_Povera colonia di Finlandesi. Muonionisca. Ministro di questa
parrocchia, e suo singolare carattere. Costumi de’ paesani di
questo villaggio, e de’ contorni._
Prima di giungere a Muonionisca ci fermammo ad una piccola colonia
di Finlandesi, che ci parve estremamente povera, e la cui situazione
vivamente c’interessò. Due sole famiglie la componevano, consistenti
in tutto in sette persone, comprendendovi due donne, e un ragazzo.
Il paese all’intorno era superbamente ridente. Un pittore non lo
potrebbe disegnare più vago, ed ameno. Ma questa piccola comunità per
cinque mesi dell’anno non poteva comunicare con nissun altro luogo:
vivea, si può dire, solitaria anche il rimanente dell’anno, essendo
caso fortuito, che colà capitasse qualcheduno, come vi capitammo noi.
Essi dispongono di un territorio di sei miglia all’intorno, fiumi,
peschiere, boschi, prati, sono loro: ma sì grande e ricco possedimento
faceva un gran contrasto colla loro indigenza. Non aveano che quattro
vacche, non seminavano che un barile d’orzo, il quale nelle annate
buone non ne dava che sette: in alcune cattive non dava nemmeno la
semenza; ed era un anno, che sarebbero morti di fame, se non fosse
capitato colà un mercante di Tornea, che provvide al loro bisogno.
Queste due famiglie trovandosi per mala fortuna entrambe disperate,
erano venute d’accordo a questo luogo, e vi si erano stabilite
giovandosi dell’uso che in Laponia corre; ed è che chi vuole fissarvisi
non ha che da scegliersi un cantone a piacimento, purchè sia discosto
dal più vicino villaggio sei miglia; e quando vi ha piantata la sua
baracca, tutto il terreno circondante per sei miglia all’intorno è cosa
sua.
Muonionisca è un villaggio di 16, o 18 fuochi, posto sulla riva
sinistra del fiume Muonio, che qui ha il suo principio. V’è una
chiesa, e un ministro, come a Kengis: e questo ministro è suffraganeo
del curato dell’Alta-Tornea. La sua parrocchia, come ho detto, non è
estesa meno di 200 miglia quadrate; ed in lui non vedevasi segno alcuno
che lo distinguesse dai suoi paesani, salvo un pajo di calzoni neri.
Avea avuta la disgrazia di vedere abbruciarsi in un incendio tutti i
suoi mobili, e tutti i suoi libri, compresa fin anco la bibbia. Forse
codesta disgrazia avea contribuito a dargli una certa rusticità,
che lo metteva a livello de’ suoi parrocchiani. Però avea una gran
dose di buon senso, ragionava con sagacità e giustezza in materie
politiche: masticava male il latino; ma sapeva la lingua svedese, e
finlandese e ci spiegò assai bene molte etimologie, che desideravamo
intendere. Del rimanente com’egli era povero, declamava violentemente
contro la maniera, colla quale l’alto clero usava delle ricchezze. Era
dichiarato nemico d’ogni potere dispotico; e badando a’ suoi discorsi
sarebbesi detto ch’egli avesse ferma speranza di vedere che il giovine
Conquistatore giugnesse un giorno a Muonionisca, e lo facesse patriarca
della Laponia. Egli odiava altissimamente la Russia, e il suo governo,
dicendo che avviliva il popolo, e per ragione di Stato lo teneva
nella più brutale ignoranza. Qualche volta discorreva sugli abusi
della nascita, e della successione ereditaria di un tuono sicuramente
notabile in un uomo, che nulla aveva al mondo salvo una camicia, un
pajo di calzoni, e le scarpe che portava ai piedi. Udendolo ragionare
così, congetturai che gli fosse capitato per le mani qualche libro
moderno; ma quando mi fece il catalogo de’ libri della sua biblioteca
abbruciata intesi che non avea posseduto che trattati di teologia,
e libri su materie di controversia, aggiungendo però che poco avea
studiato gli uni, e gli altri. Non era poi uno di que’ Ministri, presso
i quali i viaggiatori potessero trovare alloggio; ma egli avea piacere
di vederne, perchè ne traeva qualche bicchiere di acquavite; e fece
molto elogio di quella, che noi gli davamo ogni volta che veniva a
trovarci.
Ecco le notizie che io mi procurai intorno a questo villaggio, e
ai costumi de’ suoi abitanti. Tutta la parrocchia conta circa 400
anime, disperse sopra una superficie, siccome ho detto, di 200
miglia quadrate: gli abitanti sono tutti finlandesi emigrati. Tutti
i viaggiatori venuti in queste contrade li chiamano Laponi, perchè è
Laponia il paese, ove sono venuti a stabilirsi. I costumi e il modo
di vivere sono gli stessi che quelli de’ nativi finlandesi, colla
differenza però dell’alterazione prodotta dal clima, e dalla situazione
topografica. Questi Laponi finlandesi, come i pastori laponi, nulla
sanno nè di poesia, nè di musica; nè hanno veruno strumento musicale.
Circondati da laghi e da fiumi, abbondanti di pesce, poco coltivano la
terra, e vivono principalmente della pesca. Hanno comuni colle nazioni
selvaggie la forza, e l’attività: conoscono l’amore, ma non le grazie
che lo accompagnano presso i popoli più inciviliti: hanno tutti i segni
di una tristezza abituale: nè qui ho veduto mai un giovine lanciare
uno sguardo d’interessamento sopra una ragazza. È uso generale che i
due sessi dormano insieme, senza che tale intimità abbia alcuna delle
conseguenze, che potrebbe avere, se fosse sofferta in un paese più
meridionale. Il padre è quegli che trova la sposa al figlio; e le sole
convenienze di famiglia dirigono il contratto. Il figlio è indifferente
a prendere per moglie questa, o quella ragazza. Conviene però dire, che
anche tra questo freddissimo popolo si sono dati tristissimi esempi di
gelosia feroce; ed un caso veramente pietoso ne narrò il ministro. Nè
furti, nè omicidii in questa alta regione d’Europa si odono; ma bensì
suicidii, che non possono attribuirsi se non se a qualche genere di
follia, o ad eccesso di abbattimento di spirito.
In estate il nudrimento principale di questi popoli è il pesce seccato
al sole, se la pesca è buona: vendono il superfluo per aver farina,
sale, e ferro, di cui abbisognano pei loro usi domestici. D’agricoltura
poco sanno, e poco vogliono sapere; il loro Ministro ha predicato
loro colle parole e coll’esempio l’uso dell’aratro; e non v’è stato
verso che se ne sieno persuasi. Quando in autunno comincia a nevicare
fanno la posta all’orso; e si uniscono in tre, o quattro per dargli la
caccia. Alla metà di agosto vanno alla caccia delle anitre selvatiche,
e d’altri uccelli, i quali allora mutando le penne non possono volare,
e ne ammazzano quanti vogliono.
Finito che abbiano di raccogliere i loro fieni, li mettono a coperto in
trabacche erette sopra legni ben forti, e tenendo alto il palco, onde
l’umidità delle alluvioni non lo guasti. Alcuni posseggono renne, che
danno a custodire, e a pascere a qualche Lapone.
Somma è la sobrietà di questi popoli: non bevono liquori spiritosi che
il dì delle nozze: nel qual giorno usano un desinare alla loro maniera,
ed un ballo accompagnato da grida, e da sbattimenti di mani. Non amano
punto la birra; e gustando del vino, che loro offrivamo, facevano
mille smorfie, come se bevessero una medicina. Il Ministro ci assicurò
che in tutta la sua parrocchia forse non v’era un solo bicchiere di
acquavite; e che la ubbriachezza è riguardata da questo popolo come
il vizio più scandaloso, a cui possa essere soggetto un uomo. Il che
ci fece pensare, che questa fosse una delle cagioni per le quali egli
era sì poco riverito e stimato dal suo gregge. Vivendo questi popoli
di tale maniera non è meraviglia se non soffrono le malattie, le quali
affliggono gli abitanti de’ paesi più meridionali; e il Ministro ci
disse aversi esempi di paesani, che hanno vissuto fino a cento dieci
anni. La malattia unica, che faccia strage tra loro, si è una specie di
febbre infiammatoria, che sbriga le persone in pochissimi giorni.
Nel breve tempo che noi stemmo in Muonionisca il ministro ci propose di
fare qualche corsa all’intorno; e noi volentieri scegliemmo di visitare
il monte Pallas, della cui denominazione il nostro conduttore non seppe
darci conto. La gita fu faticosa in quanto al salir la montagna, alla
cui cima non potemmo giungere. Da quelle alture, a cui salimmo, ci si
presentarono superbi punti di vista, che meriterebbero la diligenza del
pittore. Ci mettemmo a raccogliere insetti, e piante: il buon Ministro
non sapeva comprendere a che pro tanta fatica per cose da nulla. Dacchè
gli si era abbruciata la biblioteca, si era accostumato a far senza
teologia. D’allora in poi avea capito che la cognizione dell’Esser
supremo riguardata come scienza non era in generale buona a niente nel
mondo, se non sia per divertir l’intelletto, e a togliere dal corso
della vita la non curanza, in cui l’uomo pensante potrebbe cadere
sugli avvenimenti futuri. In 20 ore avevamo fatto trentasei miglia: il
calore era eccessivo, poichè a mezzogiorno, ma all’ombra, il termometro
di _Celsius_ segnava 37 gradi. Ritornammo dunque a Muonionisca, ove
dopo breve riposo ci mettemmo in ordine per tirare innanzi il nostro
viaggio.