CAPO XIV.

_Isolamento di Kantokeino. Ragione del confine apparentemente

irragionevole. Musica lapona. Maestro di scuola: sue imprese,

e sua singolare incombenza. Notizie statistiche su questa

parrocchia, e stato economico de’ suoi abitanti. Partenza,

e cordiali addii delle donne del villaggio. Il bel fiume

dell’Alten. Cataratta magnifica. Rapidità singolare della

corrente. Chiesa pigmea. Montagne. Guerra colle zenzale. Incontro

di un pescatore di sermoni. Laberinto. Arrivo ad Alten._

Fino all’epoca, in cui mettemmo piede in Kantokeino, questo villaggio

era stato considerato come un’isola inaccessibile in questa stagione

dell’anno ad ogni viaggiatore. Il paese che lo circonda, viene dai

geografi danesi descritto come pieno di aspre montagne, separate le

une dalle altre da paludi impraticabili. E la sicurezza, in cui questa

opinione poneva gli abitanti, veniva ad essere stata turbata, siccome

ho detto, dalla esplosione delle nostre armi da fuoco. Non sapevano a

che attribuire quel rimbombo, ed erano ben lontani dal pensare di poter

avere una visita di alcuni stranieri curiosi.

Kantokeino è un villaggio di quattro famiglie, e di un ministro del

culto che serve la chiesa. Il villaggio fu compreso nei domini del re

di Danimarca nella linea di demarcazione stabilita, e riconosciuta da

questo monarca, e da quello di Svezia. Osservando la carta non si sa

comprendere come sia stato preso qui il confine, in luogo di seguire

le creste delle montagne, separazione più naturale tra il mezzodì, e

il settentrione, quando diversamente si è fatto voltare il territorio

danese verso il mezzodì con un angolo verso la Laponia, che dovrebbe

appartenere alla Svezia. Cercammo la ragione di un fatto contrario,

per ciò che apparisce, alla ragione ed alla giustizia; e ci fu detto,

che il commissario svedese si era lasciato corrompere dall’oro della

Danimarca, quell’uomo dipingendoci come perduto tra le donne e il vino.

Il mio colonnello svedese non mancò da buon patriota di rimaner colpito

da tanto tradimento dell’interesse del suo paese; e facemmo insieme

cento considerazioni, non solo sui differenti mezzi che la malizia

umana può condurre gli uomini a corrompere, e a lasciarsi corrompere;

ma eziandio sulla sottigliezza, e sui secondi fini, che i diplomatici

possono avere nelle transazioni politiche. Fatto è intanto che tutti

que’ discorsi, e tutte le nostre investigazioni, e deduzioni reggevansi

sopra un falso supposto. La vera ragione di quella eccentrica linea di

demarcazione era cosa tutta naturale, e conforme al trattato del 1751

concluso tra le Corti di Stockholm, e di Copenaghen, nel qual trattato

restò convenuto che i confini tra i due Stati sarebbero fissati dalla

sorgente de’ fiumi: cioè, che tutta la estensione de’ paesi percorsi

dai fiumi scendenti all’Oceano-glaciale sarebbe della Danimarca, e

della Svezia quelli, i cui fiumi cadessero nel golfo della Botnia.

Un anno incirca dopo il mio viaggio in Laponia conobbi a Drontheim,

capitale della Norvegia settentrionale, il commissario danese, ch’era

stato impiegato in quell’affare, uffizial bravo, ed uomo per ogni verso

rispettabile, il quale mi diede conto del vero motivo della cosa, e

rise della favola, che ne correva.

I miei leggitori s’immagineranno facilmente che io ho assai poche cose

da dire di Kantokeino. Debbo dire però, che tra i suoi pochi abitanti

uno ve n’era, il quale qualificavasi col titolo di maestro di scuola:

denominazione che mi fece concepire un’alta idea de’ Kantokeinieni;

e m’aspettava di trovare un simulacro di curato, simile a quello di

Muonionisca. Codesto personaggio, dissi tra me, verrà indubitatamente

a gustare la nostr’acquavite, e ci parlerà un poco di latino misto a

qualche parola lapona. Ma non ci era riserbata sì bella sorte. Il vero

pastore era assente, andato in Norvegia a trovare i suoi parenti; e per

ordinario i ministri e i missionarii durante l’estate non rimangonsi

in Laponia: cosa che nella circostanza a noi fu giovevole, perchè

trovammo vuota la sua abitazione, la quale però non consisteva che in

una camera; e d’essa approfittammo. Ivi adunque riposammo rifacendoci

delle fatiche sofferte; e ci trovammo poi meglio disposti a visitare

il villaggio, ove vedemmo tutta la potenza delle leggi emanate dalla

Danimarca.

Il nostro primo pensiero fu quello di pagare le nostre guide. Ma prima

di licenziarle volemmo assicurarci da noi medesimi de’ loro talenti in

un altro genere di cognizioni, distinto da quello, in cui ci aveano

comprovata la loro industria. Noi desiderammo di udirli cantare; e

così prender notizia della musica lapona. Per ottener questo feci

giuocare denaro ed acquavite, senza alcun costrutto: perciocchè que’

miserabili non seppero infine far altro che qualche urlo spaventoso,

a segno che mi vidi obbligato a turarmi ben bene le orecchie. Laonde

dovetti infine persuadermi che i Laponi erranti non hanno veruna idea

della minima armonia; e che sono assolutamente incapaci di un piacere

che la natura, per quanto ho potuto apprendere, non ha negato a nessuna

orda, o nazione. La musica pratica sembra essere affatto sbandita

in queste contrade isolate e deserte. In esse non v’è altra musica,

che quella, la quale gli uccelli fanno sentire ne’ boschi; quella

de’ ruscelli scorrenti sui loro letti ghiajosi; quella de’ venti che

fischiano attraversando le folte foreste; quella infine delle acque di

tanti fiumi, che precipitansi giù per le frequenti cataratte. Ho però

voluto tener conto di quegli urli, che ho accennati. Poche sono le note

da me registrate; più poche di quelle ch’essi urlando espressero; ma

queste non erano altra cosa che una precisa ripetizione delle prime.

Non mancai nemmeno di cercar ragione di certe parole, che articolavano

in que’ loro suoni, domandandone il significato al nostro interprete,

e sperando di udire che si trattasse di qualche tratto di un inno

nazionale, o di cosa simile; ma quelle parole che gridavano, anzichè

esprimere, non erano che una monotona e sciocca ripetizione delle

stesse idee sulle quali ritornavano in maniera insopportabile. P. e.:

_buon viaggio, miei buoni signori, signori, signori, signori, signori:

buon viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, miei buoni signori,

signori: un buon viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, etc._,

così tirando innanzi fin che avessero fiato; e quando il fiato era

mancato la canzone rimaneva finita.

Ho detto dei musici laponi: debbo dire del maestro di scuola lapone.

Il titolo, quando lo intesi la prima volta, mi fece senso, considerando

che si era in un paese enormemente lontano da ogni fonte d’istruzione;

e se non altro per la singolarità del caso, colui che se ne

qualificava, avea ragione di andarne superbo. Ed infatti n’era invanito

come un cortigiano che nei nostri paesi arrivi ad avere un cordone, od

una tracolla rossa o turchina. Ad osservarlo, gli si vedea in faccia

l’uomo glorioso e beato. Ma costui non era in sostanza nè di persona,

nè di maniere più che un vero lapone, come tutti quanti quelli, in

mezzo ai quali viveva; se non che per un difetto di conformazione egli

avea qualche cosa in proprio, per cui nel camminare faceva ridere;

e questa qualche cosa era il tenere i piedi costantemente rivolti di

fuori nella maniera che i nostri maestri di ballo chiamano di prima

posizione.

Quest’uomo, stato qualche tempo in Norvegia, avea imparata la lingua

danese, o più veramente il gergo che si parla in Norvegia; e questo era

stato il gran capitale, che gli avea fruttato l’impiego più singolare

che io m’abbia mai avuta occasione di osservare in alcun paese del

mondo. Il ministro della parrocchia non sapendo una parola della

lingua lapona non poteva comunicare i suoi pensieri al suo uditorio;

e intanto voleva, o per dir meglio, doveva predicare. Per rimediare

all’inconveniente, ecco il partito che si prese. Il maestro di scuola

si metteva sotto la cattedra; e quando il ministro avea recitato un

periodo del suo sermone, si fermava; e il maestro di scuola lo ripeteva

a tutta l’adunanza in lingua lapona. Immaginate l’effetto che dovea

produrre su que’ popolani la così interrotta e mutilata eloquenza del

pastore; e confesso che avrei pagato qualche bella cosa per trovarmi

testimonio di questa scena. Siccome poi il predicatore non sapeva una

parola di lapone, e perciò non intendeva cosa il maestro di scuola

gli facesse dire a quella povera gente, l’assurdità della scena

evidentemente cresceva; e per certo voleavi in quel pastore la più gran

buona fede del mondo per lusingarsi, che la sua predicazione facesse

frutto.

Del resto importa assai al governo danese che la lingua sua si

estenda possibilmente in tutte codeste contrade; e per questo esso ha

stabilito in Kantokeino un maestro di scuola, che insegni il danese

nelle vicinanze, ed istruisca tutti quelli, che possa tirare a sè. Ma

non pareva che quel maestro avesse molto approfittato nella sua dimora

in Norvegia, almeno per ciò che riguarda il buon gusto, perciocchè

volendo prender moglie avea fatta una scelta, da cui Iddio guardi ogni

fedel cristiano. La moglie di costui era una donna non alta più di

tre piedi e mezzo, e la più sporca e brutta che potesse mai vedersi di

là del circolo artico. Però ci parve che in ricambio il marito avesse

acquistato in Norvegia l’arte astuta della persuasione; e che sapesse

molto innanzi in fatto di galanteria; perciocchè s’avea acquistato il

cuore di una giovinetta della parrocchia, la quale poco tempo dopo si

trovò in uno stato, da cui la indiscrezione scoprì quanto il maestro di

scuola fosse stato capace d’insegnarle. Questo fatto mise in un brutto

imbroglio il pubblico funzionario tanto rispetto alla ragazza, quanto

rispetto alla moglie, la quale era ben lontana dal doverlo tassare

d’infedeltà. La cosa però finì bene, perchè la creatura nata morì

dopo pochi giorni di vita; e la moglie del maestro di scuola prese più

vanità dai favori che suo marito avea ottenuti, di quello che rimanesse

mortificata dalla prova che le era stato infedele.

Prima di abbandonare Kantokeino è giusto esporre alquante osservazioni

di statistica, e di geografia riguardanti il paese. In tutto il

distretto della parrocchia, che si estende per circa 200 miglia in

lunghezza sopra 66 di larghezza, non vi sono che due luoghi occupati da

stabilimenti di Laponi, i quali tutti insieme non contano più di dodici

fuochi: gli altri abitanti sono tutti della classe de’ pastori erranti;

e per questa ragione non si può additare il numero degl’individui. I

Laponi erranti durante l’inverno abitano paesi montuosi; e vanno colle

loro tende, e colle loro renne da un luogo all’altro. In estate poi si

volgono alle coste, onde avere più facile la pescagione. Ne’ contorni

di Kantokeino trovansi alcune belle praterie, e terre coltivabili,

che danno orzo e segala, quanto per sei mesi possono gli abitanti

consumarne. Qui non si hanno cavalli; e chi vuol viaggiare deve far

uso delle sue gambe, o andare per acqua in battello, se è estate: in

inverno si va colle slitte tirate dalle renne. Il fieno che si taglia

serve per le vacche: le granaglie che si raccolgono, vengono messe

in farina, poichè la farina è diventata un articolo di sussistenza sì

necessario agli abitanti, che chi non ne ha per tutto l’anno è stimato

poverissimo. Ma i Kantokeinieni si ajutano anche più colla pescagione,

e cacciagione; ed un popolo avvezzo a tutte le vicende di una vita

errante, preferisce alle laboriose occupazioni dell’agricoltore questi

mezzi, comunque incerti, onde provvedere a’ suoi bisogni. Il pesce

che per loro è superfluo, lo cambiano in granaglia; e così fanno delle

pelli d’orso, e d’altri animali. Bisogna però dire, che qui i fiumi,

e i laghi sono tanto abbondanti di pesce, che vi si può fare sopra i

conti con tutta sicurezza. Così un Lapone guadagna più sopra una pelle

d’orso, che sul raccolto che potesse dargli un mezzo acro di terreno

coltivato.

La maniera di dar la caccia all’orso in Laponia è la stessa che si usa

in Finlandia; ma la caccia della renna selvatica esige sì violenta

fatica, che non vi vuole che un Lapone per sostenerla. La renna

selvatica non vive in compagnia, ama di star sola in mezzo de’ boschi

e nelle montagne; ed ha un incredibile istinto per guardarsi da ogni

pericolo. Quando un Lapone la scopre, e lo fa alla distanza di un

mezzo miglio, fa un giro sotto vento, e va insensibilmente guadagnando

terreno, a forza di strascinarsi a quattro piedi, ed anche sul ventre,

finchè possa giungere a tiro di fucile. Un Lapone mi ha assicurato

d’essersi così strascinato attraverso del musco, e de’ cespugli per

cinque miglia per giungere a luogo più conveniente, onde prendere di

mira la sua preda.

Ogni anno in febbrajo si fa una fiera in Kantokeino, alla quale

accorrono i Laponi del vicinato, e i mercatanti di Tornea. Questi

prendono pelli di renne, di volpi, d’orsi, di lupi, e guanti e

stivaletti; e danno invece flanelle comuni, acquavite, tabacco, farina

e sale.

Gli abitanti hanno delle vacche, le quali somministrano loro del

latte; ed hanno montoni, della cui lana si giovano pei loro bisogni.

Quando per nudrire le vacche non hanno fieno sufficiente, raccolgono

il musco, di cui le renne si nudrono; e la necessità fa che le vacche

se ne contentino. Pe’ montoni v’ha sulle montagne una specie di musco,

ch’essi mangiano volentieri; e come codesti animali non sono un oggetto

di cambio, vengono generalmente venduti per poca cosa: per modo che

noi, comprandone per nostro uso, non li pagammo più di 18 soldi l’uno.

Il popolo di questa contrada non è senza cognizione dell’uso della

moneta; nè può dirsi senza passione di averne: di che ci fu prova,

quando ci disponemmo a partire, l’esserci stato domandato un piccolo

scudo al giorno per ognuno degli uomini, che dovevano accompagnarci;

somma enorme per quel paese, e considerabile per noi, che avevamo

bisogno di cinque persone. E quando il nostro interprete volle dire

che tale pretensione era stravagantissima, seppero rispondere che

nella stagione andando alla pesca avrebbero guadagnato di più. Nè

mancarono certamente di calcolare, che siccome ben di raro si veggono

viaggiatori in quelle contrade, se ne capitano alcuni fuori di fiera, e

senza straordinaria evidentissima ragione, si deve credere che abbiano

molto denaro, o che sieno mandati dal governo per esaminare il paese; e

conseguentemente che sieno ben pagati dal re. In quanto poi a noi non

avevamo altri del cui servigio giovarci. Ci acconciammo dunque a que’

patti.

Il dì 9 di luglio fu quello della nostra partenza da Kantokeino. Il

tempo era bello: il termometro di _Celsius_ segnava all’ombra 25 gradi,

e 40 esposto al sole: messo nell’acqua si abbassava ai 19. Le donne

del villaggio vennero ad accompagnare i loro mariti sino al fiume;

e ci diedero con molta cordialità il buon viaggio. Il viaggio che

intraprendevamo era lungo e penoso; e nissuno delle nostre genti lo

avea fatto mai in estate. Eravamo nove persone in tutto; ed avevamo

due battelli. La nostra partenza privò il villaggio di due terzi

della sua popolazione; e lasciò in vedovanza per qualche tempo i

cinque ottavi delle donne maritate. Queste donne ci seguirono cogli

occhi finchè una svolta del fiume tolse alla loro vista la nostra

flottiglia. E quella sì lercia, e sì piccola moglie del maestro di

scuola non fu la meno cordiale ad attestarci l’interessamento sentito

per noi, e il rincrescimento suo in separarsi da’ suoi amici, e da’

suoi ospiti. _Addio, buon popolo! Addio, buona gente!_ queste furono le

ultime parole che noi udimmo fino alla distanza, in cui esse poterono

giungerci.

Era il fiume Alten quello che prendevamo a navigare; e ci parve uno

de’ più belli, che fino allora avessimo veduto. Esso è formato nel suo

principio da una successione di laghi, differenti per estensione, e per

figura, con isolette varie, ornate di bei gruppi di betulle: onde lungi

dall’avere un aspetto aspro, e selvaggio, il paese potrebbe piacere

anche in un clima temperato. L’acqua poi era chiara come un cristallo,

e le sponde coperte di una sabbia finissima.

Io debbo qui dire come, quantunque fossimo sempre durante questo

viaggio sull’acqua, noi eravamo tormentati da una sete continua.

L’acquavite ce la faceva crescere, e quella de’ laghi, e de’ fiumi,

essendo troppo esposta all’azione continua del sole, ci nauseava. Ma

se trovavamo una fontana ombreggiata da alberi, od uscente da qualche

secreto sbocco di monte, oh! allora che delizia! Ne trovammo alcune di

queste fontane, la cui temperatura non andava oltre i quattro, o cinque

gradi; facevamo gozzoviglia da epicureo.

Proseguendo il viaggio incontrammo una doppia cateratta in un sito ove

le acque dell’Alten si uniscono tutte in un canale, che vien chiuso da

un masso enorme di rupi. Ivi la velocità, colla quale la corrente si

precipita, produce nel letto inferiore una tale agitazione, che vi si

alza una nube di vapori, in cui la luce del sole rifrangendo forma il

più maestoso arco baleno, che possa vedersi. Ma ivi non può passarsi

per la lunghezza di un miglio: onde dovemmo strascinare per terra i

nostri battelli fino al sito, in cui il fiume era praticabile. I Laponi

che ci guidavano, aveano sul lembo della cascata stabilito un magazzino

di pesci che facevano seccare al sole. Noi, dopo avere ammirato le

selvaggie bellezze della cascata, accendemmo sulla riva un fuoco per

preparare di que’ pesci, lessandone alcuni, ed altri arrostendone.

Mangiato poi che avemmo ci rimettemmo ancora in viaggio, ed a misura

che procedevamo, sempre più ci colpiva la magnificenza di quella

cataratta; e i numerosi suoi accidenti spiegavano ognora più a’ nostri

sguardi l’ammirabile loro maestà. Noi cedemmo al piacere di disegnarla.

Ma cosa è il disegno in confronto della realtà?

Noi prendemmo il cammino sopra un braccio del fiume, la cui corrente

avea una tale rapidità, che al dire de’ nostri Laponi in un quarto

d’ora facemmo circa otto miglia; e per provarci il fatto c’invitarono

a tener l’occhio ai nostri orologi; e la prova ci mostrò che avevamo

impiegati 20 minuti per fare un miglio di Norvegia, il quale appunto

equivale ad otto de’ nostri. I nostri condottieri aveano allora bisogno

di qualche riposo; e noi smontammo, ed alzammo le nostre tende presso

la piccola chiesa di Massi alla dritta dell’Alten. Ivi accendemmo varii

fuochi per difenderci da quegli eterni inimici, che trovavamo pronti da

per tutto a succhiarci sino all’ultima stilla il nostro sangue. Intanto

innanzi di riposare i nostri Laponi ci domandarono la permissione di

andare a gittar la rete nel fiume, ove furono accompagnati dal nostro

interprete. Un quarto d’ora dopo ritornarono con più di 200 pesci di

diverse sorti, e grandezza; ed alcuni erano lunghi più di un piede. Se

ne preparò una parte per nostro pasto: gli altri furono sventrati, e

attaccati agli alberi perchè si seccassero.

La mattina seguente prima di rimetterci in viaggio andammo a visitare

la chiesa di Massi, situata in mezzo a boschi, e macchie a circa 300

passi dal fiume. Se non avessimo ancora veduto Laponi, vedendo questa

chiesa avremmo dovuto concludere che i Laponi sono uomini pigmei; ma

come avevamo già veduto che i Laponi non sono pigmei, osservando la

singolare picciolezza delle dimensioni, nelle quali questa chiesa

è fabbricata, io mi sentii obbligato in coscienza a credere che si

fosse qui fabbricato il modello della chiesa, anzi che la chiesa.

Immaginatevi ch’essa ha una porta non alta più di tre piedi, un

tetto alto ai fianchi sei piedi; e che l’edifizio totale, compreso il

vestibolo, la nave, e la sacristia, non eccede in lunghezza 120, o 130

piedi, e i 12 in larghezza. Più che penso a questa chiesa pigmea, e più

mi perdo in mille fantasie, che non mi so spiegare. Che siasi voluto

fare la satira delle colossali chiese che si ammirano in tutti gli

altri paesi? Ma nè i Laponi s’imbarazzano a far satire sui paesi che

non conoscono; nè sono stati sicuramente i Laponi, che hanno disegnata,

e fabbricata questa chiesa pigmea.

Avevamo navigato per venti miglia quando c’incontrammo in due Laponi

di Kantokeino, venuti a cercar migliore pescagione. Nel sito, in

cui eravamo giunti, dovevamo smontar di battello, e metterci a

sgambettare sulla grande catena delle montagne, tra le quali l’Alten

va serpeggiando, e ripiegandosi in mille giri. Esso presenta ivi

varie cataratte, le quali rendono la navigazione impraticabile. I

nostri cinque Laponi s’intesero con codesti due, onde si unissero loro

ajutandoli a portare le robe nostre; e messi a terra i battelli, e bene

assicurati ad alberi, ci ponemmo tutti a trottare per la montagna alla

sinistra dell’Alten, vicinissimi ad un fiumicello chiamato Koinosjoki,

il quale discende dal monte Kulli-tunduri. Questo fiumicello ha nel

suo corso una cascata singolarissima in quanto che s’apre il passo

attraverso di una rupe, che s’ha forata a modo di un ponte. Continuammo

a salire per quattro buone miglia attraverso di betulle nane, e di un

musco molto fitto: cosa che ci affaticava assai. Il cielo era coperto

di nubi; ed il calore soffocante. Sarebbe bastato questo per una

congrua penitenza della nostra temerità: ma, no signore: voleasi una

giunta peggiore. La temperatura, che correva, era favorevolissima per

le zenzale, che ad ogni nostro passo tra que’ cespugli, e quel musco

uscivano a sciami, e ci avviluppavano dalla testa sino ai piedi. Dopo

le quattro miglia, che ho dette, la montagna cominciò a comparire arida

e nuda: non più un albero, che potesse darci idea di distanze: tutto

il suolo era coperto di musco ordinario, salvo dove quell’immenso

tappeto veniva rotto da paludi, da bacini d’acqua, e da laghi, il

complesso delle quali cose rendeva il paese malinconico e tristo

oltre ogni dire. In quel deserto andavamo ogni momento a pericolo di

perderci, mancando d’ogni segno d’indicazione. Alla cima della montagna

attraversammo uno spazio di circa 15 miglia, ora smarriti tra le nubi,

ora inceppati nelle nevi, quantunque fossimo nel cuor dell’estate;

e là la temperatura era ben cambiata. Fortunatamente le zenzale non

aveano ivi ospitalità favorevole; e se non avessimo dovuto passare fra

cespugli, appena avremmo provato da que’ crudelissimi nemici qualche

assalto. Ma quelli, che sul principio del nostro salire la montagna

avevamo fatti alzare, ci accompagnavano fedelmente anche lassù; e ci

perseguitavano ancora in mezzo alla neve; nè aveamo mai un filo di

vento che ci soccorresse. Nel passare per que’ tremendi luoghi vedemmo

un lepre bianco, ed alcuni uccelli proprii di quelle alture, e ci venne

in pensiero di far uso delle nostre armi. Ma que’ nemici ostinati

c’impedivano anche questo piccol conforto per quanto stava in loro:

imperciocchè dovendo noi cavarci i guanti per caricare, prender la

mira, e toccare il punto, ci cadevano a migliaja sulla parte del corpo,

che dovevamo lasciar nuda. Noi eravamo disperati, non avendo alla

mano con che far fuoco, onde cacciare da noi quella peste. Andando in

traccia di qualche albero ci abbattemmo fortunatamente in una capanna,

che il più vecchio delle nostre guide ci disse essere stata eretta

da alcuni mercadanti per luogo di loro riposo, e per iscaldarvisi in

tempo d’inverno. Questa capanna non era più che un quadrato di otto,

o dieci piedi, tutta di legno, e con in cima un’apertura per l’uscita

del fumo. Noi facemmo chiudere quell’apertura per meglio conservare di

dentro il fumo; e v’entrammo poscia quando accesovi il fuoco, fu piena

di fumo tutta quanta. I malefici insetti allora furono obbligati ad

abbandonarci. Noi eravamo lì stretti come le sardelle nel barile; ma

così stretti, e così affumicati, non avendo per sedere, o giacerci che

la nuda terra, dico apertamente che mi pareva di stare assai meglio,

che in qualunque buona locanda d’Inghilterra, o di Francia. Primo

nostro pensiero, così ammonticchiati tutti l’uno sull’altro intorno

al fuoco, fu di prepararci la cena colla selvaggina procacciataci

cammin facendo; e tuttochè non cessassero gli occhi di sgocciolarci

pel fumo, andavamo lietissimi tracannando grossi bicchieri d’acquavite

alla distruzione dei nemici, che ci tenevano bloccati. Dopo avere ben

bevuto, e ben mangiato, e bevuto ancora, attortigliati insieme come

le biscie ci addormentammo. Il tempo intanto si era mutato; ed un

vento gagliardissimo erasi alzato, il quale minacciava di rovesciarci

addosso la capanna. Non era quella capanna molto forte; ma grande

consolazione era per noi il pensare che quel vento procelloso cacciava

al diavolo quelle zenzale pestifere; e ad ogni fischio del vento ci

dicevamo l’un l’altro: ecco i nostri nemici in piena rotta: l’assedio

è finito; ed essi sono a qualche miglio lontani; e così dicendo ci

addormentavamo placidissimamente di bel nuovo. Ma non era già vero che

i nostri nemici fossero andati via; e ben ne feci io trista prova. La

mattina corsi fuori della capanna senza guanti, senza velo, e senza

cappello, avido di respirare l’aria fresca; e mi fermai ad osservare

tranquillamente l’aspetto del paese, e volli anche fare un giro

all’intorno della capanna per assicurarmi da me se noi fossimo in fine

liberi dai nemici; quando eccoli uscire da una imboscata, e saltarmi

addosso a sciami senza misericordia, e coprirmi in ogni parte. Come io

mi dibattessi, come menassi e mani e piedi, lo lascio concepire a chi

può farsi una giusta idea del flagello, sotto cui mi trovava. Corsi

alla capanna, sperando nel fumo, che ivi avea lasciato; ma non ve n’era

più ombra. Pare che il demonio avesse suggerito a que’ tristi insetti

di accovacciarsi in tempo della procella nel di dietro di quella

catapecchia per difendersi dalla violenza del vento, col proposito di

ripigliare i loro assalti tosto che fosse ritornata la calma. Ed in

fatti appena ci rimettemmo in viaggio, li vedemmo assalirci in maggior

numero pur anche di prima.

Noi dovevamo fare ancora 40 miglia prima di arrivare al villaggio di

Alten. Il temporale durato tutta la notte non avea purgata l’atmosfera

a modo che il cielo fosse rimasto chiaro; e lo spazio che dovevamo

percorrere in quella giornata ci presentava una prospettiva quasi

trista al pari dell’antecedente. Qualche volta considerando la quantità

di neve che incontravamo, ci pareva di dover essere alti più che lo

fossimo stati sulle montagne passate dianzi; e il nostro domestico in

particolare non sapeva darsi pace vedendosi tanto vicino alle nubi,

e parendogli d’essere lì lì per montare in cielo. Una volta, avendo

voluto appressarsi ad una nube splendente di bei colori, tanto andò

oltre, che si smarrì; e per qualche tempo lasciò noi incerti di sua

sorte, poichè avendo sparati i nostri fucili per chiamarlo, tardò assai

tempo a farcisi vedere. In fine incominciammo a discendere, e giungemmo

come per incanto ad un paese ineffabilmente bello, e splendente, per

la prospettiva maestosa che ne presentavano i monti, per la superba

vegetazione, onde tutto era animato; e meraviglia, e contentezza

ispirava agli animi nostri la confortatrice stupenda forma colossale,

in che ogni cosa in quel nuovo mondo colpiva i nostri occhi. E crebbe

ben presto il nostro piacere, singolarmente rivedendo di nuovo l’Alten,

traente le sue acque fra ricchi prati, e con quella rapidità, che

avevamo già ammirata nel nostro passaggio da Kantokeino a Koinosjoki.

Da Kantokeino al bel luogo, ove allora ci trovavamo, spazio di 120

miglia, non avevamo incontrata mai altra faccia umana, che quelle dei

due Laponi aggiuntisi alla nostra brigata. Qui trovammo un pescatore

venutovi per cercar de’ sermoni. Avea costui seco la sua donna,

la quale quando sentì il calpestio nostro, fu così spaventata, che

incominciò a persuadere al marito di prender la fuga insieme con lei

per paura di rimaner preda di qualche bestia selvaggia, o di qualche

incognito mostro. Ciò che dimostra come sia cosa assai straordinaria

il trovare in que’ boschi deserti figure umane. Quando giugnemmo presso

que’ due la donna non era rinvenuta ancora dalla paura. Quella donnetta

era giovine; e il cangiamento che la paura avea portato nella sua

fisonomia, la rendeva anche più interessante. Forse la solitudine, in

cui eravamo, forse l’essere da tanto tempo privi del consorzio del bel

sesso, contribuivano a destare in noi que’ dolci sentimenti. Ma era in

lei anche qualche cosa, che poteva più direttamente contribuirvi: chè

quella cara donnetta non era indegna d’aver posto tra le bellezze del

Nord. Avea gli occhi neri, i tratti regolari, i capelli castagni......,

ed io non poteva levarle gli occhi d’addosso; nè altro oggetto fuori

di lei mi attraeva. Suo marito avea una buona provvigione di sermoni

eccellenti; ed avea anche un vaso, in cui cuocerli. Incominciò a

tagliarne due, o tre in sottilissime fette; le mise a bollire, e le

conciò con alcune erbe, con sale, e con un pugno di farina d’orzo, che

portava in un sacco; e di questa vivanda quel buon uomo ci regalò. Non

avevamo nè piatti, nè forchette, nè cucchiai: supplimmo con pezzetti di

scorza di betulla; e facemmo un desinare eccellente.

Il battello di quel Lapone ci fu di grande utilità per discendere pel

fiume, la cui corrente ci portò prestissimamente ad Alten, dopo tanta

fatica fatta per quaranta miglia di sì aspra montagna. Ma altra giunta

di fatica ci aspettava pur anco. Smontati del battello per entrare

in un bosco, ove i sentieri che vedevamo, indicavano abbastanza che

finalmente eravamo giunti in paese d’uomini, andavamo domandando

alle nostre guide ad ogn’istante che andavamo innanzi, ove fosse

Alten-Gaard; quante miglia avessimo fatte, e quante ci rimanessero da

fare. Costoro non ne sapevano più di noi; e finimmo col riconoscere che

ci eravamo intricati in un laberinto, sicchè dopo aver camminato un’ora

e più ci trovammo precisamente sul luogo, in cui avevamo posto i piedi

uscendo del battello. Ad onta però della fatica fatta, e di quella che

dovevamo fare ancora, non potemmo trattenerci dal ridere, prendendo la

cosa con filosofica disinvoltura; ma per non cadere di nuovo in errore,

ricorremmo al nostro compasso, indicando alle guide il punto, a cui

meglio doveano dirigersi. Ciò produsse buon effetto; ma ci rimanevano

otto miglia di strada; ed eravamo tutti non mediocremente stanchi. Ci

rifuggimmo in una casa, che per gran ventura trovammo; ed ivi prendemmo

riposo. All’indomani arrivammo alla abitazione di un mercante norvegio,

il quale è il solo, che con alcuni suoi uomini costituisca il popolo di

Alten-Gaard, tanto da noi desiderato.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 24 / 40 题