_Poesie improvvisate dai Finlandesi. Perchè dette runiche; loro
carattere: modo con cui vengono recitate, o cantate. Esempii.
Elegia per la morte di un fratello. Proverbii. — Il pasticcio
di Paldamo. — Versi d’amore. Le più antiche poesie runiche sono
formule di magia, d’incanti, di superstizioni, reliquie della
religione dominante presso i Finlandesi prima del cristianesimo._
Ho detto che i Finlandesi hanno degl’improvvisatori. Ciò mi conduce a
parlare della loro poesia. Tutte le nazioni settentrionali, Scozzesi,
Danesi, Svedesi, Norvegi, fino dagli antichi tempi poetarono: e così
fecero anche gli abitanti della Finlandia. _Runica_ si chiamò la loro
poesia, perchè _runoot_ dicevasi l’antica lingua gotica, in che la
espressero. I loro versi, composti di otto piedi trochei ciascuno,
cioè di una sillaba lunga e di una breve, non erano rimati, ma
incominciavano, almeno ogni due, colla stessa sillaba, oppure questa
corrispondenza di sillabe simili veniva alternata. Ciò che importa
dire si è, che codesta ripetizione di sillabe simili non manca di
riuscire gradita ad orecchi alla medesima avvezzi, ed oltre ciò serve
eccellentemente ad ajutare la memoria. I paesani spezialmente coltivano
questa poesia popolare, e l’applicano ad ogni argomento, che sia
a loro portata: nè hanno meno facilità degl’improvvisatori nostri.
Singolare poi è il modo, con cui la recitano, o la cantano. Il poeta
ha un ajutante, il quale ripete a mano a mano il verso, che l’altro
dice, tenendo lo stesso tuono, con questo di più che incominciando
l’ajutante, o ripetitore, che vogliam dirlo, all’ultima, o penultima
sillaba, finisce il verso coll’improvvisatore: indi lo ripete da
solo, così dando riposo al poeta, onde preparare il verso seguente. Di
questa maniera continuano entrambi sino al fine; ed entrambi vannosi
confortando di tratto in tratto con birra, od acquavite. Di poemi, che
noi diremmo epici, fatti per illustrare la memoria di antichi eroi,
ed accennare punti di storia, non se n’è trovata traccia; ma egli è
probabile che se ne trovino brani, forse presso i montanari, comunque
per avventura o tronchi, od alterati, poichè tutto è stato affidato
alla memoria; e nulla si è scritto. Altra cosa notabile si è, che di
poesie runiche non se ne trova alcuna di data posteriore alla riforma
di _Martin Lutero_.
Checchè sia di queste due cose, giova avvertire, che i Finlandesi non
fanno del ballo un genere guari ordinario di ricreazione: ma e alle
fiere, e nelle loro adunanze dilettansi di certe specie di canzoni,
o di racconti, che qualche volta accompagnano coll’_harpu_, se hanno
questo istromento alle mani, e se chi lo suona può fare anche l’officio
di ajutante, o ripetitore.
Ma i miei leggitori ameranno avere qualche saggio delle poesie
finlandesi, il cui carattere in generale si è d’essere piene di
espressioni ridondanti, e d’avere il senso compreso in due versi, ed
anche più; ma questo senso ripetuto in giro diverso di parole, e di
frasi all’uso orientale. Alle quali maniere naturalmente si adatta
la lingua finlandese, in quanto è copiosa, ed abbonda di sinonimi.
Per primo esempio ecco una elegia funebre composta da _Paulo Remes_,
paesano, in occasione della morte di un suo fratello; elegia che fu
stampata in Abo nel 1765.
«La parola viene dal cielo; da quello, nelle cui mani stanno tutte le
cose».
«Vieni qui: ti farò il mio amico: appressati, poichè di qui innanzi
sarai il mio compagno. Vieni dall’alto monte: lasciati alle spalle
la sede del dolore: hai sofferto abbastanza: cessino le lagrime che
hai versate; tu hai sentito il dolore, e la malattia: l’ora d’esserne
libero è giunta: sei salvo dai giorni di tristezza: la pace si è
fatta sollecita di venire a trovarti; e dalla tristezza ti è venuta la
consolazione».
«Così egli è ito verso il suo creatore: egli è entrato nella gloria; si
è affrettato verso il sommo bene: è partito per godere della libertà:
ha abbandonata la via del rammarico: ha lasciata l’abitazione della
terra».
La lingua finlandese è ricca di proverbii di un senso profondo; e i
versi runici ne comprendono molti, divisi in due emisticchi, l’ultimo
rischiarativo del primo, non diversamente da quello che si osserva
praticato dagli Ebrei. Eccone esempi.
«L’uomo buono fa risparmio di quello che ha: ma il cattivo non darà un
pugno di ciò, che ha nel suo moggio».
«Il saggio sa cosa ha da fare: lo sciocco si accinge a far tutto».
«Col piangere non si rimedia all’afflizione; nè ai mali colla
tristezza».
«Chi ha provato prima si mette francamente all’opera: colui che non ha
esperienza si ferma titubante».
«L’uomo saggio impara da ogni cosa: egli approfitta anche dei discorsi
dello sciocco».
«La terra, che forma il patrimonio di un uomo, forma la sua principale
delizia; e il più bel bosco, che conosca, è il suo».
«Il forestiero è fratello nostro; e l’uomo che viene da lontano è
nostro parente».
«Quando l’aurora spunta, io so che le vien dietro il giorno: una
persona buona si manifesta co’ suoi sguardi».
«È finita l’opera che è cominciata: ed è perduto il tempo quando si
dice: che farò io?»
«L’istromento dell’uomo industrioso è aguzzo; ma il coro del pazzo ha
sempre bisogno d’essere aguzzato».
Ma diamo l’esempio di più lunga composizione. Il seguente racconto
è uno squarcio d’improvvisatura finlandese di un giovine poeta
chiamato _Vanoen_, che vivea tra Wasa ed Uleaborg, regalatomi dal
governatore di Wasa, il quale conosceva di persona il poeta. Questi
era povero, perchè preferiva i piaceri della immaginazione ai lavori
rustici, ne’ quali occupavansi gli altri paesani. Egli non sapeva
nè leggere, nè scrivere; ma avea per natura un umore allegro; ed era
di un carattere affatto singolare. Perciò era ben veduto da tutti, e
volentieri accolto nelle case de’ paesani, i quali egli divertiva co’
suoi racconti, e le sue facezie. La traduzione, quantunque letterale,
mentre riferisce esattamente ii senso, comprende però poche di quelle
bellezze, e singolarità, che consistono nella brevità, precisione, e
forza dell’originale. Questa composizione, intitolata il _Paldamo_, è
di circa dugento quarant’otto versi; e rappresenta un ricambio burlesco
da un astuto paesano di Finlandia presosi sopra un officiale di dogana.
Ho vedute persone ben istruite del significato, e dell’indole della
lingua finlandese, leggendo questo poemetto, lodarlo a cielo, e ridere
sgangheratamente a ciascun verso.
_Il pasticcio di Paldamo._
«Il mio racconto sarà esposto in termini convenienti. Io canto il
regalo che un abitante di Paldamo preparò da fare a un doganiere. Non
si tratta di null’altro che di un gatto colla sua pelle, e il suo pelo,
che cotto eccellentemente gli fu presentato per suo pasto».
«Era una domenica sera: gli abitanti della buona città di Paldamo
trovavansi raccolti insieme; ed essendo tra loro caduto discorso sugli
abitanti della città di Uleaborg, dicevano concordemente tutti, che
coloro erano una massa di birbi, e spezialmente i doganieri. Erano
pagati per mangiare, ed esitavano a pagare ciò che mangiavano: il loro
vero mestiere consisteva in dare il sacco alle slitte, e in rubare le
provvigioni ai viaggiatori».
«A questo proposito, disse uno scherzoso vecchio della partita, farei
volentieri un piccol viaggio, se potessi trovare un compagno di buon
umore; perciocchè vorrei vedere almeno una volta la nostra grande
città: ho un poco di sevo da vendere, e del burro, di cui posso
disfarmi, quantunque la stagione mi sia stata avversa. I paesani gli
risposero tutti d’accordo: anche noi quanti siam qui, desideriamo
di fare una corsa ad Uleaborg; vi accompagneremo al più presto che
vogliate nel basso paese».
«Così poi parlò un altro buon compagnone, famoso per le sue bizzarre
storielle: nelle feste di Natale non si dee far nulla; ed io vi
accompagnerò di tutto cuore. Ma mi ricordo di avere ultimamente servito
uno di que’ doganieri; e temo d’essere riconosciuto. Voi dovete tutti
sapere, che ultimamente andai ad Uleaborg, e che avea nella mia slitta
un eccellente pasticcio di pesce, che i doganieri mi presero, sebbene
io dicessi loro che non poteva privarmene trovandomi assai lontano da
casa mia, ed avendolo portato meco per mangiarlo in città nel tempo,
in cui mi vi fossi fermato. Nulla di quanto potei dire giovò: que’
ghiottoni aveano risoluto di avere il mio pasticcio, e me lo rubarono
senza che io me ne avvedessi. Cani veramente! cani tre volte, che
rubano ai paesani le loro provvigioni nella maniera più detestabile».
«Quando fui di ritorno a casa, proseguì egli, dissi a mia moglie
com’era stato servito; ed essa mi disse il ben di dio: come, sciocco,
poltronaccio! e perchè non hai rotta la testa a quel briccone di
doganiere? Bravo! dagli il tuo pasticcio. Dagli il diavolo che porti
te, e lui».
«Così gridò mia moglie. — Ma chi mi mette in testa il bel pensiero?
Ah! Ah! diss’io. Signorini miei! ve la farò bella; e mi rimpatterò: non
dubitate; nè tarderò molto».
«Dicendo così, presi per le zampe di dietro la mia bella gattona; e
in un istante le feci la festa. Ora, dissi a mia moglie, scalda il
forno; ed io fo intanto la pasta: e vedrai il bel pasticcio di gatto.
— Essa veramente avrebbe voluto ritenere la pelle per guarnirne la
sua pelliccia. Come! le dissi io in collera, vorresti dare a codesti
birbanti di doganieri una sì buona vivanda! Se levo la pelle alla
gatta, codesti signorini prenderanno la gatta per un buon lepre; e
saranno ben contenti di gozzovigliare co’ nostri buoni bocconi. Allora
le slitte de’ nostri poveri borghesi saranno più che sicure d’essere
messe a sacco. No, no: avranno la gatta, pelle e zampe; ed infine
vedranno, che noi possiamo pareggiarli in malizia».
«Mia moglie voleva a tutti i patti quella pelle della gatta; ma
finalmente si ridusse a cederla; e la gatta con tutta la sua superba
pelle fu messa nel pasticcio; e il pasticcio fu messo nel forno.
«Quando il pasticcio fu cotto; e non lo fu che verso la mattina,
lo avviluppai in un sacco; ed allegramente mi posi in viaggio
per Uleaborg. Si aggiustava il ponte di Uleaborg; e noi dovemmo
attraversare il fiume sul ghiaccio. Giunti alla dogana, trassi fuori
del sacco un piccolo pasticcio, e lo presentai all’officiale. — E che
intendi con questo? diss’egli. Pretendi forse con siffatta miseria
guadagnarti le buone grazie del primo officiale delle dogane? Via,
via: voi altri paesani di _Paldamo_, vi conosco; non andate mai
fuori di contado senza un buon pasticcio di merluzzo, o d’altro pesce
eccellente; dà qua il più grosso che t’abbi, che questo darà credito
alla tua città. — Questo era quello che io voleva. Trassi dunque fuori
il grosso pasticcio, che conteneva la gatta; e lo diedi all’officiale,
che ne fu contentissimo a segno che invitò l’altro paesano e me a
bere con essolui. Egli ci diede un bicchiere di punch, ed un altro di
acquavite eccellente. Noi poscia ci congedammo; e seguitammo la nostra
strada».
«Così terminò il suo racconto il paesano di _Paldamo_; ed io _Vanoen_
l’ho messo in versi per divertimento di quelli, che vorranno udirlo:
certo che per la mia composizione guadagnerò più di quello che per la
sua civiltà guadagnasse l’official di dogana; voglio dire una delle
zampe di dietro del gatto, perchè il doganiere mangiò l’altra, come
presto udirete».
«L’officiale _Ritzi_, che così chiamavasi quel doganiere stato
presentato di quel famoso pasticcio, sedutosi a tavola se l’avea posto
d’innanzi. Da prima tagliò un pezzo della crosta, che assaggiò, e trovò
buona. Poi tirò fuori una zampa di dietro; e nel mangiarsela si graffiò
un poco la bocca colle unghie; ma credette che l’accidente provenisse
da un dente del pesce, tenendo per fermo che in fondo del pasticcio
si trovasse un grosso merluzzo; e la zampa di dietro, egli la credeva
la testa del merluzzo. In fine aprì il pasticcio; e allora quale fu il
suo stupore quando vi trovò dentro un gatto cotto col suo pelo, e col
resto?»
«Pestò co’ piedi la terra per la rabbia: disse, giurò, bestemmiò; ed
esalò la collera dicendo: chi avrebbe mai potuto credere che un paesano
di _Paldamo_ avrebbe dato ad un commissario della dogana un gatto
cotto dentro un pasticcio? Che bricconeria! Chi potrà mai sapere cosa
campando gli può avvenir di mangiare, se io, giovine qual sono, era sul
punto di mangiare un gatto colla pelle, e il pelo?»
«Così finì il racconto, che io, _Vanoen_ suddetto, ho composto,
e che tutti si accordano in dire essere finito bene, e in un modo
ingegnosissimo».
Del rimanente v’hanno molte canzoni runiche composte da donne della
classe de’ paesani, le quali non sono senza merito. Le donne che aveano
un certo spirito le componevano, e le cantavano, applicate ai loro
materali officii di famiglia, e segnatamente macinando il formento,
od altre granaglie, quando non si usavano ancora nel paese molini ad
acqua, o a vento: le altre ripetevano le imparate a memoria. Ve n’ha
di soggetto grave, ve n’ha di soggetto satirico, o burlesco, e più
spesso di argomento amoroso. Il sig. _Frauzen_ in Abo mi fece vedere
una canzone composta da una giovane paesana, nativa dell’Ostro-Botnia,
e serva del maestro ecclesiastico del villaggio, dove essa avea
costantemente dimorato. Questa piccola composizione considerata come il
parto d’ingegno di una ragazza che non sapeva nè leggere, nè scrivere,
è cosa stupenda. Ecco tradotte letteralmente in prosa le produzioni di
questa _Saffo_ finlandese, la quale in mezzo alle nevi del suo tristo
paese non mostra meno calore della musa di Lesbo.