I giorni seguenti e per molto tempo il dolore tornò a dar a Piero
frequenti assalti con una ferocia tale che gli lacerava il petto ancora
debilitato dalla ferita e lo stringeva alla gola sino a soffocarlo e a
costringerlo a piangere, a piangere. Piero più volte al giorno dinanzi
agli amici rompeva in pianto. Poi a poco a poco quest'assalti del
dolore cominciaron ad essere più radi e men feroci. Com'ogni altra cosa
che nasce, anche quel dolore, quand'ebbe raggiunto il sommo della sua
vita, cominciò a declinare e ad avviarsi verso la sua morte. E allora
Giacomo Rummo il quale aveva sempre vigilato, cominciò a far di tutto
per aiutar l'opera della natura. Tutti gli amici italiani lasciavan
Piero men che potevano solo nella villa della Tijuca, ma più degli
altri gli faceva compagnia Giacomo come quegli che aveva maggior tempo
libero fra i giornali brasiliani sui quali di tanto in tanto scriveva
di cose italiane, e l'«Operaio Italiano» del quale era segretario.
Giacomo incominciò a portar a Piero qualche giornale, a raccontargli le
notizie d'Italia e a parlargli di letteratura, d'arte e soprattutto di
musica. E ne parlava sì bene, quel politico nutrito degli strepiti dei
comizii parlava sì bene di musica, che a Piero pareva di sentir musica.
E quando gli parlava di Riccardo Wagner che era il suo Dio musicale
come Carlo Marx era il suo Dio politico, a Piero pareva di riveder la
cavalcata delle Walkirie e di risentire il canto d'Isotta sul morto
Tristano. Così Giacomo dopo aver curato il corpo di Piero ne curava
l'anima e voleva risanarla e voleva renderle la pace.
A poco a poco i due amici cominciarono a discutere fra loro.
Ma in principio Giacomo e Piero pareva gareggiassero per andare il
più possibile d'accordo. C'era fra loro il bisogno di aver la stessa
opinione, quel bisogno che spesso c'è fra due avversarii appunto,
diventati amici di fresco. Avevan bisogno su quistioni su cui i loro
animi eran profondamente scissi, di dirsi l'un l'altro: — Hai ragione!
È proprio così! — E gli animi con indescrivibile delicatezza si
sforzavano di tenersi a fior degli argomenti e non penetrar fin dove
gli argomenti sarebbero diventati quistioni. Insomma Piero e Giacomo
avevano l'un per l'altro lo zelo e l'amore della loro nuova amicizia,
perchè Piero nutriva per Giacomo tutta la gratitudine di cui il suo
cuore poteva esser capace, e Giacomo vedeva in Piero l'uomo pel quale
egli durante tanti giorni e tante notti aveva fatto un'opera buona ed
anche per questo gli era straordinariamente attaccato.
C'era qualcosa in cui tutti e due consentivano com'un uomo solo, ed
era nel fare il processo alla borghesia contemporanea che secondo loro
mancava d'ogni virtù. Incominciò il Rummo una mattina a dimostrar
la decadenza politica della borghesia; la borghesia non era più
capace di tener il dominio degli stati moderni, nelle stesse lotte
economiche essa portava un animo stremato ormai e impaurito. Seguì
il Buondelmonti mettendo in luce le inferiori qualità della morale
borghese, dell'arte borghese, della scienza borghese, della religione e
dell'incredulità borghese. Tutti i valori dell'uomo erano abbassati e
falsati. Il rispetto della vita umana posto come primo principio d'un
vangelo umanitario tendeva a distruggere la storia dell'umanità. Il
Buondelmonti giungeva a vedere nella stessa pace armata delle nazioni
contemporanee qualcosa di borghese grandemente deplorevole, il prodotto
di due spiriti borghesi, dell'industrialismo borghese che incalzava la
fabbrica delle armi, e del pacificismo borghese che ne impediva l'uso.
Il Buondelmonti e il Rummo passarono in rassegna costumi, istituzioni,
leggi, opinioni, uomini e cose del nostro tempo, e si trovaron sempre
d'accordo nel condannare, perchè in ciò tutti e due, il socialista e
il nazionalista, eran con pari convincimento partigiani della stessa
parte, eran tutti e due profondamente antiborghesi. L'uno e l'altro
stando fuori di questo tempo parteggiavano per la vita eroica.
Ma però i due amici sin dall'infanzia s'eran formati diversamente:
l'uno, Piero Buondelmonti, s'era formato sulla cultura, l'altro,
Giacomo Rummo, sulle prime impressioni della sua stessa adolescenza.
Leggendo appunto le guerre di libertà, Piero Buondelmonti da giovinetto
aveva sentito nascere dentro di sè l'amore della patria e della vita
eroica; poi aveva rafforzato quest'amore nelle scuole classiche
congiungendolo col culto di Roma, e finalmente dopo i vent'anni,
dedicatosi a severi studii di storia, aveva appreso a vedere il mondo
per grandi fatti e per grandi forze, come si vede di lontano nel tempo
dove tanto di ciò che accade sotto i nostri occhi non può giungere;
aveva appreso a distinguere e a prediligere su tutto nella formazione
delle società umane e delle civiltà il giuoco delle grandi nazioni
e degli imperi che quelle si conquistano. E poi di ciò che la storia
gli aveva insegnato, aveva materiato la sua dottrina. Egli era dotato
di mirabili occhi per scoprire nei fatti storici che possono essere
in mille guise, la legge dell'animo umano che è in una guisa sola
attraverso il tempo e lo spazio, e quindi aveva potuto ricavare dalla
storia alcune poche verità immanenti, semplici e chiare, delle quali
egli era diventato coi libri il banditore in Italia. Su queste verità
poggiava la sua dottrina nazionalista e imperialista.
Al contrario Giacomo Rummo dai banchi della scuola era caduto nella
lotta di classe; un compagno di scuola l'aveva portato al comizio e
alla dimostrazione di strada, e quivi la sua prima vita aveva ricevuto
le lezioni della realtà che tocca più da vicino gli uomini, la realtà
dei bisogni, del dolore e del furore pei bisogni insoddisfatti. Il
giovinetto Giacomo Rummo da ciò che aveva visto nel bianco dell'occhio
d'uno che gridava accanto a lui, aveva tolto la sua vocazione, e questa
era di combattere, di combattere in pro di tutti coloro i quali avevano
da lanciare un grido per esigere la soddisfazione di un bisogno. Il
giovinetto Giacomo Rummo era entrato nella lotta di classe con l'animo
che hanno i soldati presi nella mischia sul campo di battaglia. Dal
comizio alla dimostrazione, dalla dimostrazione al circolo, dal circolo
al caffè e agli altri ritrovi degli amici, egli viveva nel clamore
della sua furia, senza sentire altre voci del resto del mondo, nè di se
medesimo.
Tutti e due adunque, Piero e Giacomo, così essendo, si trovavano
facilmente d'accordo nell'affermare per l'uomo la necessità della vita
eroica; ma l'uno amava soltanto la vita eroica della classe e l'altro
soltanto quella della nazione. Tutti e due vivevano fuori dell'atomo
e dell'attimo del loro essere, ma l'uno viveva nelle generazioni della
patria, l'altro nella generazione che passava con lui. L'uno, come fu
detto, aveva due nature, l'individuale e la nazionale; l'altro in luogo
del suo egoismo aveva posto l'egoismo di classe.
E a poco per volta nelle loro conversazioni e discussioni questi due
termini, classe e nazione, raddrizzarono il capo e stettero di contro
l'uno all'altro. Fu il primo il Rummo a cambiare la conversazione in
discussione e la discussione in affermazione.
Un giorno erano stati in città ed avevano parlato d'architettura con
Lorenzo Berènga. Tornando ripresero l'argomento e venendo a discorrere
delle arti in generale Piero a un certo punto disse che il loro fiorire
e il loro decadere nella storia dei varii popoli erano strettamente
legati con i periodi delle grandi guerre nazionali.
— E delle rivoluzioni! — esclamò Giacomo.
E ne uscì una discussione sul valore delle rivoluzioni e delle guerre
rispetto alla formazione delle civiltà umane, sul valore delle classi e
delle nazioni. Giacomo vedeva nella storia l'importanza maggiore della
rivoluzione e della classe, Piero l'importanza maggiore della guerra e
della nazione. E per giorni e giorni le due dottrine, le due culture,
le due coscienze lottarono vivamente.
Piero Buondelmonti fu il primo ad accorgersi che la loro amicizia
poteva soffrirne, e siccome non voleva questo, incominciò ad affermare
meno per parte sua e a lasciare che l'altro affermasse di più.
Tacendo sorrideva dentro di sè. Quando Giacomo nel calore delle sue
dimostrazioni pronunziava una frase orrida di neologismi teorici
dedotti, secondo il linguaggio del socialismo scientifico e militante,
dal concreto nell'astratto, Piero, che aveva l'armonioso parlare dei
padri, sorrideva dentro di sè e un'ombra del sorriso gli appariva
altresì sul volto magro e triste. Sorrideva dell'amico suo pensando
che per la sua scienza egli aveva quel gergo, egli che per esprimere
l'inesprimibile dell'anima sua aveva la divina musica.
Ben presto accadde che in Giacomo Rummo risorse il propagandista.
Piero aveva trovato un modo per far contento l'amico e non scontentar
troppo se medesimo: invece di contradirlo, quando affermava, prendeva
argomento dalle sue affermazioni per domandargli notizie sugli
istituti, su uomini e cose del socialismo. Un giorno i due amici
stavano nel giardino e Piero interrogò Giacomo sui sindacati di
mestiere. Questi parlò a lungo e l'altro lo stette ad ascoltare con
molta attenzione e poi gli domandò se aveva certi libri italiani
e francesi su quella materia, aggiungendo che li avrebbe letti
volentieri. L'amico il giorno dopo glie li portò, e per più giorni,
man mano che Piero li andava leggendo, formarono il tema de' loro
discorsi. Piero mostrava di dar molta importanza a quei libri e di
riconoscerne il valore e Giacomo se ne compiaceva e li magnificava. Ei
magnificava la nuova scuola del socialismo alla quale egli apparteneva
e che era appunto il sindacalismo. Ei vedeva nei sindacati i germi
del mondo futuro, vedeva questo mondo uscire dallo sciopero generale,
e parlandone diventava eloquente per virtù della sua fede, e siccome
non poteva per l'abitudine della sua vita scompagnar l'eloquenza dalla
propaganda, nè questa dall'idea di far proseliti, incominciò a nutrir
fiducia di poter aver una qualche efficacia sull'animo dell'amico. E un
giorno specialmente parlò con straordinaria forza e con straordinario
amore per convertire l'amico. Avevan fatto una passeggiata e parlato
di se stessi e di tante cose, nè mai nella loro amicizia avevan avuto
un'ora così intima. A un certo punto Piero aveva fatto allusione alla
sua disgrazia e sentendosi serrar la gola da uno di quegli assalti del
dolore che eran diventati sempre più radi, ma non mai scomparsi del
tutto, s'era messo a piangere. Giacomo l'aveva consolato. Poi tornati
alla villa s'eran messi a sedere nel giardino, e Giacomo sentiva una
grande pietà per l'amico e anche per la prima volta sentiva pietà per
Giovanna. A un tratto il cuore gli dette un gran balzo d'orgoglio.
Giacomo, come mai per il passato, ebbe l'orgoglio della sua fede e per
mezzo di questa concepì il proposito di poter dare all'amico un'anima
nuova. Subito avviato il discorso sull'argomento del sindacalismo
incominciò a parlare con tanto calor d'eloquenza che presto Piero ne fu
preso e levando su di lui gli occhi meravigliati e ascoltando dimenticò
il suo dolore. Giacomo parlò delle unioni dei lavoratori nei sindacati,
parlò dei lavoratori che producono la ricchezza del mondo, energici e
disciplinati come le macchine di ferro e di fuoco che trattano. La sua
eloquenza era scultura da cui i lavoratori sorgevano trasformati in
eroi. La sua eloquenza era bella non ostante il gesto rotto, la voce
stridula, le labbra secche, tanta era la passione dell'animo, tanta
era la religione nella quale egli aveva trasformato il suo furore,
le invidie che esistono accumulate nel sangue umano da generazioni. I
lavoratori, gli uomini diversi da lui, rappresentavano per lui la sua
parte di bene che non aveva avuto, il suo amore che non aveva avuto,
la soddisfazione delle sue ambizioni politiche che non aveva avuto,
rappresentavano quanto dal profondo del suo egoismo umano non aveva
levato nemmen la voce attraverso gli anni nel clamore della furia di
classe, eppure esisteva accumulato da generazioni. I lavoratori erano
coloro che agivano, che vivevano per lui oltre i limiti della sua vita
e della sua azione. Ma egli non sapeva questo, non sapeva più nulla
di se medesimo, ed era giunto ad amare i lavoratori per loro soli con
frenesia d'amore, e perciò quando parlava di loro diventava il loro
sacerdote, il loro poeta, il loro profeta. E quella volta dinanzi ad
un uomo solo parlò come dinanzi ad una moltitudine d'anime. Dando la
più profonda e pura sostanza del suo ardentissimo cuore, aveva perduto
persino gli sgradevoli neologismi teorici e la sua eloquenza sgorgava
dalla più pura vena, più profonda delle sorgenti stesse della musica.
Ei terminò:
— Bisogna credere nell'ascensione dei lavoratori! Credi, Piero, credi!
Sono i migliori nostri fratelli, i più forti ed i più generosi.
Tu stesso per le tue idee nazionali, se avrai bisogno della forza,
troverai in loro la forza, se avrai bisogno della generosità, troverai
in loro la generosità. Bisogna credere nell'ascensione dei lavoratori.
Credi, Piero, credi! E renditi conto che le cose grandi si possono fare
con una sola classe e con una sola età: il popolo e la gioventù.
Piero gli gettò le braccia al collo esclamando:
— Tu mi apri gli occhi!
L'altro ripetè ancora trasportato dal suo impeto:
— Sono i più forti e i più generosi!
I giorni seguenti tornarono sull'argomento, tornarono a discutere di
sindacalismo, ed ora era Giacomo tutto fervore di consentire con Piero
e guardingo, con indescrivibile delicatezza, di contradirlo il meno
possibile, perchè era riuscito a porre nel cuore di lui una parte di
sè, la miglior parte di sè, e perciò l'amava come un padre il figlio.
Infatti avvenne un mutamento nella coscienza di Piero: questi nel
popolo e ne' lavoratori per la prima volta vide la più generosa forza
della nazione. E così la sua coscienza fu rinnovata e rifecondata.
Perciò un giorno disse a Giacomo:
— Ho deciso di tornar in Italia. Vieni con me.
Giacomo impallidì di commozione, perchè non aveva mai pensato di
tornare in Italia. Piero gli domandò:
— Non puoi?
Giacomo rispose:
— Non son legato qui. La mia vita è libera. Ma che farò in Italia?
Piero rispose:
— Lavoreremo insieme.
Giacomo esultando acconsentì. E subito aggiunse:
— Possiamo annunziare agli amici la nostra partenza?
Piero rispose di sì, e gli amici di Santa Teresa di lì a poco ebber
l'annunzio da Giacomo, andato da loro di corsa.
Il quale da quanti lo videro in quei giorni non era riconosciuto,
tanto aveva il cuore leggero e contento. Un sorriso che egli stesso
non avrebbe saputo dire da che angolo del cuore gli venisse, gli
errava sulle labbra e pareva che gli costellasse di puntini d'oro la
barbetta rossigna. E quella ingenuità che è in fondo all'anima d'ogni
uomo di fede, pareva nei suoi occhi fatta più buona e ispirava quel
sentimento che ispira una cosa buona e umile quando si mostra contenta.
Eppure per l'innanzi non gli era mai nemmen passato per la mente di
ritornare in Italia. Egli poteva stare in Europa come in America e
dappertutto, perchè era solo al mondo e portava con sè tutto il suo
bene: un residuo ancora di quel poco che gli aveva lasciato il padre,
sufficiente pel tozzo di pane quotidiano e il rozzo vestito di cui
soltanto aveva bisogno nella sua nobile astinenza. E quel poco di più
che raggranellava a Rio de Janeiro avrebbe potuto raggranellarlo da per
tutto e specialmente in Italia; eppure non gli era mai passato nemmen
per la mente di ritornare in Italia. Qui, ei sapeva, poco da combattere
e sopratutto nessuno con cui combattere e nulla contro cui combattere,
perchè quelli che un tempo egli aveva per compagni di fede, erano
ora da lui ritenuti seguaci d'un socialismo vecchio e degenere, ed il
nuovo socialismo al quale s'era andato poi convertendo, in Italia non
attecchiva, mentre dall'altra parte le classi dominanti eran molli e i
governi corruttori. Comunque fosse, era rimasto a Rio de Janeiro. Ora
però, dopo aver deciso di ritornar in Italia con l'amico, si sentiva il
cuore leggiero e contento e pareva altresì che si desse una cert'aria
d'importanza come uno che è molt'affaccendato, e a chi gli domanda: —
Ci sono novità? — Sì — può rispondere — ci sono molte novità! — Con una
cert'aria diceva a tutti:
— Partiamo per l'Italia col Buondelmonti.
Era sulla fine di Marzo e la partenza era stata stabilita verso la
metà d'Aprile. Gli amici italiani sapevano che non avrebbero potuto
far feste d'addio per via del lutto di Piero, ma pure vollero ancor una
volta testimoniare ai partenti il loro affetto ricevendoli per le case.
E il due d'Aprile Piero tornò per la prima volta a Santa Teresa nella
villa di Lorenzo Berènga.
Questi lo ricevè nella biblioteca dove l'aveva ricevuto la sera che il
giovane era andato da lui a cercar forza contro la sua passione. C'era
anche la nipote Bruna, in piedi accanto allo zio che stava seduto al
tavolino. E quando i due uomini ebber cominciato a conversare, Bruna
discostatasi si mise a girar pian piano intorno alla stanza, rasente
agli scaffali dei libri, col viso verso il Buondelmonti, guardandolo
come quei che scruta. Poi uscì per una porta. Allora accortosi della
sua scomparsa lo zio disse al Buondelmonti:
— Quella figliuola lì.... Le dirò che cosa fece. Quel giorno.... quel
giorno, sa.... avevo osservato che parlava anche meno del solito.
Non parla quasi mai, ma le qualità del padre in lei son come i tesori
nascosti sotto terra. Ha il nostro cuore. Il nostro sanguaccio nelle
sue vene ha preso fuoco.... Anche lei è sola, e perciò quasi non ha
linguaggio. Dunque, avevo osservato che girava, girava per la casa con
la testa bassa.... E a un tratto la vedo sparire come ha fatto ora. Io
credo che Dio m'abbia fabbricato di ferro rugginoso, ma il mio cuore è
debole per quella creatura, e quando la vedo sopr'a pensiero, mi porta
via a tutto. Dunque anche quel giorno la cerco e la scopro sotto la
pergola in fondo al giardino che leggeva un giornale. M'accosto, le
prendo il giornale. C'era la narrazione della catastrofe. Allora le
dissi: — Sai chi sono? — I signori arrivati d'Italia. — Io allora le
dissi: — Ebbene, giacchè sai, manda de' fiori per il feretro. — Quella
volta non mi spogliò il giardino, colse pochi fiori, ma li portò da sè,
sola, senza dir nulla a nessuno. All'albergo non la volevano lasciar
passare; passò. In camera, dove la poveretta era esposta, non la
volevano lasciar passare; passò. S'accostò al letto, le aprì le palme,
glie le ricongiunse sui fiori e tornò via.
Mentre il Berènga raccontava, l'altro piangeva, nè il suo dolore era
stato mai così acuto, neppur la prima sera della Tijuca, quando lo
stesso Berènga gli aveva detto che Giovanna era morta.