Il giorno dopo gli italiani salparono da Rio de Janeiro. Eran circa
quattrocento che avevan fatto dono della vita alla patria in un momento
d'entusiasmo suscitato dalle parole di un uomo generoso. La nave che li
portava era celere, ma più celeri erano i loro cuori e ora temevano di
non poter giungere in tempo per prender parte alla vittoria, ora che
già le armi della patria avesser la peggio, e un'ansia li occupava,
di volare, di volare, come se il loro arrivo soltanto potesse mutar le
sorti della guerra.
Erano imbarcati insieme col Buondelmonti siciliani, calabri, liguri,
piemontesi, lombardi, veneti, d'ogni altra regione italiana. Uno solo
non italiano era imbarcato, il giovane poeta di Rio de Janeiro Quirino
Honorio do Amaral, volendo egli pure combattere per la patria lontana.
Taluni di quei reduci eran di coloro che nel Brasile avevano lavorando
mutato condizione, ma la maggior parte eran popolo come quando v'eran
giunti.
E tutti vivevano come nella poesia. Non avevano più ciascuno la
sua anima chiusa, ma come intorno a loro si moveva la medesima aria
fra cielo e mare, così dentro di loro una sola medesima anima. Alle
volte mettendosi a parlare dell'arrivo e della guerra cadevano già in
preda all'ebbrezza delle battaglie, alle volte il mare li placava e
rasserenava, prendeva nel suo incanto la loro anima umana.
Il Buondelmonti, Giacomo Rummo, il Tanno, Quirino mangiavano in
compagnia degli altri, seduti a terra sul ponte, e il primo parlava,
parlava più di tutti. Parlava e raccontava le storie antiche di Roma e
d'Italia, o le meraviglie del mondo moderno, durante le grandi giornate
senza mutamento di cielo e di mare, o quando sui capi palpitavano le
coperture di poppa e di prua al soffio del vento e sulle coperture
passavano le nuvole, e gli orizzonti s'aprivano e si chiudevano.
Il Buondelmonti parlava perchè il cuore eroico gli traboccava, perchè i
pensieri che esso aveva concepiti una volta in Italia nella solitudine
del suo studio, ora nella mente gli si risvegliavano animati dagli
spiriti del mare e del cielo, dell'amor di patria e della guerra. La
guerra e la patria davano ai suoi pensieri l'animazione; il cielo e
il mare lo spazio. Egli nel suo libro l'«Elogio della guerra» aveva
celebrato la guerra madre d'uomini e di popoli magnanimi. L'aveva
celebrata mostrando come fosse capace di riattivare i valori maggiori
dell'animo umano e di deprimere quelli inferiori venuti su nei lunghi
periodi di pace, i valori de' mercanti e de' demagoghi, i valori degli
spregevoli borghesi e l'opinione pubblica degli omiciattoli pusilli.
Aveva mostrato come la guerra distruttrice di esistenze effimere fosse
creatrice d'eterno umano ideale, e come quindi la sua morale fosse più
alta di quella della pace. E come spazzasse via i popoli inferiori,
o debilitati dalla vecchiezza e putrefatti in lunga decadenza, e
portasse al comando del mondo i popoli migliori, nuovi, barbarici,
e come suscitasse e diffondesse le grandi civiltà. E il Buondelmonti
aveva celebrato i greci, Alessandro, i romani, tutti i popoli e gli
uomini guerreschi sino a Napoleone Primo. Aveva celebrato la guerra
paragonandola col dolore della maternità: come la natura vuole che
le madri partoriscano con dolore, così vuole che altrettanto accada
per le nazioni le quali debbono esser madri delle civiltà. Come delle
femmine dell'uomo così è delle nazioni: alcune sono sterili e altre
feconde. — Noi tutti, aveva scritto nel suo libro il Buondelmonti,
vorremmo formare della nostra Italia un organismo non sterile, ma
creatore, e la sua creazione altro non potrebbe essere se non il nuovo
impero e la nuova civiltà, e perciò dovrebbe farsi l'animo a patire
la guerra che è il mezzo di creazione. — Così il Buondelmonti aveva
celebrato la guerra. L'aveva finalmente celebrata come supremo atto
della nazione, della nazione la quale al pari della musica, dell'arte,
della religione, è uno sforzo dell'uomo per uscire dall'individuo
e propagarsi nel tempo e nello spazio. Nella musica l'uomo s'oblia,
nella religione e nell'arte si trasfigura e si eterna, nella nazione
s'incarna in società vaste e nel corso delle generazioni. La guerra è
il sacro supremo atto dell'incarnazione nazionale, mentre le esistenze
individuali muoiono.
Ora tali pensieri si risvegliavano nella mente del Buondelmonti tra
cielo e mare. Egli navigava alla testa d'un drappello tornando verso la
patria e andando verso la guerra. E perciò la sua vita era finalmente
lirica nella realtà dei fatti com'era stata nella realtà della poesia e
dell'arte. Era eroica com'era stata nella profonda conoscenza storica.
E perciò parlava, parlava più di tutti. Ed ai compagni parlava delle
più grandi cose, animato dal grande inno eroico che risonava dentro di
lui.
E i compagni gli si raccoglievano intorno a sentirlo, prima quelli che
si trovavan più vicini e poi altri e poi altri e poi tutti, perchè
erano incantati dall'eloquenza che a Rio de Janeiro li aveva rapiti
via, e perchè nella sua voce sentivano l'animazione del grande inno che
più li incantava ancora.
Il Buondelmonti parlava del vasto, veloce, potente mondo moderno
descrivendo macchine e ogni sorta d'invenzioni, di terra, di mare e di
cielo, ora i piccoli navicelli micidiali che filano sotto mare, ora
i veicoli che volano sulla terra, ora quelli che tentano le vie del
cielo, ora descrivendo il passaggio d'una parola umana delicata come
l'idea da un continente a un altro, da un oceano a un altro attraverso
le tempeste senza alcun conduttore. Talvolta raccontava de' circuiti
aerei che avevan avuto luogo in Europa l'anno prima, in Francia, in
Italia e altrove, e raccontava di certi mirabili uomini i quali si
chiamavano Paulham, Lathan e Farman e per tre giorni avevano gareggiato
in potenza di volo e uno aveva per ore e ore tenuto il cielo a grandi
altezze, mentre sopraggiunte le tenebre della notte imperversavano
vento, pioggia e fulmini. Altre volte il Buondelmonti che riuniva
in sè la forza di tutto il passato, di tutto il presente e di tutto
l'avvenire, metteva i compagni a parte delle grandiose e terribili
visioni del suo spirito, fondate sull'istinto che egli aveva delle
leggi storiche. E parlava di grandi guerre che sarebbero avvenute
fra continente e continente e d'imperi che sarebbero sorti tali da
sembrare in paragone ben piccoli quelli antichi e i presenti. Oppure
altre volte parlava di arti e di grandi artisti e poeti del passato,
di Michelangelo e di Dante e dei monumenti che adornano Roma e le altre
città d'Italia.
E altre volte il Buondelmonti mostrava il mare, il cielo, le mutazioni
di colori, il sole che scendeva nel mare. Ci furono giorni e giorni in
cui al parapetto la nave era tutta pupille che guardavano. Guardavano
come da sera a sera i colori variavano, come nella stessa sera i colori
nascevano, si mutavano gli uni negli altri, morivano, rinascevano, si
combattevano, vincevano ed eran vinti. Guardavano e perdevano gli occhi
sopra un mare verde sotto un cielo tutto nuvole lilla, mentre il sole
moriva in un campo di fuoco. Un'altra sera vedevano il sole morire in
campo d'oro. E quando il sole era sparito, tutto il gran cerchio del
mare pareva un'immensa fiorita di violette legate intorno da un filo
d'oro. Ma soprattutto quelli uomini godevano come fanciulli dinanzi ai
tramonti monumentali, quando l'artista divino e giocoso, il sole, prima
d'abbandonarli, dava loro una gran festa di creazioni fantastiche,
suscitava con i suoi raggi e con le nuvole edifizi non più visti,
castelli, laghi, isole, città e foreste.
Ma la notte Piero Buondelmonti quando si ritrovava solo, spesso non
riusciva a prender sonno per via del dolore di Giovanna, nè ora era
soltanto dolore, sibbene acutissimo rimorso. Prima aveva provato dolore
ed ora provava rimorso, perchè la sua coscienza s'era finalmente per
la prima volta svegliata e gli diceva che per causa di lui e non di
altri Giovanna era morta. Egli e non altri aveva tolto dal mondo quella
giovane vita. Egli avrebbe potuto spiegare a Giovanna le sue idee, far
di lei una sua discepola, darle quella grande anima e quella grande
coscienza di cui essa era degna; e invece aveva fatto di lei la sua
amante ed era stato la causa della sua morte. Oh rimorso, rimorso!
Sempre il Buondelmonti, quand'ei tornava individualmente in sè, trovava
questo rimorso pronto a lacerargli il cuore. E di notte balzava a un
tratto dal sonno e si metteva a invocar Giovanna con lacrime e con i
nomi più cari e più santi per far tacere il suo rimorso. E si ricordava
di quando il Berènga aveva pregato per l'anima di lei, e di quando
egli stesso sulla tomba di lei aveva pregato, e tornava a pregare, a
pregare, come se avesse fede, e certe volte gli pareva d'aver fede e
di vedere l'anima di lei e di parlarle e di chiederle perdono, e così
talvolta aveva requie dal rimorso. Ma altre volte questo gli straziava
di più il cuore, perchè il Buondelmonti si ricordava di avere spesso
a Rio de Janeiro giudicata male Giovanna, quando l'aveva giudicata una
piccola borghese, la solita donnetta frivola capace di darsi per ozio,
o per vizio, o per vanità, non per passione d'amore. Oh il rimorso
dell'offesa! Ora invece gli riappariva quale gli era apparsa un attimo
prima della tragedia, quand'egli aveva visto balenare la persona di lei
sulla porta e subito aveva sentito il grido: — Piero! — Un attimo d'un
attimo aveva visto, prima del colpo, la donna precipitarglisi contro,
un attimo d'un attimo l'aveva sentita stretta a sè, e poi più nulla. Oh
rimorso, rimorso! La sua sorella eroica! La sua sposa ideale! Ma ora,
ora soltanto la comprendeva, ora soltanto, e prima no; prima l'aveva
amata senza comprenderla! Prima amandola l'aveva umiliata e offesa! E
la notte sull'oceano gli ritornava dinanzi come gli s'era presentata
a Rio de Janeiro, fuggitiva dal tetto domestico, piccola piccola e
tremante e balbettante: — Son tutta insozzata, son tutta insozzata!
— E Piero non aveva potuto toccarla, come se essa fosse stata tutta
una piaga. Ora egli apriva finalmente gli occhi: non Giovanna, ma lui
aveva peccato contro l'amore; lui che a Roma, durante il viaggio, a
Rio de Janeiro altro non aveva cercato se non l'avventura d'amore. Ora
finalmente apriva gli occhi! Egli non aveva amato Giovanna e soltanto
aveva desiderato di diventare il suo amante! E sempre era stato così,
tutta la sua vita non era stata se non un tessuto d'amori e d'amorazzi,
senza amore. Ed ora nella solitudine della notte oceanica questo amore
sorgeva in lui soltanto per il pensiero di Giovanna, della giovane
donna che era morta per causa sua. Oh rimorso! Egli tornava in patria,
essa era rimasta laggiù laggiù, sepolta nella terra straniera. Dal suo
giaciglio, mentre la nave andava nella notte, Piero fissava quel punto
che sempre più s'allontanava, quel punto dove egli s'era inginocchiato
ed aveva pregato. Perchè almeno la cara salma non tornava più in patria
con lui su quella stessa nave? Piero fece voto d'adoprarsi per questo
dopo la guerra, se fosse stato ancor vivo; sarebbe andato dai parenti
di Giovanna, o avrebbe trovato altra via; ma Giovanna doveva tornare in
patria, ed egli stesso un'altra volta avrebbe attraversato l'oceano per
accompagnarvela.
E una notte Piero uscì dalla sua cabina. Lo stretto corridoio delle
cabine era quasi all'oscuro, e nel silenzio si sentiva l'ansito della
nave e il fiotto del mare che la flagellava. Piero corse lungo il
corridoio e in fondo battè a una porta. Una voce di dentro rispose:
— Aprite.
Piero entrò e quando Giacomo Rummo lo vide, gli domandò:
— Che vuoi a quest'ora?
Ma Piero aveva la faccia così pallida e trasfigurata che l'amico lo
prese per mano e lo fece sedere accanto a sè sul giaciglio. E allora
l'altro gli disse:
— Giacomo, se non morrò in guerra, tornerò a Rio de Janeiro per andare
a prendere lei e riportarla in patria. Ma se io morrò, promettimi che
tu farai questo per me. Cercherai de' parenti di lei e combinerai e tu
stesso tornerai a Rio de Janeiro a riprendere il corpo in vece mia e
come mio fratello.
Il Rummo promise che l'avrebbe fatto, e subito come se per quelle
stesse parole Giovanna fosse morta in quel momento, Piero scoppiò
in un dirottissimo pianto, nè mai il dolore e il rimorso gli avevano
lacerato il cuore come allora. Perchè era veramente come se in quello
stesso momento Giovanna fosse morta, mentre insieme la memoria senza
pietà tornava a ripresentar viva Giovanna dinanzi agli occhi di Piero,
qual era con lui sopra un'altra nave pochi mesi prima. Il Rummo mise
un braccio intorno al collo dell'amico e lasciò che piangesse, e
anch'egli era molto triste. Gli giungevano all'orecchio col pianto
dell'amico l'ansito della macchina che pareva anelare al porto del suo
riposo, e il furor ferocissimo della notte oceanica contro il fragile
legno. E in quell'ora di notte sul puro cuore del Rummo pesava tutta
la tristezza della miseria umana. Finchè egli si levò in piedi e con
voce forte e risoluta, come se volesse comandare allo spirito di lui,
prese a confortare l'amico parlandogli della patria e della guerra. E
confessandogli l'amico il suo rimorso, il Rummo gli disse:
— In Italia troverai la tua redenzione. Abbandonàti a noi stessi,
chiusi nel nostro egoismo, noi tutti non siamo altro che un bersaglio
di dolori e un ricettacolo di colpe. E in fondo la tua stessa dottrina
non ha voluto insegnare se non questo: che bisogna morire a noi stessi
per rivivere in una vita più grande. I cristiani dicevano per rivivere
in Cristo, noi nella patria. E per questo noi tutti t'abbiamo seguìto.
Tu sei il nostro capo. Io sono un uomo convertito da te. Questa nave
porta il tuo sogno religioso.
E così dicendo Giacomo Rummo, già sacerdote della nuova religione,
fissava l'amico seduto tenendogli una mano sulla spalla in segno di
protezione. Poi gli disse:
— Levati. Andiamo a respirare il vento del mare.
E tutti e due andarono sovra coverta o l'intera notte camminarono su
e giù sotto le sartie e sotto le stelle parlando dell'Italia e della
guerra.
Finalmente la mattina dell'undecimo giorno dalla partenza di Rio de
Janeiro il capitano annunziò:
— Stanotte vedremo il Capo Spartel sulla costa d'Africa e domani a
quest'ora avremo già passato lo stretto e saremo nel Mediterraneo.
Tutti furono presi dalla gioia e quelli che erano già stanchi della
navigazione si rianimarono. Ma poi molti pensando che sarebbero
sbarcati a Genova mutaron la gioia in una pena segreta perchè avrebber
voluto, anch'essi, rivedere il loro paese natio. E alcuni rifacevano
tra sè e sè il viaggio che cinque, dieci, vent'anni prima, avevan
fatto dal loro paese natio a quel porto per emigrare; rifacevano quel
viaggio muti a' parapetti della nave guardando, anch'essi, lontano
lontano di là dall'orizzonte del mare, guardando in un punto dove per
ognuno il cuore metteva la patria, una pianura breve più di quanto gli
occhi avrebber potuto comprendere, oppure un monte, anche essi, o una
ripa di fiume, poche case, un campanile, una casetta. Quest'era, anche
per loro, la patria, e sarebbero sbarcati lontano, sarebbero andati a
combattere e forse a morire lontano senza più rivederla. Ma in loro, in
alcuni di loro, si risvegliò ora il ricordo della guerra e che andavano
a combattere insieme. Occhi si cercarono con occhi, nè alcuno si sentì
più solo, separato dagli altri nel suo paese natio, ma in tutti risorse
l'amore dell'altra patria più grande. Ci fu chi cominciò a cantare un
inno guerresco della patria, e poi altri e poi altri, e poi finalmente
l'entusiasmo riguadagnò tutti, un delirio pari a quando a Rio de
Janeiro dodici giorni prima avevano fatto l'offerta della loro vita.
La notte poi stavan tutti al parapetto della nave aspettando che
apparisse il faro annunziatore dello stretto di Gibilterra. Aspettavano
con tutta l'anima nelle pupille fisse avanti nella notte, perchè
sembrava loro per la prima volta d'esser sul punto di rimettere piede
in patria, sembrava di vedere i campi di battaglia e d'accorrervi
anch'essi. Tirava un po' di vento e portava un piovischio negli occhi;
un nuvolame fosco si moveva per il cielo lasciando qua e là scoperte
le stelle. Tutto l'orizzonte era ingombro dell'umidor della pioggia
e pareva biancicare. Più frequenti delle altre notti si vedevano i
lumi delle navi sboccate dallo stretto. Ma le pupille de' reduci si
spingevano attraverso la notte cercando di centuplicar la loro virtù
per afferrare il lume che già era quello della patria. E ora uno, ora
un altro dicevano:
— Eccolo! Eccolo!
E tutte le pupille ansiose cercavano verso il cenno delle mani
nell'oscurità. Ma il lume non era visto e solo apparivano qua e
là barlumi avvolti nell'umidore e sparivano. Si navigava ancora in
silenzio, si tornava a sentire il soffio del vento che portava il
piovischio nelle pupille. Ma poi un'altra voce rispuntava e altre e più
e più:
— Eccolo! Eccolo!
Finchè dall'alto del ponte di comando il capitano gridò:
— Il Capo Spartel!
Il fremito dei petti si levò, poi fu silenzio, si sentì l'impeto della
nave nel mare oscuro. Ma poi di nuovo si levaron voci, grida, canti e
tutti passaron la notte sul ponte senza dormire aspettando l'alba.
All'alba Piero Buondelmonti sentendosi già nella chioma il vento del
lago romano, si mise a parlare ai compagni per celebrar quello che
avevano e quello che avrebbero fatto.
— Voi — incominciò a dire — avete dato il buon esempio alla patria.
Siete pochi, ma il vostro ritorno ha un grandissimo significato,
perchè voi, amici miei, partiste emigranti e tornate combattenti.
Cioè, avete fatta in piccolo, ma prima di tutti, una cosa che fatta in
grande cambierà le sorti della nostra patria. E perciò per parte della
nostra patria voi siete meritevoli di gratitudine. Tutte le generazioni
avvenire d'Italia vi dovranno essere grate. Perchè se l'Italia vincerà
questa guerra, riprenderà animo e si rimetterà per le vie de' suoi
padri. E allora quelli che verranno, non avranno più bisogno di fare
quello che avete dovuto far voi, d'emigrare in terra straniera, armati
soltanto delle braccia e di pazienza, ma potranno emigrare nelle terre
che la patria si sarà conquistate. Allora l'Italia non sarà soltanto
dov'oggi è Italia, ma sarà dovunque saranno italiani com'oggi è
Inghilterra dovunque sono inglesi. E allora gli italiani non parleranno
più la lingua dei loro padroni, ma parleranno la loro lingua. Allora,
anche quelli che verranno, faranno ciò che voi fate, torneranno per
combattere nelle grandi guerre della patria, ma in molti e non in poche
centinaia come voi, in molti com'è oggi degli inglesi i quali quando ne
abbiano bisogno, possono muovere e radunare da un continente a un altro
e da un oceano a un altro interi eserciti come corpi d'un esercito
solo. E allora, come voi fate, altri torneranno, e non per combattere,
bensì per ammirare le opere di bellezza con le quali la patria si
sarà glorificata nel nuovo impero come già nell'antico. Le città che
ora sono antiche, splenderanno dinanzi agli occhi di coloro i quali
torneranno un giorno, più antiche e più venerande, veri santuarii delle
stirpi, e altre ne saranno sorte, egualmente belle e immense. Allora
ovunque saranno, gli italiani sentiranno parlare con riverenza della
loro patria perchè questa sarà di nuovo capo del mondo, sarà capo d'un
mondo che avrà superato in vastità, velocità e potenza questo nostro
moderno di quanto esso ha superato l'antico. Voi, cari compagni, siete
un pugno d'uomini e un giorno foste poveri emigranti delle braccia e
della pazienza, ma avete il merito d'essere stati i primi a dare il
buon esempio.
Così parlò il Buondelmonti e la voce gli tremava fortemente. Ma ancora
si rivolse al giovane straniero che tornava per combattere con gli
italiani, e mettendogli una mano sulla spalla incominciò a celebrargli
la patria.
— Tu poi — gli disse — se vivrai dopo la guerra, vedrai le belle
città! E innanzi d'ogni altra l'eterna Roma, l'augusta madre delle
nazioni, Firenze, madre di genii, e Venezia che concepì nel fango e
partorì un sogno orientale! E altre e altre che quando le vie scorrevan
sangue, furon lavorate dagli artisti, tutte quante finamente come un
gioiello, e dove le torri crebbero molto più gigantesche delle palme
nella tua Rio de Janeiro e ora quelle che restano in piedi hanno
preso il colore dell'oro nei tramonti della nostra patria! E vedrai
altre città che portano in cima in cima alle montagne e alle rupi le
reliquie delle stirpi antichissime e tutte quante scomparse innanzi
ai vasti piani ondeggianti dove da millenni e millenni si rinnovano ad
ogni stagione le viti e il grano! Vedrai città che cantano sulla riva
del mare inebriate di sole e di malinconia, che cantano cantano una
canzone d'amor carnale e appassionato! Sentirai il canto italiano su
labbra italiane sotto il cielo italiano! Sentirai alle sue sorgenti
il linguaggio che attraverso tanti secoli e tante fortune di popoli
e tante loro mutazioni e peregrinazioni è giunto fin laggiù dove tu
sei nato! Vedrai il riso del bel paese, i lineamenti delle cose ben
proporzionate nell'aria leggiera, vedrai ale di mare gettate sulla
terra, ale di terra gettate sul mare! Vedrai colline senza palme ma
alate come la tua divina Gloria, isole dei laghi leggiadre come la
tua isoletta Fiscal, isole del mare che hanno per sposo il sole, isole
ardenti e tutte profumate di fiori d'arancio in mezzo al mare! Vedrai
festoni d'isole lungo lungo l'Italia, dove volò l'Aquila e passeggiò il
Leone, le vedrai, se torneranno nostre dopo la guerra! Vedrai, vedrai
e amerai amerai la patria lontana!
Così disse il Buondelmonti con voce tremante.
Dopo poco il capitano della nave gridò dall'alto:
— Siamo nel Mediterraneo!
Si levò dai quattrocento petti una sola voce:
— Italia!
Poi fu silenzio.
E nel silenzio parve a Piero Buondelmonti di sentir giungere dal lago
romano la voce del cannone. Ed ei s'inginocchiò con l'anima dinanzi
al sacro mistero della morte e della vita che le nazioni celebravano a
quella voce.