CAPO XVI.

_Delle renne: dell’indole di questi animali: del governo che i

Laponi ne fanno: delle varie sorti di slitte che usano, ecc._

Ma poichè ho fatto menzione e qui ed altrove delle renne de’ Laponi,

è giusto che di questo sì interessante quadrupede dica qualche cosa di

più particolare.

I più antichi naturalisti, che parlarono delle renne, le indicarono

col nome di _rangiferi_. Il _Linneo_ chiama la renna _cervo dalle

corna ramose, rotonde, colle sommità palmate_; e i caratteri che danno

alla renna un’aria di famiglia co’ cervi, sono la mancanza de’ primi

denti incisivi alla mascella superiore, il modo con cui le sue corna

crescono, le quali divenute dure cadono tutti gli anni, e ripullulano

ogni anno, come quelle del cervo. La differenza però tra la renna e il

cervo si è, che la renna femmina ha le corna meno ramose, è vero, meno

larghe e meno grandi, che quelle del maschio.

L’autunno è il tempo degli amori delle renne; e le femmine partoriscono

in maggio. Una guerra sorge tra maschi quando s’incontra che desiderino

la stessa femmina; ma il più attempato de’ maschi, che è anche il

più forte, vince nella lotta, e rimane il signore del gregge. Alcune

femmine partoriscono ogni anno, altre ogni due: ve n’ha anche delle

sterili. Quando la renna ha partorito perde le sue corna: i loro

piccoli pochi giorni dopo essere nati, sono agilissimi, e possono

correre quanto la madre. Ogni renna conosce i suoi parti per quanto

numerosa sia la greggia, nella quale si trova. Se la madre è di pelame

grigio-cinericcio, il figlio è rosso di pelo, con una striscia lungo la

schiena; e quel colore diventa poi più cupo quando verso l’autunno il

pelo cade. Alcune renne diventano bianche con macchie cenericcie sul

corpo; ed ogni piccolo di color bianco procede da una madre che avea

questo colore.

Le renne femmine sono più alte, e più forti di statura de’ maschi.

Molte hanno le corna ramosissime, ed alcune non ne hanno di nessuna

sorta. Le corna cadono in autunno; le nuove sorgono da prima in figura

di due piccoli tumori neri, che s’alzano sulla fronte. Quando le corna

stanno per cadere, l’animale si mostra tristo; in questa circostanza le

renne passano il loro tempo di riposo in mangiarsi reciprocamente que’

pezzi di pelle, che al cader delle corna si sono distaccati, e che loro

dà un aspetto schifoso. Questo è ciò che più volte ho avuto occasione

di vedere, e che, per quanto io sappia, sono il primo a notare. Codeste

corna sono di un tessuto al loro centro ben fitto, e molle alla loro

radice: il tronco è rotondo; e si avanza insensibilmente in rami

spianati. Soventi volte sono sì macchinose, che quando questi animali

combattono insieme, si attaccano, e s’imbarazzano tanto, che bisogna

che l’uomo accorra a liberarneli.

Le renne in estate sono tormentate da una mosca, la quale s’introduce

pel naso, e penetra ne’ seni frontali; e non se ne liberano che per

mezzo dello sternuto, o di un respirar violento correndo. Soffrono

anche di una malattia contagiosa, alla quale non si è ancora trovato

rimedio, e che fa terribile strage di questi animali. La malattia, di

cui parlo, consiste in un’affezione di milza. Si è altrove parlato del

male, che alla renna fa il tafano. Un altro malanno, di cui le renne

soffrono, è un panereccio, che loro viene all’unghia, e che il _Linneo_

crede procedere dal tafano. Le renne femmine hanno sulle mammelle

alcune piccole eruzioni, simili alla vaccina. Quando la renna può

salvarsi da queste malattie, vive fino ai quattordici ed anche sedici

anni: termine di sua longevità.

Il principal nudrimento delle renne in inverno è un musco biancastro,

che i botanici chiamano _licheno rangiferino_: esse però se lo debbono

guadagnare a forza di scoprirlo colle loro zampe di sotto alla neve.

Guai, se la neve gelata l’indurasse tanto, che la renna non potesse

giungere a penetrarla! Tutta la generazione delle renne perirebbe.

Le renne domestiche, le quali formano la ricchezza principale de’

Laponi, in inverno non istanno mai al coperto. In estate trovano erba

facilmente.

In alcuni luoghi della Norvegia s’impiegano le renne agli usi stessi, a

cui s’impiegano i cavalli; e si tengono in inverno nelle stalle.

La renna ama appassionatamente l’orina dell’uomo; e fa meraviglia il

vedere con che ardore lecchi la neve che ne sia imbevuta. Forse vi

è attratta pe’ sali, che l’orina contiene. Dicesi pure che faccia

la caccia a que’ sorci chiamati _lemmi_, de’ quali però sembra

non mangiare che la testa. La loro bibita è la neve, ch’esse vanno

prendendo da mucchii, presso i quali passano quando sono attaccate alle

slitte.

I più fieri nemici delle renne sono i lupi; ed i custodi di quegli

animali non invigilano mai abbastanza per proteggerli dalla strage,

che i lupi ne fanno. La loro diligenza diventa vieppiù necessaria in

tempo di procella, tempo che i lupi spezialmente scelgono ponendosi

in agguato per assaltare con buon successo le renne. Le renne stesse

concorrono al proprio danno in tale circostanza, perchè invece di

rifugiarsi alle tende de’ pastori, ove sono chiamate, colte da terrore

alla vista, od agli urli de’ lupi, si sbandano fuggendo; e i lupi

allora più agevolmente così disperse le assaltano, e le ammazzano.

Dico le ammazzano, e non le divorano, poichè il missionario che ci ha

informati, attesta di averne vedute stese sulla neve sei alla volta

morte, senza che sul loro corpo apparisse ferita alcuna: sì violento

colpo il lupo sa dare ad esse. Il che fatto, le strascina poi alquanto

lungi dal luogo, ove le ha ammazzate, e là esso le mette a brani, e le

divora. È notabile un’altra particolarità in proposito; ed è questa,

che quando i lupi mettonsi alla caccia delle renne, il più delle volte

sono accompagnati da molti corvi e cornacchie, il cui gracchiamento

serve di avviso al pastore lapone che l’inimico si approssima; e a quel

segnale si mette in guardia. Un’altra particolarità si è, che le renne,

le quali sono con una corda raccomandate a qualche palo spessissimo

vengono dai lupi risparmiate: laddove quelle che sono libere,

soccombono.

I Laponi per distinguere le proprie renne da quelle degli altri,

non ostante la confusione, in cui questi animali sono tenuti

necessariamente in sì vaste solitudini, usano fare a ciascheduna un

loro particolar segno all’orecchio mediante una incisione. Perchè

poi ogni greggia possa esserne ben sorvegliata, e nissun animale si

smarrisca, due volte al giorno conducono le renne al pascolo, e due

volte le chiamano alle tende; e quest’uso sieguono anche nel cuor

dell’inverno, quando le giornate sono brevissime, e le notti lunghe di

sedici ore. A proposito di che chiunque abbia la più leggiera tintura

del sistema solare, facilmente comprenderà perchè il sole in codesti

climi rimanga per sette settimane sotto l’orizzonte; e perduto nella

più bassa parte dell’emisfero non lascia che un debil luciore di alcune

ore. Però per quanto rimanga allora l’atmosfera ottenebrata, non è mai

nera tanto, che non si possa vedere quanto occorre per iscrivere, o

per fare alcuna faccenda ordinaria, sempre che almeno il cielo non sia

tutto coperto di nubi: il che s’intende dalle dieci ore della mattina

sino all’un’ora dopo il mezzodì. Ciò succede nel solstizio d’inverno.

Nel qual tempo il lume della luna, che costantemente splende, e quello

delle stelle compensano. Passate poi le sette settimane accennate il

sole comincia di nuovo a farsi vedere con uno splendore, che agli occhi

di ognuno comparisce più brillante. Ciò arriva al primo di aprile,

tempo in cui le giornate si sono tanto allungate, che le tenebre della

notte generale principiano a sparire; e come nell’inverno il sole avea

cessato d’illuminare per sette settimane la terra, nel solstizio estivo

ritorna a rallegrare l’abitante comparendo sull’orizzonte, e brillando

notte e giorno per lo stesso spazio di tempo. È però da notare che

il sole della notte pare più pallido e brillante meno che il sole del

giorno. Ma ritorniamo alle renne.

Quando esse recansi verso le tende, formano intorno ad esse un

circolo, e vi rimangono giacenti finchè ritornano al pascolo. In

inverno non potendo sperare per alimento che il musco del vicinato,

debbono estendersi molto pel paese, onde procacciarsene; e sia tempo

bello o sia cattivo, sono condotte al pascolo ad un’ora regolare.

Come poi sovente i pastori per mettersi al coperto di una burrasca

nevosa sono obbligati a ritirarsi dietro a qualche ammasso di neve,

e vi si addormentano, succede qualche volta, che un lupo porta via

una renna allontanatasi dalla greggia. La custodia di una greggia

generalmente è affidata ai ragazzi, o ai servitori; e quando appartiene

ad una famiglia formatasi di recente, e che non ha nè servitori, nè

ragazzi, allora la cura rimane affidata alla moglie, la quale se per

avventura ha un bambino, lo porta seco nella sua culla, e segue le

renne, per quanto il tempo sia rigido. I cani, molti de’ quali i Laponi

mantengono, sono loro di grande ajuto per contenere e dirigere le

renne, secondo l’occorrenza; e le renne ubbidiscon loro, ed essi ogni

cenno intendono del custode; e tengono in buon ordine tutta la greggia.

Quando nell’inverno questa è ricondotta alla tenda, e prende riposo, il

Lapone, o la sua donna, esce per contare le renne, e per sapere se ne

manchi alcuna, rimasta preda de’ lupi; ed è raro il caso, che il Lapone

a prima vista non iscopra la mancanza, se ve n’è, anche nel caso che la

greggia sia composta di uno, o di due migliaja di teste.

Quantunque i Laponi delle montagne usino di condurre, come si è detto,

due volte al giorno le renne al pascolo, in estate i maschi castrati

e le femmine sovente si abbandonano ne’ boschi a loro talento senza

alcun pastore. In quella stagione le madri si lasciano allattare i loro

piccoli, chiudendole in un parco fatto con rami d’alberi: parco che si

costruisce a poca distanza dalla tenda. Ivi le donne hanno una facenda

importante, ed è quella di sporcare le mammelle delle madri col loro

sterco, onde quando sieno messi in libertà i loro piccoli non possano

tettare. Dopo un certo tempo le femmine sono ricondotte a quel parco

medesimo; e allora subitamente vengono le loro mammelle nettate; e come

sono piene di un latte denso, si mungono. Ma le renne non soffrono

molto pazientemente quella operazione; e bene spesso bisogna legarle

per le corna con una corda. Una renna non dà più latte di una capra:

contuttociò i Laponi ne hanno tante, che mai non mancano nè di latte,

nè di burro, nè di formaggio.

Per la castratura de’ maschi i Laponi usano un mezzo singolarissimo.

Non ricorrono al coltello, nè fanno l’incisione preliminare; ma

ammaccano co’ denti le parti che altrove si tagliano. L’animale, che ha

subita questa operazione, cresce di volume e di carne; ed è più forte

de’ lasciati interi: diventano quindi di un gran valore per chi n’è il

padrone, di modo che quando si tratta di cose di molto prezzo, sempre

si paragona alla renna castrata.

Un montanaro, le cui ricchezze in renne sono mediocri, spesso lascia le

sue montagne, colla sua famiglia, e va a fissarsi presso la costa ove

si occupa della pescagione, lasciando la cura delle sue renne a qualche

persona che voglia incaricarsene.

Diciamo infine, che per quanto bene una greggia sia custodita, succede

talora verso la stagione in cui diventano calde che vi si mescoli un

maschio di razza selvaggia; e se sfuggendo il fucile del custode, ne

copre una, dall’accoppiamento nasce un meticcio, che non si rassomiglia

nè al maschio, nè alla femmina, ed è più piccolo della renna selvaggia,

e più grosso della domestica.

Ho detto che i Norvegii servonsi delle renne come di cavalli. I

Laponi non hanno cavalli; e suppliscono ai loro bisogni colle renne

attaccandole alle loro slitte pel trasporto sì delle persone, che

delle robe. Usano a quest’uopo de’ maschi castrati. Ma l’assuefarle

al servizio costa loro gran pena e gran tempo; e ve n’ha di quelle,

che in nissuna maniera voglionvisi adattare. È inutile spiegare come

compongano, e maneggino le redini, colle quali le dirigono, e come le

leghino alla slitta. Basterà dire, che fanno tutto questo con molta

industria. Molta industria pure dimostrano i Laponi nella costruzione

delle slitte, le quali sono di quattro sorta. La prima è fatta per

portare una persona, tutt’aperta, e breve tanto, che un Lapone assiso

sulla parte di dietro tocca coi piedi il davanti, larga quanto basta

per contenere le gambe e le cosce bene strette della persona, e sì

poco alta, che il viaggiatore può toccare la neve che ha ad ognuno

de’ lati. Questa slitta è leggierissima per modo che, occorrendo, si

può alzare, ed anche trasportare sulle spalle agevolmente. Più lunga,

più profonda e più larga è la seconda, che serve al trasporto delle

mercanzie: essa è coperta di parecchie pelli bene assicurate, per

preservarla dalla neve che cade. Allo stesso oggetto serve una terza

incatramata di fuori, e provvista di una pelle di foca posta a modo di

coprire le gambe e le ginocchia del conduttore, e di una grossa coperta

che s’alza sul petto del medesimo per difenderlo dalla neve quando

ne cada. La quarta, anch’essa incatramata di fuori, serve parimente

al trasporto delle robe; ed è più larga della prima e della terza;

ed ha un ponte che va da una estremità all’altra, ed alcuni ingegni

ottimamente inservienti alle occorrenze. Prima di salire sulla slitta

il Lapone si mette i guanti, poi monta su pigliando la briglia, che è

attaccata alla testa della renna, e ch’egli tiene raccomandata al suo

pollice destro. In questo frattempo la renna si conserva quietissima:

quando il viaggiatore è disposto a partire, scuote con violenza da

un canto all’altro la briglia; e l’animale s’avvia colla maggiore

velocità. S’egli vuole che la renna affretti di più, si mette sulle

sue ginocchia, e con certi suoni, o parole le fa animo, e volendo

che si fermi tira la briglia da dritta a manca, ed essa ubbidisce

sull’istante. Quando la renna si ostina, o vuol fuggire, se il Lapone

viaggia in compagnia d’altri, dà la sua briglia al conduttore della

slitta che lo precede, il quale l’attacca alla slitta sua; e la

renna è forzata così a procedere avanti. Mirabile poi singolarmente

è l’industria de’ Laponi in dirigere le renne nella discesa de’ più

scoscesi monti. Ove la discesa è tanto ripida da equivalere ad un

precipizio, sicchè la slitta potrebbe correre sulle gambe della renna:

per ovviare a tale inconveniente il viaggiatore attacca al di dietro

della slitta una corda, la quale egli annoda alle corna dell’animale,

che viene così a moderare la calata della slitta, la quale scivola pel

proprio peso. Ingegni simili, variati, all’uopo usano i Laponi nel

dirigere le renne, che attaccano alle altre tre sorti di slitte già

mentovate. Del rimanente, se come molte volte succede, la neve è sì

alta, che la renna non può aprirsi la strada attraverso della medesima,

o che vi si affonda sino alla pancia, il viaggio per necessità diventa

lento e penoso. Ma comunemente quando la strada è buona e ben battuta,

e che la slitta non ha da rompere la neve, ma puramente da scorrervi

sopra, la renna fa cinque a sei leghe all’ora. Ma ciò basti.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 26 / 40 题