CAPO XX.

_Imbarco, e navigazione sull’Alten. Tre singolari cataratte. Motivi

di rimontarne una, e sforzi inutili. Viaggio per le montagne,

e gran cambiamento di temperatura. Si ripiglia la navigazione

dell’Alten. Arrivo a Kantokeino. Passaggio ad Enontékis.

Viaggiatori inglesi, e loro memorie. Memoria di un emigrato

francese. Estratto di un manoscritto del curato di Enontékis.

Partenza da Enontékis per Tornea ed Uleaborg._

Io risparmierò al mio lettore le particolarità del nostro ritorno

attraverso del deserto; e lo condurrò rapidamente a Tornea

presentandogli in compendio la sostanza del mio giornale.

Noi rimontammo il fiume Alten in due battelli, avendo contro di noi

tutte le cataratte, che con uno sforzo incredibile di perseveranza

superammo in più lunga misura, che mai si fosse fatto. Il cammino pel

fiume presenta vedute pittoresche quante, e quali la immaginazione

di un pittore possa mai desiderare. Le sponde dell’Alten qualche

volta sono graziosamente ornate di belle betulle, e qualche volta

presentano un orrido aspetto, la cui asprezza non si vede però senza

un certo secreto diletto; ed è là che veggonsi masse di rupi a picco,

ed inaccessibili, fra le quali apronsi precipizii profondi. Seguendo

il fiume trovammo una cascata che veniva giù perpendicolarmente da una

rupe, che sarebbesi presa per le ruine di una gran cattedrale. A’ piedi

di quella rupe era un laghetto avente sulle sue sponde degli scaglioni

tagliati naturalmente nello scoglio: il che dava ad un tale accidente

della natura l’apparenza di un tempio antico. Qui noi vedemmo un orso

venuto al fiume per bere; ma appena ci ravvisò, corse ad internarsi nel

bosco. Anche una volpe venne sul sito medesimo per bere; e si tenne

nel suo cammino direttamente in faccia alla tenda, sotto cui avevamo

passata la notte: declinò però anch’essa a quella vista, ma senza

mostrar paura.

Più lungi fummo colpiti dalla vista di due cascate opposte l’una

all’altra, e tutte e due precipitantisi da un banco del fiume Alten,

il quale a poca distanza forma anch’esso una cascata insormontabile.

Tre cataratte tanto vicine l’una all’altra in sì piccolo spazio sono

un fenomeno di tal genere, che non ne avea ancora veduto l’esempio; e

se lo avessi veduto presentato in un quadro, io l’avrei preso più per

un capriccio ideato da pittore immaginoso, che operato realmente dalla

mano della natura. Noi facemmo tutti gli sforzi possibili per rimontare

la cataratta del fiume, sebbene mostrava di ridersi del nostro disegno;

e dover essere il _non plus ultra_ della nostra navigazione. Per

riuscire nella impresa disponemmo i nostri Laponi in diverse maniere,

facendo loro tenere in mano delle corde per fermare il battello, ed

altre legando alle nostre reni pel caso, che il battello venisse a

spezzarsi sopra uno scoglio, o cedendo al vortice si affondasse. E

mancò poco infatti, che così non succedesse: se non che fortunatamente

il Lapone, che teneva la corda ferma al di dietro d’esso battello,

seppe tirarla a tempo. I pericoli da noi corsi su questa cataratta non

sono qui presentati con esagerazione: essi furono reali; e noi non vi

ci esponemmo, che per evitare la fatica de’ lunghi giri, che avremmo

dovuto fare per terra.

Noi stavamo sufficientemente bene in quel nostro battello; ma se dopo

tutte le pene sostenute la navigazione che rimaneva da farsi per quel

fiume si fosse renduta impraticabile, non avremmo avuto altro partito

che quello di attraversare la catena di montagne terribili, e di fare

un lungo, e faticoso viaggio a piedi con grande pericolo di perderci

ne’ deserti. Al contrario più che noi ci fossimo internati nel paese

seguitando il fiume, più la nostra strada per terra sarebbe riuscita

breve. Superando poi questa cataratta era a presumere, che il fiume

divenendo piano di più, e navigabile per un più lungo spazio di via,

potrebbe permetterci l’uso de’ nostri remi; e queste presunzioni erano

abbastanza fondate per impegnarci a fare qualche sforzo: noi facemmo

tutti i possibili; ma inutilmente.

Ripigliammo adunque la strada delle montagne facendo nuove giravolte

per evitare fiumi e laghi; e non passò gran tempo che ci trovammo in

un’altra temperatura, poichè il termometro di _Celsius_ cadde ai 4

gradi; e alcune nubi che passavano sulle nostre teste ci coprivano di

fiocchi di neve. Camminammo dodici ore di seguito prima di riguadagnare

l’Alten; nè ci fermammo che per qualche istante, necessitati a pigliare

un po’ di fiato. Il timore di qualche mutazione di tempo, o di qualche

temporale procelloso ci faceva menar le gambe ben bene: per questo non

facemmo mai in questa traversata alcuna fermata vera; e il cammino non

fu meno di cinquanta miglia. Finalmente giungemmo al sito, ove avevamo

lasciati i Laponi di Kantokeino coi loro battelli: essi aspettavanci

per ricondurci a quel villaggio. Avevamo già spedito loro qualcuno per

avvertirli del nostro ritorno, ed impegnarli a venirci incontro. Un

venticello di settentrione alquanto forte risparmiò alla nostra gente

la fatica di remigare contra la corrente; e alcune frasche di betulla

in questa stagione tuttora verdi, piantate a poppa, ci tennero le veci

di vela.

Arrivati a Kantokeino fummo costretti a fare un altro lungo viaggio a

piedi fino ad Enontékis, luogo che volevamo conoscere per collocarlo

nel nostro itinerario. Non si sapeva a quel tempo che ne fosse aperta

la strada, nissuno avendola per l’addietro praticata. Le montagne,

che separano Enontékis da Kantokeino, non sono della metà alte come

quelle che separano Alten-Gaard da Massi; ma noi eravamo destinati

ad incontrare qui difficoltà maggiori che le provate nella Laponia

norvegia. Ci bisognò passare fiumi a guazzo: poi ci trovammo in

mezzo a paludi estesissime, e in qualche sorta perduti in orrendi

deserti. I nostri buoni Laponi non ne sapevano più di noi: erano

in continui dispareri; e senza il soccorso del nostro compasso

correvamo pericolo di errare in que’ boschi sino all’approssimarsi

dell’inverno, o d’essere obbligati a ritornare a Kantokeino. Per

fortuna finalmente scoprimmo la punta del campanile di Enontékis dopo

una strada di due giorni e mezzo, ed una corsa di quasi cento miglia.

Vi arrivammo il dì appresso che n’erano partiti due Inglesi, i quali

aveano intrapreso l’istesso viaggio, che noi: ma essendo uno d’essi

stato preso da febbre, furono obbligati a dare addietro dopo essersi

ivi fermati alcuni giorni. Erano questi il sig. _Clook_, e il sig.

_Cripps_, due giovani molto bene istruiti, e studenti del collegio

di Gesù in Cambridge. Il sig. _Clook_ era stato in Italia, e sapendo

che un italiano viaggiava verso il Nord, e che potrebbe prendere

forse la strada verso questo luogo, avea scritto sul registro tenuto

dal ministro quattro versi dell’_Ariosto_, che eccellentemente si

appropriavano alla mia situazione, e che dipingevano al naturale le

fatiche del mio viaggio. Eccoli.

_Sei giorni me ne andai mattina e sera_

_Per balze e per pendii orride e strane_,

_Dove non via, dove cammin non era_,

_Dove nè segno, nè vestigia umane._

Questi due Inglesi aveano passata una settimana in casa del curato, ed

erano stati trattati da tutta la famiglia colla più cordiale amicizia.

Durante il tempo di malattia, che li obbligò a fermarsi, vollero dare

uno spettacolo assai proprio per attirare i Laponi di tutti i cantoni

del vicinato, e capace di fare sulle anime di questo popolo semplice

la più viva impressione: consisteva questo spettacolo in alzarsi in

aria entro un pallone. Ignoro l’effetto che la vista di un tal prodigio

avrebbe prodotto sopra questa gente; ma sarei tentato a credere che il

concorso non sarebbe stato numeroso. Mancarono loro i mezzi materiali

per eseguire il loro divisamento. Alla loro partenza scrissero i loro

nomi sul registro coll’apostrofe seguente: _Straniero, qualunque tu

sii, che visiti queste contrade remote del Nord, ritornando al tuo

paese nativo, di’ a’ tuoi, che la filantropia è insegnata presso

le nazioni incivilite, ma che non si pratica se non là, dove la sua

teoria non penetrò mai._ Sulla pagina opposta del libro era il nome

di M. _Vesvroti_, venuto ivi per far sapere ai Laponi, come lo avea

annunciato ai Filandesi, in un latino infranciosato, ch’egli era

stato in addietro presidente del Parlamento di Dijon. Ecco la sua

nota: _Libertatem querens, seditionisque theatrum fugiens, hic fuit

die quindecimo martii anno millesimo nonagentesimo secundo Carolus

Richard de Vesvroti, dijionensis, praeses in suprema rationum Curia

Burgundiae._

Il ministro di Enontékis era persona istrutta: egl’impiegava il

tempo dalle sue funzioni lasciatogli libero in ricerche statistiche

e filosofiche. Avea fatte molte raccolte in istoria naturale; avea

anche scritto un picciol libro contenente le risposte a varie domande

fattegli da un naturalista svedese che viaggiò in codeste contrade

pei progressi della storia naturale. Avendo egli nella sua sposa una

donna di molta intelligenza, ed assai bene educata, noi ad essa facemmo

varie ricerche sulla popolazione, e sulle produzioni naturali di questa

porzione di mondo; ed ella per dispensarsi dal lungo proloquio, che la

materia richiedeva, per tutta risposta ci diede il libro di suo marito

dicendoci che vi troveremmo quanto desideravamo di sapere da lei. Il

manoscritto era diviso in cinque capitoli: il primo trattava della

popolazione della parrocchia, il secondo degli affari ecclesiastici;

il terzo delle colonie stabilite ne’ contorni; il quarto de’ Laponi

nomadi, ossia pastori; e il quinto delle produzioni naturali del

paese. Feci qualche transunto del manoscritto, che io inserisco qui più

brevemente che mi sia possibile.

La popolazione del villaggio di Enontékis è di circa 930 abitanti: 258

sono coloni, Laponi fissi, e 662 sono nomadi, ossia famiglie erranti,

che vivono nelle montagne, e che non si occupano che della cura delle

loro renne. Il manoscritto taceva sulla rendita che il ministro traeva

da’ suoi parrocchiani; ma si estendeva molto sulla rinomanza della

chiesa di Enontékis, della quale parlavasi fino alle estremità del

Nord!!

I Norvegi, diceva il manoscritto, quando si dispongono a lungo e

pericoloso viaggio sogliono mandare un cereo da bruciarsi in questa

chiesa, ed altri piccoli doni votivi. Assicurava, che malgrado tutto

ciò ch’egli avea potuto fare per recare la luce evangelica in mezzo

alle montagne più lontane, i Laponi non conservavano meno un residuo di

paganesimo. Trovansi qua e là, diceva egli, nel deserto delle pietre,

le quali hanno qualche somiglianza colla figura umana; e quando mutando

stazione colla loro famiglia e i loro armenti passano presso a codeste

pietre, offrono ad esse un sacrifizio; e vi si veggono sempre messe

all’intorno parecchie corna di renne. — I Laponi hanno tra le loro mani

molte monete, che usano seppellire sotto terra: ond’è che centinaja di

risdalleri vanno perdute quando chi le ha sepolte, sorpreso da malattie

gravi ed acute muore prima d’aver potuto significare ad alcuno il luogo

del suo tesoro.

In quanto al vestito de’ Laponi, il manoscritto diceva, che appena v’è

qualche differenza tra quello de’ Laponi erranti, e quello de’ Laponi

che hanno domicilio stabile: eccetto che questi usano in estate di

vestirsi con stoffe di lana in vece di pelli di renna, e che portano

camicie; laddove i Laponi erranti di queste non ne hanno.

Il manoscritto parlava di una specie di mucilaggine, o colla, fatta

col corno della renna, che ben preparata possiede grandi virtù. Vi si

leggeva pure che la malattia più comune tra le renne era quella che

attacca l’epiploon, contro della quale non v’ha rimedio che valga; e

che l’animale che ne sia attaccato, forza è che muoja nello spazio di

un anno. I mali di testa, di fegato, di cuore, e de’ piedi erano fra

questi animali frequentissimi. Il manoscritto si estendeva ancora sul

numero spaventoso dei lupi, i quali nel corso del 1798 aveano fatto un

esterminio nelle renne: particolarità che il ministro attribuiva alla

guerra di Finlandia.

Quanto a produzioni naturali vi si leggeva, che i pomi di terra

riuscivano assai bene ne’ contorni; ma che con grande difficoltà le

radiche, ed altre piante di cucina crescevano nella loro stagione; che

l’orzo e l’avena potevano essere seminate con utilità. Del rimanente

qui per lavorare la terra si usa un aratro particolare al paese, ed

appropriato a questo suolo, ove bisogna evitare nell’arare le grosse

pietre.

Parlava in oltre il manoscritto del lampone artico, che ivi cresce

naturalmente, ma non sì bene come quello che dà il così dai botanici

detto _rubus chamaemorus_. Faceva pur menzione degli uccelli; ma non

diceva nulla degli insetti, come sarebbe stato il desiderio nostro.

Ne avea però il buon ministro fatta una raccolta, che avea mandata a

Stockholm ad uno de’ suoi corrispondenti, come pure all’Accademia,

dalla quale riceveva una pensione annua di sessanta risdalleri per

ajutarlo a proseguire le sue ricerche statistiche, e scientifiche, a

continuare le sue osservazioni, e ad occuparsi con buona riuscita delle

cose appartenenti alla storia naturale.

Il nostro viaggio da Enontékis a Tornea si continuò lungo il fiume:

arrivammo a Muonionisca, dove vedemmo il nostro amico, il curato,

e l’eccellente nostro piloto, _Simone_. Facemmo visita a tutte le

persone che avevamo conosciute ne’ diversi luoghi, ne’ quali eravamo

stati accolti tanto bene; e spezialmente a Kengis, e ad Uper-Tornea,

ove salutammo il ministro della parrocchia, e le sue amabili figlie.

A Tornea non lasciammo di rivedere i nostri amici, il rettore, e

il mercante, che ci riguardarono con venerazione, meravigliati del

viaggio, che avevamo fatto; e finalmente entrammo trionfanti in

Uleaborg, dove esponemmo alla vista degl’increduli amici le conchiglie,

gli uccelli, le spugne, e gli altri oggetti di storia naturale proprii

del Mar-gelato: cose tutte raccolte da noi come prove autentiche del

viaggio fatto al Capo-Nord, ultima e più remota estremità dell’Europa,

a’ 71 gradi, e 10 minuti di latitudine settentrionale.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 30 / 40 题