CAPO XV.

_Situazione di Alten. Veduta dell’Oceano-glaciale. Abitanti di

Alten, ed ospitalità avutane. Navigazione per l’Oceano-glaciale,

e visita della costa. Monte Himelkar, e cascata che ne discende.

Visita ad alcune abitazioni di Laponi. Stato de’ Laponi stabiliti

sulla costa. Laponi erranti: loro tende, loro beni, e loro

renne._

Andando all’abitazione del mercante norvegio osservammo in un vicino

pascolo due o tre cavalli. Da 500 miglia in poi questa specie di

animali era sparita dagli occhi nostri; e il vederne allora ci denotava

qualmente eravamo giunti all’abitazione di una persona educata in un

paese incivilito, e per conseguenza estranea a questa contrada. La casa

era situata sopra una eminenza, e guardava da un canto montagne che vi

eran di contro, e masse di neve, delle quali esse sono perpetuamente

ricoperte: dall’altro canto essa avea la vista dell’Oceano-glaciale,

che da questa parte s’avanzava verso la terra, e formava una specie

di golfo, vicino al quale essa casa era fabbricata. Quale fu mai

la contentezza nostra trovandoci finalmente a sì poca distanza

dall’oggetto che ci avea fatto risolvere ad intraprendere il nostro

viaggio, e che metteva fine a tanti stenti! Il bel colore del mare,

paragonato colla nudità delle masse che si vedevano da lontano; la

brillante trasparenza delle azzurre sue acque, presentavano il più

ridente spettacolo. Ma nulla più commoveaci, e ci dilettava, che la

idea di essere ben riusciti nella sì pericolosa nostra intrapresa. La

vista di quelle montagne coperte di neve, e il nome di Oceano-glaciale,

o di Mar-gelato, in mezzo ad un calore grande come il maggiore che

si senta in Italia, accrescevano il contrasto tra i due estremi, e

distinguevano alla nostra immaginazione questo luogo come un fenomeno,

che non può incontrarsi in nissun altro paese.

Per meglio approfittare de’ godimenti, che allora provavamo, ci

risolvemmo a tuffarci nelle onde di questo mare, in questa regione

sì ospitale, e rifocillare le nostre membra defatigate con un sì

grato bagno. Ma il Mercante, con cui avevamo già legata conoscenza,

ci consigliò a non farlo, poichè nissuno il faceva per la quantità

de’ pesci cani, che frequentano in quella stagione le rive. Questa

considerazione però, comunque di peso, nulla valse sulla nostra

vanità, preferendo a tutto il piacere di poter dire: mi sono bagnato

nell’Oceano-glaciale. Ma entrati in quelle acque non istemmo guari

ad uscirne per la singolare freddezza delle medesime, così che ci si

erano di tal maniera intirizzite le gambe, che stentammo assai assai a

recarci sul lido.

Di ritorno all’abitazione ci eravamo un po’ forbiti, e conciati,

essendo sei giorni che non ci avevamo fatta la barba, quando ci

si venne a dire, che la tavola era pronta. Fu per noi gratissima

sorpresa il trovare ivi un lusso di apparecchio e di vivande, che

non ci avevamo mai figurato in tali luoghi. Il piacere di essere

giunti al Mar-gelato, che pur era grande, cedette a quello di vederci

innanzi le tante buone e salubri cose, che per sì lungo tempo avevamo

dovuto dimenticare, obbligati a contentarci di alimenti grossolani,

mal condizionati, mal sani forse, e il più delle volte anche minori

del bisogno. Ci parve d’essere stati trasferiti nel palazzo di una

Fata. Aggiungevasi poi l’amenità della conversazione. La moglie del

Mercante era una eccellente reggitrice di casa, e sapeva cucinar

bene: un domestico assai intelligente serviva a tavola: tra’ convitati

v’era il balì di quella parte di Laponia, il quale rimasto vedovo era

venuto a convivere con questa famiglia; codesto balì era una degna

persona, generalmente stimato in tutto il cantone. Noi ci trovavamo

qui tanto bene, che con vero rincrescimento incominciammo a parlare di

continuare il nostro viaggio verso il Nord. Il tempo, e la stagione

non permettevano che ritardassimo la gita. Secondo le informazioni

prese, da Alten al Capo-Nord correvano circa 240 miglia, le quali

era impossibile attraversare per la via di terra: bisognava dunque

pigliare quella dell’Oceano. Ci si disse che tutta quella penisola

era una catena di montagne rotte da laghi, che ci avrebbero interrotto

ad ogni passo l’andar oltre; e ci si aggiunse, che quando pure fosse

stato possibile per quella via il cammino vincendo ogni ostacolo,

verisimilmente non potremmo arrivare al Capo-Nord in meno di 15 giorni.

Ci si faceva in oltre osservare che un tal viaggio non era mai stato

intrapreso da veruno in estate a cagione della sua lunghezza, e delle

insormontabili difficoltà che presenta; e siccome il nostro tempo era

limitato, e che avevamo una grande strada da fare per riportarci a

Tornea, avremmo potuto perdere il vantaggio della stagione opportuna

al ritorno. Che se per caso fossimo colti da qualche cattivo tempo,

saremmo stati costretti a differire il ritorno fino a che l’inverno

fosse bene inoltrato per poterci servire di slitte. Per tutte queste

considerazioni ci risolvemmo a fare il viaggio per acqua, non senza

però il pensiero di fare anche qualche escursione per terra quando

fossimo alla meta del cammino.

Il terzo giorno adunque, dacchè eravamo giunti ad Alten, il Mercante

ci procurò un battello scoperto, con quattro remiganti, uno de’ quali

avea già passato il Capo, e sapeva bene la strada: gli altri tre erano

buoni marinai, usi a frequentare quel mare a cagione della pesca.

Quegli, che faceva le funzioni di piloto, era di Norvegia; i tre altri

parlavano la lingua finlandese, e la lapona. Con tutte le precauzioni

e le intelligenze prese la nostra gita dovea essere interessante e

dilettevole. Eravamo provveduti di cuscini, di materassi, di buoni

vestiti, e di buone coperte: eccellente era tutto quello che portavamo

con noi in vino bianco, in acquavite, in volatili, in sermoni, in

vitello, in presciutto, in caffè, in tè, con tutti gli utensili

necessarii per la cucina. Avevamo in somma con noi tutto quello che

poteva risarcirci delle privazioni fino allora sofferte; e pareva che

ci preparassimo piuttosto ad una partita di piacere, che a terminare

un penoso viaggio sull’Oceano-glaciale. Il golfo, in cui incominciammo

ad internarci, penetrando in diverse gole delle montagne, presentava

dappertutto un aspetto magnifico, e interessante.

Partimmo da Alten il lunedì, 15 luglio, a due ore dopo mezzogiorno, e

non arrivammo al Capo se non se la notte del venerdì venendo al sabato.

A 3 miglia da Alten passammo su la dritta di una montagna chiamata

dai Norvegi Himelkar, che vuol dire _Montagna dell’uomo celeste_,

dalla quale cadono cinque o sei cascate, alte da cinque in seicento

piedi. Più lungi ne trovammo un’altra più notabile ancora, e della

cui acqua ben bene ci empimmo. Fummo poi curiosi di salire quelle

montagne per vedere d’onde questa cataratta prendesse la sua origine;

ma quando fummo giunti alla cima, trovammo con nostra sorpresa una

prateria magnifica, alla estremità della quale era un’altra cascata

proveniente da una montagna più alta. Io credo che tutte queste

cascate sieno prodotte dallo scioglimento delle nevi, che vedevamo

coprire i monti più lontani, e le cui cime ignude formavano il fondo

del quadro. Questa ultima cascata precipitavasi giù di una piccola

montagna, ornata su tre de’ suoi fianchi di un bosco di betulle, che

sorgeva in anfiteatro, e stando alla sua regolarità sarebbesi detto

piantato da mano industriosa. A piccola distanza da questa cascata, la

cui presenza animava que’ luoghi, era una casetta di legno coperta di

zolle di verdura, ed abitata da una famiglia di Laponi stazionarii.

Io desiderava di visitarli; ma una delle nostre guide mi consigliò,

nè senza ragione, a non presentarmivi a dirittura da me, e a farmi

prima annunciare da qualcheduno, perchè quella famiglia sarebbe forse

rimasta spaventata alla vista di un forestiere sì diverso da essi per

la statura, e il vestito. Andò dunque egli stesso a quella casa; ma non

vi trovò nessuno: la famiglia era ita a qualche spedizione di pesca, o

tra le montagne a curare le renne. Gli architetti delle case di codeste

coste sembrano stati alla scuola di quello che edificò la chiesa di

Massi, quantunque codesti tugurii non possano stare in proporzione

rispetto a quella chiesa, che in quanto le case nostre vogliansi

mettere in proporzione colle nostre cattedrali: non so dire se ci

contenessimo ne’ termini di civile discrezione in quella visita; quello

ch’è vero, si è, che non vi fu nè angolo, nè buco, in cui non volessimo

mettere il naso, ponendo le mani fino nelle saccoccie di quella gente,

giacchè i Laponi sono sì beati, che non hanno bisogno nè di chiavi,

nè di serrature. Non vi trovammo alcun oggetto di lusso, se per

avventura non fosse tale una scatola di resina, che cola da una specie

di un abete proprio di quelle contrade, e che forse più che a senso

di piacere essi usano a medicatura di ferite. Ritornammo non senza

fatica al nostro battello dando un eterno addio a sì vago e piacente

luogo, che non avremmo riveduto più, e che non invidia i luoghi più

pittoreschi della Svizzera.

Perfetta calma regnava sul mare, e la violenza del caldo opprimeva

tutti i remiganti nostri, che non potevano adoperare i remi senza

disfarsi in sudore. Per dar loro un po’ di riposo, e nel tempo stesso

soddisfare alla nostra curiosità, andammo a ricercare tutti i Laponi

stabiliti sulla costa, e i quali viveano generalmente alla distanza

di otto, o dodici miglia l’una famiglia dall’altra. In tutte le

loro abitazioni regnava l’abbondanza e la contentezza: ogni Lapone

è possidente all’intorno della sua abitazione di un terreno, che ha

un circuito di otto miglia: tutti hanno vacche, dalle quali traggono

un latte eccellente, ed hanno prati, che loro danno fieno pe’ loro

bestiami l’inverno. Ciascuno ha poi provvigione di pesce secco, non

solamente per proprio uso, ma ancora per barattarlo in oggetti di

lusso, cioè in sale, in farina, in avena, e in qualche panno. Le

loro case sono costrutte in forma di tende, ed hanno un’apertura in

alto per ricevere la luce, e dar passo nel tempo stesso al fumo. Il

fuoco sta nel centro della camera; ed essi vi dormono attorno gli uni

presso gli altri. In inverno, oltre il calore del fuoco, godono anche

di quello, che loro procurano le loro vacche, colle quali dividono

l’abitazione all’uso de’ montanari di Scozia, e degli abitanti delle

isole settentrionali. In estate le porte delle loro case stanno sempre

aperte; e quantunque in tale stagione non vi sia notte, essi sono

accostumati a dormire alla medesima ora che gli altri Europei. Soventi

volte siamo entrati ne’ loro abituri a un’ora, o due della mattina, se

è permesso così esprimersi, parlando della stagione attuale, e sempre

abbiamo trovata la famiglia a letto, e dormiente, senza che la presenza

nostra, e la nostra conversazione turbasse per un buon quarto d’ora

la dolcezza del loro riposo. Essi dormono in quella placida sicurezza

che ispira il non avere a temer nulla. Le sole cagioni de’ loro timori

sarebbero gli orsi, e i lupi; ma tali bestie non vanno mai verso le

abitazioni de’ Laponi che hanno fissa dimora: bensì vanno dietro le

traccie de’ Laponi nomadi, e delle loro greggie, così cercando di

provvedere ai loro bisogni: d’altra parte niun animale velenoso chiama

in queste aspre contrade la vigilanza dell’uomo, affine di preservarsi

da ogni pericolo.

Il governo non ha nulla a fare per amministrar la giustizia; e questo

popolo, il quale non ha di che piatire co’ suoi vicini, non ha bisogno

di una protezione, che gli riuscirebbe più onerosa che utile. Alcune

orde di abitanti dispersi per una immensa estensione di terra hanno

poche ragioni per darsi scambievoli assalti: l’eguaglianza di stato

tra loro, il silenzio ordinario delle loro passioni, e la dolcezza del

loro carattere, impediscono e l’occasione d’ingiurie, e i risentimenti,

ch’esse alimentano. Vero è che i Laponi sono senza difesa; ma i rigori

del loro clima, e più ancora la estrema loro povertà li rendono sicuri

sul timore di una invasione. Vivono dunque senza protezione, e non

hanno mai piegato servilmente il ginocchio d’innanzi ad un padrone.

Nè è poi certamente in queste regioni boreali, che vengasi a cercare

i tristi esempi delle tirannidi, de’ quali è piena la storia; o

delle fallacie, e degli spergiuri, sì frequenti tra le nazioni che si

vantano di civiltà, e che a malgrado dell’orgoglio, che loro ispirano

i vantaggi che dalla civiltà ritraggono, non mancano di commettere atti

di barbarie ripugnanti ad ogni credenza.

In una delle famiglie visitate da noi fummo testimonii di una scena

veramente toccante; e servì a convincerci che la sincera e viva

cordialità non è estranea a queste latitudini gelate. Noi entrammo

a tre ore dopo mezza notte in una casupola, ov’erano il marito, sua

madre, una moglie giovine, e due piccoli ragazzi. Dormivano tutti, e

noi aspettammo qualche tempo, onde potessero agiatamente svegliarsi.

Aveano tutti il medesimo letto, cioè a dire il suolo coperto di

frasche e foglie della odorosa betulla: le loro coperte erano pelli

di renne. Dormivano alla maniera de’ Laponi vicini al mare: intendo

dire vestiti de’ loro abiti, che erano larghissimi da ogni parte, e

non nocivi per alcun modo alla circolazione del sangue. La giovine

donna fu la prima a svegliarsi; e gettando gli occhi sopra uno de’

nostri battellanti, che riconobbe, gli testificò il suo piacer di

rivederlo, ed entrò in discorso con esso lui nella lingua lapona. Poco

dopo svegliaronsi e il marito di essa, e la suocera; ma i ragazzi

continuarono a dormire profondamente. La vecchia vedendo il Lapone

diede tosto in un pianto dirotto; la nuora ne seguì l’esempio; e così

fece il nostro battellante: poco stemmo a piangere anche noi, ma per

una di quelle simpatie, che hanno per interprete il cuore, e non le

labbra; quando entrato in casa il nostro interprete, e trovandoci

piagnenti, ci domandò in finlandese la cagione della nostr’afflizione.

Noi non potevamo dargliene alcuna; ma non così era della vecchia. Essa

avea veduto quel battellante l’anno precedente; e allora essa godeva

buona salute; ma da quel tempo in poi era stata colpita da apoplesia,

che le avea tolto l’uso della favella. Dopo alcuni momenti dati a

questa generale commozione, e quando ciascuno fu rimesso in calma, noi

domandammo un po’ di latte, e di formaggio di renna: immantinente la

reggitrice della casa uscì, e ci condusse alla dispensa, la quale era

un piccol casotto di legno, piantato sopra alcuni piuoli ad una certa

distanza da terra, perchè le provvisioni ivi tenute non rimanessero

alterate dalla umidità della neve in inverno; e fummo sbalorditi

veggendo la quantità delle cose, che quella brava reggitrice teneva

nella piccola dispensa. Ivi era molto pesce secco, e carne di renna

secca anch’essa; e formaggio, e lingue di renne, e farina di avena;

poi pelli di renne, pelliccie, ed abiti di lana, ed altre cose. Tutto

annunciava uno stato agiato, ed anche ricchezza; e ciò che merita

d’essere particolarmente osservato si è, che quella buona donna ci

offrì tutto quello, di che avessimo bisogno nella più pulita e cordiale

maniera, e senza mostrare che neppure per ombra pensasse a quanto

potessimo noi darle in ricambio. Ben lontana da questo essa persistette

a ricusare il denaro che le offrimmo per le cose da noi accettate. Io

ho veduto pochi paesi, in cui gli uomini vivano in sì grande agiatezza,

e in tanta beata semplicità, come sulle coste marittime della Laponia.

Le loro casupole sono scure ed anguste: non hanno lettiere, non sedie,

non tavola: assidonsi per terra; e in terra dormono sopra foglie di

betulla. Ma che serve? essi in casa non mancano di alcuna cosa, che sia

loro necessaria; e ciò loro basta. Quanto alla situazione, le loro case

godono di un aspetto ridente, essendo per la più parte poste sulla riva

del mare, fabbricate ora a’ piedi, ed ora a’ fianchi delle montagne, e

sempre presso a luoghi, in cui la mano benefica della natura ha posto

grassi pascoli, e fecondissimi, senza bisogno che alcuno li coltivi; ed

è per certo sopra ogni cosa avventurosissima sorte, che possano dire

qualmente il suolo che calcano co’ piedi, e la terra che provvede ai

loro bisogni, sono veramente roba loro, senza temere che un despota

venga a turbarli nel loro possesso. I soli nemici che abbiano da temere

sono alcuni mercanti, i quali vengono a stabilirsi sulle loro coste,

e la cui avarizia e cupidità abusano di loro innocenza, e della loro

inclinazione, per vender loro ad un prezzo eccessivo i liquori forti,

ed altre cose, delle quali abbisognino.

Noi lasciammo quella casa per continuare la nostra navigazione. Ma

fatte appena cinque, o sei miglia, la violenza del vento ci sforzò a

ritornare a terra. Approfittammo adunque di questa nuova circostanza

per fare una corsa nell’interno del paese, e cercare qualche oggetto

capace di fissare la nostr’attenzione, come sarebbe stato l’incontro

di Laponi nomadi colle loro greggie, e le loro tende. Facemmo da sette

in otto miglia a piedi, e trovammo qua e là tra quelle montagne siti

deliziosi, fresche vallate cinte da montagne coperte di betulle, e

d’altri alberi. In mezzo alle nostre fatiche gustammo il piacere di

riposarci all’ombra sulla riva di limpidi ruscelli, che serpeggiano

per quelle vallate. In fine trovammo una tenda di montanari, ove la

nostra curiosità trovò materia, su cui esercitarsi. Questa tenda avea

forma conica, in ciò dissimile da quella che per ordinario hanno le

altre tende. Ficcano in terra parecchi pali, o grossi rami d’albero

tagliati di fresco, e li raffermano sopra un largo cerchio fatto a

terra, e a que’ pali, o rami, danno in alto una direzione diagonale

in maniera che s’incontrano insieme nella loro estremità superiore.

Foderano poi l’ossatura nel suo contorno di parecchie pezze di stoffa

cucite le une colle altre. Il diametro di quella, in cui noi entrammo,

avea alla sua base circa otto piedi: in mezzo era il fuoco, e presso

questo era assisa la donna del padrone della tenda, suo figlio,

ancor fanciullo, e alcuni cani poco ospitali, poichè non cessarono

mai di abbajare finchè noi ci fermammo ivi. Presso la tenda era una

catapecchia composta di cinque o sei pali obbliquamente disposti in

modo che s’incrociavano alla cima, ove poi erano legati insieme tutti,

e coperti, come la tenda, di pelli, e di pezze di stoffa. Sotto questa

catapecchia que’ Laponi custodiscono le loro provvisioni; e quelle

ch’erano ivi, consistevano in formaggio, in una piccola quantità di

latte di renne, e in pesce secco. Più lungi una cattiva palizzata fatta

in fretta serviva di parco alle renne quando le radunano per mungerle.

Quegli animali non erano ancora ritornati allorchè noi arrivammo; e

stavano pascolando alla montagna, d’onde non doveano ritornare che

alla fine del giorno. Come noi non ci sentivamo in gambe per andare

a trovarle con pericolo di perderci per le strette de’ monti, giacchè

la troppa uniformità poteva ingannarci, pensammo far meglio offrendo

a que’ Laponi un poco d’acquavite perchè coi loro cani andassero a

trovar le renne, ed a condurle al loro domicilio, o ad altro luogo

che riuscisse a noi vicino. Appena que’ Laponi ebbero assaggiata

l’acquavite, che loro data avevamo come pegno di maggior ricompensa,

sentimmo l’abbajare de’ cani eccheggiare per le montagne; e i Laponi ci

dissero quello essere il segnale dell’arrivo delle renne. Infatti un

istante appresso vedemmo comparire e discendere dalle alture trecento

renne per guadagnar le vallate, la cui erba fresca prometteva ad esse

miglior pascolo. Noi insistemmo perchè le facessero entrare nel recinto

della palizzata, onde osservare i loro andamenti, e gustare del loro

latte munto al momento. Tutto si fece secondo il desiderio nostro; ma

non era senza difficoltà, perchè quegli animali non avvezzi ad essere

chiusi tanto presto resistettero per qualche tempo. Ma e gli uomini,

e i cani la vinsero. Avemmo dunque tutto l’agio, posciachè le renne

furono pel chiuso, di vedere quegli utili animali, che i primi nomadi

estranei ad ogni civiltà seppero addomesticare e sottomettere. — Que’

poveri animali erano magri magri: aveano un’aria di tristezza e di

patimento: il loro pelo era basso, e il respiro, come lo mandavano

fuori affannoso, dimostrava abbastanza, che una stagione sì calda

gl’incomodava. La loro pelle inoltre qua e là era ulcerata per le

morsicature di una specie di tafano, il quale cerca per tal maniera

di aprirsi un luogo, in cui deporre le uova, con doppio tormento delle

renne, sì per le piaghe che vi aprono sulle varie parti del corpo, sì

pel rodimento che vi cagionano gl’insetti a mano a mano che in figura

di vermi sbucciano da quelle uova. Io presi parecchi di quegli insetti,

e molte di quelle uova colla intenzione di regalarne i miei amici

entomologisti, che si dilettano di far raccolta di tali cose. In quanto

al latte che assaporammo, era assai lontano da quello che le renne

danno in inverno. In estate esso contrae un certo gusto di selvaticume

e di forte, che si avvicina al rancido.

Ma le nostre guide ci avvertirono essere tempo di ridurci al battello,

e di approfittare di un venticello fresco, che s’era alzato, e ch’era

propizio alla nostr’andata. Prendemmo dunque congedo dai nostri

Laponi, i quali ci testificarono il loro dispiacere per la sì presta

nostra partenza, gittando uno sguardo di tutto cuore sul barilotto di

acquavite che ci accompagnava.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 25 / 40 题