_Primo trattamento di ospitalità in Kollare far piangere chi
entra in casa, e perchè. Descrizione di questo villaggio, e de’
contorni. Simon, l’eroe delle cataratte. Pericoli sotto la sua
direzione evitati. Digressione._
Da Kengis a Kollare, che vi è distante 22 miglia, non cambiammo
battello. Impiegammo dodici ore nel viaggio; e i nostri rematori non
ne presero di riposo che cinque. Avemmo per istrada una pioggia, simile
alla quale, tanto era grossa e fitta, io non ne avea mai veduta alcuna
dacchè n’era partito d’Italia. Non credeva che se ne desse di tale in
sì elevate regioni; e fu anche l’unica volta, che colà udimmo il tuono.
Navigando a Kollare incontrammo molte cataratte, che prima ci avrebbero
messo terrore, e che allora ci erano cosa indifferente; ma però
una volta andammo a dare sopra uno scoglio; e il caso solo ci salvò
dall’annegarci.
La erculea ragazza, di cui ho parlato, ci avea preceduto; ed avea
preparati buoni letti, e buon pasto di latte, di burro, e di carne di
renna. Noi la trovammo in casa con sua madre, e con una figlia di una
sua vicina: gli uomini erano andati alla pesca. Il primo trattamento
che codeste donne ci fecero, fu empier di fumo le camere a tanto
da farci continuamente lagrimare. L’intenzione era buona, volendoci
liberare dall’incomodo delle zenzale, che ivi è veramente orribile;
ma il rimedio era molto penoso. Il fumo impediva che quegl’insetti
entrassero in casa; e fuori un gran fuoco li cacciava a migliaja
lontani. In questi paesi il conservare continuamente nelle camere il
fumo è una specie di lusso; e noi nol considerammo che come un oggetto
di prima necessità. Che terribil flagello per gli Europei sono in
questo paese codesti insetti! Ci coprivano in ogni parte della persona;
e se ci riparavamo dalle loro beccate, niun mezzo poi avevamo per
liberarci dal loro continuo ronzìo, che non ci lasciava dormire. Fummo
parecchie volte tentati a non andare più oltre.
Il villaggio di Kollare è abitato da paesani finlandesi, che ci parvero
passabilmente comodi. Esso sta sopra una isoletta formata dal fiume
Muonio: vi si coltiva dell’orzo; e v’hanno pascoli abbondanti di fieno
eccellente. Il paese all’intorno dà belle viste, massime per le due
rive del fiume coronate di betulle, albero in più maniere utilissimo a
questi popoli settentrionali. Della sua scorza si fanno calzari, corde,
piatti, sporte, secchi, e vasi, ed utensili diversi, e per fino un
certo manto, o copertojo per difendersi dalla pioggia. Del legno si fa
tutto quello che vuolsi.
Noi per nostra buona fortuna trovammo in Kollare quattro rematori
più esperimentati di quanti n’avessimo avuti mai; ed uno di questi
fu da noi salutato per l’_eroe delle cataratte_, appunto perchè colla
meravigliosa sua destrezza fece che il nostro viaggio non finisse tra
Kollare e Muonionisca.
Del rimanente da Kollare a quest’ultimo luogo, che è di 66 miglia,
si va sempre in mezzo alle cataratte; ed è inesprimibile la
fatica, che i Finlandesi fanno per condurre il battello, vuoto de’
viaggiatori, tirandolo dalla riva per mezzo di corde, e cercando di
liberarlo dalle strette degli scogli, e dall’impeto violento della
corrente. Noi intanto, non potendo essere di nissun ajuto a’ nostri
rematori, facevamo cammino lungo la riva come potevamo, seguendola,
o dilungandocene conforme volevano le boscaglie, e i siti paludosi,
che la contornano. Avevamo camminato di questa maniera un buon
tratto, quando ci si disse che non era possibile condurre più oltre
il battello. Per lo che andar più innanzi senza di esso, non era cosa
da pensarvi; nè potevamo arrivare a Muonionisca senza attraversare il
fiume; ed in quel luogo la cosa era impossibile. L’unico ripiego era
di chiamare e il battello, su cui stavamo noi, e l’altro, che portava
il nostro convoglio, a terra, e strascinarli per circa due miglia
attraverso delle boscaglie, onde guadagnare una parte del fiume, che
fosse più facile a salire. Il nostro eroe delle cataratte non trovava
niuna difficoltà insuperabile. Volle spingere la magnanimità sua sino
a proporre che noi montassimo sul battello, ch’egli, e i suoi compagni
l’avrebbero strascinato per lo spazio occorrente. Noi scegliemmo di
fare le due miglia a piedi, domandando solamente di riposarci mentre
la nostra gente andava a cercare il nostro bagaglio, e il battello,
che n’era carico. Nel corso di questo viaggio, invitati dal rumore
straordinario del fiume, vi ci accostammo per vedere la famosa
cataratta di Muonio-Koski, la cui corrente rapidissima sopra ogni
credere, quantunque ci paresse impossibile a sostenere volendo scendere
per essa, pure al ritorno nostro avemmo la temerità di affrontare; e
vi riuscimmo. Dirò qui il come, per non aver più da parlare di siffatto
argomento.
Bisogna figurarsi prima di tutto il fiume chiuso entro un letto
estremamente stretto, ed imbarazzato da roccie, e massi a modo, che
per superarli la corrente è forzata a raddoppiare la sua rapidità. Il
canale intanto è per un miglio tutto pieno di scogli, le cui cime acute
frangono l’acqua, e l’alzano in forma di bianca spuma. Come sperare
che un piccol battello, portato attraverso di tanti ostacoli con una
rapidità, per la quale in tre o quattro minuti fa un miglio, non abbia
da andare in mille pezzi? E notisi che il battello non può passare per
codeste strette seguendo semplicemente la corrente: bisogna che vada
con una velocità accelerata per lo meno del doppio. A tal fine due
rematori de’ più svelti e robusti hanno da vogare senza intermissione,
mentre un altro uomo sta al timone per regolare la direzione secondo
le circostanze; e quest’uomo intanto può appena vedere gli scogli e
le rupi che deve evitare. Egli dirige la prora del battello verso la
rupe che dee oltrepassare, e quando sta per toccarla dà un colpo al
timone, con ciò facendo un angolo acuto per allontanarsene, e muovere
al largo. Il passeggiero freme all’aspetto della manovra, che non si
aspettava; crede che il battello vada a spezzarsi in mille schegge;
ed un momento appresso rimane attonito vedendosi salvo; e vedendo
quella rupe di dietro a sè per una distanza prodigiosa. Ma non istà qui
tutto l’imbarazzo e tutto il pericolo. I flutti bollenti, e accumolati
intorno al battello, ora entrano dentro il medesimo, e lo riempiono;
ora lo trapassano da una sponda all’altra quasi senza toccare i
rematori; e in tante forme si presenta la morte, che si stenta ad
aprir gli occhi, qualunque cosa dicano per darvi conforto e sicurezza
le persone, che la sperienza ha addomesticate con questi pericoli.
Parecchi uomini del contorno erano periti; e due soli del villaggio di
Muonio rimanevano, nella capacità de’ quali si potesse confidare: erano
questi un vecchio di 67 anni, e suo figlio di 26. Non saprei esprimere
la impassibilità di quel vecchio nel corso di quel tragitto. Quando
eravamo in un momento de’ più critici di codesti passaggi, ci bastava
gittar gli occhi sopra di lui; e la nostra paura dileguavasi. — Chi
legge s’immaginerà la contentezza nostra quando avemmo superato quel
mal passo; ed allora finirono le fatiche, e i pericoli, che una vanità
temeraria ci avea fatto incontrare. Ma noi dobbiamo ritornare, secondo
il naturale ordine delle cose, al nostro primo racconto.