_Erba angelica. Arrivo al Pepojovaivi. Incontro di pescatori
laponi. Loro usi e sospetti sui viaggiatori. Cagioni di questi
sospetti. Quantità immensa di pesce nel Pepojovaivi, ed acque
adjacenti. Caccia su quel fiume. Altre particolarità sui Laponi
nomadi. Arrivo a Kantokeino._
Usciti di quel lago ripigliammo il cammino a piedi; ma intanto una
delle nostre guide avendo sulla riva del medesimo adocchiata una certa
pianta, corse a strapparla, e se la divorò con incredibile avidità.
Che pianta dunque era questa? Era un’angelica della miglior forza e
vivacità. Cresce essa appunto in codeste parti polari; ed è il più
eccellente antiscorbutico, che possa darsi. Mostrai a quell’uomo
piacere di gustarla; e la trovai di sì buon sapore, che ne divenni
avido quanto un lapone; e debbo dire ingenuamente che se mi sono
mantenuto sano in codeste parti, fin che mi vi sono trattenuto, lo
debbo all’angelica, di cui ho fatto uso continuo, potendo averne; ed
essa mi servì a temperare i tristi effetti dei troppo riscaldanti
e poco sani cibi, de’ quali la necessità ci obbligava a far uso,
com’erano il pesce o salato, o seccato al sole, la carne di renna di
tal modo seccata, il formaggio secco, il biscotto e l’acquavite. Prova
n’è, che il mio compagno, che non faceva uso di questa pianta benefica,
spesso provava dolori di stomaco, accompagnati da indigestioni.
Quantunque fosse mezza notte le zenzale non lasciavano di tormentarci.
L’aria era calma; e le zenzale moltiplicavansi attratte dall’odore
esalato da que’ sporchi Laponi; defatigavaci inoltre il musco assai
alto, e l’ingombro de’ cespugli. Facemmo tre miglia; e non avevamo
più forza di andar oltre. Fortunatamente trovammo la sponda del
fiume Pepojovaivi, ed alcuni pescatori sdrajati attorno ad un fuoco
con due ragazzi di circa 5, o 6 anni. Deliberammo di passar ivi la
notte accanto a loro, mentre essi facevano cuocere la loro cena. Ma
le zenzale ci perseguitarono a segno che non ci fu possibile aprir
bocca per mangiare, senza inghiottirne centinaja. L’aria era poco
agitata: il fumo saliva in lunga colonna perpendicolare; e non ci era
di verun soccorso. Dovevamo mangiando tenere i guanti, e prendere
tutte le precauzioni ad ogni boccone, per introdurlo sotto il velo
che ci copriva la testa, onde non fosse accompagnato da veruna di
quelle implacabili persecutrici. Ma quante e quante, ciò nondimeno ci
dovevamo aver sotto i denti! Per evitare possibilmente tanta noja niun
altro partito trovammo, che quello d’immergere la testa nel fumo ad
ogni boccone che volevamo prendere. Era però insopportabile anche il
calore, che così facendo dovevamo sostenere: ma almeno questo incomodo
ci parve preferibile all’orrore d’inghiottire ad ogn’istante insetti
sì disgustosi: d’altra parte non potevamo pensare ad alzare la nostra
tenda, perchè l’opera voleva tempo e fatica; e i nostri Laponi aveano
bisogno di riposo.
Finita che avemmo la trista cena, ci mettemmo ad osservare gli usi e le
azioni di que’ Laponi ivi trovati, per incominciare a prendere un’idea
de’ loro costumi e delle loro abitudini. I due ragazzi mentovati aveano
e faccia e corpo estremamente grossi, così che parevano gonfii; ma però
erano vivaci e robusti. La nostra presenza non fece loro sensazione
veruna; nè punto si sconcertarono. Essi andavano al fiume, ne recavano
acqua, e divertivansi gittandola ora su di noi, ed ora sulle nostre
robe: guastavano insolentemente tutto quello, che cadeva sotto le
loro mani; e disordinavano tutto quello che fosse alla loro portata:
nè i loro genitori s’imbarazzavano punto di ciò che facessero, come
se niente fosse. E mentre i loro figli si esercitavano in fare a noi
tutto il male, di che erano capaci, essi non badavano che a cucinare
diverse sorte di pesci, che tagliati in varii pezzi facevano bollire
in una pignatta con grasso secco di renna, e un poco di farina. Mentre
poi la pignatta era ancora sul fuoco, tutti que’ Laponi vi si assisero
intorno con un cucchiajo in mano; e quando credettero che la pietanza
fosse cotta, incominciarono a dare dentro quella pignatta uno alla
volta, adoperando quel loro cucchiajo. Chi n’avea preso abbastanza
si poneva a dormire, e svegliato poscia tornava a mangiare; e così
vicendevolmente finchè fossero satolli. In tutto questo niun’altra
regola potemmo vedere da costoro osservata, se non quella dell’appetito
e dell’istinto. Quando non erano occupati a mangiare, dormivano,
o pipavano. Avendo due di costoro preferito il pipare al dormire,
cercammo di legare con essi discorso. Ci domandarono se uno di noi
fosse il re, o un commissario del re. Si mostrarono curiosi di sapere
perchè fossimo penetrati nel loro paese, e cosa fossimo andati a farvi.
Io pensai che sospettassero in noi degli emissarii mandati per prendere
cognizione di loro, del loro stato, delle loro ricchezze e della loro
condotta; e da una folla di cose, che il nostro interprete non sempre
facilmente intendeva, ci parve poter comprendere che cercavano di
convincerci di loro estrema povertà. Nè le loro risposte alle nostre
domande erano di quella franchezza, che potevamo attenderci dalla loro
semplicità. Le passioni che sì spesso allontanano gli uomini dal buon
senso, e dalla verità, danno della politica e della destrezza al più
stupido; e non v’è passione più atta a produr questo effetto, quanto
l’amor proprio e la cura interessata di conservare la propria roba.
Ora bisogna sapere che quando i re del Nord mandarono missionarii
in quelle deserte regioni per predicarvi l’evangelo, non solamente
que’ zelanti apostoli fecero pagare ai miserabili indigeni le spese
del loro viaggio, ma diedero inoltre a intender loro che dovevano
ricompensarli delle pene che a riguardo d’essi s’aveano prese. Quel
popolo errabondo fino allora era vissuto senza ministri di culto, e
senza alcun peso a questo titolo. Invocava al bisogno, e quando così
gli piaceva, un certo numero di Dei che non gli costavano niente
fuori che il sacrifizio di una renna, la quale non veniva offerta
che di tempo in tempo, e di cui agli Dei non toccavano che le ossa
e le corna, poichè la carne mangiavasi dall’offerente. Si può quindi
presumere che non senza rincrescimento que’ poveri Laponi si vedessero
sforzati a dividere i loro beni con gente straniera, che non capivano
in che potesse loro essere utile. Ma deboli, indolenti, poltroni
per carattere, e per fisica costituzione; d’altra parte dispersi e
disuniti in virtù della loro maniera di vivere, attaccati puramente
alle loro greggie ed incapaci di combinare alcun mezzo di resistenza
al dispotismo, credettero con sommissione, e senza opposizione veruna,
a tutto quello che a’ quei zelanti stranieri piacque di dare loro ad
intendere; e per salvare il resto piegaronsi a dare a coloro una parte
del loro avere. Il Lapone ignorante e povero pagò con rassegnazione
le requisizioni de’ missionarii, i quali in ricambio gli promisero la
felicità di un altro mondo, che senza dubbio per uomini sì limitati di
mente non poteva consistere che in bere acquavite dalla mattina alla
sera. Ma l’interesse apre gli occhi anche ai più rozzi uomini. I Laponi
non potevano concepire per qual ragione, e meno poi per qual diritto
dovessero essi dividere quanto aveano cogl’inviati di un governo, la
cui polizia, le cui leggi, la cui giustizia non erano loro di alcuna
utilità. Ed in fatti non consideravano i riformatori ed altri inviati,
che come ladroni, che preferivano di vivere agiatamente a spese altrui,
piuttosto che correr dietro con tanta fatica alle renne, ed occuparsi
nella caccia e nella pesca. Essi non potevano sperare nè protezione,
nè profitto da persone, le quali infin de’ conti bevendo e mangiando,
consumavano provvigioni bastanti a cento di loro per sussistere. Così
la pensavano i veri Laponi, vale a dire quegli uomini erranti, i quali
contenti dei deserti, ove sono nati, stannosi ne’ recinti delle loro
montagne, e non si accostano mai abbastanza alle nazioni incivilite
per acquistare qualche cognizione sulla forma delle loro costituzioni.
Liberi per diritto imperscrittibile di natura, non concepiscono punto
la necessità di leggi, atteso il modo con cui vivono. Il paese che
abitano, non converrebbe ad alcun’altra razza d’uomini. Essi trovano
nella carne delle renne, e in un vegetabile che ogni animale rigetta,
il nudrimento ad essi adattato. Società? la trovano nella unione di
alcune famiglie, avvicinate da bisogni comuni; e quando accade che
due famiglie di questo genere si trovino sul medesimo suolo colle loro
greggie, v’è spazio bastante perchè l’una si accosti all’altra, e le
tenga il discorso che _Abramo_ tenne a _Lot_: _Se tu prendi a mano
manca, io andrò a mano dritta; e se tu andrai alla dritta, io andrò a
manca._
Noi stentammo molto a persuadere que’ Laponi, che non eravamo nè
re, nè inviati, nè missionari; ma persone da curiosità, e da bisogno
d’istruirci, condotti in quelle loro contrade. Per essi anche queste
erano idee astratte, pienamente incomprensibili. In tutti però i
discorsi, che passarono fra essi e noi, non potemmo notare in essi
il minimo indizio di una credenza religiosa. Nè quando mettevansi a
mangiare, o aveano finito il loro pasto; nè quando andavano al riposo,
o la mattina si alzavano, li vedemmo mai alzar gli occhi al cielo per
ringraziare il Dio benefattore, che provvedeva ai loro bisogni.
Cercando noi di stabilire qual potess’essere il calore del sole a mezza
notte, tempo in cui colà non è alto sull’orizzonte più di due o tre
de’ suoi diametri, volemmo provare se potessimo accendere le nostre
pipe con un cristallo. I Laponi meravigliaronsi fortemente, vedendo
come tosto le nostre pipe fumarono; e noi tememmo che ci tenessero
per tanti stregoni. Per lo che domandammo loro se pensassero che tra
essi fossero uomini eccellenti in questo genere di cognizioni; ed
avevamo infatti udito molto parlarsi di stregoni di Laponia. Il fatto
è però che codesti nostri Laponi ci dissero di no; aggiungendo che
s’inquietavano poco assai se ve ne fossero, o non ve ne fossero. A
tutte le ricerche che loro facevamo, rispondevano coll’aria della più
grande indifferenza, e di un tuono da far credere che fossero stanchi
della insipida nostra conversazione. Anzi quelle ricerche nostre non
facevano che svegliare la loro diffidenza e inquietezza; e forse forse
la persuasione che fossimo veramente commissarii mandati dal Governo. E
quando loro domandammo ove fossero le loro renne, e quante ne avessero,
ci risposero essere poverissimi; che ne aveano possedute ventiquattro,
ma che loro non ne rimanevano più che sette, essendo le altre state
divorate dai lupi. E ciò era vero; e di tale disastro de’ Laponi noi
avevamo udito parlare in Uleaborg.
È un singolar fenomeno questo, che il numero de’ lupi in Laponia siasi
aumentato successivamente ciascun anno dopo il cominciamento della
guerra in Finlandia. Si sono allegate varie congetture per ispiegarlo:
io credo che il miglior partito sia quello di aspettare lumi migliori,
e sul presente sospendere ogni giudizio.
Intanto ripigliammo il viaggio per giungere a Kantokeino animati dal
pensiero che non avremmo più a sostenere i tanti ostacoli congiunti
col risalire correnti di fiumi; perciocchè il fiume che avevamo
d’avanti, guidava le sue acque verso il Mar-glaciale; e le cataratte
del Pepojovaivi non erano tali, a cui non potessero bastare i nostri
Laponi, ancorchè deboli, goffi, e facili ad imbrogliarsi per ogni
minimo intoppo, che incontrassero.
All’atto d’imbarcarci sul Pepojovaivi lasciammo sulla sua sponda la
ragazza, di cui ho già parlato. Avevamo due battelli, e tre Laponi
stavano al servizio di ciascuno di questi: uno d’essi nuotava in
avanti, un altro teneva il remo a foggia di timone, e il terzo era
continuamente occupato a gittar fuori del battello l’acqua. Costoro,
senza che noi ce ne accorgessimo fecero una diversione con animo di
andar a vedere alcune reti da essi piantate un giorno o due prima.
La diversione consisteva in avere lasciato il corso del fiume, e in
essersi internati nell’alveo di uno minore, che in quello metteva
foce. Per darci poi ragione della cosa, risposero d’aver fatto, e di
fare ciò che conveniva; e che ci avrebbero in poco tempo condotti a
Kantokeino. Non avendo nè pratica, nè carta, con cui regolarci, dovemmo
starci al loro detto: ma non tardammo a vedere ch’era loro intenzione
raccogliere il pesce trovato nelle reti: le quali reti vedemmo in molte
parti squarciate, ed il pesce uscitone: ma tanta era la quantità del
pesce in quelle acque, ch’essi ne presero in gran copia in tutte le
reti che si erano conservate intere. Usano i Laponi tenere sempre le
reti in acqua, e quando hanno bisogno di una certa provvigione, vanno
alle reti, e prendono quello, che sono già sicuri di trovarvi, e lo
seccano all’aria, e al sole. Ma qual differenza tra questi pescatori,
e quelli dell’isola Kintasari! I secondi tengono nel miglior ordine
tutti gli utensili necessarii; e in quanto alle reti diligentemente le
asciugano tratte che le abbiano dall’acqua: i primi le lasciano marcire
nell’acqua. Ma que’ di Kintasari erano Finlandesi passati in Laponia;
quelli, che di presente avevamo, erano Laponi in tutta l’estensione del
termine.
Noi arrivammo finalmente a Kantokeino, situata al confluente del
Pepojovaivi, e dell’Alten, dopo un viaggio di 40 miglia dal luogo,
d’onde eravamo partiti. Nel corso seguito del Pepojovaivi incontrammo
diversi laghi, o spazii di alluvioni di questo fiume, i quali
presentano amenissime prospettive, per la quantità di belle betulle,
che non solo s’alzano superbe sulle sponde, ma sorgono a gruppi anche
dal seno stesso delle acque. E in queste acque veggonsi guizzare i
pesci in incredibile quantità, e molti fin anche gittarsi fuori per
attrappare gl’insetti, che vi spaziano sopra. I nostri Laponi, sorpresi
anch’essi di tanta fecondità, pensarono di approfittarne al loro
ritorno. Le cataratte poi del Pepojovaivi non erano nè considerabili,
nè guari pericolose: pe’ nostri Finlandesi sarebbero stati un giuoco,
e massime per quel bravo _Simone_ di Kollare; ma per codesti Laponi
erano una grande cosa, non avendo nè pratica, nè talento per condursi a
passarle colla facilità, colla quale potevansi superarle: ond’è che ci
toccava assai spesso scendere di battello, e fare gran parte di strada
a piedi lungo la riva. Allora due di coloro uscivano del battello,
e uno solo rimaneva sopra ciascuno de’ due. Il primo procedeva
innanzi, e rimorchiava il battello con una corda fatta di scorza di
betulla, e l’altro con egual corda stava di dietro, fermandone, o
moderandone il corso, quando la corrente era troppo forte. Ma se per
caso costoro vedevano una pianta di angelica, vi saltavano addosso con
una inesprimibile avidità; e quando le loro mani l’aveano abbrancata,
addio corda! addio battello! non se ne rammentavano più; ed avrebbero
lasciata andare la corda, e sofferto che il battello corresse a
fracassarsi tra gli scogli, piuttosto che abbandonare la loro preda.
La più parte del tempo, in cui noi eravamo in battello, essi erano ben
più occupati a ciarlar tra loro, o a pipare, che a stare attenti onde
non incontrar pericolo. Tanta loro incuria teneva in continuo studio
noi; e spesso dovevamo dar loro qualche avvertimento: ma credete voi
che badassero? Essi amavano meglio lasciar correre il battello contro
qualche scoglio, che interrompere la grave loro occupazione di mangiare
angelica, e di fumare tabacco. Ed una volta accadde loro di prendere
una falsa direzione sopra un sito del fiume basso d’acqua, e tutto
pieno di scogli; cosicchè si trovarono impegnati in mezzo a larghe
pietre per modo, che non potevano muoversi. In sì trista circostanza
il Lapone che maneggiava i remi s’alzò dal suo sedile; e vedendolo
prendere un’aria seria e risoluta, credemmo che volesse fare un grande
sforzo per superare ogni ostacolo. No, signori. Il movimento fatto
da costui con tanta importanza non avea altr’oggetto che di scaricare
il ventre. Noi eravamo ad ogni momento lì lì per perdere la pazienza
con questa razza di bestie; ma non conoscendo i luoghi, e non avendo
con chi supplire, dovemmo accomodarci alla loro stupidità, alla loro
poltroneria, e allo spettacolo della loro svergognatezza. Sono disceso
a queste minute particolarità per dare una idea de’ loro costumi, e
delle loro abitudini.
Prima di arrivare a Kantokeino noi volemmo prenderci il divertimento
della caccia sul fiume. I nostri Laponi aveano seco un cane, il
quale fu obbligato a venirci sempre dietro per terra. Non saprei dire
abbastanza l’attenzione, e il buon senso mostrato costantemente da
questo povero animale per non perderci in mezzo a tante giravolte che
noi dovevamo prendere navigando, e che dal canto suo dovea prender
esso sfondando boschi, e cespugli, e deviando per paludi, e per terre
coperte di fanghi profondi. Se gli si presentavano due strade, non
mancava mai di scegliere la migliore. Se doveva attraversare de’
laghi, o delle isole, osservava prima, paragonava, e si risolveva: tre
operazioni della mente, che i nostri Laponi non mostravano certamente
di saper fare. Nel corso della sua strada, lungo il fiume, attraverso
de’ cespugli, e de’ boschetti esso faceva alzare la selvaggina,
la quale nella stagione, in cui eravamo allora, in que’ luoghi è
abbondantissima. Noi tirammo ad alcune anitre di una specie particolare
a codeste regioni, e particolarmente all’_anitra nera_, e ad un’altra
_anitra_, distinta per la _coda aguzza_, come pure ad alcune razze
d’oca, e massime a quella che chiamasi _anitra albifronte_, e a’
_tetrai_, qui comuni. Altri uccelli curiosi io uccisi nel passare dal
fiume a Kantokeino, che n’è distante da circa un miglio. Noi arrivammo
a Kantokeino un’ora dopo la mezza notte, e fummo meravigliati trovando
tutto il villaggio spaventato, e le donne in camicia agli uscii delle
case, e gli uomini sulle strade. La scarica de’ nostri archibugii era
stata il motivo del loro terrore, perchè è d’uopo ricordarsi che a
mezza notte colà era giorno, sicchè avevamo potuto comodamente tirare
agli uccelli a quell’ora; e la gente del paese misura le azioni della
vita nelle due porzioni della giornata di 24 ore, come se una fosse il
dì, e l’altra la notte.