CAPO VI.

_Magnatizzatore, e magnatismo. Partita di musica istromentale.

Simpatia de’ Finlandesi per la musica. L’harpu. Caccia del

gallo di brughiera, e qualità di questo uccello. Pregiudizii

de’ Finlandesi per certe vivande. Faccende de’ Finlandesi

nell’inverno. Loro pesche sul ghiaccio. Loro caccie di vitelli

marini e dell’orso._

Ho nominato il barone _Silfverkielm_, uomo per tutti i versi

amabilissimo. Era stato per una gran parte della sua vita ai fianchi

del re _Gustavo_, avea viaggiato molto, e veduto il gran mondo. Sapeva

bene di meccanica, si dilettava di chimica, e possedendo una eccellente

macchina elettrica d’Inghilterra, faceva molte esperienze. Ma sopra

tutto era grande magnetizzante, e il più caldo alunno di _Mesmer_.

Io non credeva alle meraviglie mesmeriane, e meno di me vi credevano

i due viaggiatori inglesi, i quali ho detto ch’eransi uniti a noi;

ma il fatto è che vedendo i varii, e straordinariissimi effetti del

magnetismo, e ad essi, e a me fa pur d’uopo infine confessare, che

quello che vedevamo, per se stesso meraviglioso, e inesplicabile,

era verità reale. Il barone però non trovava in Uleaborg persone che

dessero cura, o fede alle sue cose. In generale quegli abitanti non

possono dirsi giunti a sufficiente grado di intelligibilità. Facemmo

con essi più fortuna noi colla nostra musica.

Uno de’ due dilettanti sopraggiunti sonava il violoncello, l’altro

il contrabbasso; _Shioldebrand_, mio compagno di viaggio, sonava il

violino; io il clarinetto. Eravamo dunque in istato di sonare insieme

passabilmente qualche quartetto; ed era questa sicuramente la prima

volta, che si sarebbe udito in Uleaborg siffatta musica. Accorsero

sino dalla prima volta, che ci mettemmo a suonare, in tanto numero

uomini e donne, che dovemmo cercar la sala del palazzo di città

per dar luogo a tutti. E dell’effetto di quella nostra musica sopra

quegli Uleaborghesi chi può giustamente raccontare il vero? Non v’era

modulazione, non tratto, non passo, che non facesse sui loro animi una

impressione, la quale si dipingeva tosto vivissima sul loro volto, e

sulle loro persone. Ho veduto in quell’incontro realizzate pienamente

le esagerazioni de’ tempi più favolosi della Grecia. I Finlandesi

hanno realmente un senso innato per la musica, e per la poesia. E

se non hanno fatto nella musica eguali progressi, che nella poesia,

ciò debbesi attribuire al cattivo istrumento che hanno. Lo chiamano

l’_harpu_: è una specie dell’antica cetra de’ Greci, di sole cinque

corde di metallo, ma non tastate colle dita della mano sinistra: essi

suonano, ballano, e recitano le loro poesie ristretti a cinque note

sole. L’introduzione del violino va però producendo nella musica del

paese un cangiamento. L’antica melodia finlandese è chiamata il _runa_.

Noi eravamo giunti all’epoca, in cui, cessato coll’inverno il sonno

della Natura, essa ripigliava il senso della vita in tutti gli oggetti.

Giungevano da tutte le parti gli uccelli di ogni specie animati

dall’amore, e popolavano i boschi, i campi, le paludi, gli stagni,

ogni luogo. Le notti belle, e chiare quanto il giorno, c’invitavano

al piacer della caccia. Noi pranzavamo a casa, vi facevamo la nostra

partita di musica, cenavamo; e a dieci ore uscivamo alla campagna

divertendoci sino alle due della mattina. Nelle nostre escursioni la

luce notturna ci serviva meglio che quella del giorno; e vedevamo

abbastanza bene per pigliare la mira, mentre allora gli uccelli

erano più tranquilli. Era affatto nuova per me la caccia del gallo

di brughiera, detto da Linneo _tetra urogallus_. È un uccello grosso

quanto un gallinaccio, sulla schiena ha di un bruno cupo le penne,

sul ventre le ha del colore dell’ardesia, ed è listato dappertutto

di piccole macchie nere. Esso ama il freddo: si ciba di bacche, e

di bottoni delle piante; e in questa stagione canta i suoi amori con

tanta vivacità, che si direbbe convulso. Ma vuolsi molta industria ad

avvicinarvisi; e bisogna sorprenderlo appunto ne’ momenti di quella

convulsione, la quale non gli lascia allora nè vedere, nè udir niente.

È cosa ordinaria in queste caccie fissare alcun luogo di sì vasti

boschi, ove riunirsi; e a quest’effetto si accende un gran fuoco,

affinchè si vegga il fumo a molta distanza; e vi si lascia sempre

qualcheduno che lo conservi. In questa circostanza conobbi quanto

sia facile cagionare un incendio, che consumi tutta una foresta.

Imperciocchè il suolo è coperto di un musco fitto, alto, e secco, il

quale, se mai si accende, porta irremissibilmente il fuoco per tutto

lo spazio che occupa. Si può mettere tra le cagioni de’ grandi incendii

delle foreste di Svezia e di Finlandia anche questa, mentre una minima

negligenza di chi veglia al fuoco, che ho accennato, basta a tanto

fatto.

Ho detto che pranzavamo e cenavamo in casa, e poi andavamo alla caccia.

Conviene che dica qualche cosa anche di quella nostra faccenda. Non

era il minore oggetto de’ nostri piaceri in Uleaborg quello della

tavola; e la nostra ostessa era sollecita di procurarci i migliori

bocconi. Vitelli, majali di latte, buoi, non erano per lei risparmiati.

Ciò che il mare, e i fiumi potevano fornire di più delicato, essa lo

provvedeva senza badare alla economia. E per questo trattamento di

lusso, per me, pel mio amico, e pel nostro domestico, comprendendo

colezione, pranzo, cena, caffè, tè, ed alloggio, noi non ispendevamo

più di due ghinee alla settimana: con che ognuno vede come in questo

paese tutto è a buonissimo prezzo; nè v’ha proporzione alcuna con

quanto le cose costano a Stockholm. Il nostro domestico era quello

che faceva la cucina; e come seguiva l’uso d’Italia, ogni giorno la

gente di casa metteva rumore non concependo qualmente avessimo da aver

sempre minestra, e lesso. Più rumore s’alzò perchè mangiavamo cervella

e fegato sì di vitello che di majale: cose per quella gente orribili a

segno che avendo indotta una persona a gustarne, per l’avversione non

potè mai inghiottirne. Similmente non potevano darsi pace veggendoci

mangiare lodole, beccaccine, tordi, ed altri piccoli uccelli, che per

noi erano deliziosissimi anche per averceli procacciati alla campagna

coll’archibugio.

Strani pregiudizii sono questi, difficili a sradicarsi in un popolo

a metà incivilito. Ma non è per queste cose, che vogliono essere

giudicati i Finlandesi: si domanderà come vivano essi in una stagione,

in cui mari, fiumi, e laghi e stagni sono presi dal ghiaccio; in

cui una crosta di ghiaccio copre il suolo, ed animali, e vegetabili

sembrano tutti assorti senza vita in un sonno profondo. I popoli di sì

aspro clima pressati da bisogni più forti, e più estesi, che quelli

de’ paesi meridionali, sono e più svegliati, e più attivi, e più

industriosi, onde provvedersi di quanto loro occorre. I Finlandesi

adunque passano l’inverno fabbricandosi ogni sorta di vestimento,

e d’istromenti, ed utensili loro necessarii, e reti, e slitte, e

carrette; in tagliar legne, in abbattere alberi, e trasportarli, e

segarli, e pulirli, secondo i varii usi, a cui debbon servire. Poi

attendono alla pesca, nella quale ho accennata una delle loro pratiche;

ma ne hanno altra più industriosa, e più ampia, e consiste in fare due

aperture nel ghiaccio, per le quali con corde e lunghe pertiche fanno

passare una rete. L’estrarre poi questa quando è piena di pesce forma

una difficoltà, che la pazienza e destrezza loro soltanto li ajutano a

superare. Usano un’altra maniera più singolare nella pesca de’ fiumi.

Quando il freddo comincia a farsi sentire, il pescatore costeggia il

fiume, ed osservando un pesce sotto il ghiaccio nelle acque, gli dà un

violentissimo colpo di martello, o di bastone, rompendovi il ghiaccio

sopra, pel quale colpo rimanendo il pesce stordito, in pochi istanti

s’alza alla superficie, ove il pescatore lo piglia con uno stromento

fatto apposta.

Della caccia de’ vitelli marini si è detto qualche cosa. Si ha però

da aggiungere che si fa più in grande in altra guisa, e che costa al

Finlandese grande fatica. Il tempo di questa caccia è quello, in cui

il ghiaccio si scioglie. Quattro o cinque paesani si mettono in un

battello scoperto, e si espongono al mare, e a tutti gli accidenti,

che l’urto de’ ghiacci distaccati, e la furia de’ venti, e de’ flutti

possono produrre. Essi si arrampicano su quelle isole ondeggianti, e vi

si strascinano sopra colla massima destrezza per mettersi al segno di

tirare con sicurezza sulle foche, che riposano sui ghiacci. Raccontasi

di due Finlandesi, che sette anni addietro si misero in un battello

per simile caccia, i quali avendo veduto in una isoletta di ghiaccio

alcuni di quegli animali, lasciarono il battello, e saliti sull’isola

a forza di ginocchia e di mani, recaronsi senza essere osservati in

vicinanza de’ medesimi. Aveano attaccato il battello a qualche punta

dell’isoletta; ma nel mentre ch’erano occupati della loro caccia, il

battello si slegò; e nell’allontanarsi preso in mezzo da altre masse

di ghiaccio rimase tra quelle stretto, e frantumato. Trovaronsi dunque

abbandonati a se stessi; e in che luogo? niun mezzo di salvarsi; niun

raggio minimo di speranza. Due settimane rimasero in sì miserabile

stato, fidati ad una fragile tavola, che ogni giorno vedevano

impicciolirsi pel fregamento sui ghiacci, in mezzo ai quali passavano.

Agli orrori di quella situazione si aggiunse la fame, la quale li

portò a divorare la carne delle proprie loro braccia. Stanchi di tanto

soffrire, e a quella lenta e dolorosa agonia preferendo una pronta

morte, risolvono di precipitarsi in seno del mare. Si abbracciano

per l’ultima volta, e stanno per eseguire il disperato loro disegno,

quando veggono a qualche distanza una vela. Oh! in qual momento?

Uno d’essi si spoglia del vestito, e l’alza per segnale d’implorato

ajuto. Fortunatamente il segnale fu distinto; quella vela era d’altri

pescatori di foche; e furono salvati.

La caccia dell’orso non richiede minore presenza di spirito, e

non minore coraggio; e veramente il Finlandese in quella occasione

manifestamente prova d’avere queste due qualità nel più alto grado. Non

è che da poco tempo in qua che qualcheduno tra essi ha incominciato

a far uso in questa caccia d’armi da fuoco; ma il maggior numero de’

paesani, massime nell’interno della contrada, non vorrebbe esporre la

vita alla incertezza di un colpo, che spesso va perduto per cagione

della umidità: d’altra parte un archibugio, od un fucile anche di

qualità inferiore per essi costa troppo. Si attengono dunque all’arma

loro favorita per questa caccia, che è una lancia di ferro piantata

in un bastone, ed alla distanza di un piede dalla punta fornita da un

traverso pure di ferro, espressamente posto perchè l’arma non penetri

troppo in dentro nel corpo dell’animale. Adunque quando il cacciatore

ha scoperto il sito, in cui l’orso sta appiattato, va alla bocca

dell’antro, e fa rumore, onde irritar l’orso, e provocarlo ad uscire.

L’orso esita, e sulle prime mostra di non volere uscire, ma continuando

il cacciatore a molestarlo, irritato si slancia fuori, e veduto il suo

nemico si drizza sulle gambe di dietro, e si appressa a sbranarlo. Il

Finlandese allora impugna la sua lancia in modo però che la bestia

non ne vegga tutta la lunghezza; ed avanzandosi presso di essa,

quando trovansi entrambi faccia a faccia, le avventa il colpo mortale

al cuore. Senza quel traverso di ferro la lancia trapasserebbe alla

spalla; nè ciò impedirebbe l’orso dal cadere sopra di lui; accidente,

che potrebbe essergli fatale. Il traverso adunque fa che l’orso rimanga

dritto, e che indi cada rovesciato al suolo. Singolar fatto, e che

parrà straordinario è questo, che l’orso sentendosi ferito, invece

dì cercar di levarsi colle sue zampe la lancia, la tien ferma, e la

interna più profondamente nella piaga. Quindi dopo essersi agitato, e

rivolto sulla neve, cede alla morte; e il paesano se ne impossessa, e

chiama i compagni in ajuto per trasportarlo al suo casolare. Colà si

termina il suo trionfo con una specie di festa, ove un poeta canta le

imprese del cacciatore.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 13 / 40 题