_Imbarco, e navigazione sull’Alten. Tre singolari cataratte. Motivi
di rimontarne una, e sforzi inutili. Viaggio per le montagne,
e gran cambiamento di temperatura. Si ripiglia la navigazione
dell’Alten. Arrivo a Kantokeino. Passaggio ad Enontékis.
Viaggiatori inglesi, e loro memorie. Memoria di un emigrato
francese. Estratto di un manoscritto del curato di Enontékis.
Partenza da Enontékis per Tornea ed Uleaborg._
Io risparmierò al mio lettore le particolarità del nostro ritorno
attraverso del deserto; e lo condurrò rapidamente a Tornea
presentandogli in compendio la sostanza del mio giornale.
Noi rimontammo il fiume Alten in due battelli, avendo contro di noi
tutte le cataratte, che con uno sforzo incredibile di perseveranza
superammo in più lunga misura, che mai si fosse fatto. Il cammino pel
fiume presenta vedute pittoresche quante, e quali la immaginazione
di un pittore possa mai desiderare. Le sponde dell’Alten qualche
volta sono graziosamente ornate di belle betulle, e qualche volta
presentano un orrido aspetto, la cui asprezza non si vede però senza
un certo secreto diletto; ed è là che veggonsi masse di rupi a picco,
ed inaccessibili, fra le quali apronsi precipizii profondi. Seguendo
il fiume trovammo una cascata che veniva giù perpendicolarmente da una
rupe, che sarebbesi presa per le ruine di una gran cattedrale. A’ piedi
di quella rupe era un laghetto avente sulle sue sponde degli scaglioni
tagliati naturalmente nello scoglio: il che dava ad un tale accidente
della natura l’apparenza di un tempio antico. Qui noi vedemmo un orso
venuto al fiume per bere; ma appena ci ravvisò, corse ad internarsi nel
bosco. Anche una volpe venne sul sito medesimo per bere; e si tenne
nel suo cammino direttamente in faccia alla tenda, sotto cui avevamo
passata la notte: declinò però anch’essa a quella vista, ma senza
mostrar paura.
Più lungi fummo colpiti dalla vista di due cascate opposte l’una
all’altra, e tutte e due precipitantisi da un banco del fiume Alten,
il quale a poca distanza forma anch’esso una cascata insormontabile.
Tre cataratte tanto vicine l’una all’altra in sì piccolo spazio sono
un fenomeno di tal genere, che non ne avea ancora veduto l’esempio; e
se lo avessi veduto presentato in un quadro, io l’avrei preso più per
un capriccio ideato da pittore immaginoso, che operato realmente dalla
mano della natura. Noi facemmo tutti gli sforzi possibili per rimontare
la cataratta del fiume, sebbene mostrava di ridersi del nostro disegno;
e dover essere il _non plus ultra_ della nostra navigazione. Per
riuscire nella impresa disponemmo i nostri Laponi in diverse maniere,
facendo loro tenere in mano delle corde per fermare il battello, ed
altre legando alle nostre reni pel caso, che il battello venisse a
spezzarsi sopra uno scoglio, o cedendo al vortice si affondasse. E
mancò poco infatti, che così non succedesse: se non che fortunatamente
il Lapone, che teneva la corda ferma al di dietro d’esso battello,
seppe tirarla a tempo. I pericoli da noi corsi su questa cataratta non
sono qui presentati con esagerazione: essi furono reali; e noi non vi
ci esponemmo, che per evitare la fatica de’ lunghi giri, che avremmo
dovuto fare per terra.
Noi stavamo sufficientemente bene in quel nostro battello; ma se dopo
tutte le pene sostenute la navigazione che rimaneva da farsi per quel
fiume si fosse renduta impraticabile, non avremmo avuto altro partito
che quello di attraversare la catena di montagne terribili, e di fare
un lungo, e faticoso viaggio a piedi con grande pericolo di perderci
ne’ deserti. Al contrario più che noi ci fossimo internati nel paese
seguitando il fiume, più la nostra strada per terra sarebbe riuscita
breve. Superando poi questa cataratta era a presumere, che il fiume
divenendo piano di più, e navigabile per un più lungo spazio di via,
potrebbe permetterci l’uso de’ nostri remi; e queste presunzioni erano
abbastanza fondate per impegnarci a fare qualche sforzo: noi facemmo
tutti i possibili; ma inutilmente.
Ripigliammo adunque la strada delle montagne facendo nuove giravolte
per evitare fiumi e laghi; e non passò gran tempo che ci trovammo in
un’altra temperatura, poichè il termometro di _Celsius_ cadde ai 4
gradi; e alcune nubi che passavano sulle nostre teste ci coprivano di
fiocchi di neve. Camminammo dodici ore di seguito prima di riguadagnare
l’Alten; nè ci fermammo che per qualche istante, necessitati a pigliare
un po’ di fiato. Il timore di qualche mutazione di tempo, o di qualche
temporale procelloso ci faceva menar le gambe ben bene: per questo non
facemmo mai in questa traversata alcuna fermata vera; e il cammino non
fu meno di cinquanta miglia. Finalmente giungemmo al sito, ove avevamo
lasciati i Laponi di Kantokeino coi loro battelli: essi aspettavanci
per ricondurci a quel villaggio. Avevamo già spedito loro qualcuno per
avvertirli del nostro ritorno, ed impegnarli a venirci incontro. Un
venticello di settentrione alquanto forte risparmiò alla nostra gente
la fatica di remigare contra la corrente; e alcune frasche di betulla
in questa stagione tuttora verdi, piantate a poppa, ci tennero le veci
di vela.
Arrivati a Kantokeino fummo costretti a fare un altro lungo viaggio a
piedi fino ad Enontékis, luogo che volevamo conoscere per collocarlo
nel nostro itinerario. Non si sapeva a quel tempo che ne fosse aperta
la strada, nissuno avendola per l’addietro praticata. Le montagne,
che separano Enontékis da Kantokeino, non sono della metà alte come
quelle che separano Alten-Gaard da Massi; ma noi eravamo destinati
ad incontrare qui difficoltà maggiori che le provate nella Laponia
norvegia. Ci bisognò passare fiumi a guazzo: poi ci trovammo in
mezzo a paludi estesissime, e in qualche sorta perduti in orrendi
deserti. I nostri buoni Laponi non ne sapevano più di noi: erano
in continui dispareri; e senza il soccorso del nostro compasso
correvamo pericolo di errare in que’ boschi sino all’approssimarsi
dell’inverno, o d’essere obbligati a ritornare a Kantokeino. Per
fortuna finalmente scoprimmo la punta del campanile di Enontékis dopo
una strada di due giorni e mezzo, ed una corsa di quasi cento miglia.
Vi arrivammo il dì appresso che n’erano partiti due Inglesi, i quali
aveano intrapreso l’istesso viaggio, che noi: ma essendo uno d’essi
stato preso da febbre, furono obbligati a dare addietro dopo essersi
ivi fermati alcuni giorni. Erano questi il sig. _Clook_, e il sig.
_Cripps_, due giovani molto bene istruiti, e studenti del collegio
di Gesù in Cambridge. Il sig. _Clook_ era stato in Italia, e sapendo
che un italiano viaggiava verso il Nord, e che potrebbe prendere
forse la strada verso questo luogo, avea scritto sul registro tenuto
dal ministro quattro versi dell’_Ariosto_, che eccellentemente si
appropriavano alla mia situazione, e che dipingevano al naturale le
fatiche del mio viaggio. Eccoli.
_Sei giorni me ne andai mattina e sera_
_Per balze e per pendii orride e strane_,
_Dove non via, dove cammin non era_,
_Dove nè segno, nè vestigia umane._
Questi due Inglesi aveano passata una settimana in casa del curato, ed
erano stati trattati da tutta la famiglia colla più cordiale amicizia.
Durante il tempo di malattia, che li obbligò a fermarsi, vollero dare
uno spettacolo assai proprio per attirare i Laponi di tutti i cantoni
del vicinato, e capace di fare sulle anime di questo popolo semplice
la più viva impressione: consisteva questo spettacolo in alzarsi in
aria entro un pallone. Ignoro l’effetto che la vista di un tal prodigio
avrebbe prodotto sopra questa gente; ma sarei tentato a credere che il
concorso non sarebbe stato numeroso. Mancarono loro i mezzi materiali
per eseguire il loro divisamento. Alla loro partenza scrissero i loro
nomi sul registro coll’apostrofe seguente: _Straniero, qualunque tu
sii, che visiti queste contrade remote del Nord, ritornando al tuo
paese nativo, di’ a’ tuoi, che la filantropia è insegnata presso
le nazioni incivilite, ma che non si pratica se non là, dove la sua
teoria non penetrò mai._ Sulla pagina opposta del libro era il nome
di M. _Vesvroti_, venuto ivi per far sapere ai Laponi, come lo avea
annunciato ai Filandesi, in un latino infranciosato, ch’egli era
stato in addietro presidente del Parlamento di Dijon. Ecco la sua
nota: _Libertatem querens, seditionisque theatrum fugiens, hic fuit
die quindecimo martii anno millesimo nonagentesimo secundo Carolus
Richard de Vesvroti, dijionensis, praeses in suprema rationum Curia
Burgundiae._
Il ministro di Enontékis era persona istrutta: egl’impiegava il
tempo dalle sue funzioni lasciatogli libero in ricerche statistiche
e filosofiche. Avea fatte molte raccolte in istoria naturale; avea
anche scritto un picciol libro contenente le risposte a varie domande
fattegli da un naturalista svedese che viaggiò in codeste contrade
pei progressi della storia naturale. Avendo egli nella sua sposa una
donna di molta intelligenza, ed assai bene educata, noi ad essa facemmo
varie ricerche sulla popolazione, e sulle produzioni naturali di questa
porzione di mondo; ed ella per dispensarsi dal lungo proloquio, che la
materia richiedeva, per tutta risposta ci diede il libro di suo marito
dicendoci che vi troveremmo quanto desideravamo di sapere da lei. Il
manoscritto era diviso in cinque capitoli: il primo trattava della
popolazione della parrocchia, il secondo degli affari ecclesiastici;
il terzo delle colonie stabilite ne’ contorni; il quarto de’ Laponi
nomadi, ossia pastori; e il quinto delle produzioni naturali del
paese. Feci qualche transunto del manoscritto, che io inserisco qui più
brevemente che mi sia possibile.
La popolazione del villaggio di Enontékis è di circa 930 abitanti: 258
sono coloni, Laponi fissi, e 662 sono nomadi, ossia famiglie erranti,
che vivono nelle montagne, e che non si occupano che della cura delle
loro renne. Il manoscritto taceva sulla rendita che il ministro traeva
da’ suoi parrocchiani; ma si estendeva molto sulla rinomanza della
chiesa di Enontékis, della quale parlavasi fino alle estremità del
Nord!!
I Norvegi, diceva il manoscritto, quando si dispongono a lungo e
pericoloso viaggio sogliono mandare un cereo da bruciarsi in questa
chiesa, ed altri piccoli doni votivi. Assicurava, che malgrado tutto
ciò ch’egli avea potuto fare per recare la luce evangelica in mezzo
alle montagne più lontane, i Laponi non conservavano meno un residuo di
paganesimo. Trovansi qua e là, diceva egli, nel deserto delle pietre,
le quali hanno qualche somiglianza colla figura umana; e quando mutando
stazione colla loro famiglia e i loro armenti passano presso a codeste
pietre, offrono ad esse un sacrifizio; e vi si veggono sempre messe
all’intorno parecchie corna di renne. — I Laponi hanno tra le loro mani
molte monete, che usano seppellire sotto terra: ond’è che centinaja di
risdalleri vanno perdute quando chi le ha sepolte, sorpreso da malattie
gravi ed acute muore prima d’aver potuto significare ad alcuno il luogo
del suo tesoro.
In quanto al vestito de’ Laponi, il manoscritto diceva, che appena v’è
qualche differenza tra quello de’ Laponi erranti, e quello de’ Laponi
che hanno domicilio stabile: eccetto che questi usano in estate di
vestirsi con stoffe di lana in vece di pelli di renna, e che portano
camicie; laddove i Laponi erranti di queste non ne hanno.
Il manoscritto parlava di una specie di mucilaggine, o colla, fatta
col corno della renna, che ben preparata possiede grandi virtù. Vi si
leggeva pure che la malattia più comune tra le renne era quella che
attacca l’epiploon, contro della quale non v’ha rimedio che valga; e
che l’animale che ne sia attaccato, forza è che muoja nello spazio di
un anno. I mali di testa, di fegato, di cuore, e de’ piedi erano fra
questi animali frequentissimi. Il manoscritto si estendeva ancora sul
numero spaventoso dei lupi, i quali nel corso del 1798 aveano fatto un
esterminio nelle renne: particolarità che il ministro attribuiva alla
guerra di Finlandia.
Quanto a produzioni naturali vi si leggeva, che i pomi di terra
riuscivano assai bene ne’ contorni; ma che con grande difficoltà le
radiche, ed altre piante di cucina crescevano nella loro stagione; che
l’orzo e l’avena potevano essere seminate con utilità. Del rimanente
qui per lavorare la terra si usa un aratro particolare al paese, ed
appropriato a questo suolo, ove bisogna evitare nell’arare le grosse
pietre.
Parlava in oltre il manoscritto del lampone artico, che ivi cresce
naturalmente, ma non sì bene come quello che dà il così dai botanici
detto _rubus chamaemorus_. Faceva pur menzione degli uccelli; ma non
diceva nulla degli insetti, come sarebbe stato il desiderio nostro.
Ne avea però il buon ministro fatta una raccolta, che avea mandata a
Stockholm ad uno de’ suoi corrispondenti, come pure all’Accademia,
dalla quale riceveva una pensione annua di sessanta risdalleri per
ajutarlo a proseguire le sue ricerche statistiche, e scientifiche, a
continuare le sue osservazioni, e ad occuparsi con buona riuscita delle
cose appartenenti alla storia naturale.
Il nostro viaggio da Enontékis a Tornea si continuò lungo il fiume:
arrivammo a Muonionisca, dove vedemmo il nostro amico, il curato,
e l’eccellente nostro piloto, _Simone_. Facemmo visita a tutte le
persone che avevamo conosciute ne’ diversi luoghi, ne’ quali eravamo
stati accolti tanto bene; e spezialmente a Kengis, e ad Uper-Tornea,
ove salutammo il ministro della parrocchia, e le sue amabili figlie.
A Tornea non lasciammo di rivedere i nostri amici, il rettore, e
il mercante, che ci riguardarono con venerazione, meravigliati del
viaggio, che avevamo fatto; e finalmente entrammo trionfanti in
Uleaborg, dove esponemmo alla vista degl’increduli amici le conchiglie,
gli uccelli, le spugne, e gli altri oggetti di storia naturale proprii
del Mar-gelato: cose tutte raccolte da noi come prove autentiche del
viaggio fatto al Capo-Nord, ultima e più remota estremità dell’Europa,
a’ 71 gradi, e 10 minuti di latitudine settentrionale.