CAPO XXII.

_Malattie de’ Laponi. Vajuolo. Colica spasmodica, oftalmia.

Preservativo contro lo scorbuto. Rimedio pe’ geloni, per le

ferite, per le fratture, e lussazioni. Affezioni inflammatorie,

reumi, lombaggine. — Funerali de’ Laponi, sepolture, convito

mortuario, anniversarii. Pietà verso i defunti. Giurisprudenza

sulle eredità. — Religione degli antichi Laponi. Montagne Sante,

tutt’ora in venerazione. Maghi. Affezione de’ Laponi al loro

paese._

Abbiamo detto altrove, che ad onta del clima, delle fatiche, e de’

cibi, i Laponi generalmente sono esenti da quelle tante malattie, che

regnano ne’ bei climi meridionali. Ma i Laponi hanno avuta la disgrazia

degli Americani; quella di partecipare del vajuolo, dacchè un giovine

Scozzese lo recò a Berg, dove fatalmente infettò chi per cagione di

commercio era ito colà dal fondo delle terre settentrionali. I Laponi

adunque furono alcune volte furiosamente minacciati di esterminio

da questa malattia; e le invasioni della medesima formano per loro

un’epoca di loro età. Ma il vajuolo è venuto da di fuori: propria

di loro dee ben dirsi quella colica spasmodica, di cui abbiamo fatto

menzione, e che essi chiamano _ossem_, o _helmé_. Essa sembra avere

i caratteri del _cholera-morbus_ delle Indie: imperciocchè ha la sua

sede nelle viscere verso la regione ombelicale: i dolori che cagiona,

si estendono sino al basso ventre, facendosi sentire a riprese, come

quelli del parto; e le angosce che reca, sono tali, che l’infelice

il quale n’è preso, si dibatte, e rivolta per terra, ed ora non può

espellere l’orina, ed ora la emette sanguigna, come se fosse attaccato

da calcoli. L’accesso dopo qualche ora, e sovente dopo alcun giorno,

termina con un ptialismo, che dura un quarto d’ora. I Laponi viventi

nelle montagne non ne sono attaccati giammai; bensì quelli delle

vallate, e spezialmente nella stagione estiva, quando loro avvenga

di bere l’acqua corrotta delle paludi riscaldate dal sole. Fanno poi

fronte a questa malattia con radici d’angelica, con ceneri, ed olio di

tabacco, e con castoreo liquido. — Endemica malattia loro è l’oftalmia,

che spesso precede la cecità. Il continuo fumo, in mezzo al quale

vivono tutto l’anno, può esserne una cagione; un’altra la vivacità

del fuoco, a cui sono sino dalla infanzia esposti, sicchè vien loro

a disseccarsi l’umidità della congiuntiva. Aggiungasi il riflesso

de’ raggi solari sulla neve, e la sì lunga, ed universale presenza

della neve. Si dice che soffrano anche di una cataratta imperfetta, o

piuttosto di un’affezione della congiuntiva, se il singular modo che

usano per guarirne abbia a tenersi per incontrastabilmente efficace.

Il modo è questo: pigliano un pidocchio umano, e lo fanno entrare tra

l’occhio e la pupilla; il fregamento che l’insetto eccita sul globo,

basta, per quanto dicesi, a distruggere una membrana, la quale stesa

sulla cornea è la prima cagione dell’affezione morbosa.

Parrebbe che i Laponi dovessero andar molto soggetti allo scorbuto,

come tutti i popoli vicini ai mari del settentrione; ma poco ne

soffrono; e dicesi ciò avvenire per l’uso copioso che fanno della

fina pellicola che si trova sotto la scorza dell’abete, di cui fanno

raccolta in maggio; la seccano, la riducono in polvere, e la mescolano

colla farina, di cui fanno le piccole focacce, che stanno loro in

luogo di pane. Se forse meglio non abbiasi ciò ad attribuire al siero

acetoso che usano cotidianamente, e all’abitudine di piantare le tende

sull’alto delle montagne ad un grado medio di temperatura, ove la

umidità de’ fondi non possa loro nuocere. Può contribuirvi fors’anco

l’uso che fanno nell’inverno della carne fresca di loro cacciagione,

e di quella delle loro renne; non meno che il continuo esercizio, in

cui vivono; le pelliccie, di cui sono coperti, e l’aria poco umida,

quantunque fredda, che respirano. I ragazzi soffrono i geloni: per

questi, e per altri mali che procedono dalle stesse cagioni, usano

l’applicazione del formaggio di renna. Per le ferite e contusioni

applicano la gomma che spontaneamente cola dagli alberi resinosi. Per

le fratture, e le lussazioni fasciano strettissimamente la parte offesa

dopo aver rimesse bene le ossa al posto; ma prima fanno prendere alla

persona una pozione, che dicono efficacissima per dissipare i dolori,

e sollecitare la guarigione. Non è detto di che quella pozione sia

composta; ma la giunta che vi mettono di limatura d’argento, o di rame,

non sembra molto persuasiva; e forse sarà superflua; come superflua

è da credere la cura che dannosi nella scelta de’ nervi, coi quali

fasciano le lussazioni, e gli storcimenti; mentre prendono dalle renne

femmine quelli che applicano agli uomini, e dalle renne maschie quelli

che applicano alle donne.

Finalmente i Laponi sono soggetti ad affezioni infiammatorie di petto,

a doglie reumatiche, affini alla lombaggine. Dapprima ricorrono per

guarire alle unzioni di grasso d’orso, e in appresso ai cauterii,

procurando per mezzo dell’abbruciamento un’escara, alla caduta della

quale la malattia cessa. Così i Laponi fanno per pratica ciò che il

padre della medicina spiegava per teorica, e colla pratica consecrava.

Ma bastino queste indicazioni in proposito delle loro malattie, e de’

loro rimedii; e diciamo piuttosto delle loro cerimonie funebri, giacchè

i Laponi in fine muojono come tutti gli altri uomini; benchè quasi

tutti, se particolar caso non intervenga, giungono alla età chi di

settanta, chi di ottanta, chi di novant’anni; e v’hanno parecchi che

passano i cento.

Quando un Lapone è gravemente ammalato, chiamasi un indovino, il

quale dica se guarirà, o se morrà. Se il presagio è funesto, il primo

capitato, che si trovi presso di lui, gli fa un sermoncino divoto; ma

più sovente quelli che sperano qualche porzione della eredità, badano

più a cominciare i funerali, ancorchè l’infermo sia ancora alle prese

colla morte. Morto poi che l’infermo sia, e per qualunque genere di

malattia, ognuno esce della capanna, in cui è il cadavere, credendo

che ivi rimanga ancora qualche cosa dell’anima del defunto. Alcuni

giorni poi dopo ritornano per seppellire il corpo, e rendergli gli

ultimi officii. Se fu persona pe’ fatti suoi commendevole, il corpo si

avvolge in una tela, quanto può aversi più fina; se non lascia cosa

di valore, si adopera un pezzo di tela grossa. Così si pratica con

chi professa il cristianesimo. Alcuni però sono vestiti de’ loro abiti

migliori, e collocati in una bara da una persona nominata, o pagata per

quest’officio; e il parente prossimo del morto dà a quella un anello di

tombacco, ch’essa subito si pone al braccio destro, come preservativo

d’ogni male, che potesse volerle fare lo spirito del defunto, di cui

non abbandona il cadavere fino a tanto che questo non rimanga sepolto.

Prima che i Laponi fossero cristiani, ed anche molto tempo dopo,

seppellivano i morti nel primo luogo, che credessero opportuno, e

spezialmente ne’ boschi, come fanno anche oggi, se sono lontanissimi

da una chiesa. Il modo del seppellimento è di rovesciar sulla bara,

e sul cadavere deposto in una fossa la slitta, su cui n’è fatto il

trasporto, e di gittarvi sopra delle zolle verdi e delle frasche. Se

trovasi a portata una qualche caverna, in essa si depone il cadavere, e

se ne chiude l’ingresso. Quelli che non sono attaccati al cristianesimo

che assai debolmente, e sono i più, mettono col cadavere una scure,

un battifuoco, dicendo che il morto può trovarsi in luoghi oscuri, ed

aver bisogno di lume: la scure poi gli gioverà per aprirsi la strada

tra boscaglie, per le quali egli abbia a passare. Alle donne, invece

della scure danno forbici, ed aghi. Si aggiunge poi una provvigione di

viveri: il che renderebbe assai probabile l’opinione di alcuni, i quali

dicono darsi dai Laponi ai loro morti la scure, le forbici, e gli aghi,

perchè suppongono, che al mondo di là debbano lavorare come lavoravano

in questo. Quando si può trasportare a qualche chiesa il cadavere,

questo può seppellirsi o nel cimitero, o in chiesa, ottenendosene la

permissione: ma v’è gran difficoltà a trovare chi voglia scavare la

fossa, anche ben pagato. In questo caso si osservano le cerimonie del

culto cristiano; e quelli che hanno accompagnato il morto, esprimono il

lutto co’ più miseri abiti, che trovinsi avere. Quando il seppellimento

è fatto nel cimitero, si lascia sulla fossa la slitta, e sotto di

questa mettonsi i vestiti del morto, la sua coperta, e la pelle che

gli serviva di letto. Tre giorni dopo le esequie la famiglia si unisce

al banchetto funebre, in cui la vivanda principale si è la carne della

renna, che ha condotto il morto alla sepoltura: le ossa della quale

mettonsi in una specie di cassa, sulla quale scolpisconsi i principali

tratti del defunto; e vassi a seppellirla ove si è seppellito il

cadavere. Quando si tratta di un ricco, all’anniversario suo si

sacrifica una renna; e ciò si ripete per anni.

I Laponi conservano una lunga memoria di quelli che hanno perduti,

massime se sono parenti; nè fanno ostentazione della loro tristezza

con esterne espressioni e segni. Durano bensì degli anni ad andare

al sepolcro, e forano de’ buchi sui fianchi della fossa, mettendovi

un poco di tabacco, od altra cosa, di cui, mentre viveva, il defunto

dilettavasi, immaginandosi che la felicità dell’altra vita non consista

che in mangiare, bere, e fumare.

L’eredità de’ Laponi sta principalmente in bestiame, in denaro, in

utensili di rame, o di ottone, in pelliccie, e in vestiti. Ma il

forte della sostanza sta nelle renne, che qualche Lapone è giunto

ad averne fino a tre mila, e forse più. Parlandosi della divisione

della eredità è da avvertire, che quella che consiste in denaro, va

per lo più perduta, per l’uso che abbiamo detto regnare fra Laponi di

nasconderlo; e sono sì attaccati a quest’uso, che si ha l’esempio di

uno, il quale sollecitato ne’ suoi ultimi momenti a rivelare il sito

del suo tesoro, ostinatamente ricusò d’indicarlo, perchè, diss’egli,

gli eredi se lo avrebbero appropriato, mentre avrebbe potuto averne

bisogno egli. Dunque trattandosi de’ beni ostensibili, il fratello ne

prende due terzi, e la sorella uno, secondo che porta la legge svedese:

ma in questo riparto non entrano le renne, che hanno fatto parte della

sua dote; nè quelle che alla sua nascita furono donate al ragazzo, e

che assai volte sonosi moltiplicate copiosamente: se si tratta di beni

fondi, i due sessi trovansi a pari condizione; e questo è statuto di

_Carlo IX_, il quale concedette ad ogni famiglia una porzione di terre,

di laghi, di boschi, e di montagne, coll’obbligo di pagare un certo

canone annuo.

Sarebbe facile confrontando varii usi, e varie opinioni, che abbiamo

accennate dominare fra Laponi, cogli usi, e colle opinioni di

generazioni o scandinave, o tartare, rilevare i varii gradi di affinità

sussistenti tra questi popoli. Ma a ciò potrebbe contribuire forse

più quanto si sa della religione de’ Laponi, non affatto dimenticata

anche dopo che abbracciarono il cristianesimo. Eccone gli elementi

principali.

Le divinità adorate da questo popolo possono dividersi in quattro

classi. 1.º Le _Sopra-Celesti_; ed erano due. 2.º Le _Celesti_, due

parimente. 3.º Le _Sotto-Celesti_. 4.º Le _Sotterranee_. Quelle della

terza classe erano anch’esse due; e tre quelle della quarta: tutte poi

avevano il loro nome particolare.

La prima delle _Sopra-Celesti_, detta _Radien-Atshic_, era la divinità

suprema, il cui potere estendevasi sopra tutte le altre; ed in virtù

del nome venivasi ad intendere, che tutte le altre da questa traevano

l’esistenza, e la forza. La seconda era detta _Radien-Kiedde_; e

riputavasi il solo figlio della prima, la quale non creava nulla,

ma trasferiva nel figlio la potenza creatrice: e queste due divinità

dominavano sopra quelle della seconda, e terza classe, le quali erano

in grande venerazione presso i Laponi, perchè inclinate per indole loro

a fare il bene. — La prima delle _Celesti_, detta _Beiwe-Ailekes_,

rappresentava il sole, fonte della luce e del calore, per beneficio

delle quali cose le renne trovavano il loro nudrimento. A questa

divinità offrivano canapa. La seconda dicevasi _Alilekes-Olmak_:

pare che questa rappresentasse la luna, illuminatrice benigna

delle lunghissime notti. — Le _Sotto-Celesti_ occupavano la regione

dell’aria. Alla prima davano il nome di _Maderatje_, residente più

vicina al sole, e davano il nome di _Madarakka_, e di _Oragalles_ ad

altre, abitanti le regioni di sotto al sole: le più vicine alla terra

erano distinte coi nomi di _Sarakka_, e di _Juks-Akka_: le quali

per la vicinanza potevano facilmente assistere chi loro chiedeva

soccorso. _Oragalles_ significava il tuono, il quale in tempo delle

procelle sembra indicare una convulsione negli elementi che compongono

l’atmosfera; e i Laponi adoravano questa divinità per placarne la

collera, e fare che risparmiasse le loro persone, e le loro renne.

_Madarakka_ era la dea proteggitrice delle donne lapone, e la

invocavano in tutte le circostanze particolari del loro sesso. Essa

avea per isposo _Radien-Kiedde_, il potere di crear tutto. _Sarakka_

era la figlia di _Madarakka_, adorata dalle donne lapone anch’essa

insieme colla madre, _Juks-Akka_ era un’altra figlia di _Madarakka_,

la quale avea cura de’ bambini, che a lei erano votati fino dal momento

della loro nascita.

I pericoli, a cui potevano essere esposti spezialmente i Laponi

montanari nello scorrere co’ loro armenti vastità di paese pieno di

precipizii, e d’acqua d’ogni maniera, fecero loro considerare per

divinità _Saiwo_, e _Saiwo-Olmak_, invocati appunto in circostanze

critiche; essi davano a chi li consultava le risposte in sogno.

Un’altra divinità, che chiamavasi _Saiwo-Guelle_, era incaricata di

guidare le anime in mezzo alle tenebre inferiori.

I Laponi facevansi un dio della Morte, chiamata da essi _Jabme-Aikko_;

e regione di _Jabme-Abimo_ dicevasi la terra, in cui questo dio

soggiornava; ed ivi le anime dei defunti vestivansi di nuovi corpi in

luogo di quelli ch’erano rimasti ne’ sepolcri; e godevano di nuovo,

e più ampiamente delle dignità e dei diritti, de’ quali erano stati

distinti sulla terra. Anche l’inferno avea il suo dio; e le regioni

soggette al suo impero chiamavansi _Rota-Abimo_: ivi erano mandate le

anime de’ perversi per istarvi senza alcuna speranza; laddove i mandati

a _Jabme-Abimo_ avrebbero un giorno veduto _Radien_, e sarebbero stati

con esso lui in luoghi beati. Ma quando dal raccomandarsi a tutte le

altre divinità non aveano tratto alcun soccorso, volgevano l’ultima

loro speranza a _Rota_. Lo aveano per un dio cattivo e potente insieme

quanto gli altri: onde credendo che da lui venissero le malattie loro e

de’ loro armenti, tentavano di placarne il mal talento.

Questa mitologia, qualunque sia il carattere, sotto il quale essa

apparisce a noi, non può essere la creazione di uomini rozzi, come i

Laponi a noi si presentano. Gli uomini rozzi possono soltanto averla

in qualche parte alterata. Sembra adunque che siamo abilitati a

supporne altrove l’origine, la quale non può essere stata che in un

paese ben lontano dalla Laponia, e presso una nazione, dalla quale

gravi calamità e violenza insuperabile distaccarono i padri degli

attuali Laponi. Nell’esame delle varie religioni, che o per intero o

per rottami possono riscontrarsi ne’ paesi dell’Asia, s’avrebbe forse

qualche elemento per meglio conoscere l’origine vera di questo popolo.

Giusto è intanto osservare che le tenebre, in cui per sì lunga porzione

dell’anno i Laponi vivono, e gli orrori del sì rigido loro clima, non

hanno punto comunicato alla loro religione quel carattere di tristezza

e di abbattimento, che in secoli di errori d’ogni genere accompagnò la

più pura e santa delle credenze. Similmente i sacrifizii che facevano

alle loro divinità, non erano punto dissimili da quelli, che usaronsi

dai popoli più civili. Anzi tra questi qualche volta la divinità fu

oltraggiata coll’offerta di sangue umano; nè di tale infamia i Laponi

macchiarono mai il loro culto. Una renna, un montone, e qualche volta

una foca, erano le vittime de’ loro sacrifizii; e più spesso non

usarono che libazioni di siero e di latte, a cui si aggiungeva talora

l’offerta di un formaggio.

I Laponi aveano anche i loro dei penati, che collocavano sotto il

focolare: aveano montagne riguardate come luoghi santi; ed erano delle

più difficili da salire, e dove nondimeno andavano ad esercitare

qualche atto religioso. Anche oggi giorno v’ha chi visita codesti

luoghi vestito de’ migliori suoi abiti; e se non vi si offrono

più sacrifizii, se n’ha però tanta venerazione, che per niun conto

si ardirebbe piantarne in vicinanza le tende, nè in que’ contorni

attaccare un orso, una volpe, un animale qualunque; e la donna, che

viaggia, volta dall’altra parte la testa, e si copre la faccia colle

mani così mostrando il suo rispetto alla santità del luogo.

Fenomeni, di cui rimaneva ignota la causa, poterono facilmente far

nascere l’idea di potenze invisibili; e forse fatti che non doveansi

che al caso, indussero uomini semplici a credere che qualche mezzo vi

fosse per far muovere secondo il bisogno a pro nostro quelle potenze.

Che il caso ancora, o la buona fede sostenuta da una immaginazione

esaltata, abbia dato valore ad un’applicazione nulla in tutt’altre

circostanze, questa non è cosa impossibile. Che qualche ardito ingegno,

o ingannato da proprie prevenzioni, o da vanità, o d’altro interesse

spinto a farsi impostore, abbia preteso di fondare una scienza

occulta; questa è cosa possibile. La magia non ha dominato, siccome la

superstizione, che presso nazioni e uomini ignoranti. Che meraviglia

se ciò sia seguito anche presso i Laponi? Si dice che _Odino_ portò

questa scienza nel nostro settentrione; i più antichi annali della

Norvegia parlano di mirabili cose operate da alcuni re di quel paese.

Strumento dell’arte è il tamburo runico, fatto come un cembalo con

tanti anelli e sonagli intorno, che al più piccolo movimento fanno

grande strepito, e pieno di figure e di emblemi misteriosi. Il tamburo

runico gode tuttora presso i Laponi dell’antico credito; e più si

stima quello che è più vecchio; e inapprezzabili sono quelli, i quali

può provarsi che passarono di padre in figlio in una lunga serie di

professori dell’arte. Si dissero dai Laponi questi maghi _Noaaids_, e

naturalmente godevano di molta riputazione: ma oggi stannosi nascosti,

perchè i curati li tengono troppo d’occhio. In generale le grandi

famiglie hanno uno de’ tamburi runici, che tengono nella più segreta

parte dell’abitazione, e se ne servono nelle circostanze più gravi,

come di malattie, di mortalità del bestiame, e d’altre calamità: nè

mancano di cercare l’opera di qualche _Noaaid_, poichè si suppone che

questi abbiano la scienza e le tradizioni de’ loro antichi. Chiamato

adunque uno di costoro incomincia dal fare un mondo di sberleffi e di

contorsioni spaventevoli, bevendo acquavite e fumando tabacco, quanto

mai può. Ridotto per tali mezzi ad una specie di ubbriachezza cade

in un profondo sonno, che tutti gli astanti prendono per estasi; e

quando si sveglia, dice che la sua anima è stata trasportata in qualche

montagna santa, di cui indica il nome; e prende a rivelare il discorso

che ha avuto colla divinità, aggiungendo che ad onore della medesima si

dee fare un sacrifizio; che per ordinario è di una delle più grosse e

più grasse renne. Il sacrifizio si fa, di cui il _Noaaid_ gode la parte

migliore. Non succedendo quanto si vorrebbe, se ne chiama un altro, e

poi un altro ancora; e molti consumano il fiore del loro armento senza

costrutto. Oltre il tamburo runico in queste operazioni entrano le così

dette _mosche ganiche_, sotto il qual nome s’intendono maligni spiriti,

i quali sono interamente nella dipendenza del _Noaaid_, che si presume

averne ereditato il comando per lunga successione da’ suoi maggiori.

Questi spiriti, come ragion vuole, sono invisibili a tutti fuorchè

al mago che li tiene chiusi in una scatola finchè abbia occasione di

servirsene. Non debbesi poi tacere, che il _Noaaid_ canta una certa

sua canzone in mezzo alle sue operazioni, la quale i Laponi chiamano

_Juvige_; ma anzi che cantata dee dirsi urlata: chè di armonia non v’ha

nulla.

Del rimanente più che ad altri propositi l’impostura di questi maghi

può riuscire nel fatto di trovare cose perdute, o derubate. Ed ecco

come il _Noaaid_ procede quando possa immaginare il luogo ove trovare

il detentore della cosa perduta, o il ladro. Egli va colà; versa

dell’aceto in un piatto, d’onde vien riflessa la fisonomia della

persona che vi si guarda. Ed è chiamata a guardarvisi la persona caduta

sospetta; ed intanto il _Noaaid_ le fa contro mille sberleffi, e mostra

di fissarla e contemplarla ben bene: poscia chiaramente l’accusa del

furto commesso; dice di averne la prova sul volto di lui ben figurato

sul piatto, e la minaccia di farla coprire da uno sciame di mosche

ganiche, le quali la tormenteranno finchè abbia restituito ciò che non

le appartiene. Ognuno qui vede come la riuscita del _Noaaid_ dipende

tutta dalla paura della persona sospetta, la quale, se veramente è

colpevole, non manca mai di rimettere quanto ritiene d’altrui, od

ha rubato, ponendo però nel restituire la segretezza stessa, che

avea usata nel furto. Del resto i _Noaaids_ de’ Laponi hanno molta

somiglianza cogli Angelochi de’ Groelandesi.

Terminiamo col dire, sempre sulla scorta del missionario _Leemens_,

dell’attaccamento, che i Laponi hanno pel loro paese. _Cristiano VI_,

re di Danimarca, incaricò quel missionario a mandargli un qualche

giovine Lapone: a cento, con cento proposizioni vantaggiosissime

il missionario fece la proposta inutilmente: infine ne trovò uno

che accettava il partito, ma la madre guastò tutto, la quale disse

apertamente al missionario, che la maledizione di Dio, e la sua

sarebbero cadute sulla testa di lui, se avesse continuato a volere

separarla da quanto essa avea di più caro al mondo; aggiungendo, che se

nel prossimo suo parto le fosse accaduta qualche disgrazia, l’avrebbe

attribuita a lui come autore di tanto suo affanno. Questa espressione

toccò il cuore al missionario, il quale non insistette di più.

Non ci si dice, come poi ciò non ostante quei giovine andasse a

Copenaghen: bensì lo stesso missionario racconta, che quantunque

eccellentemente per ogni verso trattato colà, nell’autunno seguente

cadde ammalato, languì sino alla fine dell’anno, e poi morì: nè

_Leemens_ esita ad attribuirne la morte al subitaneo cangiamento

d’aria, ed alla nuova maniera di vivere. Che può mai un Lapone

sostituire in Copenaghen alle abitudini contratte nel suo paese?

Fuori di questo per lui tutto il mondo è una prigione; e fuori de’

suoi compatrioti e delle sue renne, tutto per lui è un complesso di

barbarie. La Danimarca non ha potuto avvezzare al suo clima, a’ suoi

modi, a’ suoi piaceri nè Laponi, nè Groelandesi.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 32 / 40 题