CAPO XII.

_Pallajovenso. Errori de’ viaggiatori e geografi circa la Laponia.

Ciarlataneria di Maupertuis. Aspetto del paese tra Muonionisca

e Pallajovenso. Musco delle renne. Arrivo a Lapajervi, e crudele

persecuzione delle zenzale. Lago di Pallajervi: isola Kuntigari:

fermata in essa deliziosissima. Rondinelle di mare come

servizievoli ai pescatori. Laponi nomadi presi a guida, congedati

i Finlandesi; e penoso viaggio fatto con coloro._

Partimmo adunque il dì 1 di luglio da Muonionisca circa le ore 10 della

sera. La giornata era stata caldissima, perciocchè a mezzo giorno il

termometro di _Celsius_ segnava 29 gradi, e a mezzanotte discese ai

19, ond’è poi che deliberammo di viaggiare per l’avvenire la notte,

e riposare il giorno. Noi risalimmo il Muonio sino alla imboccatura

del piccol fiume chiamato Pallojoki, presso al quale trovasi una

piccola colonia detta Pallajovenso. Parlo di questo villaggio perchè

esso è propriamente il confine della Laponia dalla parte di Tornea;

mentre è locuzione impropria quella di chiamar Laponia il vasto paese,

che comprende Lulea, Pitea, ed Umea sino a Tornea, il quale invece

appartiene alla parte occidentale della Botnia. E ben fa meraviglia

che _Maupertuis_, a cui le scienze sono obbligate di una topografia del

luogo, ove fece le sue osservazioni, e sì celebre per le sue operazioni

astronomiche in queste parti, abbia sì poco conosciuti i luoghi ove si

è fermato, chiamando Laponia la Vestro-Botnia, e intitolato _Viaggio

in fondo alla Laponia_ quello ch’egli fece per visitare con _Celsius_

la già rammentata rupe coperta di caratteri runici. Egli avea appena

appena toccati i confini della Laponia. Ed egli, e gli accademici suoi

compagni dissero una bella bugia, e furono veri ciarlatani, quando

dissero a’ Parigini, che presentavano loro due donne lapone, che non

lapone erano quelle miserabili, ma vere finlandesi; e non parlavano che

la lingua di Finlandia.

Il paese da Tornea a Muonionisca, ed a Pallajovenso, comunque vada

insensibilmente prendendo un carattere selvaggio, non varia gran

fatto all’occhio: le montagne, i laghi, i boschi, le cateratte che lo

coprono, non presentano molta differenza. Ma procedendo da Pallajovenso

a Kantokeino pel fiumicello Pallojoki la differenza salta agli occhi:

potrebbe dirsi, che qui tutto comparisce nuovo. Pallajovenso è uno

stabilimento finlandese di quattro, o cinque famiglie. I mercanti di

Tornea vi hanno costruita una camera, ove fanno fuoco, e si ricoverano

nel loro passaggio l’inverno; e gli abitanti vivonvi in migliore stato,

che quelli d’altri luoghi vicini. La navigazione sul Pallojoki non

fu meno faticosa delle sostenute dianzi, sebbene per altre cagioni.

Siccome era lungo tempo dacchè non era piovuto, poca era l’acqua, di

modo che spesso il battello toccava il fondo, e i rematori doveano

spingerlo avanti a forza di andarlo alzando. Più: il fiume è sommamente

tortuoso; e con tante fatiche sovente invece di andare innanzi si

andava indietro allontanandosi dal punto, a cui tendevamo. Sudavano

que’ poveri uomini; e noi ci annojavamo, c’inquietavamo, ci trovavamo

male, perchè obbligati a camminare a piedi dietro la riva, ci toccava

farci strada attraverso del bosco, ove i rami degli alberi, e i

cespugli ad ogni passo ci arrestavano, lacerandoci inoltre il velo, che

ciascheduno di noi portava intorno al volto per non essere divorati

da quelle maladettissime zenzale, che a migliaja e migliaja ci erano

continuamente addosso. Noi eravamo diretti a Lapajervi: intanto prima

di giungervi facemmo alto per riposarci sopra una rupe considerabile,

che veniva a formare un isolotto. Ivi accendemmo un gran fuoco per

cacciare da noi quegli eterni nemici di ogni creatura fatta di carne;

e di là avemmo la veduta di una prospettiva tutta ancora nuova per

noi. Il musco, di cui si nudrono le renne, copriva tutto il terreno

del contorno, che appariva quasi affatto piano, e da lontano chiuso

da alcuni monticelli egualmente coperti dello stesso musco, che,

naturalmente di un giallo pallido, allora per la siccità era quasi

bianco. Un sì vasto tappeto così colorato, faceva all’occhio un colpo

singolarissimo: tanto più, che per le circostanze del suolo prendendo

quel musco alcune gradazioni di colorito, presentava qua e là de’ pezzi

di forme diverse, e prendeva a guardarlo in totale la figura di un gran

mosaico a cagione de’ varii compartimenti, in che appariva diviso.

Quel colore biancastro del musco poteva ricordare quello della neve;

ma tale idea spariva per la verzura de’ piccoli boschetti qua e là

sorgenti, e più ancora pel senso del calore, che qualche volta riusciva

insopportabile. Essendo poi quel musco ben secco, faceva che ivi si

potesse piantar la tenda, e godervi migliore e più grata stazione, che

altrove: perciocchè altrove io avea bensì incontrati luoghi coperti

di questa pianta; ma nè mai tanto secca, nè in tanta copia: chè qui

soltanto parea avere essa dalla natura il regno, essa sola dominando,

senza che altra pianta possa prendervi posto; e non è che su que’

monticelli, che ho accennati, o sulla sponda del fiume, che si vegga

disperso qualche abete, o qualche cespuglio. Qui dunque veramente

vedemmo d’essere in un paese totalmente straniero, ove la superficie

del terreno, e il genere delle sue produzioni dimostrano, che la natura

l’ha destinato a razze d’uomini, e di animali interamente differenti da

quelle, che sussistono in Europa.

La sera giungemmo a Lapajervi con grande contentezza de’ nostri

rematori, i quali speravano di rifarsi ivi della fatica sostenuta

in tutta la giornata. Abbordando alla sponda del lago, su cui è il

villaggio, incontrammo due Laponi, che ritornavano dalla pesca, ed

erano per passare la notte sul luogo. Una densa colonna di fumo che

si alzava in aria voluminosa, ci guidò senza bisogno d’altra scorta al

luogo, ov’essi trovavansi; ed avvicinandoci ad essi vedemmo che aveansi

intonacata tutta la faccia con catrame, e coperta la testa, le spalle,

e il corpo con un vestito di lana, per difendersi dalle morsicature

delle zenzale. Uno d’essi pipava; e l’altro preparava il pesce preso

per farlo seccare al sole. La sporchezza loro, la loro magrezza, e

bruttezza, erano una prova evidente della loro povertà. Erano assediati

da capo a piedi da sciami immensi di zenzale, che li beccavano

penetrando attraverso de’ loro abiti con quegli acuti loro pungiglioni:

ond’è che non aveano cuore di spogliarsi, quantunque fossero inondati

dal sudore; e meno ancora di allontanarsi dal fuoco ad onta della

caldissima temperatura. L’arrivo nostro a quel luogo fu annunciato

dai milioni di zenzale, che accompagnavano noi medesimi, e che tosto

si unirono a quelle che tormentavano quelle buone creature. Non ci fu

verso di avere un momento di calma: ad ogn’istante eravamo costretti

a bagnarci, dirò, la testa nel più fitto del fumo, ed a saltare sulla

fiamma, affine di liberarci da sì terribili persecutori.

Volemmo visitare le famiglie di que’ pescatori, che abitavano alla

distanza di un miglio. Trovammo dappertutto fuochi accesi. Ve n’erano

ove stavano i majali, e le vacche, e ve n’erano non solo nell’interno,

ma anche di fuori, presso alla porta delle case. Queste case de’ Laponi

non sono grandi come quelle de’ Finlandesi; e la porta di quella che

noi visitammo, non era più alta di quattro piedi. Avevamo lasciate

indietro le tende sperando di trovare alloggio con codesti Laponi; ma

facemmo i nostri conti assai male. Ci fu forza accettare l’offerta di

quella famiglia; e quando venne l’ora di ritirarci fummo condotti in

una cameruccia tutta piena di fumo, dove trovammo delle pelli di renne

stese sopra foglie di betulla, delle quali era coperto il pavimento.

Noi entrammo a tentone, poichè il fumo non ci lasciava vedere alcuna

cosa. Quando stavamo per addormentarci io intesi una specie di respiro,

procedente da un angolo della camera, e forte a maniera che poteva

meritare attenzione, tanto più che noi ci eravamo immaginati d’essere

le sole creature viventi, che si trovassero ivi. Io adunque pensai

che quel respiro fosse di qualche cane, o d’altro animale venutovi

per passare la notte vicino a noi. Ma ben presto distinsi un sordo

sospiro, che mi parve più d’uomo, che di animale. Alzai pian piano

la testa provandomi di vedere che cosa fosse; e come alcune crepature

della muraglia facevano penetrare una debole luce, colle mani e colle

ginocchie mi mossi per approfittare di quella luce; e non tardai a

scoprire il luogo da cui veniva il rumore udito: erano due ragazzetti

nudi, giacenti sopra pelli di renne, i quali vedendomi ebbero paura,

credendoci animali feroci venuti per divorarli, onde gridando corsero

dalla loro madre cercando ajuto. La paura di que’ ragazzetti fece

ridere noi, e servì a distrarci dalla tristezza, in che ci aveano

gittati quelle faccie de’ Laponi impegolate di catrame, e quel

tormento, che soffrivano quanti erano ivi uomini, ed animali da quei

crudelissimi insetti. Le donne erano estremamente brutte, e sporche; e

tutto indicava miseria.

A Lapajervi noi cercammo informazioni sul viaggio, che dovevamo fare

verso Kantokeino, e nulla ci fu detto di confortante. Eppure non si

trattava che della distanza di 70 miglia: ma bisognava attraversare

parecchi laghi, risalire, e discendere varii fiumi, affrontar paludi,

rinunciare a trovare abitazioni di sorta, e a vedere stampa di umana

creatura per tutto il viaggio. Al più ci si diede ad intendere che

avremmo potuto trovare qualche pescatore lapone sul lago di Pallajervi;

e su questa speranza rimontammo il fiumicello Pallajoki, che viene da

quel lago. Ho detto già la fatica occorsa in navigarlo: gli ostacoli

furono i medesimi, ed anzi crebbero, perchè molte volte fummo obbligati

a portare noi stessi le nostre robe per alleggerire il battello. Quando

poi giungemmo al lago si alzò un sì fiero vento, che il battello corse

gran pericolo di sommergersi, prima di giungere all’isoletta Kintasari.

Posto piede in essa, trovammo tre pescatori, i quali s’avean fatta una

capannuccia con rami d’alberi, ed ivi aveano esposti al sole molti

pesci per seccarli. In mezz’ora può farsi il giro di quell’isola,

accanto alla quale ve n’ha un’altra più piccola. Da quella, in cui

eravamo, vedevasi il circuito del lago, formato da piccole alture

coperte di musco, con boschetti frammezzati di betulla e di abeti.

Dappertutto poi avevamo d’innanzi il paesaggio, che ho già descritto;

e la nostra immaginazione si esaltava a segno, che pareaci d’essere

in un’isola incantata. Mai non avevamo veduta cosa simile: il sole non

calava mai giù dell’orizzonte; non vedevamo altri colori che il bianco

e il verde; e la forma delle casucce de’ pastori, e quella, novissima

per noi, de’ fiori che smaltavano il suolo, la novità degli uccelli,

che empivano i boschi, e facevano eccheggiar l’aria de’ loro canti:

tutto ci riempiva di sorpresa, di ammirazione, di diletto. La nostra

tenda quando fu piantata, pareva la reggia dell’isola dominante; e

superava in lusso la capannuccia de’ nostri Laponi, come la residenza

di un sultano dell’Asia supera le catapecchie de’ suoi schiavi.

Ci mettemmo nel nostro battello per contemplare in distanza quel

nostro regno chimerico; e n’andammo superbi. Avevamo fatto stendere

nell’interno della tenda foglie di betulla, e musco; ed olezzava il

luogo di un grato profumo. I nostri pescatori erano incantati dello

splendore di un tale stabilimento; e per la prima volta poterono farsi

idea delle pompose abitazioni de’ popoli inciviliti!!!

Tre giorni ci fermammo ivi deliziandoci; e que’ tre giorni ci parvero

corti. Ivi non avevamo il flagello delle zenzale, poichè un vento assai

forte ne le avea cacciate lungi: quel vento avea anche rinfrescata

l’aria. Noi andammo raccogliendo piante ed insetti, e cacciando

quadrupedi, ed uccelli; ed un nuovo piacere ci recava il ritorno de’

nostri pescatori: ritorno che assai prima che li vedessimo, venivaci

annunciato da una nube di rondinelle acquatiche, le quali nudrendosi

di piccoli pesci non cessano di fare la loro corte a’ pescatori,

trovando sempre di che guadagnarvi. Per lo che questi uccelli, pieni

d’intelligenza, veggonsi regolarmente venir la mattina al luogo ove i

pescatori hanno dormito, quasi avvertendoli qualmente è tempo di porsi

all’opera; e partono coi battelli pescarecci, e servono a’ pescatori in

luogo di bussola, volando innanzi a quelle parti del lago, ove veggono

l’adunamento de’ pesci, perciocchè hanno vista acutissima. Le loro

grida poi, e il loro immergersi nell’acqua serve per non fallace segno,

che con ottimo successo in quella parte saranno gittate le reti. Quelle

rondinelle sono sì famigliari co’ loro amici, che vengono sul battello

in presenza loro; e come lo scoppio delle nostre armi avrebbe potuto

spaventarle, i nostri pescatori pregarono a non usarne; e così feci.

Mentre però così ci sollazzavamo in codesta isola incantata, non

perdevamo di mira il nostro viaggio. Mancavaci qualche Lapone

viaggiatore, che ci ajutasse ad attraversar le montagne colle sue

renne, e ci aditasse i passaggi, pe’ quali potere inoltrarci alla

nostra meta. Uno de’ nostri pescatori andò per cercare, ed accordare

chi ci prestasse l’opera, della quale abbisognavamo; e trovò, ed

appuntò tutto, e noi movemmo al luogo, ov’egli avea concertato che

troveremmo que’ Laponi. Erano sei uomini, ed una ragazza di circa

diciotto anni. Stavano sdrajati sotto una betulla, a’ rami della quale

aveano appese lo loro provvigioni, consistenti in pesce seccato al

sole, ed aveano in mezzo a loro un gran fuoco, a cui facevano arrostire

pesce fresco, infilzato in una bacchetta, che andavano voltando di

tratto in tratto, affinchè quel pesce prendesse il calor del fuoco per

ogni verso. La ragazza fu la prima a vederci giungere; e n’avvertì i

suoi; ma essi nè si mossero allora, nè alcun’attenzione mostrarono per

noi quando fummo smontati di battello. Erano costoro vestiti di una

specie di camiciotto annerito dal fumo, e fatto di pelle di renna, con

un collo alto di dietro, e ben dritto: aveano alle reni una cintura,

che stringeva quel camiciotto, a modo che gli dava l’aria di un sacco,

ove riponevano tutto quello, ch’era di loro uso: portavano inoltre

de’ pantaloni, e degli stivaletti; cose fatte anch’esse di pelle di

renna; e i piedi di quegli stivaletti erano molto larghi, e pieni di

una sorta di fieno ch’essi pestano, e rendono morbido quanto la canapa.

La ragazza avea de’ pantaloni anch’essa, e degli stivaletti come gli

uomini; ma i suoi vestiti erano di lana, e di un panno verde era il suo

berretto, che s’alzava dritto, e colla punta sulla cima della testa, a

un di presso come il berretto degli antichi popoli della Scizia.

Que’ Laponi erano quasi tutti piccoli; e i tratti della loro fisonomia

più caratteristici consistevano in avere le gote spianate, il mento

aguzzo, e molto sporgenti gli ossi delle guancie. La ragazza era

lontana dall’esser bella. Di sei uomini quattro aveano i capelli

neri: cosa che mi fece presumere che tra i Laponi prevalesse questo

colore, con che si distinguessero dai Finlandesi, non ne avendo io

tra questi trovato uno solo che avesse i capelli di questo colore.

E le persone poi, e il vestito di codesti Laponi, erano di una

sporcizia inesprimibile: tenevano nelle mani il pesce che doveano

mangiare, e l’olio che ne colava, dalle loro braccia scendeva alle

maniche del vestito, sicchè anche da lontano se ne poteva sentir

l’odore. La ragazza era passabilmente netta; ed avea qualche cosa di

quella decenza, che forma il più bell’ornamento del suo sesso: il che

potemmo vedere dal modo di ricusare la bevanda che le si offeriva, e

segnatamente l’acquavite, ch’essa pure amava quanto gli uomini. Onde

dissi meco stesso: ve’ dunque, che anche in mezzo alla Laponia le donne

hanno quell’affettazione di modestia, quell’aria di ricusare ciò che

pure desiderano vivamente di avere!

Noi sbarcammo le nostre robe, e saldammo i nostri conti co’ buoni

Finlandesi che sì fedelmente e sì bene ci aveano servito da Muonionisca

fin lì. Avemmo per essi tutti i riguardi, che il loro buon procedere

poteva aspettarsi; e vedemmo un sincero sentimento di affetto, e di

riconoscenza destar loro le lagrime; e ci presero per le mani, e ci

dissero le più toccanti cose. A modo che i Laponi, che furono testimoni

di questa scena, a malgrado del loro carattere flemmatico ne sembrarono

commossi: cosa che a noi fece piacere, perchè potevano formarsi buona

idea di noi.

La partenza da noi di que’ buoni Finlandesi fu un’epoca notabile nel

nostro viaggio. A noi in quel momento parve di rimanere distaccati dal

rimanente del mondo; e veramente la nostra situazione era critica. La

sorte nostra stava tutta nelle mani di que’ Laponi; e da essi dipendeva

non solo il compimento del nostro viaggio, ma la vita nostra medesima.

Solamente ch’essi avessero creduta impossibile la continuazione del

nostro viaggio, e ci avessero abbandonati a noi, come ritornare alla

beata nostra isoletta di Kintasari? Non avevamo più battello, con cui

attraversare il lago, sul quale essa giace. Questi tristi pensieri ci

occupavano: se non che d’altra parte poi considerammo, che que’ Laponi

non erano un popolo crudele; e quantunque fossero sette colla ragazza,

noi, sebben quattro soli, eravamo bastantemente forti per farli stare

al dovere. La ragione, per la quale erano venuti in tanti, dissero

essere per dover portare le robe nostre, attesochè in quella stagione,

in cui eravamo, le morditure delle zenzale rendevano intrattabili

le renne, e talvolta pericolose, perchè sì forte è il tormento, che

soffrono da quegl’insetti, che arrabbiano disperatamente fuggendo.

Caricaronsi dunque delle robe, spartendole tra loro colla discretezza

di darne meno a chi era meno robusto. Per animarli a ben servirci,

nell’atto che facevano gl’involti, noi demmo a ciascheduno un bicchiere

di acquavite, e ne promettemmo un secondo al momento della partenza.

Ma appena ebbero avuto questo secondo ne chiesero un terzo, giovandoci

di un proverbio lapone, che dice: _Prima di porti in viaggio bevi un

bicchiere di acquavite per la salute del corpo; e partendo bevine

un altro per trovar coraggio a terminarlo._ In fine ci mettemmo in

istrada: uno di loro andava innanzi a tutti: gli altri lo seguivano in

fila ad uno ad uno; e noi facevamo la retroguardia per vegliare sulle

cose nostre, e nissuna se ne perdesse: ma stando di dietro a coloro,

rimanevamo ammorbati dal pestifero odore, che cominciarono a tramandare

tosto che si posero in sudore: chè flagello di puzza simile non soffrii

in vita mia giammai.

Estremo era il caldo, montando il termometro all’ombra a 29 gradi, e a

45 gradi esposto al sole. Il terreno ci abbruciava i piedi, e i pochi

alberelli, che potevamo incontrare, non ci difendevano dai raggi del

sole. Eravamo poco meno che soffocati; e per giunta dovevamo portare

abiti di panno ben fitto per salvarci possibilmente dalle punture delle

zenzale; intanto che il velo, con cui tenevamo per la stessa ragione

coperta la testa, c’impediva la libera respirazione. E questo gran

caldo operava pure potentemente sui nostri Laponi, che aveano bevuto

i tre bicchieri d’acquavite. Costoro si fermavano a prender riposo ad

ogni momento, e domandavano altr’acquavite. Ben ci accorgemmo di non

aver più a fare co’ Finlandesi, sobrii al pari che robusti, operosi ed

arditi: costoro invece non pensavano che alla loro gola. In sei miglia

che facemmo si fermarono cinquanta volte, e sempre chiedendo acquavite.

Se non fossimo stati forti a ricusarla, non saremmo andati innanzi di

più in quel giorno. Per fare sei miglia ci vollero sei ore: bisognava

che li cacciassimo innanzi per forza, e ben guardare che non si

allontanassero. Quando uno di loro cadeva, tutti gli altri fermavansi;

e quello era il segnale di far alto: con che tutta la carovana si

gittava per terra: e ci volevano suppliche d’ogni maniera per farli

alzare. Finalmente arrivammo alle sponde di un picciol lago detto

Kerijervi, sulla destra del quale stendesi una catena di montagne, che

forma il confine del Finmark, ossia della Laponia norvegia e svedese.

Ivi trovammo due battelli interamente sdrusciti con remi mezzo rotti

e disuguali in lunghezza, i quali erano stati tutto il lungo inverno

sepolti nella neve, ed esposti alla inclemenza delle stagioni. Con

questi dovevamo attraversare per due miglia quel lago. Due dei nostri

Laponi si misero a remigare, e due altri a cacciar fuori continuamente

l’acqua che entrava nel battello per le fessure: certo essendo che se

non avessero posta in tale operazione la maggiore possibile attività,

noi saremmo rimasti annegati. In sì gran frangente ci toccò eziandio

di vedere i nostri remiganti andare con tanta flemma e indolenza, con

quanta sarebbesi potuto andare in una partita di piacere; e se toccammo

infine la riva sani e salvi, noi non ne fummo obbligati che al nostro

gridare, pestare, minacciare, bastonare infine sì poltrona canaglia;

e metterci all’opera noi medesimi tanto coi nostri cappelli cacciando

fuori l’acqua, quanto colle nostre braccia vogando.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 22 / 40 题