Non aveva intanto il congresso rimesso la diligenza negli apparecchj

della guerra marittima; al che lo induceva la necessità di difendere le

proprie coste dagli insulti dei corsali nemici, e d'intraprendere con

ogni migliore modo possibile le navi loro da carico. A ciò non mancavano

nè le materie atte alla costruzione delle navi, le quali erano anzi

molto abbondanti, nè la copia nei marinari eccellenti, la quale era

grandissima; ed essendo in gran parte cessati il commercio e le

pescagioni, era venuta meno ogni opera, e non sapevan più dove esercitar

l'industria loro. Lavoravasi perciò instantemente negli arsenali del

Mariland, di Filadelfia, e dell'isola di Rodi, dimodochè, in sull'entrar

dell'anno, si trovarono allestite e fornite di tutto il bisognevole

nell'acque della Delawara le navi, l'Alfredo di 32 cannoni, il Colombo

pure di 32, l'Andrea Doria di 16, il Sebastiano Caboto di 14, e la

Provvidenza di 12; ed inoltre tredici galee, alle quali diedero i nomi

seguenti: il Washington, il Dickinson, il Chatam, il Cambden, il Burke,

l'Effingham, il Bulldog, il Franklin, il Congresso, lo Sperimento,

l'Hancock e Adams, ed il Warren. Oltre a queste aveva il congresso

ordinato, che si fabbricassero con ogni speditezza tredici fregate di

trentasei cannoni ciascuna. Perchè poi si esercitassero le ciurme

nell'arte della guerra marittima, ed anche per far procaccio di armi e

di munizioni, e massimamente di polvere, aveva comandato ad Ezechiele

Hopkins, capitano generale dell'armata, di recarsi sulle isole di

Bahama. Partì Hopkins verso la metà di febbraio, e nel principio di

marzo dopo un prospero viaggio arrivò all'isola Abacco, una delle

Bahame. Quivi avendo inteso esservi in quella della Provvidenza gran

copia di munizioni da guerra, precipitati gl'indugi, vi arrivò

all'improvvista, e se ne impadronì. Trovarono gli Americani molte

artiglierie con bombe e palle, e centocinquanta bariglioni di polvere,

la quale era stata il principale oggetto della spedizione. Ritornando,

conflissero onoratamente con una fregata inglese, e predarono un

brigantino. L'armata del congresso con tutte le prede faceva porto a

Nuova-Londra. Seguivano similmente frequenti abbattimenti nella cala di

Boston tra le navi del comandante inglese Banks, e quelle dei

Massacciuttesi. Uno dei più notabili fu quello, in cui il capitano

Mugford si fe' padrone di una nave da carico, che portava molte armi e

munizioni da guerra. In tal modo gli affari del congresso non solo

procedevano prosperamente sulle terre vicine al mare, ma anche, cosa

maravigliosa e nuova, sul mare stesso. Dal che quelle genti già

concitate ed insuperbite pigliarono nuovo ardire e nuove speranze; ed

appoco appoco si avvezzarono ad adoperare, come sogliono le nazioni in

propria balìa poste. In quella misura, in cui succedeva lor bene la

resistenza, in molti nasceva, in parecchj cresceva il desiderio, ed in

altri si confermava il proposito dell'independenza.

Ma non camminavano già con simil prosperità le cose degli Americani nel

Canadà. Arnold, il quale aveva continuato con poche genti l'assedio di

Quebec, si trovava oppresso da grandissime difficoltà. Gli ajuti, che il

congresso aveva promesso all'esercito canadese non arrivavano, se non

lentamente, ed a spilluzzico, sia perchè pel rigor della stagione eran

diventate le strade quasi impraticabili, sia perchè per l'infelice esito

dell'assalto dato a Quebec si era molto raffreddo quell'ardore, che

avevano in sulle prime gli Americani concetto per la novità, e la

felicità dell'impresa. Ei pare che il congresso medesimo, o distratto

dai troppi negozj, o impotente per la mancanza dei mezzi, abbia quasi

tralasciato la cura delle cose del Canadà, od almeno non abbia

continuato a fare tutti quei provvedimenti ch'erano necessarj. Invano si

eran fatte marciare alla volta di Quebec quelle genti, che per la

guardia di Monreale risparmiare si potevano. Le soldatesche, che

obbedivano all'Arnold, appena che sommassero ad un migliaio di

combattenti. I Canadesi poi, i quali sul primo giungere degli Americani

gli avevano amichevolmente accolti e forniti di tutte quelle cose, che

per le facoltà loro potevano, ora, essendo manomessi in più guise da

quelle bande indisciplinate, cambiato avevano la benevolenza in odio.

Del che ne avevan essi gran ragione. I preti cattolici erano stati non

solo trasandati, la qual cosa irrita l'amor proprio, ma eziandio

scherniti, il che suole ingenerare rabbia e desiderio di vendetta.

Queste cose, aggiuntovi le insinuazioni del governator Carleton, e di

tutti coloro, che seguivano le parti sue, avevan fatto di modo, che i

preti medesimi negavano i sacramenti a coloro, che setteggiavano per gli

Americani. E siccome questa risoluzione grandemente impressionava le

menti dei Canadesi, e riusciva di un notabile pregiudizio agl'interessi

dei provinciali, mandarono dalla Marilandia un prete cattolico, affinchè

riempisse presso i Canadesi tutti gli uffizj pertinenti alla sua

religione. Ma il rimedio fu tardo; perciocchè le cose già si volgevano a

manifesta rovina; e contuttochè gli Americani avessero prosperamente

combattuto contro Beaujeu, gentiluomo francese di molto ardire, il quale

assembrati molti nobili canadesi ed altre genti, colle quali aveva

autorità, aveva fatto una testa grossa e preso il campo, tuttavia questo

non bastava per riparar a quei mali, che dalla debolezza loro, e dalle

ingiurie fatte agli abitatori di quella provincia erano nati. Si

aggiungeva a tutto questo, che si avvicinava la stagione, nella quale

gli ajuti, che si sapeva esser partiti d'Inghilterra alla volta del

Canadà, dovevan arrivare, e, sciolto il ghiaccio che ingombrava la

navigazione del fiume San Lorenzo, avrebbero potuto salire sino alla

città di Quebec. Sarebbe stata troppo pericolosa cosa l'aspettargli con

sì deboli forze. Perciò Arnold, il quale era stato di fresco tratto dal

congresso brigadiere generale, faceva con piccoli apparati, ma con

grand'animo, ogni sforzo per rendersi padrone di Quebec. Imperciocchè in

tal caso la nimistà dei Canadesi non avrebbe potuto nuocere, se non

poco, ed i soldati inglesi avrebbero trovato chiuso il passo alle parti

superiori della provincia. Della qual cosa aveva egli qualche speranza.

Si trovava Carleton allora con tutto il presidio a molto stretti termini

ridotto per la mancanza dei viveri, che i provinciali con eguale

diligenza e felicità intraprendevano per ogni dove. Non cessavan nemmeno

di noiare e fastidiare la guernigione con ispesse rappresentanze di

battaglie, e con nuovi stratagemmi, sperando, che per la debolezza di

quella si aprisse qualche via a potersi insignorir della città. Perciò

vi si erano accostati più vicino, e già avevan piantate la artiglierie

sulle rive del fiume per battere il navilio del governatore, ed avevan

posto mano a lavorare nelle trincee. Traevano altresì con palle roventi,

e briccolavano ogni sorta di fuochi artificiati dentro la città. Ma il

governatore vigilantissimo provvedeva a tutto, e non dava adito alla

fortuna. Crebbero vieppiù le difficoltà, in cui si trovavano gli

Arnoldesi, quando entrò nel campo loro il vaiuolo, malattia tanto grave

in quei climi. Dal che ne nacque, che gli ajuti, che si aspettavano,

arrivavano a stento; molti fuggivano, alcuni s'inoculavano, sicchè tra i

malati ed i fuggiaschi ridotta era l'oste a pochissimi soldati. Arrivava

in questo punto il general Thomas. Prima di scioglier l'assedio vollero

gli Americani far l'estrema pruova, tentando di metter fuoco alle navi

del governatore, e stando pronti nel medesimo tempo a dar l'assalto, se

mai vi nascesse dentro qualche tumulto. Essendo il fiume lungo le rive

di Quebec già libero dal ghiaccio, mandarono la notte dei tre maggio

all'insù un brulotto. Apparecchiavan le scale, ed ogni cosa per

l'assalto. Ma gl'Inglesi, accortisi dell'inganno, incominciarono a

trarre; e gli Americani che governavano il brulotto, vedutisi scoperti,

lo arsero. In questo stato di cose avendo perduto ogni speranza di poter

far frutto, sia per assalto, sia per assedio, scemando ogni di più le

genti nel campo sì di numero, che di coraggio, non trovandosi più nelle

riposte viveri da logorare, che per tre dì, e temendo grandemente, che

arrivassero in sul fatto le navi inglesi cogli ajuti, si risolvettero ad

abbandonar del tutto l'impresa, e di ritirarsi verso Monreale. La

mattina stessa del dì, in cui si doveva il nuovo disegno mandare ad

effetto, arrivava a veduta di Quebec l'Iside, nave da guerra da 54

cannoni, con la fregata la Sorpresa, ed un altro legno minore. Queste,

con eguale industria che pericolo, avevano in mezzo ai grossi ghiacci

felicemente navigato dalle bocche del San Lorenzo sino alla città.

Portavano alcune compagnie di ottimi soldati al soccorso. Furono questi

posti incontanente a terra, e le navi fattesi padrone del fiume

intrapresero del tutto la comunicazione tra le varie parti dell'esercito

americano. Presero eziandio molti navilj appartenenti ai provinciali. A

sì improvviso accidente entrarono questi in grandissima consternazione.

Abbandonarono tosto e precipitosamente gli alloggiamenti, lasciandovi il

bagagliume, le artiglierie, le provvisioni ed ogni altra sorta

d'impedimenti; le quali cose tutte vennero in potere dei nemici. Gli

ammalati la maggior parte di vaiuolo scampavano, come meglio potevano. I

Canadesi n'ebbero pietà, e gli nascondevano qua e là. Intanto il

governatore era saltato fuori e gli perseguitava. Fe' non pochi

prigioni. Ma i provinciali non si rimasero, finchè non ebber fatto ben

quarantacinque miglia all'insù del San Lorenzo, e, preso un poco di

riposo, si ritirarono sino alle bocche del Sorel, dove vennero a

congiungersi con loro quattro reggimenti. Ivi morì di vaiuolo il

generale Thomas, uomo bravo assai, ed in grazia di tutti pell'integrità

e valor suo. Successe nel comando Sullivan. Carleton dopo sì prospero

successo, trovandosi tuttora assai debole, si rimase dal perseguitare il

nemico, e ritornò a Quebec per ivi aspettar gli ajuti, ed allora saltar

fuori di nuovo ad onorata guerra. Ma prima esercitò l'umanità sua molto

conspicuamente. Gli Americani feriti o malati si erano nascosti nelle

selve, o nelle vicine abitazioni dei Canadesi, dove provavano ogni sorta

di disagi. Il governatore mandò fuora un bando, col quale ordinò, che

uomini a posta ne andassero in cerca, a spese pubbliche gli curassero,

ed a tutti i bisogni loro provvedessero. E perchè non temessero di

scoprirsi, diè la fede sua, che tostochè ricuperato avessero la sanità,

sarebbe fatta loro piena ed intiera abilità di ritornarsene liberi e

franchi alle case loro.

Queste cose si facevano nell'incominciar di maggio. In sul finir del

medesimo parecchj colonnelli di genti inglesi, e di lanzi di Brunswich

arrivarono nel Canadà, inguisachè la forza dell'esercito britannico in

questa provincia sommava a meglio di tredicimila soldati, condotti da

capitani espertissimi, tra i quali tenevano il primo luogo Carleton, che

guidava tutta l'impresa, Burgoyne, Philipps e Reidesel, generale tedesco

di buon nome. Questi volendo convertir in prò la rotta degli Americani

si consigliarono di portar la guerra nelle parti superiori del Canadà,

ed anche più oltre, se la fortuna avesse dato favore ai primi conati.

Determinarono adunque di far capo grosso alla Terra denominata le _Tre

Riviere_, situata sulla sinistra riva del San Lorenzo, egualmente

distante da Monreale e da Quebec. Verso quel luogo arrivavano tutte le

genti loro.

In questo mezzo tempo la fortuna, la quale tanto s'era dimostrata

avversa ai provinciali sotto le mura di Quebec, aveva anche la costanza

loro cimentata verso Monreale per un'improvvisa fazione fatta loro

addosso da una banda d'Inglesi, Canadesi ed Indiani. Occupavano i primi

un Fortino situato ad un luogo detto i _Cedri_, alcune miglia

superiormente a Monreale. Sopraggiungevano i regj, ed i Capi Beadle e

Butterfield, riguardando più alla propria sicurezza, che all'onor loro

ed all'utilità della patria, si arresero a patti. Vi si spedirono tosto

alcune bande di rinforzo da Monreale; ma, assalite per via, furon rotte

dai Canadesi e degl'Indiani, abbenchè non senza un'ostinata resistenza e

molto sangue. Gl'Indiani usarono contro i cattivi ogni sorta di

crudeltà. Arnold, il quale si trovava allora in Monreale, non potendo

tollerare, che le armi americane fossero superate da quelle degl'Indiani

e dei Canadesi, traeva fuori alla campagna i suoi, e si volgeva al lago

per presentar la battaglia al nemico. Ma il capitano Forster, gli mandò

dicendo, che se venisse tuttavia contro, e non consentisse ad uno

scambio dei prigionieri, tutti quei provinciali che in mano sua si

ritrovavano, sarebbero senz'altro posti a morte dagl'Indiani.

L'Americano, costretto dalla necessità, non senza molta ripugnanza,

acconsentì.

Questi eventi contrarj, ed il poco favorevole aspetto delle cose nel

Canadà non potettero tanto sbigottire gli Americani, che una fazione non

tentassero piena di molto ardire e di non poca difficoltà. Trovavansi le

forze inglesi, e brunswicchesi molto disperse e lontane l'une

dall'altre. Un grosso corpo aveva i suoi alloggiamenti alle Tre Riviere

sotto l'imperio del generale Frazer; un altro, il quale obbediva agli

ordini del generale Nesbit, stava sulle navi da carico; ed in fine la

banda più numerosa guidata dai generali inglesi Carleton, Burgoyne e

Philipps, e dal tedesco Reidesel, divisa in più schiere, stanziava più

sotto qua e là sulla via di Quebec, parte sulla riva e parte sul fiume.

Alcune altre barche piene di soldati avevano già oltrepassato le Tre

Riviere più in su verso il Sorel. Entrarono gli Americani in grande

speranza di poter sorprendere e tagliare a pezzi quella schiera inglese,

la quale occupava le Tre Riviere, prima che le altre potessero in

soccorso loro venire. Fatta la risoluzione, Sullivan ordinò al generale

Thompson, che montato con duemila soldati su cinquanta battelli, che a

simili usi tenevano apparecchiati, scendesse il fiume. Thompson montato

sulle navi andò costeggiando la destra riva del lago di San Pietro, dove

il fiume si dilata in una considerabile larghezza, ed arrivò, senza

essere osservato, al Nicolet, Terra situata sulla medesima riva del San

Lorenzo un poco più superiormente alle Tre Riviere, che si trovano sulla

sinistra. L'intendimento dei provinciali era di traversar il fiume di

notte tempo, e sbarcati sulla sinistra riva a nove miglia al di sopra

delle Tre Riviere, marciar la notte, ed arrivar sopra l'inimico prima

che si facesse giorno. Ma trattenuti da molti impedimenti non pensati,

non potettero arripare dall'altra parte, se non se a levata del dì.

Procedevano ciononostante con incredibile celerità verso le Tre Riviere,

allorchè, ingannati dalle guide, si sviarono. Ritornati, camminavano di

nuovo. Le strade eran difficili. Intanto s'era alzato il dì, e non

tardaron ad esser veduti dai nemici che stavano sulle navi. Diedero

questi tosto nei tamburi, e spedirono con grandissima prestezza a dar

avviso della cosa al generale Frazer. Gli Americani, vedutisi scoperti,

davano anch'essi all'armi, e si affrettavano il meglio che potevano.

Arrivarono verso le nove della mattina presso le Tre Riviere, che già il

nemico stava in armi ed in ordinanza. Ne seguì un'avvisaglia, dove

avendo fatto gli Americani cattiva pruova, e rotti di leggieri gli

ordini loro, si diedero alla fuga. Contuttociò si rannodarono. Ma già la

giornata era perduta, e non si poteva ricuperare. Nesbit, fatto sbarcare

i suoi, assaliva gli Americani alla coda. Si dissolvevano essi, e

ciascuno cercava di per sè, e senza nissun ordine serbare, la propria

salute nelle vicine selve. Incalzati instantemente da fronte da Frazer,

che traeva colle minute artiglierie, e noiati alle spalle da Nesbit, che

impediva loro il ritornare ai battelli, ricevettero grave danno al passo

di una palude. Riusciti finalmente con incredibile fatica dall'altra

parte, s'inselvarono talmente, che gl'Inglesi cessaron di perseguitarli.

Raccozzatisi gli Americani, e ritrattisi di nuovo sulle navi se ne

tornarono al Sorel. Perdettero in questo fatto molti prigionieri, tra i

quali lo stesso generale Thompson ed il colonnello Irwin con molti altri

uffiziali di conto. Ebbero pochi uccisi. Delle truppe reali pochi furono

i feriti, e pochissimi i morti. Cotale esito ebbe il fatto d'armi delle

Tre Riviere, il quale, se fu deliberato con maturità, ed incominciato

con ardire, fu certamente con imprudenza continuato; poichè, siccome il

successo dell'impresa dipendeva al tutto dall'arrivar di notte, e dal

fare un impeto improvviso, così dovevano gli Americani, quando si

accorsero di non poter giungere, che dopo fatto dì, e molto più ancora,

quando il nemico si era risentito, rimanersene, e, posta giù ogni

speranza, ritornarsene là, donde eran partiti.

Le genti americane, sbigottite dall'infelice successo delle cose e

trovandosi deboli, pensarono al ritirarsi; le inglesi per lo contrario

gagliarde, ed incorate dalla vittoria si determinarono ad usarla con

ogni prontezza. Perciò avendo fatta la massa alle Tre Riviere

procedettero, quattro giorni dopo il fatto d'arme, verso il Sorel parte

per la via di terra, e parte per quella del fiume; nel quale luogo

arrivarono, quando gli Americani impotenti al resistere, dopo di avere

sfasciate le batterie, e portate via le artiglierie e le munizioni,

l'avevano poche ore innanzi abbandonato. Quivi i generali inglesi

dividevano l'esercito in due schiere, delle quali la destra pel fiume

doveva andare ad impadronirsi di Monreale, e poscia, valicato quello a

Longueil, e traversato quel tratto di paese, che è compreso tra il San

Lorenzo, ed il Sorel, congiungersi sotto il Forte di San Giovanni colla

seconda, la quale guidata da Burgoyne doveva perseguitar il nemico pel

fiume sino a quella medesima Fortezza, alla quale intendevano o di dar

l'assalto o di por l'assedio. Credevano, che gli Americani si sarebbero

rattestati a San Giovanni. Arrivarono tosto i primi a Monreale, ed

entrarono senza contrasto nella città, avendo la sera precedente gli

Americani, condotti dall'Arnold, questa e tutta l'isola abbandonato.

Intanto Burgoyne colla sua schiera procedeva pel Sorel verso San

Giovanni molto cautamente, essendo il paese sospetto, e temendo di

qualche insidia. Gli Americani parimente si ritiravano con molta

circospezione, non volendo dar luogo al nemico di opprimergli con

qualche improvvisa fazione, e salvar le bagaglie, le quali portate dalle

navi sul fiume seguitavano l'esercito. Infine Arnold arrivò sano e salvo

a San Giovanni, e si ricongiunse con Sullivan. Ma quivi alienissimo dal

combattere, conoscendo il disavvantaggio, guastato prima ogni cosa, arse

le baracche, sfasciato il Forte, si ritirò sicuramente sotto la Fortezza

di Crown-point. Burgoyne nol potè seguitare per esser distrutto tutto il

navilio. Quantunque questa ritirata non sia stata del tutto senza

confusione, fu però essa, se si eccettuano i danni ricevuti alle Tre

Riviere ed ai Cedri, senza perdita notabile nè d'uomini, nè d'armi, nè

di munizioni, nè di bagaglio. Non tralasciò Sullivan in mezzo a tanti

pericoli alcuna parte del suo debito, al quale il congresso rendette

poscia per questo fatto pubbliche ed immortali grazie. Qui si fermarono

i disegni degl'Inglesi; imperciocchè avevano gli Americani per la

ritirata loro sino a Crown-point messo in mezzo tra loro ed il nemico

tutta la lunghezza del lago Champlain, del quale pel numero delle navi

armate, che vi avevano in pronto, erano padroni. Nè gl'Inglesi potevano

sperare di procedere più oltre per la via del lago verso ostro, se prima

apparecchiato non avessero un navilio più potente di quello, di cui

erano i provinciali forniti; ed inoltre bisognava fabbricar molte piatte

per servir ai trasporti degli uomini, delle armi e delle munizioni di un

tanto esercito. E quantunque di già sei grossi vascelli armati fossero

stati portati dalla Gran-Brettagna a quest'uopo, le cascate del fiume

Sorel presso Chambly rendevano il passaggio loro verso il lago, se non

impossibile, certo molto difficile. L'opera poi di construr le piatte

era di non poca difficoltà, e si ricercava assai tempo. Fecero adunque

gl'Inglesi fine alla loro perseguitazione, e gli Americani ebbero tempo

a prepararsi con nuove difese contro gli assalti di un nemico potente ed

esercitato. In tal modo fu fatto nodo nella gola agli Americani da

questa spedizione del Canadà, dalla quale sì grandi vantaggi avevano

sperato. Ma fu essa, o per l'inesperienza, per gl'impedimenti soliti a

nascere nei governi nuovi, e tumultuarj, incominciata, quando in quelle

fredde regioni era già troppo tarda la stagione; non fu coi debiti

mezzi, nè colle necessarie provvisioni continuata, e si perdette con una

insolenza militare nuova l'antica amicizia dei Canadesi, la quale alla

somma delle cose era, non che necessaria, indispensabile. Certo è però,

che, se questa impresa fosse stata con prudenza ed efficacia governata

eguali all'ardire, col quale era stata incominciata; o seppure solamente

non avesse la fortuna in sì grave frangente troncato il filo della vita

del Montgommery, ne avrebbero avuto gli Americani una compiuta vittoria.

Ma la fortuna non sempre favorisce gli audaci; nè gli audaci sanno

sempre bene usare la fortuna. Ne nacque forse per altro da questa

fazione del Canadà un insigne errore nel modo di amministrar la guerra

dal canto del governo e dei capitani britannici, dal quale solo

derivarono la inutilità di tutti gli sforzi loro contro l'America, e la

perdita totale dell'impresa. Conciossiachè la correria degli Americani

nel Canadà fu forse la prima cagione, che indusse il governo inglese a

voler fare una testa grossa in questa provincia, e così dividere

l'esercito suo in due parti; una che puntar dovesse dal Canadà pei laghi

contro le parti diretane delle colonie, e l'altra che le assalisse di

fronte sulle coste. E non è inverisimile, che se in luogo di due

avessero gl'Inglesi fatto un esercito solo, avrebbe la guerra un

diverso, e forse contrario fine sortito da quello, ch'ella ebbe in

effetto.

Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 2 · 第 16 / 30 段