_Effetti prodotti nelle menti de’ viaggiatori dall’essere giunti
al Capo-Nord. Visita del promontorio, ed osservazioni fatte nelle
vicinanze. Angelica, e grotta. Roccie, licheni, alghe, crostacei,
spugne, ecc. Uccelli di mare. Caldo e calma sofferti nel dare
addietro dal Capo-Nord._
La ebbrietà, in che ci avea immersi la veduta del Capo-Nord; il
vivo piacere d’essere giunti al termine de’ nostri desiderii, e
quella inesprimibile impressione che sugli animi nostri avea fatto
lo spettacolo di codesti luoghi incogniti al rimanente degli uomini,
finalmente sedaronsi: noi incominciammo a pensare a noi; e la prima
riflessione che occupò le menti nostre fu quella della gran distanza,
che ci separava dalla nostra patria; ed alla idea dell’immenso paese,
che avevamo attraversato, si unì naturalmente quella dell’altro che
dovevamo scorrere per rivedere i nostri amici, e le nostre famiglie.
Noi avevamo da salire di nuovo le stesse montagne, da arrischiarci al
trapasso degli stessi deserti, da cimentarci colle stesse cataratte, le
quali cose tutte avendo per noi perduto il merito della novità, non ci
si presentavano più che nel solo aspetto della fatica e dello stento.
E come mai il desiderio solo di trovarci in sì abbandonato paese, ed a
sì grave costo, avea potuto sedurci? In qualche momento saremmo stati
tentati a condannarci giustamente di giovanil leggerezza, d’imprudenza,
di temerità. Ma le parole hanno sulle menti degli uomini una forza, che
difficilmente può calcolarsi: onde i nomi di Capo-Nord, di Mar-gelato,
di estremità ultima della Europa riscaldavano ancora la nostra
immaginazione, e ci davano nuove forze. Quindi la mano stendevasi alla
matita per disegnare que’ massi enormi che sono altrettante pagine
formidabili degli annali de’ secoli; ed allora tutti intenti all’opera
gustavamo un genere nuovo di piacere, che ogni pensier tristo faceva
fuggire da noi. Attraversando in idea la immensità del Mar-gelato,
visitammo la Groelandia, e lo Spitzberg, e più lungi quelle montagne
di ghiaccio, che rimarrannosi immobili in mezzo alle acque fin tanto
che il globo si aggirerà sul suo asse invariabile. Allora concependo,
dirò così, come cosa reale quel punto che si chiama Polo, ci godevamo
di porvici sopra per ivi contemplare lo spettacolo dell’anno diviso in
un solo giorno, ed una notte sola, e quello non meno meraviglioso del
giro immenso intorno a noi di tutti gli astri, che adornano la metà
dell’universo.
Ma finalmente era d’uopo rinunziare a sì seducenti e vaghi delirii.
Abbandonammo quelle cime, e scendemmo al lido. Ivi con legne, che il
mare avea gittate sulle sponde, accendemmo il fuoco per prepararci
il pasto; nè questo ci era stato mai più necessario, perciocchè la
nostr’agitazione morale, le fatiche fisiche, la vivacità dell’aria
aveano aguzzato il nostro appetito; e il buon umore succeduto alla
gravità di tanti pensieri, e sensazioni triste, condì di delizioso
sapore quanto avevamo per ristorarci; e ci pose in istato di far più
di un brindisi da que’ confini ultimi della terra ai nostri amici de’
paesi meridionali.
Cercando sul lido un luogo ove comodamente trarci a prendere il ristoro
accennato, scoprimmo una grotta formata da tre rupi, le cui superficie
liscie e lucenti dimostravano com’erano state battute dai flutti.
Nel mezzo d’essa era una pietra rotonda, sotto la quale usciva un
sottil filo d’acqua, che scendendo da una montagna vicina formava un
ruscelletto, sul corso del quale trovammo alcune piante di angelica.
Questa scoperta fu per noi di un pregio inestimabile trattandosi di una
contrada sì estranea ad ogni specie di vegetazione, e dove per certo
noi eravamo lontanissimi dal supporre che la natura volesse presentarci
qualche cosa buona per la nostra tavola. Del rimanente la grotta era sì
ben disposta, che sarebbesi facilmente creduta opera dell’arte, anzichè
della natura. Il largo masso che vi si trovava in mezzo, ci servì di
tavola; e vi ci sedemmo in modo che non avevamo se non da abbassarci
per empiere i nostri bicchieri di un’acqua eccellentemente fresca, e
dolce, quantunque fossimo a pochi passi dall’Oceano.
Dopo aver mangiato ci divertimmo a salire sul più alto sito della
roccia, e di là a fare sdrucciolare al basso enormi pezzi di rupe,
secondo che potevamo distaccarne: i quali precipitando facevano un
rimbombo simile a quello del tuono, e rovesciavano quanto alla loro
caduta si opponeva. Le roccie di quella costa sono quasi tutte di
granito; e lo stesso Capo-Nord è un ammasso di roccie dello stesso
genere, misto ad alcune vene di quarzo, e corrente da mezzodì a
tramontana. In alcuni siti ci parve vedere della neve non ancora
disciolta, i cui strati sulla riva erano quasi a livello del mare.
Questa circostanza sarebbe in contraddizione colla opinione dei dotti,
i quali hanno stabilito il sistema della regione della neve perpetua ad
una cert’altura dell’atmosfera.
Noi non trovammo nè basalto, nè produzioni vulcaniche per quel poco
tempo, che potemmo dare alla visita de’ contorni. Le pietre più
conosciute erano della natura del granito, delle pietre calcaree
miste di mica, e di un marmo grisastro, attraversato da grandi vene
di quarzo, il quale generalmente seguiva la direzione dal mezzodì a
tramontana anch’esso.
I licheni coprono dappertutto la superficie delle roccie esposte
all’aria: comunissimo vi è il licheno geografico del _Linneo_, e vi si
trova pure quello che gl’Inglesi usano invece di cocciniglia per fare
il loro bel rosso. Quest’ultimo è abbondantissimo su tutte le coste
della Norvegia, di dove se ne trae ogni anno grande quantità.
Le alghe guarniscono il piede delle roccie, che il mare bagna. I
Norvegii ne fanno soda abbruciandole; e la vendono cara agli Inglesi.
Al di sopra di queste alghe trovansi fitti prati di piccole conchiglie
bivalve, e frantumi d’altri crostacei stretti talmente insieme per
opera della natura, che si assomigliano ad un lavoro in mosaico.
Innumerabili poi sono le ghiande di mare (_lepades balani_), le quali
si attaccano, non solamente alle roccie, ai battelli, e alle navi;
ma di una specie particolarmente ve n’ha, che sì forte si attaccano
alle balene, ch’esse non possono liberarsene. Abbiamo trovato ancora
nelle nostre corse su questi lidi l’_echinus esculentus_, il _buccinum
glaciale_, il _dimidiatum_, il _pecten_, qualche specie della _venus
meretrix_, l’_helix crepidularossa_, ed altre, che il mare avea
spezzate, e frantumate a modo da non essere più riconoscibili. Ma per
la più parte aveano colori poco brillanti, e poco grati agli occhi.
Le spugne anch’esse trovansi qui, e ne vedemmo di gittate sulla riva
dalla forza de’ flutti anche a grande distanza. Ma questi zoofiti
si tengono ad una certa profondità nel mare, e i pescatori sono bene
spesso quelli che le distaccano colle loro reti. Vi ho vedute spugne di
somma bellezza, formanti ramificazioni dell’altezza di un metro e più;
e ve n’ha di perfettamente bianche, ma le loro fibre sono meno tenaci,
e più tenui di quelle, di cui ordinariamente si fa uso.
Madrepore, stelle di mare, millepore, e tali altre cose qui pure
abbondano: ma non vi si trovano coralli.
Diverse specie di uccelli di mare chiamavano la nostr’attenzione, e
la tanta loro quantità ci compensò della mancanza degli uccelli di
terra. Le _alche_ fra gli altri, in que’ luoghi comunissime, e tra
queste quella che si distingue col nome di _artica_, veniva di tempo
in tempo presso il nostro battello più dell’_alca_, e della _pica_; e
pareva che intendesse di provare quanto fossimo abili a tirare al volo.
Essa ha due qualità, che possono farle perdonar tanta baldanza. Sa
stancare il cacciatore coi mille giri, e rigiri, ch’egli è obbligato a
fare inseguendola; ed ha sì fitta la piuma, che per ammazzarla bisogna
averla ad una mediocrissima distanza. Del rimanente l’alca artica in
aria rassomiglia molto al pappagallo per la figura del suo becco blù e
rosso, ricurvo e spianato perpendicolarmente.
Anche le anitre, che ivi sono di molte specie, e numerosissime, furono
un oggetto di nostro divertimento, e particolarmente quelle che portano
alla coda due penne assai lunghe, e forcute come quelle della rondine.
Codesta specie è indigena de’ paesi settentrionali; e il _Linneo_ l’ha
chiamata _anitra iemale_.
Ma essendosi levato un venticello settentrionale i nostri uomini ci
persuasero ad approfittarne per avvicinarci ad Alten; e non avevamo
fatto più di tre, o quattro miglia quando ci venne a sorprendere la
calma, la quale obbligò i nostri battellanti a lavorare di remi, e
di braccia. Osserverò qui di passaggio, che nelle acque, in cui ci
trovavamo, qualche volta la calma è oppressiva al pari di quella che
ci viene descritta da chi ha navigato nel mare del Sud. Il calore del
sole alza una specie di sottil nebbia a sei, o sette piedi sopra la
superficie del mare, che rende l’aria sì grave, e soffocante, da non
poter respirare che a stento. Senza ombrello adunque, e senza tenda,
o coperta di sorte noi rimanevamo arrostiti dal sole, e tenendo la
bocca aperta aspiravamo quel poco d’aria esteriore, che n’era presso.
Il mio compagno di viaggio diceva di non avere provato mai un calore
sì costante: però stando alle dimostrazioni del termometro trovavamo
che quel grande soffocamento procedeva piuttosto da quella nebbia
disossigenata, che dal calore.
Verso sera, o per parlare con più esattezza, quando il sole era nel
punto, in cui più si avvicina all’orizzonte, in luogo del venticello
rinfrescante, il calore crebbe, e il termometro che alla mattina
indicava 12 gradi, allora ne segnava 20. I nostri remiganti non
facevano che bere acquavite per rinfrescarsi, e non potevano lavorare.
Il battello appena appena movevasi: e pareva che in quel momento la
natura fosse sepolta in un tristo silenzio: il solo _colimbo artico_,
co’ suoi gridi lugubri, e di mal’augurio, empiva quelle acque solitarie
de’ suoi tuoni funebri, e raddoppiava nei nostri cuori la noja.