_Malattie de’ Laponi. Vajuolo. Colica spasmodica, oftalmia.
Preservativo contro lo scorbuto. Rimedio pe’ geloni, per le
ferite, per le fratture, e lussazioni. Affezioni inflammatorie,
reumi, lombaggine. — Funerali de’ Laponi, sepolture, convito
mortuario, anniversarii. Pietà verso i defunti. Giurisprudenza
sulle eredità. — Religione degli antichi Laponi. Montagne Sante,
tutt’ora in venerazione. Maghi. Affezione de’ Laponi al loro
paese._
Abbiamo detto altrove, che ad onta del clima, delle fatiche, e de’
cibi, i Laponi generalmente sono esenti da quelle tante malattie, che
regnano ne’ bei climi meridionali. Ma i Laponi hanno avuta la disgrazia
degli Americani; quella di partecipare del vajuolo, dacchè un giovine
Scozzese lo recò a Berg, dove fatalmente infettò chi per cagione di
commercio era ito colà dal fondo delle terre settentrionali. I Laponi
adunque furono alcune volte furiosamente minacciati di esterminio
da questa malattia; e le invasioni della medesima formano per loro
un’epoca di loro età. Ma il vajuolo è venuto da di fuori: propria
di loro dee ben dirsi quella colica spasmodica, di cui abbiamo fatto
menzione, e che essi chiamano _ossem_, o _helmé_. Essa sembra avere
i caratteri del _cholera-morbus_ delle Indie: imperciocchè ha la sua
sede nelle viscere verso la regione ombelicale: i dolori che cagiona,
si estendono sino al basso ventre, facendosi sentire a riprese, come
quelli del parto; e le angosce che reca, sono tali, che l’infelice
il quale n’è preso, si dibatte, e rivolta per terra, ed ora non può
espellere l’orina, ed ora la emette sanguigna, come se fosse attaccato
da calcoli. L’accesso dopo qualche ora, e sovente dopo alcun giorno,
termina con un ptialismo, che dura un quarto d’ora. I Laponi viventi
nelle montagne non ne sono attaccati giammai; bensì quelli delle
vallate, e spezialmente nella stagione estiva, quando loro avvenga
di bere l’acqua corrotta delle paludi riscaldate dal sole. Fanno poi
fronte a questa malattia con radici d’angelica, con ceneri, ed olio di
tabacco, e con castoreo liquido. — Endemica malattia loro è l’oftalmia,
che spesso precede la cecità. Il continuo fumo, in mezzo al quale
vivono tutto l’anno, può esserne una cagione; un’altra la vivacità
del fuoco, a cui sono sino dalla infanzia esposti, sicchè vien loro
a disseccarsi l’umidità della congiuntiva. Aggiungasi il riflesso
de’ raggi solari sulla neve, e la sì lunga, ed universale presenza
della neve. Si dice che soffrano anche di una cataratta imperfetta, o
piuttosto di un’affezione della congiuntiva, se il singular modo che
usano per guarirne abbia a tenersi per incontrastabilmente efficace.
Il modo è questo: pigliano un pidocchio umano, e lo fanno entrare tra
l’occhio e la pupilla; il fregamento che l’insetto eccita sul globo,
basta, per quanto dicesi, a distruggere una membrana, la quale stesa
sulla cornea è la prima cagione dell’affezione morbosa.
Parrebbe che i Laponi dovessero andar molto soggetti allo scorbuto,
come tutti i popoli vicini ai mari del settentrione; ma poco ne
soffrono; e dicesi ciò avvenire per l’uso copioso che fanno della
fina pellicola che si trova sotto la scorza dell’abete, di cui fanno
raccolta in maggio; la seccano, la riducono in polvere, e la mescolano
colla farina, di cui fanno le piccole focacce, che stanno loro in
luogo di pane. Se forse meglio non abbiasi ciò ad attribuire al siero
acetoso che usano cotidianamente, e all’abitudine di piantare le tende
sull’alto delle montagne ad un grado medio di temperatura, ove la
umidità de’ fondi non possa loro nuocere. Può contribuirvi fors’anco
l’uso che fanno nell’inverno della carne fresca di loro cacciagione,
e di quella delle loro renne; non meno che il continuo esercizio, in
cui vivono; le pelliccie, di cui sono coperti, e l’aria poco umida,
quantunque fredda, che respirano. I ragazzi soffrono i geloni: per
questi, e per altri mali che procedono dalle stesse cagioni, usano
l’applicazione del formaggio di renna. Per le ferite e contusioni
applicano la gomma che spontaneamente cola dagli alberi resinosi. Per
le fratture, e le lussazioni fasciano strettissimamente la parte offesa
dopo aver rimesse bene le ossa al posto; ma prima fanno prendere alla
persona una pozione, che dicono efficacissima per dissipare i dolori,
e sollecitare la guarigione. Non è detto di che quella pozione sia
composta; ma la giunta che vi mettono di limatura d’argento, o di rame,
non sembra molto persuasiva; e forse sarà superflua; come superflua
è da credere la cura che dannosi nella scelta de’ nervi, coi quali
fasciano le lussazioni, e gli storcimenti; mentre prendono dalle renne
femmine quelli che applicano agli uomini, e dalle renne maschie quelli
che applicano alle donne.
Finalmente i Laponi sono soggetti ad affezioni infiammatorie di petto,
a doglie reumatiche, affini alla lombaggine. Dapprima ricorrono per
guarire alle unzioni di grasso d’orso, e in appresso ai cauterii,
procurando per mezzo dell’abbruciamento un’escara, alla caduta della
quale la malattia cessa. Così i Laponi fanno per pratica ciò che il
padre della medicina spiegava per teorica, e colla pratica consecrava.
Ma bastino queste indicazioni in proposito delle loro malattie, e de’
loro rimedii; e diciamo piuttosto delle loro cerimonie funebri, giacchè
i Laponi in fine muojono come tutti gli altri uomini; benchè quasi
tutti, se particolar caso non intervenga, giungono alla età chi di
settanta, chi di ottanta, chi di novant’anni; e v’hanno parecchi che
passano i cento.
Quando un Lapone è gravemente ammalato, chiamasi un indovino, il
quale dica se guarirà, o se morrà. Se il presagio è funesto, il primo
capitato, che si trovi presso di lui, gli fa un sermoncino divoto; ma
più sovente quelli che sperano qualche porzione della eredità, badano
più a cominciare i funerali, ancorchè l’infermo sia ancora alle prese
colla morte. Morto poi che l’infermo sia, e per qualunque genere di
malattia, ognuno esce della capanna, in cui è il cadavere, credendo
che ivi rimanga ancora qualche cosa dell’anima del defunto. Alcuni
giorni poi dopo ritornano per seppellire il corpo, e rendergli gli
ultimi officii. Se fu persona pe’ fatti suoi commendevole, il corpo si
avvolge in una tela, quanto può aversi più fina; se non lascia cosa
di valore, si adopera un pezzo di tela grossa. Così si pratica con
chi professa il cristianesimo. Alcuni però sono vestiti de’ loro abiti
migliori, e collocati in una bara da una persona nominata, o pagata per
quest’officio; e il parente prossimo del morto dà a quella un anello di
tombacco, ch’essa subito si pone al braccio destro, come preservativo
d’ogni male, che potesse volerle fare lo spirito del defunto, di cui
non abbandona il cadavere fino a tanto che questo non rimanga sepolto.
Prima che i Laponi fossero cristiani, ed anche molto tempo dopo,
seppellivano i morti nel primo luogo, che credessero opportuno, e
spezialmente ne’ boschi, come fanno anche oggi, se sono lontanissimi
da una chiesa. Il modo del seppellimento è di rovesciar sulla bara,
e sul cadavere deposto in una fossa la slitta, su cui n’è fatto il
trasporto, e di gittarvi sopra delle zolle verdi e delle frasche. Se
trovasi a portata una qualche caverna, in essa si depone il cadavere, e
se ne chiude l’ingresso. Quelli che non sono attaccati al cristianesimo
che assai debolmente, e sono i più, mettono col cadavere una scure,
un battifuoco, dicendo che il morto può trovarsi in luoghi oscuri, ed
aver bisogno di lume: la scure poi gli gioverà per aprirsi la strada
tra boscaglie, per le quali egli abbia a passare. Alle donne, invece
della scure danno forbici, ed aghi. Si aggiunge poi una provvigione di
viveri: il che renderebbe assai probabile l’opinione di alcuni, i quali
dicono darsi dai Laponi ai loro morti la scure, le forbici, e gli aghi,
perchè suppongono, che al mondo di là debbano lavorare come lavoravano
in questo. Quando si può trasportare a qualche chiesa il cadavere,
questo può seppellirsi o nel cimitero, o in chiesa, ottenendosene la
permissione: ma v’è gran difficoltà a trovare chi voglia scavare la
fossa, anche ben pagato. In questo caso si osservano le cerimonie del
culto cristiano; e quelli che hanno accompagnato il morto, esprimono il
lutto co’ più miseri abiti, che trovinsi avere. Quando il seppellimento
è fatto nel cimitero, si lascia sulla fossa la slitta, e sotto di
questa mettonsi i vestiti del morto, la sua coperta, e la pelle che
gli serviva di letto. Tre giorni dopo le esequie la famiglia si unisce
al banchetto funebre, in cui la vivanda principale si è la carne della
renna, che ha condotto il morto alla sepoltura: le ossa della quale
mettonsi in una specie di cassa, sulla quale scolpisconsi i principali
tratti del defunto; e vassi a seppellirla ove si è seppellito il
cadavere. Quando si tratta di un ricco, all’anniversario suo si
sacrifica una renna; e ciò si ripete per anni.
I Laponi conservano una lunga memoria di quelli che hanno perduti,
massime se sono parenti; nè fanno ostentazione della loro tristezza
con esterne espressioni e segni. Durano bensì degli anni ad andare
al sepolcro, e forano de’ buchi sui fianchi della fossa, mettendovi
un poco di tabacco, od altra cosa, di cui, mentre viveva, il defunto
dilettavasi, immaginandosi che la felicità dell’altra vita non consista
che in mangiare, bere, e fumare.
L’eredità de’ Laponi sta principalmente in bestiame, in denaro, in
utensili di rame, o di ottone, in pelliccie, e in vestiti. Ma il
forte della sostanza sta nelle renne, che qualche Lapone è giunto
ad averne fino a tre mila, e forse più. Parlandosi della divisione
della eredità è da avvertire, che quella che consiste in denaro, va
per lo più perduta, per l’uso che abbiamo detto regnare fra Laponi di
nasconderlo; e sono sì attaccati a quest’uso, che si ha l’esempio di
uno, il quale sollecitato ne’ suoi ultimi momenti a rivelare il sito
del suo tesoro, ostinatamente ricusò d’indicarlo, perchè, diss’egli,
gli eredi se lo avrebbero appropriato, mentre avrebbe potuto averne
bisogno egli. Dunque trattandosi de’ beni ostensibili, il fratello ne
prende due terzi, e la sorella uno, secondo che porta la legge svedese:
ma in questo riparto non entrano le renne, che hanno fatto parte della
sua dote; nè quelle che alla sua nascita furono donate al ragazzo, e
che assai volte sonosi moltiplicate copiosamente: se si tratta di beni
fondi, i due sessi trovansi a pari condizione; e questo è statuto di
_Carlo IX_, il quale concedette ad ogni famiglia una porzione di terre,
di laghi, di boschi, e di montagne, coll’obbligo di pagare un certo
canone annuo.
Sarebbe facile confrontando varii usi, e varie opinioni, che abbiamo
accennate dominare fra Laponi, cogli usi, e colle opinioni di
generazioni o scandinave, o tartare, rilevare i varii gradi di affinità
sussistenti tra questi popoli. Ma a ciò potrebbe contribuire forse
più quanto si sa della religione de’ Laponi, non affatto dimenticata
anche dopo che abbracciarono il cristianesimo. Eccone gli elementi
principali.
Le divinità adorate da questo popolo possono dividersi in quattro
classi. 1.º Le _Sopra-Celesti_; ed erano due. 2.º Le _Celesti_, due
parimente. 3.º Le _Sotto-Celesti_. 4.º Le _Sotterranee_. Quelle della
terza classe erano anch’esse due; e tre quelle della quarta: tutte poi
avevano il loro nome particolare.
La prima delle _Sopra-Celesti_, detta _Radien-Atshic_, era la divinità
suprema, il cui potere estendevasi sopra tutte le altre; ed in virtù
del nome venivasi ad intendere, che tutte le altre da questa traevano
l’esistenza, e la forza. La seconda era detta _Radien-Kiedde_; e
riputavasi il solo figlio della prima, la quale non creava nulla,
ma trasferiva nel figlio la potenza creatrice: e queste due divinità
dominavano sopra quelle della seconda, e terza classe, le quali erano
in grande venerazione presso i Laponi, perchè inclinate per indole loro
a fare il bene. — La prima delle _Celesti_, detta _Beiwe-Ailekes_,
rappresentava il sole, fonte della luce e del calore, per beneficio
delle quali cose le renne trovavano il loro nudrimento. A questa
divinità offrivano canapa. La seconda dicevasi _Alilekes-Olmak_:
pare che questa rappresentasse la luna, illuminatrice benigna
delle lunghissime notti. — Le _Sotto-Celesti_ occupavano la regione
dell’aria. Alla prima davano il nome di _Maderatje_, residente più
vicina al sole, e davano il nome di _Madarakka_, e di _Oragalles_ ad
altre, abitanti le regioni di sotto al sole: le più vicine alla terra
erano distinte coi nomi di _Sarakka_, e di _Juks-Akka_: le quali
per la vicinanza potevano facilmente assistere chi loro chiedeva
soccorso. _Oragalles_ significava il tuono, il quale in tempo delle
procelle sembra indicare una convulsione negli elementi che compongono
l’atmosfera; e i Laponi adoravano questa divinità per placarne la
collera, e fare che risparmiasse le loro persone, e le loro renne.
_Madarakka_ era la dea proteggitrice delle donne lapone, e la
invocavano in tutte le circostanze particolari del loro sesso. Essa
avea per isposo _Radien-Kiedde_, il potere di crear tutto. _Sarakka_
era la figlia di _Madarakka_, adorata dalle donne lapone anch’essa
insieme colla madre, _Juks-Akka_ era un’altra figlia di _Madarakka_,
la quale avea cura de’ bambini, che a lei erano votati fino dal momento
della loro nascita.
I pericoli, a cui potevano essere esposti spezialmente i Laponi
montanari nello scorrere co’ loro armenti vastità di paese pieno di
precipizii, e d’acqua d’ogni maniera, fecero loro considerare per
divinità _Saiwo_, e _Saiwo-Olmak_, invocati appunto in circostanze
critiche; essi davano a chi li consultava le risposte in sogno.
Un’altra divinità, che chiamavasi _Saiwo-Guelle_, era incaricata di
guidare le anime in mezzo alle tenebre inferiori.
I Laponi facevansi un dio della Morte, chiamata da essi _Jabme-Aikko_;
e regione di _Jabme-Abimo_ dicevasi la terra, in cui questo dio
soggiornava; ed ivi le anime dei defunti vestivansi di nuovi corpi in
luogo di quelli ch’erano rimasti ne’ sepolcri; e godevano di nuovo,
e più ampiamente delle dignità e dei diritti, de’ quali erano stati
distinti sulla terra. Anche l’inferno avea il suo dio; e le regioni
soggette al suo impero chiamavansi _Rota-Abimo_: ivi erano mandate le
anime de’ perversi per istarvi senza alcuna speranza; laddove i mandati
a _Jabme-Abimo_ avrebbero un giorno veduto _Radien_, e sarebbero stati
con esso lui in luoghi beati. Ma quando dal raccomandarsi a tutte le
altre divinità non aveano tratto alcun soccorso, volgevano l’ultima
loro speranza a _Rota_. Lo aveano per un dio cattivo e potente insieme
quanto gli altri: onde credendo che da lui venissero le malattie loro e
de’ loro armenti, tentavano di placarne il mal talento.
Questa mitologia, qualunque sia il carattere, sotto il quale essa
apparisce a noi, non può essere la creazione di uomini rozzi, come i
Laponi a noi si presentano. Gli uomini rozzi possono soltanto averla
in qualche parte alterata. Sembra adunque che siamo abilitati a
supporne altrove l’origine, la quale non può essere stata che in un
paese ben lontano dalla Laponia, e presso una nazione, dalla quale
gravi calamità e violenza insuperabile distaccarono i padri degli
attuali Laponi. Nell’esame delle varie religioni, che o per intero o
per rottami possono riscontrarsi ne’ paesi dell’Asia, s’avrebbe forse
qualche elemento per meglio conoscere l’origine vera di questo popolo.
Giusto è intanto osservare che le tenebre, in cui per sì lunga porzione
dell’anno i Laponi vivono, e gli orrori del sì rigido loro clima, non
hanno punto comunicato alla loro religione quel carattere di tristezza
e di abbattimento, che in secoli di errori d’ogni genere accompagnò la
più pura e santa delle credenze. Similmente i sacrifizii che facevano
alle loro divinità, non erano punto dissimili da quelli, che usaronsi
dai popoli più civili. Anzi tra questi qualche volta la divinità fu
oltraggiata coll’offerta di sangue umano; nè di tale infamia i Laponi
macchiarono mai il loro culto. Una renna, un montone, e qualche volta
una foca, erano le vittime de’ loro sacrifizii; e più spesso non
usarono che libazioni di siero e di latte, a cui si aggiungeva talora
l’offerta di un formaggio.
I Laponi aveano anche i loro dei penati, che collocavano sotto il
focolare: aveano montagne riguardate come luoghi santi; ed erano delle
più difficili da salire, e dove nondimeno andavano ad esercitare
qualche atto religioso. Anche oggi giorno v’ha chi visita codesti
luoghi vestito de’ migliori suoi abiti; e se non vi si offrono
più sacrifizii, se n’ha però tanta venerazione, che per niun conto
si ardirebbe piantarne in vicinanza le tende, nè in que’ contorni
attaccare un orso, una volpe, un animale qualunque; e la donna, che
viaggia, volta dall’altra parte la testa, e si copre la faccia colle
mani così mostrando il suo rispetto alla santità del luogo.
Fenomeni, di cui rimaneva ignota la causa, poterono facilmente far
nascere l’idea di potenze invisibili; e forse fatti che non doveansi
che al caso, indussero uomini semplici a credere che qualche mezzo vi
fosse per far muovere secondo il bisogno a pro nostro quelle potenze.
Che il caso ancora, o la buona fede sostenuta da una immaginazione
esaltata, abbia dato valore ad un’applicazione nulla in tutt’altre
circostanze, questa non è cosa impossibile. Che qualche ardito ingegno,
o ingannato da proprie prevenzioni, o da vanità, o d’altro interesse
spinto a farsi impostore, abbia preteso di fondare una scienza
occulta; questa è cosa possibile. La magia non ha dominato, siccome la
superstizione, che presso nazioni e uomini ignoranti. Che meraviglia
se ciò sia seguito anche presso i Laponi? Si dice che _Odino_ portò
questa scienza nel nostro settentrione; i più antichi annali della
Norvegia parlano di mirabili cose operate da alcuni re di quel paese.
Strumento dell’arte è il tamburo runico, fatto come un cembalo con
tanti anelli e sonagli intorno, che al più piccolo movimento fanno
grande strepito, e pieno di figure e di emblemi misteriosi. Il tamburo
runico gode tuttora presso i Laponi dell’antico credito; e più si
stima quello che è più vecchio; e inapprezzabili sono quelli, i quali
può provarsi che passarono di padre in figlio in una lunga serie di
professori dell’arte. Si dissero dai Laponi questi maghi _Noaaids_, e
naturalmente godevano di molta riputazione: ma oggi stannosi nascosti,
perchè i curati li tengono troppo d’occhio. In generale le grandi
famiglie hanno uno de’ tamburi runici, che tengono nella più segreta
parte dell’abitazione, e se ne servono nelle circostanze più gravi,
come di malattie, di mortalità del bestiame, e d’altre calamità: nè
mancano di cercare l’opera di qualche _Noaaid_, poichè si suppone che
questi abbiano la scienza e le tradizioni de’ loro antichi. Chiamato
adunque uno di costoro incomincia dal fare un mondo di sberleffi e di
contorsioni spaventevoli, bevendo acquavite e fumando tabacco, quanto
mai può. Ridotto per tali mezzi ad una specie di ubbriachezza cade
in un profondo sonno, che tutti gli astanti prendono per estasi; e
quando si sveglia, dice che la sua anima è stata trasportata in qualche
montagna santa, di cui indica il nome; e prende a rivelare il discorso
che ha avuto colla divinità, aggiungendo che ad onore della medesima si
dee fare un sacrifizio; che per ordinario è di una delle più grosse e
più grasse renne. Il sacrifizio si fa, di cui il _Noaaid_ gode la parte
migliore. Non succedendo quanto si vorrebbe, se ne chiama un altro, e
poi un altro ancora; e molti consumano il fiore del loro armento senza
costrutto. Oltre il tamburo runico in queste operazioni entrano le così
dette _mosche ganiche_, sotto il qual nome s’intendono maligni spiriti,
i quali sono interamente nella dipendenza del _Noaaid_, che si presume
averne ereditato il comando per lunga successione da’ suoi maggiori.
Questi spiriti, come ragion vuole, sono invisibili a tutti fuorchè
al mago che li tiene chiusi in una scatola finchè abbia occasione di
servirsene. Non debbesi poi tacere, che il _Noaaid_ canta una certa
sua canzone in mezzo alle sue operazioni, la quale i Laponi chiamano
_Juvige_; ma anzi che cantata dee dirsi urlata: chè di armonia non v’ha
nulla.
Del rimanente più che ad altri propositi l’impostura di questi maghi
può riuscire nel fatto di trovare cose perdute, o derubate. Ed ecco
come il _Noaaid_ procede quando possa immaginare il luogo ove trovare
il detentore della cosa perduta, o il ladro. Egli va colà; versa
dell’aceto in un piatto, d’onde vien riflessa la fisonomia della
persona che vi si guarda. Ed è chiamata a guardarvisi la persona caduta
sospetta; ed intanto il _Noaaid_ le fa contro mille sberleffi, e mostra
di fissarla e contemplarla ben bene: poscia chiaramente l’accusa del
furto commesso; dice di averne la prova sul volto di lui ben figurato
sul piatto, e la minaccia di farla coprire da uno sciame di mosche
ganiche, le quali la tormenteranno finchè abbia restituito ciò che non
le appartiene. Ognuno qui vede come la riuscita del _Noaaid_ dipende
tutta dalla paura della persona sospetta, la quale, se veramente è
colpevole, non manca mai di rimettere quanto ritiene d’altrui, od
ha rubato, ponendo però nel restituire la segretezza stessa, che
avea usata nel furto. Del resto i _Noaaids_ de’ Laponi hanno molta
somiglianza cogli Angelochi de’ Groelandesi.
Terminiamo col dire, sempre sulla scorta del missionario _Leemens_,
dell’attaccamento, che i Laponi hanno pel loro paese. _Cristiano VI_,
re di Danimarca, incaricò quel missionario a mandargli un qualche
giovine Lapone: a cento, con cento proposizioni vantaggiosissime
il missionario fece la proposta inutilmente: infine ne trovò uno
che accettava il partito, ma la madre guastò tutto, la quale disse
apertamente al missionario, che la maledizione di Dio, e la sua
sarebbero cadute sulla testa di lui, se avesse continuato a volere
separarla da quanto essa avea di più caro al mondo; aggiungendo, che se
nel prossimo suo parto le fosse accaduta qualche disgrazia, l’avrebbe
attribuita a lui come autore di tanto suo affanno. Questa espressione
toccò il cuore al missionario, il quale non insistette di più.
Non ci si dice, come poi ciò non ostante quei giovine andasse a
Copenaghen: bensì lo stesso missionario racconta, che quantunque
eccellentemente per ogni verso trattato colà, nell’autunno seguente
cadde ammalato, languì sino alla fine dell’anno, e poi morì: nè
_Leemens_ esita ad attribuirne la morte al subitaneo cangiamento
d’aria, ed alla nuova maniera di vivere. Che può mai un Lapone
sostituire in Copenaghen alle abitudini contratte nel suo paese?
Fuori di questo per lui tutto il mondo è una prigione; e fuori de’
suoi compatrioti e delle sue renne, tutto per lui è un complesso di
barbarie. La Danimarca non ha potuto avvezzare al suo clima, a’ suoi
modi, a’ suoi piaceri nè Laponi, nè Groelandesi.