_Situazione di Alten. Veduta dell’Oceano-glaciale. Abitanti di
Alten, ed ospitalità avutane. Navigazione per l’Oceano-glaciale,
e visita della costa. Monte Himelkar, e cascata che ne discende.
Visita ad alcune abitazioni di Laponi. Stato de’ Laponi stabiliti
sulla costa. Laponi erranti: loro tende, loro beni, e loro
renne._
Andando all’abitazione del mercante norvegio osservammo in un vicino
pascolo due o tre cavalli. Da 500 miglia in poi questa specie di
animali era sparita dagli occhi nostri; e il vederne allora ci denotava
qualmente eravamo giunti all’abitazione di una persona educata in un
paese incivilito, e per conseguenza estranea a questa contrada. La casa
era situata sopra una eminenza, e guardava da un canto montagne che vi
eran di contro, e masse di neve, delle quali esse sono perpetuamente
ricoperte: dall’altro canto essa avea la vista dell’Oceano-glaciale,
che da questa parte s’avanzava verso la terra, e formava una specie
di golfo, vicino al quale essa casa era fabbricata. Quale fu mai
la contentezza nostra trovandoci finalmente a sì poca distanza
dall’oggetto che ci avea fatto risolvere ad intraprendere il nostro
viaggio, e che metteva fine a tanti stenti! Il bel colore del mare,
paragonato colla nudità delle masse che si vedevano da lontano; la
brillante trasparenza delle azzurre sue acque, presentavano il più
ridente spettacolo. Ma nulla più commoveaci, e ci dilettava, che la
idea di essere ben riusciti nella sì pericolosa nostra intrapresa. La
vista di quelle montagne coperte di neve, e il nome di Oceano-glaciale,
o di Mar-gelato, in mezzo ad un calore grande come il maggiore che
si senta in Italia, accrescevano il contrasto tra i due estremi, e
distinguevano alla nostra immaginazione questo luogo come un fenomeno,
che non può incontrarsi in nissun altro paese.
Per meglio approfittare de’ godimenti, che allora provavamo, ci
risolvemmo a tuffarci nelle onde di questo mare, in questa regione
sì ospitale, e rifocillare le nostre membra defatigate con un sì
grato bagno. Ma il Mercante, con cui avevamo già legata conoscenza,
ci consigliò a non farlo, poichè nissuno il faceva per la quantità
de’ pesci cani, che frequentano in quella stagione le rive. Questa
considerazione però, comunque di peso, nulla valse sulla nostra
vanità, preferendo a tutto il piacere di poter dire: mi sono bagnato
nell’Oceano-glaciale. Ma entrati in quelle acque non istemmo guari
ad uscirne per la singolare freddezza delle medesime, così che ci si
erano di tal maniera intirizzite le gambe, che stentammo assai assai a
recarci sul lido.
Di ritorno all’abitazione ci eravamo un po’ forbiti, e conciati,
essendo sei giorni che non ci avevamo fatta la barba, quando ci
si venne a dire, che la tavola era pronta. Fu per noi gratissima
sorpresa il trovare ivi un lusso di apparecchio e di vivande, che
non ci avevamo mai figurato in tali luoghi. Il piacere di essere
giunti al Mar-gelato, che pur era grande, cedette a quello di vederci
innanzi le tante buone e salubri cose, che per sì lungo tempo avevamo
dovuto dimenticare, obbligati a contentarci di alimenti grossolani,
mal condizionati, mal sani forse, e il più delle volte anche minori
del bisogno. Ci parve d’essere stati trasferiti nel palazzo di una
Fata. Aggiungevasi poi l’amenità della conversazione. La moglie del
Mercante era una eccellente reggitrice di casa, e sapeva cucinar
bene: un domestico assai intelligente serviva a tavola: tra’ convitati
v’era il balì di quella parte di Laponia, il quale rimasto vedovo era
venuto a convivere con questa famiglia; codesto balì era una degna
persona, generalmente stimato in tutto il cantone. Noi ci trovavamo
qui tanto bene, che con vero rincrescimento incominciammo a parlare di
continuare il nostro viaggio verso il Nord. Il tempo, e la stagione
non permettevano che ritardassimo la gita. Secondo le informazioni
prese, da Alten al Capo-Nord correvano circa 240 miglia, le quali
era impossibile attraversare per la via di terra: bisognava dunque
pigliare quella dell’Oceano. Ci si disse che tutta quella penisola
era una catena di montagne rotte da laghi, che ci avrebbero interrotto
ad ogni passo l’andar oltre; e ci si aggiunse, che quando pure fosse
stato possibile per quella via il cammino vincendo ogni ostacolo,
verisimilmente non potremmo arrivare al Capo-Nord in meno di 15 giorni.
Ci si faceva in oltre osservare che un tal viaggio non era mai stato
intrapreso da veruno in estate a cagione della sua lunghezza, e delle
insormontabili difficoltà che presenta; e siccome il nostro tempo era
limitato, e che avevamo una grande strada da fare per riportarci a
Tornea, avremmo potuto perdere il vantaggio della stagione opportuna
al ritorno. Che se per caso fossimo colti da qualche cattivo tempo,
saremmo stati costretti a differire il ritorno fino a che l’inverno
fosse bene inoltrato per poterci servire di slitte. Per tutte queste
considerazioni ci risolvemmo a fare il viaggio per acqua, non senza
però il pensiero di fare anche qualche escursione per terra quando
fossimo alla meta del cammino.
Il terzo giorno adunque, dacchè eravamo giunti ad Alten, il Mercante
ci procurò un battello scoperto, con quattro remiganti, uno de’ quali
avea già passato il Capo, e sapeva bene la strada: gli altri tre erano
buoni marinai, usi a frequentare quel mare a cagione della pesca.
Quegli, che faceva le funzioni di piloto, era di Norvegia; i tre altri
parlavano la lingua finlandese, e la lapona. Con tutte le precauzioni
e le intelligenze prese la nostra gita dovea essere interessante e
dilettevole. Eravamo provveduti di cuscini, di materassi, di buoni
vestiti, e di buone coperte: eccellente era tutto quello che portavamo
con noi in vino bianco, in acquavite, in volatili, in sermoni, in
vitello, in presciutto, in caffè, in tè, con tutti gli utensili
necessarii per la cucina. Avevamo in somma con noi tutto quello che
poteva risarcirci delle privazioni fino allora sofferte; e pareva che
ci preparassimo piuttosto ad una partita di piacere, che a terminare
un penoso viaggio sull’Oceano-glaciale. Il golfo, in cui incominciammo
ad internarci, penetrando in diverse gole delle montagne, presentava
dappertutto un aspetto magnifico, e interessante.
Partimmo da Alten il lunedì, 15 luglio, a due ore dopo mezzogiorno, e
non arrivammo al Capo se non se la notte del venerdì venendo al sabato.
A 3 miglia da Alten passammo su la dritta di una montagna chiamata
dai Norvegi Himelkar, che vuol dire _Montagna dell’uomo celeste_,
dalla quale cadono cinque o sei cascate, alte da cinque in seicento
piedi. Più lungi ne trovammo un’altra più notabile ancora, e della
cui acqua ben bene ci empimmo. Fummo poi curiosi di salire quelle
montagne per vedere d’onde questa cataratta prendesse la sua origine;
ma quando fummo giunti alla cima, trovammo con nostra sorpresa una
prateria magnifica, alla estremità della quale era un’altra cascata
proveniente da una montagna più alta. Io credo che tutte queste
cascate sieno prodotte dallo scioglimento delle nevi, che vedevamo
coprire i monti più lontani, e le cui cime ignude formavano il fondo
del quadro. Questa ultima cascata precipitavasi giù di una piccola
montagna, ornata su tre de’ suoi fianchi di un bosco di betulle, che
sorgeva in anfiteatro, e stando alla sua regolarità sarebbesi detto
piantato da mano industriosa. A piccola distanza da questa cascata, la
cui presenza animava que’ luoghi, era una casetta di legno coperta di
zolle di verdura, ed abitata da una famiglia di Laponi stazionarii.
Io desiderava di visitarli; ma una delle nostre guide mi consigliò,
nè senza ragione, a non presentarmivi a dirittura da me, e a farmi
prima annunciare da qualcheduno, perchè quella famiglia sarebbe forse
rimasta spaventata alla vista di un forestiere sì diverso da essi per
la statura, e il vestito. Andò dunque egli stesso a quella casa; ma non
vi trovò nessuno: la famiglia era ita a qualche spedizione di pesca, o
tra le montagne a curare le renne. Gli architetti delle case di codeste
coste sembrano stati alla scuola di quello che edificò la chiesa di
Massi, quantunque codesti tugurii non possano stare in proporzione
rispetto a quella chiesa, che in quanto le case nostre vogliansi
mettere in proporzione colle nostre cattedrali: non so dire se ci
contenessimo ne’ termini di civile discrezione in quella visita; quello
ch’è vero, si è, che non vi fu nè angolo, nè buco, in cui non volessimo
mettere il naso, ponendo le mani fino nelle saccoccie di quella gente,
giacchè i Laponi sono sì beati, che non hanno bisogno nè di chiavi,
nè di serrature. Non vi trovammo alcun oggetto di lusso, se per
avventura non fosse tale una scatola di resina, che cola da una specie
di un abete proprio di quelle contrade, e che forse più che a senso
di piacere essi usano a medicatura di ferite. Ritornammo non senza
fatica al nostro battello dando un eterno addio a sì vago e piacente
luogo, che non avremmo riveduto più, e che non invidia i luoghi più
pittoreschi della Svizzera.
Perfetta calma regnava sul mare, e la violenza del caldo opprimeva
tutti i remiganti nostri, che non potevano adoperare i remi senza
disfarsi in sudore. Per dar loro un po’ di riposo, e nel tempo stesso
soddisfare alla nostra curiosità, andammo a ricercare tutti i Laponi
stabiliti sulla costa, e i quali viveano generalmente alla distanza
di otto, o dodici miglia l’una famiglia dall’altra. In tutte le
loro abitazioni regnava l’abbondanza e la contentezza: ogni Lapone
è possidente all’intorno della sua abitazione di un terreno, che ha
un circuito di otto miglia: tutti hanno vacche, dalle quali traggono
un latte eccellente, ed hanno prati, che loro danno fieno pe’ loro
bestiami l’inverno. Ciascuno ha poi provvigione di pesce secco, non
solamente per proprio uso, ma ancora per barattarlo in oggetti di
lusso, cioè in sale, in farina, in avena, e in qualche panno. Le
loro case sono costrutte in forma di tende, ed hanno un’apertura in
alto per ricevere la luce, e dar passo nel tempo stesso al fumo. Il
fuoco sta nel centro della camera; ed essi vi dormono attorno gli uni
presso gli altri. In inverno, oltre il calore del fuoco, godono anche
di quello, che loro procurano le loro vacche, colle quali dividono
l’abitazione all’uso de’ montanari di Scozia, e degli abitanti delle
isole settentrionali. In estate le porte delle loro case stanno sempre
aperte; e quantunque in tale stagione non vi sia notte, essi sono
accostumati a dormire alla medesima ora che gli altri Europei. Soventi
volte siamo entrati ne’ loro abituri a un’ora, o due della mattina, se
è permesso così esprimersi, parlando della stagione attuale, e sempre
abbiamo trovata la famiglia a letto, e dormiente, senza che la presenza
nostra, e la nostra conversazione turbasse per un buon quarto d’ora
la dolcezza del loro riposo. Essi dormono in quella placida sicurezza
che ispira il non avere a temer nulla. Le sole cagioni de’ loro timori
sarebbero gli orsi, e i lupi; ma tali bestie non vanno mai verso le
abitazioni de’ Laponi che hanno fissa dimora: bensì vanno dietro le
traccie de’ Laponi nomadi, e delle loro greggie, così cercando di
provvedere ai loro bisogni: d’altra parte niun animale velenoso chiama
in queste aspre contrade la vigilanza dell’uomo, affine di preservarsi
da ogni pericolo.
Il governo non ha nulla a fare per amministrar la giustizia; e questo
popolo, il quale non ha di che piatire co’ suoi vicini, non ha bisogno
di una protezione, che gli riuscirebbe più onerosa che utile. Alcune
orde di abitanti dispersi per una immensa estensione di terra hanno
poche ragioni per darsi scambievoli assalti: l’eguaglianza di stato
tra loro, il silenzio ordinario delle loro passioni, e la dolcezza del
loro carattere, impediscono e l’occasione d’ingiurie, e i risentimenti,
ch’esse alimentano. Vero è che i Laponi sono senza difesa; ma i rigori
del loro clima, e più ancora la estrema loro povertà li rendono sicuri
sul timore di una invasione. Vivono dunque senza protezione, e non
hanno mai piegato servilmente il ginocchio d’innanzi ad un padrone.
Nè è poi certamente in queste regioni boreali, che vengasi a cercare
i tristi esempi delle tirannidi, de’ quali è piena la storia; o
delle fallacie, e degli spergiuri, sì frequenti tra le nazioni che si
vantano di civiltà, e che a malgrado dell’orgoglio, che loro ispirano
i vantaggi che dalla civiltà ritraggono, non mancano di commettere atti
di barbarie ripugnanti ad ogni credenza.
In una delle famiglie visitate da noi fummo testimonii di una scena
veramente toccante; e servì a convincerci che la sincera e viva
cordialità non è estranea a queste latitudini gelate. Noi entrammo
a tre ore dopo mezza notte in una casupola, ov’erano il marito, sua
madre, una moglie giovine, e due piccoli ragazzi. Dormivano tutti, e
noi aspettammo qualche tempo, onde potessero agiatamente svegliarsi.
Aveano tutti il medesimo letto, cioè a dire il suolo coperto di
frasche e foglie della odorosa betulla: le loro coperte erano pelli
di renne. Dormivano alla maniera de’ Laponi vicini al mare: intendo
dire vestiti de’ loro abiti, che erano larghissimi da ogni parte, e
non nocivi per alcun modo alla circolazione del sangue. La giovine
donna fu la prima a svegliarsi; e gettando gli occhi sopra uno de’
nostri battellanti, che riconobbe, gli testificò il suo piacer di
rivederlo, ed entrò in discorso con esso lui nella lingua lapona. Poco
dopo svegliaronsi e il marito di essa, e la suocera; ma i ragazzi
continuarono a dormire profondamente. La vecchia vedendo il Lapone
diede tosto in un pianto dirotto; la nuora ne seguì l’esempio; e così
fece il nostro battellante: poco stemmo a piangere anche noi, ma per
una di quelle simpatie, che hanno per interprete il cuore, e non le
labbra; quando entrato in casa il nostro interprete, e trovandoci
piagnenti, ci domandò in finlandese la cagione della nostr’afflizione.
Noi non potevamo dargliene alcuna; ma non così era della vecchia. Essa
avea veduto quel battellante l’anno precedente; e allora essa godeva
buona salute; ma da quel tempo in poi era stata colpita da apoplesia,
che le avea tolto l’uso della favella. Dopo alcuni momenti dati a
questa generale commozione, e quando ciascuno fu rimesso in calma, noi
domandammo un po’ di latte, e di formaggio di renna: immantinente la
reggitrice della casa uscì, e ci condusse alla dispensa, la quale era
un piccol casotto di legno, piantato sopra alcuni piuoli ad una certa
distanza da terra, perchè le provvisioni ivi tenute non rimanessero
alterate dalla umidità della neve in inverno; e fummo sbalorditi
veggendo la quantità delle cose, che quella brava reggitrice teneva
nella piccola dispensa. Ivi era molto pesce secco, e carne di renna
secca anch’essa; e formaggio, e lingue di renne, e farina di avena;
poi pelli di renne, pelliccie, ed abiti di lana, ed altre cose. Tutto
annunciava uno stato agiato, ed anche ricchezza; e ciò che merita
d’essere particolarmente osservato si è, che quella buona donna ci
offrì tutto quello, di che avessimo bisogno nella più pulita e cordiale
maniera, e senza mostrare che neppure per ombra pensasse a quanto
potessimo noi darle in ricambio. Ben lontana da questo essa persistette
a ricusare il denaro che le offrimmo per le cose da noi accettate. Io
ho veduto pochi paesi, in cui gli uomini vivano in sì grande agiatezza,
e in tanta beata semplicità, come sulle coste marittime della Laponia.
Le loro casupole sono scure ed anguste: non hanno lettiere, non sedie,
non tavola: assidonsi per terra; e in terra dormono sopra foglie di
betulla. Ma che serve? essi in casa non mancano di alcuna cosa, che sia
loro necessaria; e ciò loro basta. Quanto alla situazione, le loro case
godono di un aspetto ridente, essendo per la più parte poste sulla riva
del mare, fabbricate ora a’ piedi, ed ora a’ fianchi delle montagne, e
sempre presso a luoghi, in cui la mano benefica della natura ha posto
grassi pascoli, e fecondissimi, senza bisogno che alcuno li coltivi; ed
è per certo sopra ogni cosa avventurosissima sorte, che possano dire
qualmente il suolo che calcano co’ piedi, e la terra che provvede ai
loro bisogni, sono veramente roba loro, senza temere che un despota
venga a turbarli nel loro possesso. I soli nemici che abbiano da temere
sono alcuni mercanti, i quali vengono a stabilirsi sulle loro coste,
e la cui avarizia e cupidità abusano di loro innocenza, e della loro
inclinazione, per vender loro ad un prezzo eccessivo i liquori forti,
ed altre cose, delle quali abbisognino.
Noi lasciammo quella casa per continuare la nostra navigazione. Ma
fatte appena cinque, o sei miglia, la violenza del vento ci sforzò a
ritornare a terra. Approfittammo adunque di questa nuova circostanza
per fare una corsa nell’interno del paese, e cercare qualche oggetto
capace di fissare la nostr’attenzione, come sarebbe stato l’incontro
di Laponi nomadi colle loro greggie, e le loro tende. Facemmo da sette
in otto miglia a piedi, e trovammo qua e là tra quelle montagne siti
deliziosi, fresche vallate cinte da montagne coperte di betulle, e
d’altri alberi. In mezzo alle nostre fatiche gustammo il piacere di
riposarci all’ombra sulla riva di limpidi ruscelli, che serpeggiano
per quelle vallate. In fine trovammo una tenda di montanari, ove la
nostra curiosità trovò materia, su cui esercitarsi. Questa tenda avea
forma conica, in ciò dissimile da quella che per ordinario hanno le
altre tende. Ficcano in terra parecchi pali, o grossi rami d’albero
tagliati di fresco, e li raffermano sopra un largo cerchio fatto a
terra, e a que’ pali, o rami, danno in alto una direzione diagonale
in maniera che s’incontrano insieme nella loro estremità superiore.
Foderano poi l’ossatura nel suo contorno di parecchie pezze di stoffa
cucite le une colle altre. Il diametro di quella, in cui noi entrammo,
avea alla sua base circa otto piedi: in mezzo era il fuoco, e presso
questo era assisa la donna del padrone della tenda, suo figlio,
ancor fanciullo, e alcuni cani poco ospitali, poichè non cessarono
mai di abbajare finchè noi ci fermammo ivi. Presso la tenda era una
catapecchia composta di cinque o sei pali obbliquamente disposti in
modo che s’incrociavano alla cima, ove poi erano legati insieme tutti,
e coperti, come la tenda, di pelli, e di pezze di stoffa. Sotto questa
catapecchia que’ Laponi custodiscono le loro provvisioni; e quelle
ch’erano ivi, consistevano in formaggio, in una piccola quantità di
latte di renne, e in pesce secco. Più lungi una cattiva palizzata fatta
in fretta serviva di parco alle renne quando le radunano per mungerle.
Quegli animali non erano ancora ritornati allorchè noi arrivammo; e
stavano pascolando alla montagna, d’onde non doveano ritornare che
alla fine del giorno. Come noi non ci sentivamo in gambe per andare
a trovarle con pericolo di perderci per le strette de’ monti, giacchè
la troppa uniformità poteva ingannarci, pensammo far meglio offrendo
a que’ Laponi un poco d’acquavite perchè coi loro cani andassero a
trovar le renne, ed a condurle al loro domicilio, o ad altro luogo
che riuscisse a noi vicino. Appena que’ Laponi ebbero assaggiata
l’acquavite, che loro data avevamo come pegno di maggior ricompensa,
sentimmo l’abbajare de’ cani eccheggiare per le montagne; e i Laponi ci
dissero quello essere il segnale dell’arrivo delle renne. Infatti un
istante appresso vedemmo comparire e discendere dalle alture trecento
renne per guadagnar le vallate, la cui erba fresca prometteva ad esse
miglior pascolo. Noi insistemmo perchè le facessero entrare nel recinto
della palizzata, onde osservare i loro andamenti, e gustare del loro
latte munto al momento. Tutto si fece secondo il desiderio nostro; ma
non era senza difficoltà, perchè quegli animali non avvezzi ad essere
chiusi tanto presto resistettero per qualche tempo. Ma e gli uomini,
e i cani la vinsero. Avemmo dunque tutto l’agio, posciachè le renne
furono pel chiuso, di vedere quegli utili animali, che i primi nomadi
estranei ad ogni civiltà seppero addomesticare e sottomettere. — Que’
poveri animali erano magri magri: aveano un’aria di tristezza e di
patimento: il loro pelo era basso, e il respiro, come lo mandavano
fuori affannoso, dimostrava abbastanza, che una stagione sì calda
gl’incomodava. La loro pelle inoltre qua e là era ulcerata per le
morsicature di una specie di tafano, il quale cerca per tal maniera
di aprirsi un luogo, in cui deporre le uova, con doppio tormento delle
renne, sì per le piaghe che vi aprono sulle varie parti del corpo, sì
pel rodimento che vi cagionano gl’insetti a mano a mano che in figura
di vermi sbucciano da quelle uova. Io presi parecchi di quegli insetti,
e molte di quelle uova colla intenzione di regalarne i miei amici
entomologisti, che si dilettano di far raccolta di tali cose. In quanto
al latte che assaporammo, era assai lontano da quello che le renne
danno in inverno. In estate esso contrae un certo gusto di selvaticume
e di forte, che si avvicina al rancido.
Ma le nostre guide ci avvertirono essere tempo di ridurci al battello,
e di approfittare di un venticello fresco, che s’era alzato, e ch’era
propizio alla nostr’andata. Prendemmo dunque congedo dai nostri
Laponi, i quali ci testificarono il loro dispiacere per la sì presta
nostra partenza, gittando uno sguardo di tutto cuore sul barilotto di
acquavite che ci accompagnava.