CAPO IX.

_Faticoso viaggio dall’Alta-Tornea a Kardis. Kassila-Koski

sul punto, su cui passa il circolo polare. Più faticoso è il

viaggio da Kardis a Kengis. Graziosa accoglienza avuta in Kengis

dall’ispettore delle miniere di quel luogo. Ragazze del contorno;

e particolarità di una di Kollare. Separazione de’ viaggiatori.

L’autore rimane solo con un compagno._

Ai 20 di giugno abbandonammo l’Alta Tornea non senza rincrescimento; e

ce lo accrebbe la risoluzione dell’ottimo sig. _Castrein_, obbligato

per urgenti motivi a lasciarci per ritornare alla propria famiglia.

Nel paese, in cui entravamo, può viaggiarsi per cento miglia senza

trovare un sentiero. Noi andavamo per acqua, e in un angusto battello,

che doveva rompere la resistenza dell’acqua con molta forza scendente

da cataratte: un venticello assai vivo in ciò ajutò i nostri rematori,

e noi. Kaulimpe è il primo villaggio che incontrammo sulla sponda

sinistra del fiume; ed ivi vedemmo una di quelle palizzate che ho detto

usarsi nel paese per la pesca del sermone. Comprammo il più grosso

di que’ pesci; e in quella occasione imparai come si mangia crudo.

Si taglia in piccole fette transversali; si pongono queste in sale

umettato con un poco d’acqua, e vi si lascia tre giorni: così preparato

si mangia con delizia.

Mutammo battello e rematori per la seconda volta a Toullis, otto miglia

al di sopra di Kaulimpe. Il viaggio fu più faticoso, e di maggior

pericolo, dovendo passare tra scogli e cascate. A Kassila-Koski, che

è una lunga sequela di cascate, formata dal letto pietroso del fiume,

e da grossi scogli, che s’alzano al di sopra dell’acqua, i nostri

rematori ci fecero vedere tutta la loro bravura in risalire contro

la corrente rapidissima delle cataratte. Queste cataratte poi sono

famose sulle carte geografiche per essere il punto, che corrisponde

alla divisione del globo, nota sotto il nome di circolo polare. Non

vorrebbevi che il sangue freddo, e la imperturbabilità de’ Laponi

finlandesi per azzardare con un battello sì fragile una navigazione

di sì manifesto pericolo. Ebbero però i nostri la precauzione di

farci smontare a terra; e noi fummo contentissimi di potere seguire a

piedi la riva del fiume. Ma con che fatica! tutto è pieno di boschi,

di ceppaje, e di un ruvido musco alto verso due piedi, ed in fondi

pantanosi. Noi tirammo di lungo per acqua sino a Pello. Pello è un

piccolo villaggio di quattro, o cinque case di paesani dal quale si

vede la montagna di Kittis, ove _Maupertuis_ terminò le sue operazioni

trigonometriche. Il dotto sig. _Swamberg_ era venuto in queste parti

della Laponia per esaminare, siccome ho già detto, le operazioni

degli accademici francesi nel 1736. Le eccezioni ch’egli ha creduto di

opporre, tendenti a dimostrare la necessità di nuove misure, furono

lette da lui nella pubblica adunanza dell’Accademia di Stockholm nel

1799; e trovansi nel rapporto sul suo viaggio in Laponia.

Da Pello a Kardis v’ha 18 miglia; e bisogna farle sempre contr’acqua,

e contr’acqua corrente da alto. Lungo il fiume vedemmo come si

possono avere le uova dell’_harle_, uccello dal Linneo detto _mergus

mergunser_, delle quali i nativi di questo paese sono assai ghiotti.

Quest’uccello, sia per indolenza, sia per sottrarre le sue uova agli

uccelli di rapina, invece di fare un piccol nido come le anitre sulle

sponde dell’acqua, o tra i giunchi, o alle radici de’ cespugli, mette

le sue uova ne’ vuoti tronchi d’alberi vecchi. Ora chi vuol godersene

le uova, mette un tronco vuoto di un vecchio albero in mezzo ad uno

di abete, o di pino, e comunemente in riva al fiume: l’uccello ne

approfitta, e vi depone le uova; ma il paesano gliele porta via,

lasciandone però una, o due, e se le mangia. L’uccello ritorna, e

non trovando che un uovo, o due, ne lascia due o tre di più, che sono

portate via come le prime. L’uccello ritorna un’altra volta; e come

se si fosse dimenticato del numero delle uova, che avea ivi deposte,

continua a deporvene delle altre; e il paesano continua a portargliene

via: cosicchè dopo averne goduto una ventina, finalmente ne lascia

le ultime, onde la razza non si perda. Appena poi i piccoli escon

dall’uovo, la madre li prende a un per uno nel suo becco, e li porta

a piedi dell’albero per insegnar loro la maniera di correre all’acqua,

ov’essi la sieguono con sorprendente agilità.

Da Kardis a Kengis corrono 15 miglia: viaggio sempre più faticoso,

e pieno di pericoli. Qui i nostri servitori perdettero la pazienza,

atterriti anche più dalla considerazione, che avevamo ancora 400 buone

miglia da fare verso il Nord. Si calmarono però alquanto giunti che

fummo a Kengis, ove trovammo un ispettore delle miniere, che ci trattò

molto amichevolmente dandoci viveri ed alloggio. Era egli un bravo e

buon uomo, che in quella solitudine avea formata una specie di colonia,

dando valore a miniere prima di lui neglette, e per esse aprendo un

nuovo ramo di commercio utile alla Laponia. Quando _Maupertuis_ volle

inoltrarsi nel cuore della Laponia per vedere certi sfregi sopra una

pietra, ch’egli chiamò caratteri, e disse la più antica scrittura del

mondo, considerò Kengis come un luogo miserabile, non distinto da altri

simili se non per avere qualche fucina di ferro; e come alloggiò in

casa del parroco, convien dire che allora non vi fosse ispettore. Noi

di quello, che vi trovammo, fummo ben contenti: del resto ci era venuta

voglia di andare a vedere quella pietra; ma essa ci andò via udendo

dagli abitanti di Kengis, ch’essi non ne hanno veruna cognizione.

Dubitammo della fervida immaginazione dell’Accademico francese. Nel

corso di questo viaggio raccogliemmo molte piante in fioritura.

Non vi fu cosa fattibile che l’ospite nostro non facesse per nostro

piacere. Egli raccolse i paesani del luogo per farci conoscere il

_ballo dell’orso_, e la loro musica. Tra i varii loro balli fissò la

nostr’attenzione appunto quello che chiamano dell’_orso_. Fa da orso un

paesano, che si mette a terra con quattro gambe, e fa salti e capriole,

come fa l’orso, studiandosi di seguire il tempo della musica, la quale

è interamente gotica. Codesto ballo è faticosissimo, e continuato per

soli tre o quattro minuti costa un immenso sudore. Ma un tale esercizio

conforta mirabilmente i muscoli delle braccia; e l’abituarvisi

giova, a chi ha da risalire le cataratte. Mentre godevamo di questo

divertimento, vennero sul luogo, attratte dalla curiosità di vederci,

parecchie ragazze del paese, le più belle delle quali invitammo

ad avvicinarsi al nostro circolo, essendo noi sotto una tenda, che

l’ispettore avea fatto alzare sopra una bella eminenza coronata di

pioppi d’Italia. Offrimmo loro del vino, che ricusarono, non amandolo;

del punch, che non mostrarono di gustar molto: della birra, che appena

l’assaggiarono. Erano accostumate troppo a ber acqua e latte. Tra

quelle ragazze una ve n’era nativa di Kollare che si distingueva dalle

altre per l’alta statura, per l’umor lieto, per la risolutezza del

suo contegno. Colei avea nelle braccia una tale forza, che quando vi

ci accostavamo con qualche famigliarità, respingevasi a modo da farci

fare quattro, o cinque passi indietro. Era insieme flessibile, ed agile

in ogni suo membro, e poteva passare dappertutto per bellina. Siccome

andavamo folleggiando intorno a codeste ragazze, il nostro interprete

ci avvertì di guardarci dal far cosa che potesse disgustare la giovine

di Kollare, poichè essa dovea darci alloggio in casa sua nel nostro

passaggio colà. Il che avendo essa inteso, ci promise che farebbe di

tutto per riceverci alla meglio.

Partimmo infatti la mattina seguente da Kengis, e quanto eravamo stati

lieti il dì precedente, altrettanto fummo tristi il susseguente, non

solo per lasciare sì cordiale ospite, ma per dover perdere la compagnia

del _Bellotti_, del _Julin_, e del _Deutsch_, i quali per particolari

loro ragioni non poterono esporsi ai pericoli, che ci minacciavano

in regioni più elevate. Quella loro risoluzione ci fece esitare sulla

nostra. Ma un certo orgoglio la vinse: il colonnello _Skioldebrand_, e

il suo domestico mi restarono fedeli. Eccomi dunque in viaggio per la

Laponia.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 19 / 40 题