_Si parte da Uleaborg. Difficoltà supposte per andare al Capo-Nord
attraverso della Laponia. Nuovi compagni e provvigioni. Addii.
— Descrizione di un ballo finlandese. Divertimenti in Hutta.
Arrivo a Kemi. Il curato, e la sua famiglia: bella chiesa, e bei
contorni. Bagno a vapore. Passaggio a Tornea. Suo clima, e suo
commercio. Fine del mondo incivilito. Curato dell’Alta-Tornea:
sua ospitalità._
Ma era tempo di lasciare Uleaborg, e d’incamminarci alla nostra
meta. Parlando di andare al Capo-Nord, tutti trovavano strano il
nostro disegno, e ci dipingevano l’impresa impraticabile sì per le
difficoltà della strada, sì per l’incontro pericoloso de’ Laponi, che
ci si rappresentavano sotto spaventosissimo aspetto. Massimamente poi
ostacolo immenso ci si diceva fare a tal viaggio la stagione estiva:
che i missionarii, e mercanti, che andavano a quella razza d’uomini,
approfittavano dell’inverno, e all’estate avvicinavansi ai luoghi
di città. E tali furono anche i riscontri che io ebbi da Tornea,
d’onde cercai notizie. Erasi comunemente e in Uleaborg, e ne’ vicini
paesi tanto persuasi, che la nostra idea fosse un delirio, che i più
riguardavano come un oggetto di stravaganza. Noi, ad onta di tutto
questo, fermi nel nostro proposito, deliberammo di andare per una
strada tutta nuova, prendendo possibilmente la linea del meridiano di
Tornea, e seguendola sino al Capo-Nord, chè speravamo per quel modo di
giungervi. Il sig. _Julin_, buon naturalista, eccitato dal desiderio di
acquistare nuove cognizioni, tentato dal nostro disegno, confidando in
noi, e cedendo alle nostre istanze, acconsentì d’esserci compagno. Ci
si aggiunse il sig. _Castrein_, ministro a Kemi, uomo istruttissimo, e
versato assai nella botanica. Comprammo una tenda russa per metterci
al coperto della pioggia, e d’ogni influsso d’intemperie; e ci
provvedemmo di quanto potesse occorrerci di vettovaglia per 20 giorni;
poi di un fucile a due canne, di un termometro di _Celsius_, di una
carta d’_Hermelin_, e di una del _Pontoppidano_, di un compasso che
indicasse anche l’ora, di una scatola per mettervi i nostr’insetti,
di tabacco, di solfo, e di canfora per preparare uccelli, e pelli; nè
ci dimenticammo i regali che volevamo fare ai Laponi, i quali doveano
consistere in tabacco da masticare, e da fumare, e in acquavite comune.
Saluti, abbracciamenti, lagrime ancora, augurii d’ogni sorta,
accompagnarono la nostra partenza da Uleaborg. Passammo il fiume; e
ci mettemmo in istrada sopra una carretta tirata da cavalli. Il primo
luogo, ove li cambiammo, fu Sukurri, nove miglia lungi da Uleaborg;
e li cambiammo tre, o quattro volte da Sukurri fino a Testile, luogo
di due, o tre case di legno. Passato in barca un piccol fiume detto
Lesvaniemi, udimmo il suono di un violino; e volgemmo all’abituro di un
paesano, ove trovammo dieci, o dodici persone che ballavano. Al nostro
arrivo tutti furono sconcertati, eccetto il suonatore, che continuò a
maltrattare il suo istromento, come se niente fosse. E sapete perchè?
per non altro che per essere orbo. A poco a poco però que’ paesani si
riebbero dalla prima sorpresa; e ripigliarono i loro posti.
Il loro ballo non consisteva che in salti e capriole rustiche, di
niuna grazia, ma di molta forza; e le donne ne mostravano quanto gli
uomini. Nè varietà, nè passione ne’ loro atteggiamenti, nè espressione
vedevasi ne’ loro volti: ma facevano tutto con aria grave, e con
un’attenzione scrupolosa. Di lietezza non v’era su quelle fisonomie il
minimo segno; e un vaso di birra posto sopra la tavola, la conteneva
mista ad acqua: ne bevevano per puro bisogno di estinguer la sete; e il
suonatore non era meno sobrio degli altri. V’erano sei, o sette donne;
e tutte goffe, mal fatte. Anche il loro vestito contribuiva a renderle
sgraziate. Volli far nota della loro musica; e potei copiare qualche
danza finlandese. Partendo dalla _sala del ballo_ demmo qualche mancia
al povero suonatore, che per gratitudine si fece accompagnare dalla sua
guida per onorarci alcun tratto di strada della sua musica.
Da Testile andammo ad Hutta, villaggio di quattro, o cinque case di
legno: una ve n’era, ove noi deliberammo di rimanere, essendo stanchi
del viaggio. Alcuni paesani, e alcune ragazze entrarono senza cerimonie
nella camera, ove, avendo alcuni stromenti di fisica, pensammo di dare
qualche divertimento a quelle buone creature. La prima cosa che ferì
gli occhi a que’ paesani, fu il fucile a due canne. Fu per essi una
meraviglia: oh! con questo l’uom vecchio in pelliccia (intendevano
l’orso) non troverebbe quartiere. Così dicevano concordemente; e per un
tal fucile avrebbero dato e la casa, e che so io? Noi mostrammo loro
il termometro, il cannocchiale, e per ultimo un microscopio. Ma prima
di far loro conoscere quest’ultimo stromento, dicemmo loro di trovarci
un pulce. Tutti andarono a cercarlo. Una delle ragazze, ritiratasi un
momento, presto ritornò col pulce. È impossibile esprimere i gesti,
l’esclamazioni, le grida di meraviglia e di stupore di tutti, quando
videro ingrandire quel piccolissimo animaletto, e ne osservarono la
mostruosa figura. Non potevano saziarsi di guardarlo, e riguardarlo
per ogni verso. — Senza dubbio che si ricorderanno per lungo tempo di
quanto hanno veduto.
Da Hutta a Kemi vi sono 18 miglia; e noi vi fummo il lunedì 10 di
giugno.
È ben naturale che a Kemi dovevamo alloggiare dal sig. _Castrein_,
che avea da essere il nostro compagno di viaggio. Egli era un
ecclesiastico d’irreprensibili costumi, di pulitissime maniere, di
molte cognizioni: parlava assai bene il latino, un poco il francese,
ed intendeva passabilmente il tedesco. La sua parrocchia, di cui
era il ministro principale, non ha meno di 900 miglia quadrate di
estensione. Oltre la moglie, e i figli, avea undici tra fratelli e
sorelle, che mantiene; ed era riguardato il padre della famiglia.
Stemmo in casa sua due giorni; e vedemmo quanto era in Kemi, e ne’
contorni. I contorni di Kemi paragonati a quelli di Uleaborg ci parvero
il paradiso terrestre. Grande è il fiume che dà il nome al villaggio,
ed è abbondante di sermoni, la cui pesca assai lucrosa è una delle
principali rendite del parroco. La chiesa può far sorpresa a qualunque
forestiere. Collocata in mezzo ad un bosco di abeti, e circondata da
tugurii miserabili, parrebbe qualche cosa di magnifico quand’anche non
fosse bella, e maestosa, com’è. Ha una superba cupola, e tre ingressi
principali, decorati di un colonnato d’ordine dorico. Peccato! che
tanto lusso facesse contrasto colla miseria che vidi in qualche casa
di paesani, e che tutto mi faceva con gran fondamento credere, che non
si limitasse a quella casa. Le sorelle del parroco mi fecero vedere
due campane destinate all’uso di quella chiesa. Erano quelle campane
coperte di varie iscrizioni finlandesi, una delle quali incominciava
con una parola, che in italiano è oscena, e che in lingua finlandese
non significa che la parola innocentissima _ecco_. Noi c’eravam messi
a ridere sgangheratamente; e come rendere la giusta ragione del tanto
ridere alle signorine, che pur erano vogliose di saperla?
Intanto il sig. _Castrein_ volle farci gustare il piacere del bagno
all’uso di Finlandia. Si scaldarono le pietre; e quando tutto fu
pronto, dietro l’avviso di una ragazza di 18 anni, a cui le faccende
del bagno erano commesse, entrammo nella camera, ove codesta ragazza
ci spogliò, e ci presentò un bacino d’acqua fredda con alcuni rami
di betulla perchè ci sferzassimo da noi, indi essa gittò dell’acqua
sulla massa delle pietre infocate. Io debbo confessare l’imbarazzo,
in cui mi trovai in tale situazione, tutta nuova per me. Per tenere
a segno la testa cercai di fissare costantemente gli occhi sul mio
compagno, e d’imitare la sua indifferenza esemplare. Ma trovai molto
forte, e sul principio molto incomodo il calore del luogo. Pure mi ci
avvezzai, sicchè lo sostenni a 65 gradi del termometro di _Celsius_.
In una tale temperatura provai una deliziosissima sensazione quando la
ragazza venne a buttarmi dell’acqua sul capo, e che questa mi calava
giù per tutta la vita. Lo stesso pur fu quando bagnati nell’acqua que’
rami di betulla che ho accennati, mi misi a battermi il corpo. Stato
così mezz’ora, il sig. _Castrein_, a cui aveva esposto il desiderio di
vedere prima lui sottomettersi alla cerimonia d’uso, egli vi si prestò
senza ritardo; e capii come avea da fare anch’io alla mia volta. La
ragazza gli presentò uno scabelletto su cui egli si assise; essa gli
gettò sulla testa dell’acqua fredda, ne spremette i capelli, e con
sapone ed acqua gli lavò tutto il corpo, e lo fregò sino alla cintura.
In appresso passò ai piedi, gli fregò le gambe, e particolarmente
il collo del piede, e il tallone. Io era stupefatto vedendo questa
operazione; ma ciò che più mi colpiva, era la perfetta apatia del
ministro. Non avendo avuto coraggio a tanta prova, presi i miei abiti,
e saltai fuori del bagno. L’uso porta che si dia qualche mancia alla
ragazza; e deve darla anche il padrone. Questa mancia si chiama in
finlandese _sauna raha_.
Dopo avermi fatto erborizzare ne’ suoi contorni il sig. _Castrein_
si mise in viaggio con noi. Nulla d’interessante presenta il paese
da Kemi a Tornea, se non che l’aspetto della primavera dappertutto
consolante sì per l’adornamento, in che si pone la natura, sì per la
speranza de’ beni ch’essa prepara alla estate: ma qui è ben diverso. Lo
squagliamento delle nevi e de’ ghiacci sulle montagne produce ne’ fiumi
delle alluvioni, non d’acque solo, che pur ruinano le campagne, ma di
masse affastellate di ghiacci, che rompono e distruggono ogni ostacolo
che incontrano, non perdonando nè a ponti, nè ad abitazioni.
Nissuno sapeva che Tornea fosse al mondo prima della celebre spedizione
di _Maupertuis_, e degli astronomi suoi compagni. Ora è cognita a
tutti. Egli ne fece una orribile descrizione perchè vi fu in inverno.
In estate ha diverso aspetto. Veramente essa non conta più di 600
anime: le case sono quasi tutte di un solo piano, alto però da non
soffrire la umidità. I mercanti abitano al mezzodì; e l’hanno abbellita
con viali d’alberi, con un passeggio pubblico, con orti e giardini.
Le lunghe tenebre dell’inverno sono compensate dalla quasi continua
presenza del sole durante l’estate; e i 40 gradi di freddo dai 27
gradi di calore. Magnifico è il fiume che dà il nome alla città, e
che quasi affatto la cinge; e superbo è l’aspetto delle sue sponde,
sulle cui alture si veggono varii mulini da vento; e la chiesa col
suo campanile, e con varie case si specchia vagamente sull’acque del
fiume. Sopra alcuno di que’ mulini si va a vedere il sole a mezza notte
nel mese di giugno. Meglio però si gode questo spettacolo alla chiesa
di Bassa-Tornea nella vicina isola di Biorkon. I vascelli mercantili
che battono le acque del golfo di Botnia possono abbordare presso la
città: essa anticamente avea un buon porto; oggi è interrito. Burro,
sevo, carni salate, o seccate, sermoni affumicati, o messi in sale,
piccole aringhe, legnami da fabbrica, catrame, pelli di renne, di
orsi, di lupi, di armellini, e d’altri animali del paese, ed una
gran quantità di uccelli, sono le merci che se n’estraggono. Vi
s’introducono frumento, sale, farina, canepa, cera, panni, tele grosse,
tabacco, e spezierie. In inverno i mercanti vanno colle loro slitte
a diverse fiere, ove comprano dai Laponi belle pelliccerie, dando in
cambio pesce, farina, sale, tabacco, ed acquavite. Alcuni vanno fino ad
Arcangelo, ed altri ad Alten.
[Illustrazione: _Tav. II._ — VEDUTA DELLA CITTÀ DI TORNEA A
MEZZANOTTE PRECISA]
Le più distinte persone di Tornea ci hanno fatta un’accoglienza
gentilissima. Tra queste più intimamente vivemmo col dottor _Deutsch_,
giovine mollo istrutto, e grande amatore di storia naturale. Egli
si aggiunse compagno a noi, ma solamente sino a Kengis-bruk, atteso
che non poteva allontanarsi da Tornea più di 15 giorni. Avremmo
facilmente avuto per altro compagno il segretario _Swamberg_, mandato
in Laponia dall’Accademia delle scienze di Stockholm per verificare
le operazioni di _Maupertuis_, se il ritardo del vascello, che portava
i suoi istromenti astronomici non lo avesse obbligato ad arrestarsi a
Tornea. Rimanemmo dunque in cinque, cioè il sig. _Castrein_, eccellente
botanico, _Julin_ minerologo, il colonnello _Skioldebrand_, pittore di
paesaggi, _Bellotti_ bresciano, ed io, che c’incaricammo degli articoli
di ornitologia, e della compilazione di quanto a giorno per giorno
i nostri compagni avrebbero potuto osservare. _Deutsch_ non sarebbe
stato con noi che per un tratto di strada; ma non ci sarebbe per quel
tratto mancata l’utile sua opera come entomologista. Partimmo adunque
prendendo la direzione pel paese detto l’Alta-Tornea.
Ivi termina il mondo incivilito: non più cavalli, non più strade, non
più alloggi pe’ viaggiatori, salvo una baracca stabilita dai mercanti
di Tornea per loro uso ne’ viaggi che, come ho detto, fanno l’inverno
per le varie fiere che frequentano. Però prima di giungere colà da
Tornea, varii villaggi s’incontrano. Kukko è il primo, distante 7
miglia: 9 miglia oltre è Frankila, le cui donne ci parvero di fisonomia
gradevole. Otto miglia più oltre è Kerpicula, ove il fiume fa un
bacino d’acqua quieta e nera, proveniente da una strepitosa cascata;
ed altrettante più oltre ancora è la chiesa di Kirkomeki, ove vedemmo
l’industria, colla quale i pescatori di sermone ivi sanno piantar
palizzate attraverso del fiume per assicurarsi pesca copiosa. Una
forte pioggia ci obbligò a cercar ricovero in una casa, che vedevasi
sopra un’altura. Vi andammo: in quella casa era una camera pel bagno;
e noi ci divertimmo a vedere gli uomini e le donne a mano a mano che
vi entravano. I primi si spogliavano nella casa, e correvano al bagno
situato 20 passi più oltre: le donne si spogliavano nella camera del
bagno; ma perchè le loro gonnelle non prendessero umidità, le gittavano
fuori; ed erano poi obbligate ad ire a pigliarsele affatto nude. Io
volli entrare in quella camera per misurare il grado di calore, e mi
si toglieva il respiro. Il nostro interprete potè sostenere sì alta
temperatura; e seppe dirmi sulla osservazione del termometro, che
saliva a 65 gradi. Di là da Kirkomeki 6 miglia è Niemis, 8 miglia
distante dal quale è l’Alta-Tornea, ove giungemmo ai 18 di giugno.
Quest’Alta-Tornea è una parrocchia, il cui curato invigila sopra
tutte le altre chiese di questa parte della Laponia. Quello che ivi
trovammo, era uomo compitissimo. Volle che tutti otto (di tanti era la
nostra brigata) alloggiassimo da lui. E ciò fu bene perchè troppo per
noi sarebbe stato angusto il piccolo albergo pubblico di Mattarange.
Bisogna poi sapere, che fuori che sulle grandi strade, l’uso in Isvezia
porta, che il viaggiatore volgasi alla casa del curato, e vi domandi
una camera, giacchè le case de’ paesani sono assai miserabili per
ogni verso; ed al curato, persona comoda, in generale non pare vero
di veder qualche persona di garbo, che rompa la monotonia della vita
triste ed uniforme, ch’egli è obbligato a menare sequestrato in codeste
regioni remote da ogni società. Codesti curati parlano quasi tutti il
latino, parecchi il tedesco, alcuni il francese. Con queste lingue ogni
viaggiatore può farsi facilmente intendere. Aggiungasi che assai spesso
in casa di questi ministri trovansi giovani belle e garbate, state
in educazione nella capitale; e che mal si affanno alla solitudine,
a cui nel seno della loro famiglia sono costrette ad accomodarsi. Se
capita qualche giovine viaggiatore di buona maniera, non v’è cortesia
che non gli si usi, nè cura, o pensiero che non s’impieghi per far che
prolunghi il suo soggiorno; e il momento in cui egli dee partire, è un
momento di tristezza per tutta la famiglia; poichè la cordialità de’
padroni si estende sino alla servitù. Così accadde a noi in casa del
sig. _Sandberg_, le cui amabili figlie, giovinette vive di carattere, e
per natura spiritose, nulla omisero per renderci gradevole il soggiorno
che in casa loro facemmo.
Il sig. _Sandberg_ ci condusse al monte Avasaxa, di cui parla
_Maupertuis_, e sul quale questi fece le sue operazioni per l’oggetto,
a cui mirava la sua spedizione. Noi tenemmo per andarvi la stessa
strada, e trovammo dappertutto vera la descrizione, ch’egli ne
ha lasciata. I nostri naturalisti e botanici fecero osservazioni
e raccolte. Ritornammo a casa morti di fatica, e di fame; e mad.
_Sandberg_ ci avea preparata una cena sontuosa, ove mangiai un arrosto
di renna, la quale era stata tenuta otto mesi nella dispensa. Era stata
ammazzata nel novembre del 1798, e la mangiavamo ai 19 di giugno del
1799. Ciò dimostra la lunghezza dell’inverno in quel paese; e come il
gelo vi conserva bella e fresca la carne.