Piero uscì di pericolo soltanto dopo aver passato molti giorni tra la
vita e la morte e lungamente dovè tener ancora il letto prima d'entrare
in convalescenza. Intorno al suo capezzale nell'albergo vegliaron
sempre gli amici italiani, Giorgio Tanno, il Berènga, Pasquale e
Diego Mùrola e più di tutti il socialista Giacomo Rummo. Questi, al
primo annunzio dell'accaduto, era stato preso di subita pietà per
il Buondelmonti, era accorso e non aveva più, si può dire, lasciato
l'albergo. La tragedia d'amore e di sangue aveva levato gran rumore e
profondamente commossi gli animi nella città; le fantasie e i giornali
s'eran per giorni e giorni disfrenati sul terribile romanzo degli
amanti italiani, incominciato, dicevano, sull'oceano e terminato in
America dalla morte. Gran gente aveva seguito i funerali di Giovanna
e molte delicate e appassionate brasiliane, di quelle che l'avevano
conosciuta quand'era viva e sì bella, e altre che avevan sentito parlar
di lei soltanto dopo che era morta, avevan mandato cumuli di fiori per
la sua salma. E tutti i giorni giungevan fiori all'albergo per Piero
Buondelmonti; innumerevoli persone, ignoti della colonia italiana e
i più ragguardevoli cittadini di Rio de Janeiro, letterati, artisti,
uomini pubblici, venivano per notizie e far visita. Chi li accoglieva
nel salotto attiguo alla camera dove Piero giaceva, era di solito
Giacomo Rummo, e lo stesso prendeva i fiori e ne adornava le stanze.
Perchè quell'uomo politico in esilio, aveva nel fondo del cuore un
bisogno d'affetti non mai soddisfatto. Egli s'era volto al socialismo
sin dai banchi della scuola quand'aveva quattordici anni, forse per
una istintiva reazione contro la propria famiglia, perchè egli era
figliuolo d'un prefetto del regno d'Italia; a diciassett'anni era già
un socialista militante, e furiosamente militante, nei circoli e nei
comizi; dai diciotto ai venticinque anni aveva perduto il padre e la
madre ed era rimasto solo al mondo e con appena di che vivere; verso
i trent'anni poi s'era innamorato senz'essere corrisposto e avrebbe
sofferto molto di quell'amore, se non fosse stato portato via dalle
furie del partito. Il ricordo di quell'amore era rimasto dentro di lui
lontano lontano, come in una parte del suo essere dove il suo pensiero
scendeva solo di rado e alla sfuggita. Giacomo Rummo aveva varcati i
trent'anni solo, senza compagnia di donna, ridotto a puro uomo politico
e socialista militante, uomo di caffè e di circolo, di comizio e di
strada. Ma talvolta in fondo alla sua acrimonia sentiva qualcosa di
più amaro della sua acrimonia stessa ed era una pena di rimpianto per
ciò che non aveva mai posseduto. Giacomo Rummo era un propagandista
socialista ed anche uno scrittore, uno scrittore altrettanto rozzo
quanto sostanzioso, ingombro di neologismi sgradevoli; ma amava e
coltivava la musica. La musica era per lui tutto ciò che il mondo non
gli aveva dato, nè egli aveva voluto. Ed ora al capezzale dell'uomo
che una volta egli aveva respinto come amico, Giacomo Rummo incominciò
a provare quello che gli ispirava la musica, quando dopo aver una
sera ascoltata un'opera, andava nei giorni seguenti ripensandoci e
riaccennandosela fra sè e sè e dentro nel cuore si sentiva nascere
tanta dolcezza e tanta delicatezza. Così s'ingentiliva ora facendo
l'infermiere. Nessuno sapeva disporre i fiori meglio di lui, nè
ricevere i visitatori, e nessuno metteva più riguardo nel parlar sotto
voce e camminare sulla punta de' piedi; nessuno prendeva gli ordini
da' medici con più diligenza. Così s'affezionò al Buondelmonti più che
a un fratello e gli altri amici si meravigliavano del suo mutamento.
Conoscevano il suo gesto rotto e la sua voce stridula di propagandista,
la faccia senza riso, dalle labbra secche e taglienti, dalla barbetta
rigida e puntuta come un cono metallico, ed ora lo vedevano passar da
una stanza all'altra senza levar un alito di rumore, così assorto nel
suo ufficio amoroso che pareva contento; e poi lo vedevano inchinarsi
sul volto del giacente e studiarne il respiro trattenendo il suo
respiro.
Il giorno che Piero potè aprire gli occhi ed esprimere un sentimento,
nel vedere accanto al letto fra gli altri amici il Rummo gli si
illuminò il viso di meraviglia e di gioia e la sua mano dissanguata
fece l'atto di cercare quella di lui. Il Rummo appoggiò leggermente la
palma sulla mano di Piero e gli sorrise. Qualche giorno dopo, Piero
rimase solo con uno dei fratelli Mùrola e sforzandosi di parlare gli
domandò del Rummo, e il Mùrola gli raccontò che era stato uno dei primi
ad accorrere ed era uno dei più assidui e bravi nell'assisterlo, che
l'aveva vegliato anche tre notti di seguito e spesso aveva l'aria di
voler escludere di camera tutti gli altri per restarvi soltanto lui.
Piero con la testa resupina sui guanciali, cereo nell'ombra della sua
chioma castagna, sorrideva come uno che è consolato.
Quando poi tornò padrone della sua vita, Piero stava con tutti
volentieri e a tutti era grato delle cure che avevano avuto ed avevano
per lui, ma provava una contentezza speciale quando il Rummo restava
solo in sua compagnia. Allora questi leggeva qualche libro o i giornali
e se leggendo s'imbatteva in un passo che altrove gli avrebbe strappato
dall'anima il grido della protesta socialista, sorvolava o cercava
con un'osservazione di mettere in luce qualcosa che in proposito
ci poteva essere di concorde nelle loro dottrine che erano così in
disaccordo. Ei si ricordava di quando torceva il viso dallo scrittore
arrivato d'Italia, come aveva fatto al pranzo del Berènga, all'«Operaio
Italiano», altrove, e di quando aveva cessato di salutarlo per ostinata
acrimonia di parte incontrandolo per la via. Si ricordava ed il suo
cuore diventava più delicato verso il suo nuovo amico.
Giacomo Rummo e gli altri, quando Piero fu entrato in convalescenza e
incominciò a essere in grado di lasciar l'albergo, si concertarono per
trovargli una villa sui colli di Rio de Janeiro dove quegli potesse
andar a rimettersi in forze prima di riprendere il mare per tornar
in patria. Si radunarono una sera in casa del Berènga e discussero a
lungo. Il Berènga avrebbe offerta volentieri la sua stessa villa di
Santa Teresa, ma non si poteva condurre Piero su quel colle dove aveva
abitato Giovanna. Si decisero finalmente per la Tijuca ricca d'ombre e
di sole, elegante e selvaggia, a giusta distanza dalla città.
Il giorno dopo lo stesso Berènga, uomo dell'arte, e Giacomo Rummo
vollero andare a scegliere la villa e trovatala come la volevano,
semplice e tutta cinta di fiori e all'ombra d'una foresta, di lì a
poche sere vi ritornarono con gli altri e con Quirino Honorio do Amaral
e ne adornarono di fiori le stanze, facendo questo non soltanto per
amicizia verso Piero, ma anche per devozione verso la patria, perchè
Piero era l'ultimo compaesano giunto di laggiù. La mattina dopo, tutti
quanti insieme in automobile lo condussero alla Tijuca.
Erano tre mesi e mezzo dalla catastrofe e dalla morte di Giovanna
quando Piero lasciò l'albergo. Più che ei non si sedesse lo avevano
adagiato nell'automobile e avevan preso posto accanto a lui Pasquale
Mùrola, Quirino e Giacomo Rummo, mentre in un altro automobile salivano
il Tanno e Diego Mùrola, senza Lorenzo Berènga che aveva quella mattina
molte faccende in città e aveva promesso che avrebbe raggiunto la
comitiva alla villa nelle ore pomeridiane. Non avevano ancora detto a
Piero che Giovanna era morta. Ne' primi momenti, appena, riavutosi,
quand'aveva ancora il proiettile nel petto, Piero aveva subito
dimandato di Giovanna e qualcuno gli aveva detto che era gravemente
ferita, come lui ma non uccisa. I primi giorni Piero sempre aveva
dimandato di Giovanna e sempre gli era stata detta la stessa cosa.
E quando Piero era uscito di pericolo, gli era stato detto che anche
Giovanna aveva fatto altrettanto, perchè ognuno ormai aveva temuto che
la vita di lui sarebbe stata di nuovo messa in forse se lo avessero
disingannato. Sicchè lo stato di Giovanna era passato per le stesse
fasi dello stato di Piero. Dopo essersi a lungo consigliati insieme
que' delicati animi d'amici avevano deciso che gli avrebbero dato il
colpo sol quando ei sarebbe il più possibile tornato in forze; erano
d'intesa il Rummo, i Mùrola, il Tanno, il Berènga, Quirino Honorio do
Amaral e tutti gli altri che venivano ammessi nella camera di Piero,
compresi i servitori dell'albergo, e ciascuno per conto suo sapeva
di dover mentire fino al giorno che a tutti fosse sembrato opportuno
di dir la verità. Perciò quando stavano in più intorno al suo letto,
o soli, il Rummo, Giorgio Tanno e gli altri, ciascuno sapeva che
cosa rispondere di preciso alle sue domande e come eludere le sue
investigazioni: Giovanna si trovava sempre press'a poco nelle medesime
condizioni di Piero, anch'essa in un albergo della città, anch'essa
avviata verso la guarigione. Ma una sera Piero era rimasto solo col
Rummo. Da molti giorni non aveva domandato di Giovanna. A un tratto
fissandolo dal suo guanciale pregò il Rummo di portargli i giornali di
quei giorni in cui era successa la catastrofe, e il Rummo sostenendone
lo sguardo, gli promise che li avrebbe cercati e glie li avrebbe
portati. Passarono alcuni giorni, Piero chiese di nuovo i giornali al
Rummo e questi gli rispose che non aveva avuto tempo di cercarli. A un
tratto Piero fissandolo gli disse:
— È morta, vero?
La sua faccia era sì stravolta che il Rummo spaventandosene protestò
prima che nessuno aveva mai mentito e poi per rincalzar la menzogna con
un'altra menzogna aggiunse:
— C'è una sola novità: Giovanna è ripartita per l'Europa.
Il Rummo senz'accorgersene nel forzar la voce aveva ritrovato un po'
l'accento dell'acre violenza del propagandista. Piero si tacque. Poi lo
stesso giorno, essendo rimasto solo or con questo or con quell'amico,
a tutti domandò di Giovanna e tutti gli risposero la stessa cosa, che
era ripartita per l'Europa. Allora Piero non domandò più ne di Giovanna
nè dei giornali. E intanto il suo povero corpo recuperava le forze e
la salute, perchè la gioventù e l'istinto di conservazione potevano più
d'ogni altra cosa.
La mattina che fu condotto dagli amici alla Tijuca Piero aveva dentro
di sè un dolore e una gioia. Il suo corpo e la sua anima gioivano della
luce, dell'aria e della libertà che tornavano a godere, ma il pensiero
di Giovanna gli dava dolore. La sua anima era come un'orchestra quando
due motivi s'uniscono e non si distinguono più l'uno dall'altro: così
egli non distingueva più la sua gioia dal suo dolore, ma sentiva la
contentezza di tornare a vivere, con una pena in fondo al cuore, e
di tanto in tanto questa pena si smarriva in quella contentezza. Il
suo dolore in quei momenti non nasceva dal pensare che Giovanna fosse
morta, ma nasceva dal vedere che mentre gli stavano intorno tanti
amici, essa sola da lui più di ogni altra persona amata era assente.
Egli girava intorno gli occhi come uno che fosse risorto e talvolta
sulle sue labbra spuntava un sorriso, tal'altra i suoi occhi pareva che
si velassero di lacrime. E gli amici lo guardavano e gli sorridevano,
ma il pensiero di Giovanna era anche in loro, e già sentivano pietà
del colpo che qualcuno quanto prima avrebbe dovuto dare a lui che
allora allora tornava a vivere. Tutti ma sopratutto Quirino, presero
a mostrargli la bellezza dei luoghi per cui passavano. Il giovane
brasiliano pareva aver perduto l'impeto e l'entusiasmo d'una volta e
aveva nei grandi occhi e nella voce una malinconia che meglio d'ogni
altra cosa, meglio degli stessi occhi insistenti di Giacomo Rummo,
sapeva parlare alla gioia e al dolore di Piero. Attraversarono strade
lunghe lunghe e strette, d'ambo i lati folte di giardini e di selve
dentro cui stavano villette come sommerse. Quirino mostrava quanto
erano leggiadre e leggiere quelle villette secondo il clima, mostrava
il cupo verde della esuberante vegetazione tropicale e diceva il nome
di certi alberi che dai giardini e dalle selve gittavano grandi rami
sopra la strada carichi di fiori gialli come oro e azzurri come il
mare e rossi come il fuoco e il sangue. E poi giunsero dinanzi a un
vasto edifizio sotto immani rocce nude e biancastre e Quirino disse
che era il Collegio Militare, e poi presero a salire e di tanto in
tanto attraverso i sentieri della foresta scoprivano lontano lontano
un occhio di mare. E Quirino parlava del mare, delle foreste e delle
rocce, e Piero lo guardava fisso fisso come se a sentirlo parlare gli
spuntasse un pensiero nella mente. Gli amici lo osservavano trepidando
perchè i suoi occhi nel fissare il giovane brasiliano diventavano
sempre più ploranti. Qualcuno gli domandò per distrarlo se fosse mai
stato in quei luoghi. Piero rispose:
— Mai.
E aggiunse:
— Sono nuovi due volte.
E parve che dai suoi occhi fosser vicine a sgorgar le lacrime.
Gli amici si guardarono di nascosto e rimasero un momento zitti
comprendendo il suo dolore e ripensando che quanto prima dovevan dare
a quel dolore il colpo. Qualcuno poi per distrarlo gli domandò:
— Perchè nuovi due volte questi luoghi per te?
— Perchè — rispose Piero — non ci sono stato mai e perchè anche ciò
che si rivede, dopo una lunga malattia par nuovo come tutto ciò che ci
appare per la prima volta nell'infanzia.
Piero sentiva nel suo povero corpo e nella sua povera anima la gioia
di questa novità d'infanzia e di resurrezione nei luoghi nuovi, e
più così sentiva il doloroso desiderio di Giovanna che era assente.
Prestando orecchio a Quirino che mostrava la bellezza dei luoghi per
cui passavano, Piero pensava a Giovanna, pensava ad altri luoghi che
egli stesso aveva visti con Giovanna, ad altri luoghi che egli stesso
aveva mostrato a Giovanna, e pensava quanta gioia avrebbero avuto
tutti e due ora, se essa non fosse stata assente. Ma ora a mano a mano
che salivano, il dolore s'impossessava sempre più di lui e gli pareva
che Giovanna fosse morta; tanto che aveva paura che qualcuno glielo
dicesse.
Guardava il Rummo e avrebbe voluto domandargli:
— È vero che hai sempre mentito? È vero che Giovanna è morta?
Guardava Quirino e vedeva quanto appariva mutato da quello d'una volta;
pensava che così fosse, nel suo ingenuo attaccamento, per pietà del
suo dolore, del dolore che gli altri ancora gli tenevano nascosto,
e sentiva per lui tanta tenerezza di gratitudine. Avrebbe voluto
domandargli:
— Tu sai, vero, che Giovanna è morta?
Tutti sapevano. Erano lì accanto a lui, in un attimo quelli amici
avrebbero potuto rivelargli la verità. Ei li guardava, or questo or
quello, vedeva che sapevano la verità, gli pareva di vederla dentro di
loro. Più volte la domanda gli giunse fino alle labbra, ma aveva paura
che gli dicessero che Giovanna era morta.
E anche nella villa non l'abbandonò per tutta la giornata questa paura.
La sera finalmente, colto un momento in cui si trovava solo col
Berènga, gli disse sottovoce e come se continuasse un discorso
interrotto poco prima:
— È morta, vero?
Il Berènga lo circondò con un braccio e due volte se lo strinse al
petto; poi disse:
— Ebbene, figliuolo, sii uomo! Dio ha voluto che fosse così. Accetta la
sua volontà e ti sentirai consolato.
Piero incominciò a piangere in silenzio, e appena gli amici s'accorsero
che il Berènga aveva parlato, tornarono di nuovo verso Piero per
consolarlo, ma il Berènga li tenne indietro con un gesto imperioso e
tutti rimasero in piedi intorno a Piero che continuava a piangere a
piangere a lagrime colanti e senza singhiozzi, come se il nodo del suo
pianto si fosse sciolto da tanto tempo. Il Berènga gli stava più vicino
e con la mano ancora in aria continuava a tener gli altri discosto
dicendo:
— Lasciamolo piangere, lasciamolo piangere.
E a capo basso stava a vederlo piangere. Gli altri stavano intorno
sottomessi al cenno del Berènga.
Quando ad un tratto questi levò la voce e pregò:
— Dio Signor nostro, concedi la pace a questo nostro fratello. Concedi
la pace anche all'altra anima che comparve dinanzi a te nel modo che
tu permettesti. Noi non possiamo sapere, o Signore, ciò che ci aspetta
dinanzi al tuo tribunale, e perciò non dobbiamo giudicare gli altri
ma dobbiamo aver pietà di quelli che soffrono e pregare per tutti. A
questo nostro amico tu hai voluto concedere la guarigione. Egli resterà
ancora qualche tempo fra noi e poi tornerà in patria. Assistilo nel
viaggio, assistilo quando sarà in patria, e serbagli in conto per la
sua salute eterna queste lacrime che versa ora, serbagliele e a lui e
all'altra anima più poveretta.
Così pregò il Berènga e tutti gli altri nei loro cuori, e quelli che
credevano e quelli che non credevano, pregarono con lui per l'amico
piangente e per la creatura che giaceva non lontano di lì sepolta nella
terra straniera.
Qualche giorno dopo, Piero disse al Rummo e a Quirino:
— Voglio vedere dov'è sepolta.
Tutti e tre colsero dei fiori e andarono dov'era sepolta Giovanna.
Per la strada Piero aveva sulla faccia dolorosa un sorriso, perchè gli
pareva di andare a rivedere Giovanna. A un certo punto volgendosi a
Quirino che appariva sempre abbattuto, gli disse con una dolcezza che
mai la sua voce aveva avuta:
— Caro, non ti riconosco più. Sei così per me?
Quirino rispose ciò che era vero:
— Sì.
— Eppure qualche mese fa non ci conoscevamo.
E così dicendo Piero gli strinse la mano.
Poco dopo disse al Rummo:
— Giacomo, qualche volta c'imbattiamo in avversarii che si vorrebbero
subito per amici e sentiamo che nessuna amicizia ci sarebbe più cara.
Per me tu eri di questi prima della mia disgrazia.
E si sforzava di sorridere all'uno e all'altro.
Quando poi furono dinanzi alla tomba, vi sparsero sopra i fiori e Piero
non pianse ma s'inginocchiò e rimase più d'un'ora senza muoversi.
Nè per tutto il ritorno aprì mai bocca, perchè stando in ginocchio
sulla tomba aveva pregato per l'anima di Giovanna come aveva fatto
il Berènga. E tornando sognava di rivedere Giovanna in un'altra vita.
Un acutissimo desiderio di rivedere Giovanna lo pungeva e sognava di
poterlo appagare, sebbene da tant'anni avesse perduta la fede ereditata
da' padri e da' padri de' padri con la carne e col sangue.