CAPO XIII.

_Erba angelica. Arrivo al Pepojovaivi. Incontro di pescatori

laponi. Loro usi e sospetti sui viaggiatori. Cagioni di questi

sospetti. Quantità immensa di pesce nel Pepojovaivi, ed acque

adjacenti. Caccia su quel fiume. Altre particolarità sui Laponi

nomadi. Arrivo a Kantokeino._

Usciti di quel lago ripigliammo il cammino a piedi; ma intanto una

delle nostre guide avendo sulla riva del medesimo adocchiata una certa

pianta, corse a strapparla, e se la divorò con incredibile avidità.

Che pianta dunque era questa? Era un’angelica della miglior forza e

vivacità. Cresce essa appunto in codeste parti polari; ed è il più

eccellente antiscorbutico, che possa darsi. Mostrai a quell’uomo

piacere di gustarla; e la trovai di sì buon sapore, che ne divenni

avido quanto un lapone; e debbo dire ingenuamente che se mi sono

mantenuto sano in codeste parti, fin che mi vi sono trattenuto, lo

debbo all’angelica, di cui ho fatto uso continuo, potendo averne; ed

essa mi servì a temperare i tristi effetti dei troppo riscaldanti

e poco sani cibi, de’ quali la necessità ci obbligava a far uso,

com’erano il pesce o salato, o seccato al sole, la carne di renna di

tal modo seccata, il formaggio secco, il biscotto e l’acquavite. Prova

n’è, che il mio compagno, che non faceva uso di questa pianta benefica,

spesso provava dolori di stomaco, accompagnati da indigestioni.

Quantunque fosse mezza notte le zenzale non lasciavano di tormentarci.

L’aria era calma; e le zenzale moltiplicavansi attratte dall’odore

esalato da que’ sporchi Laponi; defatigavaci inoltre il musco assai

alto, e l’ingombro de’ cespugli. Facemmo tre miglia; e non avevamo

più forza di andar oltre. Fortunatamente trovammo la sponda del

fiume Pepojovaivi, ed alcuni pescatori sdrajati attorno ad un fuoco

con due ragazzi di circa 5, o 6 anni. Deliberammo di passar ivi la

notte accanto a loro, mentre essi facevano cuocere la loro cena. Ma

le zenzale ci perseguitarono a segno che non ci fu possibile aprir

bocca per mangiare, senza inghiottirne centinaja. L’aria era poco

agitata: il fumo saliva in lunga colonna perpendicolare; e non ci era

di verun soccorso. Dovevamo mangiando tenere i guanti, e prendere

tutte le precauzioni ad ogni boccone, per introdurlo sotto il velo

che ci copriva la testa, onde non fosse accompagnato da veruna di

quelle implacabili persecutrici. Ma quante e quante, ciò nondimeno ci

dovevamo aver sotto i denti! Per evitare possibilmente tanta noja niun

altro partito trovammo, che quello d’immergere la testa nel fumo ad

ogni boccone che volevamo prendere. Era però insopportabile anche il

calore, che così facendo dovevamo sostenere: ma almeno questo incomodo

ci parve preferibile all’orrore d’inghiottire ad ogn’istante insetti

sì disgustosi: d’altra parte non potevamo pensare ad alzare la nostra

tenda, perchè l’opera voleva tempo e fatica; e i nostri Laponi aveano

bisogno di riposo.

Finita che avemmo la trista cena, ci mettemmo ad osservare gli usi e le

azioni di que’ Laponi ivi trovati, per incominciare a prendere un’idea

de’ loro costumi e delle loro abitudini. I due ragazzi mentovati aveano

e faccia e corpo estremamente grossi, così che parevano gonfii; ma però

erano vivaci e robusti. La nostra presenza non fece loro sensazione

veruna; nè punto si sconcertarono. Essi andavano al fiume, ne recavano

acqua, e divertivansi gittandola ora su di noi, ed ora sulle nostre

robe: guastavano insolentemente tutto quello, che cadeva sotto le

loro mani; e disordinavano tutto quello che fosse alla loro portata:

nè i loro genitori s’imbarazzavano punto di ciò che facessero, come

se niente fosse. E mentre i loro figli si esercitavano in fare a noi

tutto il male, di che erano capaci, essi non badavano che a cucinare

diverse sorte di pesci, che tagliati in varii pezzi facevano bollire

in una pignatta con grasso secco di renna, e un poco di farina. Mentre

poi la pignatta era ancora sul fuoco, tutti que’ Laponi vi si assisero

intorno con un cucchiajo in mano; e quando credettero che la pietanza

fosse cotta, incominciarono a dare dentro quella pignatta uno alla

volta, adoperando quel loro cucchiajo. Chi n’avea preso abbastanza

si poneva a dormire, e svegliato poscia tornava a mangiare; e così

vicendevolmente finchè fossero satolli. In tutto questo niun’altra

regola potemmo vedere da costoro osservata, se non quella dell’appetito

e dell’istinto. Quando non erano occupati a mangiare, dormivano,

o pipavano. Avendo due di costoro preferito il pipare al dormire,

cercammo di legare con essi discorso. Ci domandarono se uno di noi

fosse il re, o un commissario del re. Si mostrarono curiosi di sapere

perchè fossimo penetrati nel loro paese, e cosa fossimo andati a farvi.

Io pensai che sospettassero in noi degli emissarii mandati per prendere

cognizione di loro, del loro stato, delle loro ricchezze e della loro

condotta; e da una folla di cose, che il nostro interprete non sempre

facilmente intendeva, ci parve poter comprendere che cercavano di

convincerci di loro estrema povertà. Nè le loro risposte alle nostre

domande erano di quella franchezza, che potevamo attenderci dalla loro

semplicità. Le passioni che sì spesso allontanano gli uomini dal buon

senso, e dalla verità, danno della politica e della destrezza al più

stupido; e non v’è passione più atta a produr questo effetto, quanto

l’amor proprio e la cura interessata di conservare la propria roba.

Ora bisogna sapere che quando i re del Nord mandarono missionarii

in quelle deserte regioni per predicarvi l’evangelo, non solamente

que’ zelanti apostoli fecero pagare ai miserabili indigeni le spese

del loro viaggio, ma diedero inoltre a intender loro che dovevano

ricompensarli delle pene che a riguardo d’essi s’aveano prese. Quel

popolo errabondo fino allora era vissuto senza ministri di culto, e

senza alcun peso a questo titolo. Invocava al bisogno, e quando così

gli piaceva, un certo numero di Dei che non gli costavano niente

fuori che il sacrifizio di una renna, la quale non veniva offerta

che di tempo in tempo, e di cui agli Dei non toccavano che le ossa

e le corna, poichè la carne mangiavasi dall’offerente. Si può quindi

presumere che non senza rincrescimento que’ poveri Laponi si vedessero

sforzati a dividere i loro beni con gente straniera, che non capivano

in che potesse loro essere utile. Ma deboli, indolenti, poltroni

per carattere, e per fisica costituzione; d’altra parte dispersi e

disuniti in virtù della loro maniera di vivere, attaccati puramente

alle loro greggie ed incapaci di combinare alcun mezzo di resistenza

al dispotismo, credettero con sommissione, e senza opposizione veruna,

a tutto quello che a’ quei zelanti stranieri piacque di dare loro ad

intendere; e per salvare il resto piegaronsi a dare a coloro una parte

del loro avere. Il Lapone ignorante e povero pagò con rassegnazione

le requisizioni de’ missionarii, i quali in ricambio gli promisero la

felicità di un altro mondo, che senza dubbio per uomini sì limitati di

mente non poteva consistere che in bere acquavite dalla mattina alla

sera. Ma l’interesse apre gli occhi anche ai più rozzi uomini. I Laponi

non potevano concepire per qual ragione, e meno poi per qual diritto

dovessero essi dividere quanto aveano cogl’inviati di un governo, la

cui polizia, le cui leggi, la cui giustizia non erano loro di alcuna

utilità. Ed in fatti non consideravano i riformatori ed altri inviati,

che come ladroni, che preferivano di vivere agiatamente a spese altrui,

piuttosto che correr dietro con tanta fatica alle renne, ed occuparsi

nella caccia e nella pesca. Essi non potevano sperare nè protezione,

nè profitto da persone, le quali infin de’ conti bevendo e mangiando,

consumavano provvigioni bastanti a cento di loro per sussistere. Così

la pensavano i veri Laponi, vale a dire quegli uomini erranti, i quali

contenti dei deserti, ove sono nati, stannosi ne’ recinti delle loro

montagne, e non si accostano mai abbastanza alle nazioni incivilite

per acquistare qualche cognizione sulla forma delle loro costituzioni.

Liberi per diritto imperscrittibile di natura, non concepiscono punto

la necessità di leggi, atteso il modo con cui vivono. Il paese che

abitano, non converrebbe ad alcun’altra razza d’uomini. Essi trovano

nella carne delle renne, e in un vegetabile che ogni animale rigetta,

il nudrimento ad essi adattato. Società? la trovano nella unione di

alcune famiglie, avvicinate da bisogni comuni; e quando accade che

due famiglie di questo genere si trovino sul medesimo suolo colle loro

greggie, v’è spazio bastante perchè l’una si accosti all’altra, e le

tenga il discorso che _Abramo_ tenne a _Lot_: _Se tu prendi a mano

manca, io andrò a mano dritta; e se tu andrai alla dritta, io andrò a

manca._

Noi stentammo molto a persuadere que’ Laponi, che non eravamo nè

re, nè inviati, nè missionari; ma persone da curiosità, e da bisogno

d’istruirci, condotti in quelle loro contrade. Per essi anche queste

erano idee astratte, pienamente incomprensibili. In tutti però i

discorsi, che passarono fra essi e noi, non potemmo notare in essi

il minimo indizio di una credenza religiosa. Nè quando mettevansi a

mangiare, o aveano finito il loro pasto; nè quando andavano al riposo,

o la mattina si alzavano, li vedemmo mai alzar gli occhi al cielo per

ringraziare il Dio benefattore, che provvedeva ai loro bisogni.

Cercando noi di stabilire qual potess’essere il calore del sole a mezza

notte, tempo in cui colà non è alto sull’orizzonte più di due o tre

de’ suoi diametri, volemmo provare se potessimo accendere le nostre

pipe con un cristallo. I Laponi meravigliaronsi fortemente, vedendo

come tosto le nostre pipe fumarono; e noi tememmo che ci tenessero

per tanti stregoni. Per lo che domandammo loro se pensassero che tra

essi fossero uomini eccellenti in questo genere di cognizioni; ed

avevamo infatti udito molto parlarsi di stregoni di Laponia. Il fatto

è però che codesti nostri Laponi ci dissero di no; aggiungendo che

s’inquietavano poco assai se ve ne fossero, o non ve ne fossero. A

tutte le ricerche che loro facevamo, rispondevano coll’aria della più

grande indifferenza, e di un tuono da far credere che fossero stanchi

della insipida nostra conversazione. Anzi quelle ricerche nostre non

facevano che svegliare la loro diffidenza e inquietezza; e forse forse

la persuasione che fossimo veramente commissarii mandati dal Governo. E

quando loro domandammo ove fossero le loro renne, e quante ne avessero,

ci risposero essere poverissimi; che ne aveano possedute ventiquattro,

ma che loro non ne rimanevano più che sette, essendo le altre state

divorate dai lupi. E ciò era vero; e di tale disastro de’ Laponi noi

avevamo udito parlare in Uleaborg.

È un singolar fenomeno questo, che il numero de’ lupi in Laponia siasi

aumentato successivamente ciascun anno dopo il cominciamento della

guerra in Finlandia. Si sono allegate varie congetture per ispiegarlo:

io credo che il miglior partito sia quello di aspettare lumi migliori,

e sul presente sospendere ogni giudizio.

Intanto ripigliammo il viaggio per giungere a Kantokeino animati dal

pensiero che non avremmo più a sostenere i tanti ostacoli congiunti

col risalire correnti di fiumi; perciocchè il fiume che avevamo

d’avanti, guidava le sue acque verso il Mar-glaciale; e le cataratte

del Pepojovaivi non erano tali, a cui non potessero bastare i nostri

Laponi, ancorchè deboli, goffi, e facili ad imbrogliarsi per ogni

minimo intoppo, che incontrassero.

All’atto d’imbarcarci sul Pepojovaivi lasciammo sulla sua sponda la

ragazza, di cui ho già parlato. Avevamo due battelli, e tre Laponi

stavano al servizio di ciascuno di questi: uno d’essi nuotava in

avanti, un altro teneva il remo a foggia di timone, e il terzo era

continuamente occupato a gittar fuori del battello l’acqua. Costoro,

senza che noi ce ne accorgessimo fecero una diversione con animo di

andar a vedere alcune reti da essi piantate un giorno o due prima.

La diversione consisteva in avere lasciato il corso del fiume, e in

essersi internati nell’alveo di uno minore, che in quello metteva

foce. Per darci poi ragione della cosa, risposero d’aver fatto, e di

fare ciò che conveniva; e che ci avrebbero in poco tempo condotti a

Kantokeino. Non avendo nè pratica, nè carta, con cui regolarci, dovemmo

starci al loro detto: ma non tardammo a vedere ch’era loro intenzione

raccogliere il pesce trovato nelle reti: le quali reti vedemmo in molte

parti squarciate, ed il pesce uscitone: ma tanta era la quantità del

pesce in quelle acque, ch’essi ne presero in gran copia in tutte le

reti che si erano conservate intere. Usano i Laponi tenere sempre le

reti in acqua, e quando hanno bisogno di una certa provvigione, vanno

alle reti, e prendono quello, che sono già sicuri di trovarvi, e lo

seccano all’aria, e al sole. Ma qual differenza tra questi pescatori,

e quelli dell’isola Kintasari! I secondi tengono nel miglior ordine

tutti gli utensili necessarii; e in quanto alle reti diligentemente le

asciugano tratte che le abbiano dall’acqua: i primi le lasciano marcire

nell’acqua. Ma que’ di Kintasari erano Finlandesi passati in Laponia;

quelli, che di presente avevamo, erano Laponi in tutta l’estensione del

termine.

Noi arrivammo finalmente a Kantokeino, situata al confluente del

Pepojovaivi, e dell’Alten, dopo un viaggio di 40 miglia dal luogo,

d’onde eravamo partiti. Nel corso seguito del Pepojovaivi incontrammo

diversi laghi, o spazii di alluvioni di questo fiume, i quali

presentano amenissime prospettive, per la quantità di belle betulle,

che non solo s’alzano superbe sulle sponde, ma sorgono a gruppi anche

dal seno stesso delle acque. E in queste acque veggonsi guizzare i

pesci in incredibile quantità, e molti fin anche gittarsi fuori per

attrappare gl’insetti, che vi spaziano sopra. I nostri Laponi, sorpresi

anch’essi di tanta fecondità, pensarono di approfittarne al loro

ritorno. Le cataratte poi del Pepojovaivi non erano nè considerabili,

nè guari pericolose: pe’ nostri Finlandesi sarebbero stati un giuoco,

e massime per quel bravo _Simone_ di Kollare; ma per codesti Laponi

erano una grande cosa, non avendo nè pratica, nè talento per condursi a

passarle colla facilità, colla quale potevansi superarle: ond’è che ci

toccava assai spesso scendere di battello, e fare gran parte di strada

a piedi lungo la riva. Allora due di coloro uscivano del battello,

e uno solo rimaneva sopra ciascuno de’ due. Il primo procedeva

innanzi, e rimorchiava il battello con una corda fatta di scorza di

betulla, e l’altro con egual corda stava di dietro, fermandone, o

moderandone il corso, quando la corrente era troppo forte. Ma se per

caso costoro vedevano una pianta di angelica, vi saltavano addosso con

una inesprimibile avidità; e quando le loro mani l’aveano abbrancata,

addio corda! addio battello! non se ne rammentavano più; ed avrebbero

lasciata andare la corda, e sofferto che il battello corresse a

fracassarsi tra gli scogli, piuttosto che abbandonare la loro preda.

La più parte del tempo, in cui noi eravamo in battello, essi erano ben

più occupati a ciarlar tra loro, o a pipare, che a stare attenti onde

non incontrar pericolo. Tanta loro incuria teneva in continuo studio

noi; e spesso dovevamo dar loro qualche avvertimento: ma credete voi

che badassero? Essi amavano meglio lasciar correre il battello contro

qualche scoglio, che interrompere la grave loro occupazione di mangiare

angelica, e di fumare tabacco. Ed una volta accadde loro di prendere

una falsa direzione sopra un sito del fiume basso d’acqua, e tutto

pieno di scogli; cosicchè si trovarono impegnati in mezzo a larghe

pietre per modo, che non potevano muoversi. In sì trista circostanza

il Lapone che maneggiava i remi s’alzò dal suo sedile; e vedendolo

prendere un’aria seria e risoluta, credemmo che volesse fare un grande

sforzo per superare ogni ostacolo. No, signori. Il movimento fatto

da costui con tanta importanza non avea altr’oggetto che di scaricare

il ventre. Noi eravamo ad ogni momento lì lì per perdere la pazienza

con questa razza di bestie; ma non conoscendo i luoghi, e non avendo

con chi supplire, dovemmo accomodarci alla loro stupidità, alla loro

poltroneria, e allo spettacolo della loro svergognatezza. Sono disceso

a queste minute particolarità per dare una idea de’ loro costumi, e

delle loro abitudini.

Prima di arrivare a Kantokeino noi volemmo prenderci il divertimento

della caccia sul fiume. I nostri Laponi aveano seco un cane, il

quale fu obbligato a venirci sempre dietro per terra. Non saprei dire

abbastanza l’attenzione, e il buon senso mostrato costantemente da

questo povero animale per non perderci in mezzo a tante giravolte che

noi dovevamo prendere navigando, e che dal canto suo dovea prender

esso sfondando boschi, e cespugli, e deviando per paludi, e per terre

coperte di fanghi profondi. Se gli si presentavano due strade, non

mancava mai di scegliere la migliore. Se doveva attraversare de’

laghi, o delle isole, osservava prima, paragonava, e si risolveva: tre

operazioni della mente, che i nostri Laponi non mostravano certamente

di saper fare. Nel corso della sua strada, lungo il fiume, attraverso

de’ cespugli, e de’ boschetti esso faceva alzare la selvaggina,

la quale nella stagione, in cui eravamo allora, in que’ luoghi è

abbondantissima. Noi tirammo ad alcune anitre di una specie particolare

a codeste regioni, e particolarmente all’_anitra nera_, e ad un’altra

_anitra_, distinta per la _coda aguzza_, come pure ad alcune razze

d’oca, e massime a quella che chiamasi _anitra albifronte_, e a’

_tetrai_, qui comuni. Altri uccelli curiosi io uccisi nel passare dal

fiume a Kantokeino, che n’è distante da circa un miglio. Noi arrivammo

a Kantokeino un’ora dopo la mezza notte, e fummo meravigliati trovando

tutto il villaggio spaventato, e le donne in camicia agli uscii delle

case, e gli uomini sulle strade. La scarica de’ nostri archibugii era

stata il motivo del loro terrore, perchè è d’uopo ricordarsi che a

mezza notte colà era giorno, sicchè avevamo potuto comodamente tirare

agli uccelli a quell’ora; e la gente del paese misura le azioni della

vita nelle due porzioni della giornata di 24 ore, come se una fosse il

dì, e l’altra la notte.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 23 / 40 题