte le parti del teatro si levarono voci:

— Io, io!

E gesticolavano verso il Buondelmonti offrendo ciascuno la sua vita

alla patria.

Il Buondelmonti accennò di voler parlare ancora e di nuovo fu fatto

silenzio. Ma questi non aveva ricominciato a parlare, quando un urlo

non umano s'udì alle sue spalle:

— Evviva la patria!

E il Rummo si lanciò avanti dibattendosi come preso da convulsioni e da

follìa. Urlò ancora:

— Evviva la patria! Evviva la patria!

E piombò a terra come morto, atterrato dall'invisibile nemico, la

patria trionfante.

Accorse verso di lui il Buondelmonti a braccia aperte.

La Patria lontana · 第 13 / 18 题