CAPO XXI.

_Costituzione fisica de’ Laponi. Loro origine e loro lingua.

Robustezza ed agilità de’ Laponi, e lavori. Loro religione e

moralità; e cause di corruzione. Vestito: incombenze dei due

sessi. Abitazioni, letti, cibi, cucina, e mobili di casa. Caccia

delle renne selvaggie: caccia d’altri animali del paese. Alcuni

particolari usi de’ Laponi. Loro nozze, e loro giuochi._

Molte cose nel decorso di questa relazione sono state dette riguardo ai

Laponi; ma non quante possano interessare la curiosità di un lettore,

che ami istruirsi. Si darà qui un compendio delle più importanti

notizie, che finora hannosi di questa razza d’uomini.

Il complesso de’ tratti, che nella sua persona il Lapone presenta, lo

fa vedere di una razza veramente particolare. Egli nasce, e nella sua

prima età si mostra grosso, grasso, e direbbesi gonfio in tutto il

corpo: cresciuto poi, rimane piccolo di corpo, e magro, con capelli

neri, distesi, e corti, e coll’iride degli occhi tendente al nero.

Bronzino n’è il color della pelle e tendente al nero: larga è la sua

bocca, scavate le gote, il mento alquanto lungo ed aguzzo. I suoi

occhi sono deboli, e sgocciolano continuamente: il che facilmente

può attribuirsi tanto al fumo, che ne riempie l’abitazione, quanto

al riverbero della neve, che copre tutto il paese. Alcuni scrissero

d’aver veduto Laponi coperti di pelo come gli animali: ne avrebbero

avuto bisogno; ma egli è molto probabile che chi disse pelosi i Laponi

confondesse coll’abito, di che erano vestiti, la loro pelle. Altri

dissero che i Laponi aveano un occhio solo. Questi non videro mai

Laponi; e si contentarono di ripetere favole udite.

Chi abbia dato il nome di Laponi a questa generazione d’uomini, è

cosa da nissuno indicata; nè è indicato da qual tempo in qua tale

denominazione si usi. Solo si nota che il nome di _Lapone_ comprende

tre etimologie della lingua svedese: _lapp_ è la prima, che vuol dire

_lusso_; la seconda è _lappa_, che significa _pipistrello_; la terza

è _lapa_ che significa _correre_. Si è creduto giustificata la prima

dall’abito, la seconda dal brutto aspetto; e la terza dalla vita

errante. Se ciò è, hanno ragione i popolani della Norvegia e della

Finlandia, abitanti sui confini della Laponia, di sdegnarsi quando si

sentono chiamare col nome di Laponi.

Ma quale è l’origine di questo popolo? La storia anteriore per tre

e più mil’anni all’era nostra volgare lo direbbe, s’essa fosse stata

scritta ne’ debiti tempi. Tutto ciò, che la sana critica può permettere

di credere, si è che per la famosa irruzione degl’_Hiong-nu_ ne’ paesi

meridionali della Siberia e Tartaria, tra le generazioni, che dovettero

dar luogo a quella bellicosa moltitudine, vi fosse pur quella, da

cui sono derivati i Laponi. Nel primo loro concetto adunque essi

sono a modo nostro di dire Sciti o Tartari. I popoli per tale motivo

profughi si spinsero avanti, accomodandosi come poterono; ma non è

credibile, che scegliessero spontaneamente gli aspri climi, ne’ quali

li vediamo stabiliti: nè uno fu l’urto, nè di un’epoca sola. Le stesse

cagioni produssero gli stessi effetti più volte; e le orde più deboli

furono costrette a ripararsi come poterono; e la necessità le portò

a contentarsi del ricovero, che trovarono nella più settentrionale

striscia del continente. Il tempo e il clima hanno poi operati in que’

popoli i caratteri, che ora li distinguono. Chi sapesse a fondo le

lingue tartare, e coi debiti sussidii le potesse paragonare con quelle

che parlansi dai Finlandesi, Norvegii, Samojedi, Laponi ed altri,

troverebbe forse non poche traccie della origine comune. È poi fuori

di ogni dubbio, che i costumi e gli usi de’ Laponi conservano profondi

indizii della loro provenienza scitica, o tartara che vogliam dire; e

che le aspre contrade situate verso l’Oceano-glaciale dal Kamtschatka

in qua, sono abitate da razze d’uomini simili in tutto ai Laponi.

Del rimanente parlando della lingua particolare de’ Laponi, essa è

interamente distinta da qualunque altra, eccettuatane la finlandese,

colla quale sembra avere qualche analogia, minore però di quella che si

noti tra la lingua danese e la tedesca. Anzi è da dire, che quantunque

la lingua lapona contenga molti termini somigliantissimi alla lingua

della Finlandia e della Danimarca, o per dir meglio di quella di

Norvegia, essa differisce tanto da queste lingue nella maniera generale

di parlare, che pronunciando certi termini il Lapone, il Finlandese

e il Danese o Norvegio non potrebbero intendersi, sempre che ciascuno

usasse il proprio dialetto. La comunione poi di tali vocaboli presso

codesti popoli altro infine non proverebbe che una origine comune.

Questa induzione però cesserebbe d’essere giusta, se si applicasse

a que’ termini notati nella lingua lapona che sanno di somiglianza

a voci ebraiche. Tutto rispetto agli Ebrei è nuovo, se si confronti

coll’epoche precedentemente da noi indicate; e in meno remoti tempi che

relazione si può egli sognare tra Laponi ed Ebrei? E coloro i quali si

arrischiarono di pensare che i Laponi possono avere avuta origine dagli

Ebrei, perchè hanno in quelli notati alcuni usi proprii di questi, non

hanno fatto che abusare del senso comune.

La lingua lapona per attestazione del missionario _Leemens_, che ne

ha scritta una gramatica, è commendabile per una elegante concisione,

poichè esprime con una sola parola ciò che in altre lingue ne richiede

parecchie. Una proprietà di questa lingua si è l’abbondanza di

diminutivi: il che le dà grazia ed espressione. Un’altra proprietà sua

è di annunciare in plurale i nomi de’ fluidi, de’ metalli, de’ grani,

dell’erbe e de’ frutti.

Il Lapone, piccolo com’è di corpo, secondo che abbiamo notato,

non è meno robusto e gagliardo di forza: il che deve e alla sua

naturale costituzione, e al costante esercizio. Egli in ogni suo

intraprendimento ha pazienza e coraggio meraviglioso. Ma quantunque

dotato d’organi vigorosi e di membra esercitate alla fatica, non è

meno degli altri Europei viventi in migliori climi esposto a malattie.

Però in essolui codeste malattie hanno un certo carattere di benignità,

così che i rimedii più semplici le dissipano, e loro rendono la salute

quando almeno la causa non sia acuta. Ciò è un gran compenso nella

impossibilità, in cui sono di procurarsi grandi soccorsi. Per questo il

più prezioso regalo, che possa farsi ad un Lapone è quello di pepe, di

zenzero, di cannella, di noce moscata, di tabacco e di droghe simili,

per quanto piccola ne sia la dose.

Uno de’ loro caratteri fisici assai notabile è la somma loro agilità.

Le loro membra hanno una flessibilità stupenda. È sorprendente cosa

il vedere in che numero sanno ammucchiarsi insieme in un luogo, che

non potrebbe capirne che la metà, od un terzo. A questa loro agilità

può riferirsi la maniera, con cui quando le montagne sono coperte di

neve, discendono dalla cima delle medesime giù per un fianco scosceso e

dirupato, armati di una specie di scivolatojo fatto di legno, e di una

certa lunghezza, curvato in forma di un quarto di circolo, in mezzo del

quale piantano il piede. Coll’ajuto di questo scivolatojo scansano di

profondarsi nella neve, ed agevolano il cammino, venendo giù con tale

velocità, che l’aria fischia nelle loro orecchie, e i loro capegli si

sparpagliano al di dietro della testa. E sono sì valenti in conservar

l’equilibrio, che per quanto forte sia l’impulsione che hannosi

data, possono senza fermarsi levare da terra il loro berretto, se per

caso sia caduto, o tutt’altra cosa che trovino sul loro passaggio.

Incominciano ad esercitarsi in questa facenda sin da fanciulli.

Quando i Laponi viaggiano sulle loro renne, la celerità del marciare

di codeste bestie non può concepirsi, se non se n’è stati testimoni.

Le renne giungono con tanta prestezza sia alla cima, sia a’ piedi

delle montagne, che il moto delle reni del cavalcante può appena

distinguersi. I Laponi della costa sono singolarmente svelti nel

maneggio de’ loro battelli.

Alcuni Laponi sanno scolpire il legno e il corno, quantunque non

abbiano altro stromento che un piccolo coltello ordinario; e con

esso fanno piccoli mobili, come tavole, cucchiai e cose simili, come

dirò qui appresso. Le loro slitte, nella maniera colla quale sono

costruite, provano in essi sagacità e antiveggenza. Anche le donne sono

industriosissime; e ne fanno una prova i begli ornamenti delle loro

cinture. Questo popolo sì abile alla caccia in addietro non usava che

l’arco e le freccie: oggi conosce l’uso delle armi da fuoco; e sono

divenuti eccellenti nel tirare.

Tutto fa presumere, che fin verso la metà del Seicento i Laponi

vivessero nelle tenebre del paganesimo, e senza alcuna cognizione di

lettere. _Federico IV_, re di Danimarca, salito al trono nel 1619,

stabilì una missione religiosa, continuata poi da _Cristiano VI_, da

_Federico V_ e da _Cristiano VII_. Molti Laponi sanno a memoria non

solamente il catechismo, ma parecchi salmi e parte degli Evangelii.

Hanno poi in grande venerazione i loro missionarii e curati; e spesso

li regalano di latte gelato, di lingue e di grasso delle loro renne.

Sono attentissimi ad osservare le feste; e allora si guardano dallo

spergiurare e dal maledire, vizii ordinarii tra i Norvegii; ed in

generale è giusto dire che menano una vita veramente pia e regolata:

raro è che commettano fornicazione ed adulterio; e il furto è un

delitto poco o nulla cognito presso di loro: perciò sono per essi

inutili spranghe, catenacci e serrature. In Norvegia v’ha qualche

mendicante: in Laponia non ve n’ha; e quando per caso si trovi uno,

che l’età, o la infermità riduca alla indigenza, egli è abbondantemente

soccorso: ma non ha nulla, se la sua povertà non sia scusabile.

Il commercio, che i mercanti danesi, svedesi, olandesi hanno aperto,

gli uni sulla costa, gli altri nell’interno, ha portata qualche

corruzione in alcuni Laponi. L’acquavite li ha talora indotti ad

ubbriacarsi; e tante volte ingannati da chi viene a trafficare con

loro, hanno imparato a diventare ingannatori. Per esempio: le pelli di

renne valgono più, o meno, secondo che gli animali sieno stati uccisi

piuttosto in una stagione, che in un’altra; ed alcuni, se non hanno

paura d’essere scoperti, danno la scadente per l’ottima. Così, la pelle

di primavera viene guasta da un insetto, che vi depone le uova; e il

Lapone cerca di chiudere il buco; e dà questa pelle per buona, con

aggiunte di quelle bugie, che usano tutti i merciai da noi.

Molte esagerazioni sono state scritte sui vestiti de’ Laponi. La verità

si riduce a questi termini. Portano in testa un berretto della forma

di un pane di zucchero, fatto di grosso panno per lo più rosso, con

un fiocco alla punta, e con un orlo di pelliccia; i Laponi russi vi

mettono l’armellino. Però v’ha famiglie che vanno a testa scoperta; e

v’hanno altre che non usano se non se una calotta. Alla caccia, o alla

guardia delle renne nella cattiva stagione adoperano un cappuccio, che

vien giù sino al petto, coprendo le spalle; questo cappuccio ha una

piccola apertura corrispondente agli occhi. I più tengono sempre il

collo scoperto, e se lo coprono, adoprano a tal effetto una stretta

striscia di grosso panno con un giro solo intorno al collo. L’abito

principale è una tunica, o camiciotto di pelle di montone, colla lana

di dentro: questo camiciotto non ha altra apertura che al basso, e

sul petto; e secondo la condizione, o il gusto della persona: ha

qualche ornamento in alto, fatto di panno, ed una guarnizione di

pelliccia. Un’altra guarnizione di panno, o di pelliccia, consistente

in una piccola striscia, è apposta sul lato sinistro; e sul destro,

spezialmente nella tunica delle donne, v’ha una piccola specie

di nastro con qualche piastrella di stagno, o di argento. Simile

guarnizione orna le maniche, e il petto. Il vestito sopra posto è

fatto di un grosso panno, e qualche volta di una pelle di renna di un

color grigio. Questo vestito ha un colletto duro, che s’alza sino al

mento, ed abbraccia il collo. Anche questo ha ornamenti di ricamo;

ed altri ornamenti sono sopra ambe le spalle, fatti di pezzetti di

panno tagliati in diverse figure, e scelti di varii colori. Il basso

dell’abito è pure ornato anch’esso con liste di diversi colori. I

Laponi non hanno ai loro abiti scarselle: invece portano un sacchetto,

che pende loro sul petto, e contiene il battifuoco, ed altre cosucce

d’uso.

Il gran freddo, che fa nel paese, freddo sì forte, che i fiumi, e i

laghi gelano fino a sei, e sette piedi, obbliga i Laponi a ben coprirsi

per ogni verso di pelliccie, e ad usare molte provvidenze per tenersi

calde tutte le parti del corpo. Così non solo si fanno guanti, e

stivaletti, e scarpe di pelli con pelo; ma mettono di più nelle scarpe

e ne’ guanti uno stoppaccio molle al pari del cotone, fatto da una

pianta, che raccolgono l’estate, detta dai botanici _cavax vesicuria_,

la quale fanno con istropicciamento divenir morbida, ed in appresso

cardano.

Nè uomini, nè donne usano calzette, ma pantaloni stretti alle cosce ed

alle gambe, fatti di grosso panno, o di cuojo concio; e alcuna volta

della pelle delle gambe delle renne.

Le scarpe de’ Laponi non hanno che una suola; per ordinario lasciano

il pelo di fuori, con che le rendono più sdrucciolevoli, massime sul

ghiaccio, finchè il pelo non sia consunto. Per questa, od altra maniera

ridotte a superficie ineguale servono principalmente ai ragazzi, i

quali altrimenti correrebbero pericolo di cadute funeste.

Gli uomini portano cinture guernite di ornamenti di stagno; e vi

attaccano una borsa pel tabacco che masticano: d’altra parte a questa

cintura per mezzo di striscie di corame ornate di perlette di stagno,

appendono il coltello. Le donne sono quelle che fanno ed adornano

queste cinture.

In quanto al vestito delle donne, primieramente diremo ch’esse portano

un berretto di stoffa di lana, e più spesso ancora di tela, orlato di

stoffa di varii colori, e di laminette di stagno; talora vi attaccano

un nastro di tela di colore d’oro, o di argento. Prima di mettersi il

suo berretto la donna lapona vi aggiusta sulla cima un fiocco rotondo

in figura di bottone; e messo che se l’ha in testa, lo assicura con una

specie di fettuccia attaccata a quel fiocco. Se hanno bisogno di meglio

garantire la testa, a tal uopo usano un berretto più grande, simile

ad una corona più larga nella parte superiore, e restrignentesi al

basso. Alla parte sinistra vi appongono un pezzo di panno di differenti

colori, e qualche volta una correggia, la cui estremità è guernita di

talco, e di una piccola palla di argento dorato. L’abito è di poco

diverso da quello degli uomini, tunica cioè, e vestito soprapposto.

Differisce la tunica delle donne da quella degli uomini in quanto ha

delle pieghe d’avanti e di dietro, ed è più lunga, e serrata di più sul

petto. In oltre ha un colletto, che s’alza dritto coprendo il collo,

e le orecchie, e trapassa l’abito sopra posto. Questo poi, che è di

pelle di renna, simile in tutto a quello degli uomini, in ciò solo n’è

diverso, che gli uomini lo hanno lungo sino al tallone, e le donne lo

portano corto a segno, che appena arriva loro al ginocchio. Per gli

ornamenti, poco più, poco meno, questo vestito è del pari simile; e

poche sono le differenze sì de’ guanti, che de’ pantaloni, e delle

cinture: solo che ognuno dee figurarsi, che le donne nelle cose loro

mettono un poco più di eleganza alla loro maniera; ed usano nelle

cinture, oltre le laminette di stagno, o di talco, degli anelli di

rame, o d’argento, se sono ricche. In fine usano una specie di mantello

di tela russa, o di cotone qualche volta bianco, e qualche volta

stampato. Usano pure di piccoli grembiali di tela russa: i bianchi sono

sempre guarniti di una frangia. Le lapone russe portano alle orecchie

anelli, e qualche volta collane d’argento, che cingendone il collo

sono con de’ cordoni attaccate alle orecchie. Non rimane da aggiungere

se non che quando le donne lapone sono in viaggio, o quando vegliano

di notte alla custodia delle loro renne, portano un doppio vestito,

il primo de’ quali protegge loro la testa, il collo, le spalle, e il

mento; e che in generale è sì poca la differenza degli abiti degli

uomini, e delle donne, che spesso è accaduto che un uomo ed una donna

per errore avendoli cambiati, li hanno conservati ciascheduno tutta la

giornata.

Del rimanente a cura delle donne è abbandonato quanto riguarda

gli abiti, le pelliccie, le pelli, i guanti, le scarpe, ed ogni

altr’oggetto di questo genere. Gli uomini badano al governo della casa,

alla cucina, e a tutt’altro, che in altri paesi è commesso alle donne.

Le donne fanno ancora diversi mobili; e sono opera loro le più belle

scolture, di cui i mobili sono ornati.

Questo discorso ci conduce a parlare delle abitazioni de’ Laponi. Le

capanne di quelli che abitano la costa sono fatte con quattro lunghi

pali, che si uniscono curvati alquanto alla cima, ove si lascia

un’apertura per la uscita del fumo. Scorze di betulla, e masse di terra

la ricoprono. Bassissima è la porta, per la quale s’entra dentro, e

bassa è la capanna medesima, in cui non si può star ritto in piedi, se

non nel punto di mezzo, in cui però sta il focolare. La famiglia tutta

siede all’intorno di quel focolare, su cui si mantiene vivo il fuoco,

e che è formato di due massi di pietra paralleli l’un l’altro. Al di

sopra del focolare per un palo messo attraverso pende la marmitta.

I Laponi prima di mettersi a dormire estinguono il fuoco, e cessato

il fumo chiudono l’apertura superiore con una tavola. Varii piccoli

compartimenti ha quella capanna per se stessa già piccola, i quali

possono chiamarsi camerette, quali destinate a contenere le masserizie,

e quali a dormitorio. Ed ecco come si preparano per dormire. Se nella

capanna non istà che una famiglia, il marito e la moglie mettonsi in

una di quelle camerette, e i figli e i domestici stanno nelle altre.

Se capita un missionario, che abbia a dormire presso questa famiglia,

se gli dà per onorarlo la cameretta de’ conjugi. Se nella stessa

capanna abitano due famiglie, il focolare diventa comune, ed una delle

famiglie sta da una parte, l’altra dall’altra, secondo i compartimenti

accennati; nè mai succede contrasto, o querela tra quelle due famiglie,

chè anzi sono un esempio di cordialità, e di fraternità. I montoni, e

l’altro bestiame hanno un luogo espressamente ad essi assegnato accanto

alla capanna, e vi entrano per la porta medesima, per la quale entra la

famiglia, di cui fanno parte. I Laponi della costa hanno un altro luogo

per conservare il fieno. Costruiscono questo luogo in modo, che sotto

il tavolato, su cui posa il fieno, hanno la comodità di conservare i

loro vestiti, le pelli di renne, e molti loro utensili. Se finiscono

presto il fieno, vanno a levare la scorza agli alberi per darla

in pasto al loro bestiame; e se tanto è il freddo, che per la neve

fortemente gelata le renne non possano procacciarsi il musco sepolto

sotto la medesima, i Laponi vanno a tagliare grossi abeti, ed altri

alberi per prenderne i licheni, e i muschi, che crescono sotto quelle

piante. Con che si vede che esterminio essi fanno delle più belle

piante così ridotte a imputridirsi. Spesso danno ai loro animali delle

radici, e spesso pure fanno bollire teste, ossa, e viscere di pesci

insieme con paglia, e con qualche pugno di varec (_fucus serratus_); e

questa miscela è gustata eccellentemente dalle loro vacche.

Poco da codesta mentovata capanna differiscono le tende d’inverno de’

Laponi montanari, salvo che questi dispongono diversamente il luogo

della cucina. Essi andando a dormire lasciano acceso il fuoco, che fa

loro le veci di lampada. Questi Laponi usano costruire alcune tende

ne’ boschi, ove ogni giorno vanno a cercar legna da scaldarsi. A poca

distanza poi dalla tenda principale erigono una capannuccia, che serve

di magazzino per tutte le loro robe e provvigioni. La tenda che usano

in estate, è simile a quella dell’inverno, con questo che l’alzano

sulle montagne alla portata delle alture fredde, ove le renne possano

andare al pascolo: essa non è coperta che con un pezzo di grossa

saglia. Piccolissima è la tenda de’ cacciatori che vanno in cerca delle

renne selvatiche. Per alzarla il Lapone leva dal suolo tutta la neve; e

d’essa si fa intorno una specie di muraglia: raccoglie poi le pietre,

che ivi trova, per farne il suo focolare; e si prepara il mangiare

con una specie di pignatta, che si porta dietro con altri arnesi. Una

tenda simile usa il Lapone della costa quando si mette in mare sul suo

battello, di quella servendosi abbordando a terra, secondo che ne ha

occasione.

Rimane a dire de’ letti de’ Laponi. Questi letti consistono in

una pelle di renna stesa sul suolo sopra uno strato di foglie. Per

capezzale usano il loro soprabito: per coperta hanno una pelle di

montone, la cui lana tengono dalla parte della persona; e a quella

coperta altra ne soprappongono di lana che ha lungo pelo. I letti non

sono separati gli uni dagli altri che per un pezzo di legno posto

da ciascun lato. L’uomo e la donna dormono alla estremità: i figli

nella divisione seguente; e i domestici presso la porta, secondo

i compartimenti già accennati, e che impropriamente abbiamo detti

camerette. Sono poi gli uni sì vicini agli altri, che l’uomo e la donna

possono colle loro mani toccare i figli, e quasi i domestici. V’è però

qualche eccezione da notarsi. In estate le zenzale, ed altri insetti

volanti infestano orribilmente i Laponi montanari. Per difendersi

da quel flagello, e non crepare di caldo sotto una coperta, che li

soffocherebbe, hanno trovato il modo di tener alzata la coperta nel

mezzo del letto mediante una corda, o cosa simile che da un capo è

attaccata nel centro alla coperta, e dall’altro ad un legno della tenda

perpendicolare al letto; e la coperta anche così elevata giugnendo

colle sue tre estremità a terra, salva chi dorme dalle beccate di

quegl’insetti. Essi sono di varie specie; ma una ve n’ha fra le altre

più fiera di tutte, perchè penetra per le cuciture p. e. de’ guanti,

e lascia tante beccate quanti ne sono i punti. La beccata produce un

pizzicore incomodo, una leggiera gonfiezza, e tante piccole ulceri

bianche, per le quali, quando una persona ritorna da di fuori, e

ch’essa è stata attaccata da uno sciame di questi insetti, si stenta

a riconoscerla: tanto il suo volto è pieno di pustole. Fuggono questi

crudeli nemici di ogni vivente, se un vento viene a soffiare con forza;

ma cessato appena, ritornano con un ronzìo fastidiosissimo esso solo.

Assaltano al pari degli uomini i bestiami tutti, e le renne; e lasciano

la pelle di queste povere bestie tutte insanguinate per le tante

morsicature. Finora non si è trovato altro rimedio che quello del fumo.

Ed è crudele disgrazia de’ poveri Laponi, che mentre sono per ripigliar

vita dopo il lungo inverno, che ha durato dal s. Michele sino al s.

Pietro, incontrino colla bella luce di un giorno di tre mesi continui

un sì desolante flagello. Ma passiamo a parlare de’ cibi de’ Laponi, e

della loro cucina.

Il latte delle renne è la base del loro nudrimento. In due maniere

i Laponi lo preparano secondo la stagione. In estate fanno bollire

col loro latte finchè si quagli una specie d’uva spina che cresce

nelle praterie interposte alle loro più alte montagne: agitandolo

continuamente mentre bolle, ne separano il siero, e cuocono di nuovo

il quagliato, che poi mettono entro vesciche, e queste seppelliscono

sotto terra, usandone nella breve stagione corrente. In inverno tengono

altro modo; essi mettono il latte in barili, o vasi simili: il freddo

lo fa gelare; e con ciò si conserva più facilmente. Il latte munto

in appresso si mesce a bacche dell’uva spina, detta de’ cervi, che

sono nere; e lo ripongono in ventricoli di renna: il latte si congela

subito, e volendone far uso lo spezzano in fette con una scure. Non

esponendosi al fuoco nel mangiarlo assidera i denti. L’ultimo latte

munto l’inverno, che si ripone in piccoli vasi fatti con legni di

betulla, si congela anch’esso subito, ma passa pel più delicato.

Per usarne si mette appresso al fuoco, ed a misura che si fonde, si

mangia col cucchiajo: ma bisogna tenerlo coperto; altrimente per poco

che l’aria sia fredda ingiallisce e irrancidisce. — Il formaggio di

renna si fa come siegue. Si mesce acqua col latte, perchè essendo

questo troppo denso, stenterebbe a quagliarsi: e scaldato quindi

sufficientemente vi si mette il presame: e separatone il siero, il

latte quagliato si avviluppa in un pezzo di tela; e premuto gli si

fa prendere una forma rotonda. Allora si mangia tanto freddo, quanto

lessato, od arrostito: ma se si appressa troppo al fuoco, a cagione del

molto burro che contiene, corre pericolo d’infiammarsi.

I Laponi della montagna fanno del burro col latte di renna, ma riesce

meno buono di quello che i Laponi della costa fanno col latte di vacca,

di pecora, e di capra.

Il desinare e il cenare de’ Laponi della montagna si fa costantemente

con ciò che dà loro in inverno la caccia. Ogni settimana ammazzano una

o due renne selvaggie, più o meno, secondo il numero degl’individui

componenti la famiglia. Ecco tutta la loro cucina. Il cacciatore che ha

ammazzata la renna, la taglia in pezzi, e mette questi nella marmitta

senza badare nè al sangue, nè ad altro imbratto. La bollitura fa alzare

il grasso, che si schiuma e si mette in una conchiglia, la quale serve

di piatto, e vi si getta un poco di sale. Cotta, o creduta cotta la

carne si cava dalla marmitta con una forchetta di legno, e si depone

sopra un piatto, lasciando nella marmitta il brodo. Tutti siedonsi

intorno al piatto, e ciascuno bagna il pezzo di carne che ha tolto,

colla punta del suo coltello nella conchiglia del grasso schiumato; e

di tempo in tempo beve un cucchiajo di brodo rimasto nella marmitta;

così que’ Laponi cominciano e finiscono il loro pasto. E sono essi

tanto economi, che neppure degli ossi fanno grazia ai loro cani;

perciocchè dopo averli ben bene piluccati li spezzano minutamente, e li

fanno bollire di nuovo per trarne una gelatina. Ma i Laponi mangiano

la carne anche arrostita; e in luogo di spiedo infilzano la loro

selvaggina in un palo aguzzo, che piantano d’innanzi ad un gran fuoco,

e di quando in quando lo rivoltano, onde per tutti gli aspetti la

carne sia penetrata dal calore; ma non usano poi percottarla col burro.

Qualche volta per variare affumicano la carne; e perchè prenda bene il

fumo le fanno qua e là molte incisioni: nel resto l’appendono all’alto

della loro tenda. I Laponi viventi sulla costa mangiano bue, montone,

orsi, volpi, e lontre, e vitelli marini, ed ogni altro animale, che lor

riesca di uccidere, salvo però il porco, pel quale hanno un’avversione

orribile. Que’ che si danno alla pescagione, mangiano sermoni, che

fanno seccare al sole; e non vi fanno altra concia che quella dell’olio

di balena. La madre ne dà de’ bocconi masticati al suo bambino, che

ancora allatta; e così il Lapone contrae il gusto di quest’olio, che

riguarda come la miglior cosa del mondo. Quando trovano finite le loro

provvisioni, raccolgono le teste, e le spine, e gli ossi de’ pesci

che abbiano ancora qualche bricciolo di carne; fanno arrostire queste

cose; poi le mettono a bollire in una marmitta con fette di coscia

del vitello marino: ma hanno la precauzione di porre questi ossami nel

ventre di una foca, e di tenerveli, onde s’imbevano meglio dell’olio

di quell’amfibio: quest’olio si serve poi come salsa. Arrostiscono

parimente il pesce, come fanno della carne. Hanno una singolar passione

pel pesce, che i naturalisti hanno battezzato col nome di _gadus

eglesinus_; e vivanda per essi squisitissima è il fegato del medesimo,

pesto, e conciato con certe loro bacche. Il mangiare di queste genti

con tant’abbondanza di grassume, e di olii, potrebbe far credere

che loro cagionasse varie malattie: ma essi non soffrono nè malattie

croniche, nè dissenterie, nè febbri, nè altri malanni del genere, che

soffronsi nei nostri paesi: la sola, che singolarmente li affligga, è

una colica spasmodica, che viene attribuita a’ vermi, della quale si

parlerà, e che è più incomoda, che inquietante. Nè usano, nè conoscono

il pane: al più fannosi con farina ed acqua alcune piccole focaccie,

che cuocono sul focolare. Bensì hanno certe delicatezze di loro gusto

per aguzzar l’appetito; e sono i soli ricchi, che le usano: una è la

scorza più interna dell’abete presa di recente dall’albero, e tenuta

per darle maggior sapore al fumo, e intinta nell’olio di balena. A

compimento de’ loro pasti godonsi dell’angelica, di cui mangiano fusto,

foglie, e radici fino che è fresca; e la mangiano pure bollita nel

latte. Dopo il pasto è loro delizia il tabacco o fumato, o masticato. È

inesprimibile la loro passione per questa pianta irritante.

La bevanda comune de’ Laponi è l’acqua, che l’inverno procacciansi

facendo fondere la neve al caldo. Se sono vicini ad un fiume, rompono

il ghiaccio per provvedersene.

Rimane a far qualche cenno de’ mobili di casa, che i Laponi usano; e

l’inventario di questi è corto. I Laponi erranti non potrebbero averne

molti ancor che volessero, poichè oggi sono attendati qua, domani là,

e le loro tende sono assai piccole. Nè, siccome si è già accennato,

sono più ampiamente alloggiati quelli, che hanno ferma residenza,

onde nemmeno quelli della costa s’imbarazzano di tavole, di scranne

e di simili cose. Tutto adunque si riduce ad una marmitta, a qualche

piatto, ad alcuni cucchiai di corno o di stagno; ed è un gran lusso

de’ pochi più ricchi un qualche cucchiajo di argento. I montanari

nella lunga notte di tanti mesi non hanno altro lume, che quello che

si procacciano col fuoco continuo. L’abitante delle coste per veder

lume empie un guscio di conchiglia d’olio di foca, vi pone uno stoppino

fatto di giunco; e questo è il suo mobile più pregiato. Ma veramente il

mobile più pregiato, in quanto il Lapone vi mette tutto il suo ingegno

a farlo e ad ornarlo, si è la culla destinata a contenere il frutto

del suo amore. Questa culla è fatta di un tronco d’albero ben incavato

e fregiato di scolture. La madre l’attacca con alcune correggie alle

sue spalle quando viaggiando ha da portar seco il suo bambino; ed ha

l’attenzione di fargli pendere sul davanti raccomandata ad un mezzo

cerchio una filza di globetti, onde giacendo sulla schiena, ed avendo

libere le mani e le braccia, il figliuoletto possa divertirsi.

Si è detto delle renne, del governo e dell’uso che i Laponi ne fanno;

qui non occorre che accennar qualche cosa della caccia che danno alle

selvaggie. Non vi si abbandonano però che accidentalmente, tutte le

loro cure essendo intese alla custodia delle domestiche. È in inverno

spezialmente che vanno in traccia delle selvaggie, correndo a piedi

sulla neve con quelle loro scarpe, che abbiamo chiamate scivolatoi,

medianti le quali vanno più spediti della renna medesima, al cui

corso l’altezza della neve fa grande ostacolo. Raggiungendola adunque

l’ammazzano con qualche colpo sulla testa: diversamente le tirano sopra

con arma da fuoco: usano ancora, secondo la circostanza de’ luoghi,

di un laccio, in cui l’animale imbarazza le sue corna. Hanno anche la

destrezza di ridurle o a certi parchi, o in qualche stretta, da cui le

renne, entrate che vi sieno, non possono più uscire.

Col fucile o con lacci i Laponi prendono le lepri che abbondano nel

paese. Questi animali in inverno hanno bianco il loro pelo. Abbondano

pure nel paese le volpi; e ve n’ha di diverse specie, altre essendo

rosse di colore, altre aventi sulla schiena, e su quel rosso una croce

nera; alcune nette nere; altre nere, ma aventi sulle vertebre un lungo

pelo di un grigio di cenere; e queste sono di gran prezzo in tutti i

mercati d’Europa. Ve ne sono anche di bianche colle orecchie, e i piedi

neri, e colle code bianche, e macchiate di peli neri. V’ha pure de’

martori. Quelli di montagna hanno il pelo corto, e nericcio, giallastra

la coda, e grigio di cenere il petto: il martore detto di betulla,

perchè spesso si trova dove quest’albero cresce, è giallo di pelo, ha

la coda porporina, e bianco il petto. Più rara è la donnola, chiamata

dai naturalisti _mustella martri_, la quale ha per proprietà di saltare

sulla schiena della renna, ed a forza delle unghie e dei denti di

ucciderla.

Anche la Laponia ha castori; e talora se ne sono veduti dei bianchi,

i quali non sono, che una specie di mostruosità della natura. Troppo

è nota l’indole singolare di questo animale perchè noi non commettiamo

qui una superfluità parlandone. Diremo piuttosto dell’animale chiamato

dai Laponi _zhjestes_ del quale v’ha tre specie: quello di mare,

il cui pelo è giallo pallido, e molto fitto; ed una sua pelle costa

ordinariamente in Danimarca uno scudo: il secondo è detto delle baje e

delle paludi, più piccolo dell’altro, la cui pelle di un color nerastro

è più brillante di quella dell’altro; e vale tre scudi e mezzo. Il

terzo è quello d’acqua dolce, col petto bianco e la schiena nera come

le penne del corvo; e vale cinque e più scudi.

Lo scojattolo e l’armellino sono altri animali preziosi per le loro

pelli. Di questi e degli altri, che abbiamo accennati, i Laponi vendono

le pelli ai Russi, che le adoperano quali nelle loro manifatture,

quali facendone pelliccie, o per uso del paese, o per traffico con

altri popoli. A tutti questi animali vanno unite alcune specie di

sorci; e spezialmente quella, che i Laponi chiamano _lemmick_, che

ivi sono in immenso numero. Va pure unito l’orso, di cui si è altrove

già parlato abbastanza. Tocca a’ filosofi spiegare lo strano fenomeno,

che in questa estrema parte del continente, in mezzo ai rigori di sì

inclemente clima, gli animali tanto selvaggi, quanto domestici, sono di

una singolare fecondità. Le stesse pecore danno due volte all’anno de’

gemelli; e le capre due gemelli costantemente, e qualche volta tre.

Nelle edizioni inglese, e francese di questo viaggio si parla a lungo

de’ _pesci_, degli _uccelli_, degl’_insetti_, de’ _vegetabili_, e de’

_minerali_ della Laponia: quelli che di tali cose in particolare si

dilettano, consulteranno quell’edizioni. Qui si parlerà piuttosto di

alcuni usi proprii de’ Laponi, come argomento che può interessare i più

de’ lettori.

I Laponi sono oggi quelli che erano nel secolo XII, in cui furono

conosciuti sotto il nome di Skrit-Fiani. Quantunque posti sotto la zona

boreale, hanno qualche costume degli abitanti dell’India: per esempio,

dovendosi il Lapone presentare ad un magistrato, o al suo pastore, non

lo fa mai senza regalarlo o di un formaggio, o di qualche pernice,

o pesce, o di un agnello, o di alcune lingue di renne, ecc.; e ne

riporta un po’ di tabacco, una bottiglia d’idromele, od un fiaschetta

d’acquavite, o dello zenzero, del pepe, e simili droghe.

In addietro per dinotare le loro feste, ed i giorni lieti, o funesti,

facevano uso di un bastone con tacche: questo era il loro almanacco.

E sa di quel uso il complimento che incontrandosi praticano,

abbracciandosi scambievolmente, e gridando _eurist_, che vuol dire:

_dio ti salvi da ogni pericolo_. — L’isolamento, in cui vivono le

famiglie lapone, non permette di aver ricorso alle mammane per ajutare

le partorienti: quest’officio è esercitato dagli uomini. Un altro uso

è, che al neonato si assegna una renna, come una specie di patrimonio,

la quale quando sarà grande sarà sua insieme con quanto potrà

provenirne: che vuol dire ch’egli avrà un bell’armento; nè per alcun

titolo, o pretesto vi si può mettere su le mani.

In Laponia il ministro del culto è maestro di scuola, è sacristano, è

tutto, poichè pochissime sono le funzioni religiose. — Se la famiglia

nell’andare a provvedersi per bisogni della giornata non può menarsi

dietro i piccoli figliuoletti, lasciandoli nell’abitazione, capanna, o

tenda che sia, i piccini lega nella culla, onde non cadano movendosi

troppo, e que’ di due, o tre anni lega per una gamba ad una corda

raccomandata ad un piuolo, onde salvarli dal pericolo di cadere sul

fuoco. — Le donne lapone radono fino alla pelle la testa de’ loro

figli, essendo inimicissime degl’insetti, che altrove divorano la pelle

de’ ragazzi, e di chiunque non si tenga netto.

Quando un giovine ha deliberato di prender moglie, lo dice alla

sua famiglia, la quale va in corpo alla famiglia della ragazza con

provvisione d’acquavite, e con qualche regalo per la figlia, che si

ricerca. Entra nella tenda, o nella capanna quello che è destinato a

parlare, e gli altri lo sieguono: il solo giovine rimansi fuori finchè

non sia chiamato. L’oratore comincia dall’empiere un gran bicchiere

d’acquavite, e l’offre al padre della ragazza, il quale, se lo accetta,

è riputato acconsentire; e allora si dà acquavite in giro a tutti.

È ammesso a questa libazione anche il futuro, il quale ottiene il

permesso di parlare in proprio nome alla ragazza. L’oratore intanto

dice quanto può, e sa dire in favore di lui; e quando i genitori della

medesima hanno dato il loro assenso, il giovine mette fuori i regali

destinati alla sposa, p. e. una cintura, un anello, o cosa simile;

e ai genitori di lei promette abiti da nozze. Se per avventura si

ritrattasse l’assenso dato, tutte le spese incontrate anche per quelle

cose che rimasero consumate, restano a carico di chi ha data occasione

alla novità intervenuta. Del resto quando le parti si sono accordate,

il giovine ha il permesso di far la corte alla sua bella e si veste

da festa andando a trovarla, e in lode di lei compone canzonette piene

di affetto. Il che prova, che se i Laponi stimolati a cantare, fecero

cattiva figura, o non ebbero conveniente eccitamento, od erano i più

ignoranti Laponi del mondo. Chi non si trova abile a fare delle belle

canzoni alla sua fidanzata, supplisce regalandole tabacco, acquavite,

o cose simili. Il dì delle nozze la sposa è vestita all’incirca coi

soliti abiti; ma ha nuda la testa, e cinti sulla fronte i capelli con

qualche striscia di stoffa di varii colori, e nel resto porta i capelli

sparsi ed ondeggianti sulle spalle. Il Lapone è frugale anche nel pasto

nuziale, e i convitati di qualche agiatezza regalano lo sposo di alcuna

moneta, o suppliscono con una renna, od altro equivalente. In Laponia

però nè suoni, nè canti, nè balli conosconsi, come segni del tripudio,

che dappertutto accompagna le nozze. Lo sposo per un anno comunemente

vive coi genitori della moglie: poscia va a piantar casa da sè; e

ne ottiene qualche montone, una marmitta, e qualche altra di quelle

piccole cosuccie, che sono necessarie in una famiglia lapona, e che si

sono di sopra indicate.

La grande semplicità, in cui vivono i Laponi, fa che non abbiano

altri giorni di riposo, e di festa, che quelli della stanchezza per le

fatiche sostenute; e quando voglionsi ricreare, non fanno che passare

da un esercizio ad un altro. Perciò i loro divertimenti non consistono,

che in prove di forza, o di destrezza. Spesso usano tirare a segno,

o giuocare alla palla, che uno getta, e l’altro deve respingere con

un bastone. Hannosi un giuoco prediletto, che chiamano della volpe, e

delle oche, che si fa in due, ed è ingegnosissimo: ne hanno un altro,

che chiamano del salto, proponendosi di saltare al di là di un palo

posto orizzontalmente ad una certa altezza; un altro consiste in una

lotta che due, o più sostengono, ma in numero pari per ogni parte; e

la sostanza sta in questo, che tenendosi da ciascun lato un bastone

attaccato alla stessa corda che l’altro, debbesi per le forze rompere

la corda; e perde chi vacilla, o cade, od abbandona il bastone. Lottano

ancora, o pigliandosi per la cintura, e cercando di alzare in aria

l’emolo, o con esso maneggiandosi in altre maniere. Le scommesse in

questi giuochi sono di qualche piccola moneta, o di un poco di tabacco,

o d’altra cosa simile. Questi giuochi, ed altri di egual natura

contribuiscono mirabilmente alla conservazione della robustezza, della

destrezza e della sanità.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 31 / 40 题