_Delle renne: dell’indole di questi animali: del governo che i
Laponi ne fanno: delle varie sorti di slitte che usano, ecc._
Ma poichè ho fatto menzione e qui ed altrove delle renne de’ Laponi,
è giusto che di questo sì interessante quadrupede dica qualche cosa di
più particolare.
I più antichi naturalisti, che parlarono delle renne, le indicarono
col nome di _rangiferi_. Il _Linneo_ chiama la renna _cervo dalle
corna ramose, rotonde, colle sommità palmate_; e i caratteri che danno
alla renna un’aria di famiglia co’ cervi, sono la mancanza de’ primi
denti incisivi alla mascella superiore, il modo con cui le sue corna
crescono, le quali divenute dure cadono tutti gli anni, e ripullulano
ogni anno, come quelle del cervo. La differenza però tra la renna e il
cervo si è, che la renna femmina ha le corna meno ramose, è vero, meno
larghe e meno grandi, che quelle del maschio.
L’autunno è il tempo degli amori delle renne; e le femmine partoriscono
in maggio. Una guerra sorge tra maschi quando s’incontra che desiderino
la stessa femmina; ma il più attempato de’ maschi, che è anche il
più forte, vince nella lotta, e rimane il signore del gregge. Alcune
femmine partoriscono ogni anno, altre ogni due: ve n’ha anche delle
sterili. Quando la renna ha partorito perde le sue corna: i loro
piccoli pochi giorni dopo essere nati, sono agilissimi, e possono
correre quanto la madre. Ogni renna conosce i suoi parti per quanto
numerosa sia la greggia, nella quale si trova. Se la madre è di pelame
grigio-cinericcio, il figlio è rosso di pelo, con una striscia lungo la
schiena; e quel colore diventa poi più cupo quando verso l’autunno il
pelo cade. Alcune renne diventano bianche con macchie cenericcie sul
corpo; ed ogni piccolo di color bianco procede da una madre che avea
questo colore.
Le renne femmine sono più alte, e più forti di statura de’ maschi.
Molte hanno le corna ramosissime, ed alcune non ne hanno di nessuna
sorta. Le corna cadono in autunno; le nuove sorgono da prima in figura
di due piccoli tumori neri, che s’alzano sulla fronte. Quando le corna
stanno per cadere, l’animale si mostra tristo; in questa circostanza le
renne passano il loro tempo di riposo in mangiarsi reciprocamente que’
pezzi di pelle, che al cader delle corna si sono distaccati, e che loro
dà un aspetto schifoso. Questo è ciò che più volte ho avuto occasione
di vedere, e che, per quanto io sappia, sono il primo a notare. Codeste
corna sono di un tessuto al loro centro ben fitto, e molle alla loro
radice: il tronco è rotondo; e si avanza insensibilmente in rami
spianati. Soventi volte sono sì macchinose, che quando questi animali
combattono insieme, si attaccano, e s’imbarazzano tanto, che bisogna
che l’uomo accorra a liberarneli.
Le renne in estate sono tormentate da una mosca, la quale s’introduce
pel naso, e penetra ne’ seni frontali; e non se ne liberano che per
mezzo dello sternuto, o di un respirar violento correndo. Soffrono
anche di una malattia contagiosa, alla quale non si è ancora trovato
rimedio, e che fa terribile strage di questi animali. La malattia, di
cui parlo, consiste in un’affezione di milza. Si è altrove parlato del
male, che alla renna fa il tafano. Un altro malanno, di cui le renne
soffrono, è un panereccio, che loro viene all’unghia, e che il _Linneo_
crede procedere dal tafano. Le renne femmine hanno sulle mammelle
alcune piccole eruzioni, simili alla vaccina. Quando la renna può
salvarsi da queste malattie, vive fino ai quattordici ed anche sedici
anni: termine di sua longevità.
Il principal nudrimento delle renne in inverno è un musco biancastro,
che i botanici chiamano _licheno rangiferino_: esse però se lo debbono
guadagnare a forza di scoprirlo colle loro zampe di sotto alla neve.
Guai, se la neve gelata l’indurasse tanto, che la renna non potesse
giungere a penetrarla! Tutta la generazione delle renne perirebbe.
Le renne domestiche, le quali formano la ricchezza principale de’
Laponi, in inverno non istanno mai al coperto. In estate trovano erba
facilmente.
In alcuni luoghi della Norvegia s’impiegano le renne agli usi stessi, a
cui s’impiegano i cavalli; e si tengono in inverno nelle stalle.
La renna ama appassionatamente l’orina dell’uomo; e fa meraviglia il
vedere con che ardore lecchi la neve che ne sia imbevuta. Forse vi
è attratta pe’ sali, che l’orina contiene. Dicesi pure che faccia
la caccia a que’ sorci chiamati _lemmi_, de’ quali però sembra
non mangiare che la testa. La loro bibita è la neve, ch’esse vanno
prendendo da mucchii, presso i quali passano quando sono attaccate alle
slitte.
I più fieri nemici delle renne sono i lupi; ed i custodi di quegli
animali non invigilano mai abbastanza per proteggerli dalla strage,
che i lupi ne fanno. La loro diligenza diventa vieppiù necessaria in
tempo di procella, tempo che i lupi spezialmente scelgono ponendosi
in agguato per assaltare con buon successo le renne. Le renne stesse
concorrono al proprio danno in tale circostanza, perchè invece di
rifugiarsi alle tende de’ pastori, ove sono chiamate, colte da terrore
alla vista, od agli urli de’ lupi, si sbandano fuggendo; e i lupi
allora più agevolmente così disperse le assaltano, e le ammazzano.
Dico le ammazzano, e non le divorano, poichè il missionario che ci ha
informati, attesta di averne vedute stese sulla neve sei alla volta
morte, senza che sul loro corpo apparisse ferita alcuna: sì violento
colpo il lupo sa dare ad esse. Il che fatto, le strascina poi alquanto
lungi dal luogo, ove le ha ammazzate, e là esso le mette a brani, e le
divora. È notabile un’altra particolarità in proposito; ed è questa,
che quando i lupi mettonsi alla caccia delle renne, il più delle volte
sono accompagnati da molti corvi e cornacchie, il cui gracchiamento
serve di avviso al pastore lapone che l’inimico si approssima; e a quel
segnale si mette in guardia. Un’altra particolarità si è, che le renne,
le quali sono con una corda raccomandate a qualche palo spessissimo
vengono dai lupi risparmiate: laddove quelle che sono libere,
soccombono.
I Laponi per distinguere le proprie renne da quelle degli altri,
non ostante la confusione, in cui questi animali sono tenuti
necessariamente in sì vaste solitudini, usano fare a ciascheduna un
loro particolar segno all’orecchio mediante una incisione. Perchè
poi ogni greggia possa esserne ben sorvegliata, e nissun animale si
smarrisca, due volte al giorno conducono le renne al pascolo, e due
volte le chiamano alle tende; e quest’uso sieguono anche nel cuor
dell’inverno, quando le giornate sono brevissime, e le notti lunghe di
sedici ore. A proposito di che chiunque abbia la più leggiera tintura
del sistema solare, facilmente comprenderà perchè il sole in codesti
climi rimanga per sette settimane sotto l’orizzonte; e perduto nella
più bassa parte dell’emisfero non lascia che un debil luciore di alcune
ore. Però per quanto rimanga allora l’atmosfera ottenebrata, non è mai
nera tanto, che non si possa vedere quanto occorre per iscrivere, o
per fare alcuna faccenda ordinaria, sempre che almeno il cielo non sia
tutto coperto di nubi: il che s’intende dalle dieci ore della mattina
sino all’un’ora dopo il mezzodì. Ciò succede nel solstizio d’inverno.
Nel qual tempo il lume della luna, che costantemente splende, e quello
delle stelle compensano. Passate poi le sette settimane accennate il
sole comincia di nuovo a farsi vedere con uno splendore, che agli occhi
di ognuno comparisce più brillante. Ciò arriva al primo di aprile,
tempo in cui le giornate si sono tanto allungate, che le tenebre della
notte generale principiano a sparire; e come nell’inverno il sole avea
cessato d’illuminare per sette settimane la terra, nel solstizio estivo
ritorna a rallegrare l’abitante comparendo sull’orizzonte, e brillando
notte e giorno per lo stesso spazio di tempo. È però da notare che
il sole della notte pare più pallido e brillante meno che il sole del
giorno. Ma ritorniamo alle renne.
Quando esse recansi verso le tende, formano intorno ad esse un
circolo, e vi rimangono giacenti finchè ritornano al pascolo. In
inverno non potendo sperare per alimento che il musco del vicinato,
debbono estendersi molto pel paese, onde procacciarsene; e sia tempo
bello o sia cattivo, sono condotte al pascolo ad un’ora regolare.
Come poi sovente i pastori per mettersi al coperto di una burrasca
nevosa sono obbligati a ritirarsi dietro a qualche ammasso di neve,
e vi si addormentano, succede qualche volta, che un lupo porta via
una renna allontanatasi dalla greggia. La custodia di una greggia
generalmente è affidata ai ragazzi, o ai servitori; e quando appartiene
ad una famiglia formatasi di recente, e che non ha nè servitori, nè
ragazzi, allora la cura rimane affidata alla moglie, la quale se per
avventura ha un bambino, lo porta seco nella sua culla, e segue le
renne, per quanto il tempo sia rigido. I cani, molti de’ quali i Laponi
mantengono, sono loro di grande ajuto per contenere e dirigere le
renne, secondo l’occorrenza; e le renne ubbidiscon loro, ed essi ogni
cenno intendono del custode; e tengono in buon ordine tutta la greggia.
Quando nell’inverno questa è ricondotta alla tenda, e prende riposo, il
Lapone, o la sua donna, esce per contare le renne, e per sapere se ne
manchi alcuna, rimasta preda de’ lupi; ed è raro il caso, che il Lapone
a prima vista non iscopra la mancanza, se ve n’è, anche nel caso che la
greggia sia composta di uno, o di due migliaja di teste.
Quantunque i Laponi delle montagne usino di condurre, come si è detto,
due volte al giorno le renne al pascolo, in estate i maschi castrati
e le femmine sovente si abbandonano ne’ boschi a loro talento senza
alcun pastore. In quella stagione le madri si lasciano allattare i loro
piccoli, chiudendole in un parco fatto con rami d’alberi: parco che si
costruisce a poca distanza dalla tenda. Ivi le donne hanno una facenda
importante, ed è quella di sporcare le mammelle delle madri col loro
sterco, onde quando sieno messi in libertà i loro piccoli non possano
tettare. Dopo un certo tempo le femmine sono ricondotte a quel parco
medesimo; e allora subitamente vengono le loro mammelle nettate; e come
sono piene di un latte denso, si mungono. Ma le renne non soffrono
molto pazientemente quella operazione; e bene spesso bisogna legarle
per le corna con una corda. Una renna non dà più latte di una capra:
contuttociò i Laponi ne hanno tante, che mai non mancano nè di latte,
nè di burro, nè di formaggio.
Per la castratura de’ maschi i Laponi usano un mezzo singolarissimo.
Non ricorrono al coltello, nè fanno l’incisione preliminare; ma
ammaccano co’ denti le parti che altrove si tagliano. L’animale, che ha
subita questa operazione, cresce di volume e di carne; ed è più forte
de’ lasciati interi: diventano quindi di un gran valore per chi n’è il
padrone, di modo che quando si tratta di cose di molto prezzo, sempre
si paragona alla renna castrata.
Un montanaro, le cui ricchezze in renne sono mediocri, spesso lascia le
sue montagne, colla sua famiglia, e va a fissarsi presso la costa ove
si occupa della pescagione, lasciando la cura delle sue renne a qualche
persona che voglia incaricarsene.
Diciamo infine, che per quanto bene una greggia sia custodita, succede
talora verso la stagione in cui diventano calde che vi si mescoli un
maschio di razza selvaggia; e se sfuggendo il fucile del custode, ne
copre una, dall’accoppiamento nasce un meticcio, che non si rassomiglia
nè al maschio, nè alla femmina, ed è più piccolo della renna selvaggia,
e più grosso della domestica.
Ho detto che i Norvegii servonsi delle renne come di cavalli. I
Laponi non hanno cavalli; e suppliscono ai loro bisogni colle renne
attaccandole alle loro slitte pel trasporto sì delle persone, che
delle robe. Usano a quest’uopo de’ maschi castrati. Ma l’assuefarle
al servizio costa loro gran pena e gran tempo; e ve n’ha di quelle,
che in nissuna maniera voglionvisi adattare. È inutile spiegare come
compongano, e maneggino le redini, colle quali le dirigono, e come le
leghino alla slitta. Basterà dire, che fanno tutto questo con molta
industria. Molta industria pure dimostrano i Laponi nella costruzione
delle slitte, le quali sono di quattro sorta. La prima è fatta per
portare una persona, tutt’aperta, e breve tanto, che un Lapone assiso
sulla parte di dietro tocca coi piedi il davanti, larga quanto basta
per contenere le gambe e le cosce bene strette della persona, e sì
poco alta, che il viaggiatore può toccare la neve che ha ad ognuno
de’ lati. Questa slitta è leggierissima per modo che, occorrendo, si
può alzare, ed anche trasportare sulle spalle agevolmente. Più lunga,
più profonda e più larga è la seconda, che serve al trasporto delle
mercanzie: essa è coperta di parecchie pelli bene assicurate, per
preservarla dalla neve che cade. Allo stesso oggetto serve una terza
incatramata di fuori, e provvista di una pelle di foca posta a modo di
coprire le gambe e le ginocchia del conduttore, e di una grossa coperta
che s’alza sul petto del medesimo per difenderlo dalla neve quando
ne cada. La quarta, anch’essa incatramata di fuori, serve parimente
al trasporto delle robe; ed è più larga della prima e della terza;
ed ha un ponte che va da una estremità all’altra, ed alcuni ingegni
ottimamente inservienti alle occorrenze. Prima di salire sulla slitta
il Lapone si mette i guanti, poi monta su pigliando la briglia, che è
attaccata alla testa della renna, e ch’egli tiene raccomandata al suo
pollice destro. In questo frattempo la renna si conserva quietissima:
quando il viaggiatore è disposto a partire, scuote con violenza da
un canto all’altro la briglia; e l’animale s’avvia colla maggiore
velocità. S’egli vuole che la renna affretti di più, si mette sulle
sue ginocchia, e con certi suoni, o parole le fa animo, e volendo
che si fermi tira la briglia da dritta a manca, ed essa ubbidisce
sull’istante. Quando la renna si ostina, o vuol fuggire, se il Lapone
viaggia in compagnia d’altri, dà la sua briglia al conduttore della
slitta che lo precede, il quale l’attacca alla slitta sua; e la
renna è forzata così a procedere avanti. Mirabile poi singolarmente
è l’industria de’ Laponi in dirigere le renne nella discesa de’ più
scoscesi monti. Ove la discesa è tanto ripida da equivalere ad un
precipizio, sicchè la slitta potrebbe correre sulle gambe della renna:
per ovviare a tale inconveniente il viaggiatore attacca al di dietro
della slitta una corda, la quale egli annoda alle corna dell’animale,
che viene così a moderare la calata della slitta, la quale scivola pel
proprio peso. Ingegni simili, variati, all’uopo usano i Laponi nel
dirigere le renne, che attaccano alle altre tre sorti di slitte già
mentovate. Del rimanente, se come molte volte succede, la neve è sì
alta, che la renna non può aprirsi la strada attraverso della medesima,
o che vi si affonda sino alla pancia, il viaggio per necessità diventa
lento e penoso. Ma comunemente quando la strada è buona e ben battuta,
e che la slitta non ha da rompere la neve, ma puramente da scorrervi
sopra, la renna fa cinque a sei leghe all’ora. Ma ciò basti.