CAPO VII.

_Poesie improvvisate dai Finlandesi. Perchè dette runiche; loro

carattere: modo con cui vengono recitate, o cantate. Esempii.

Elegia per la morte di un fratello. Proverbii. — Il pasticcio

di Paldamo. — Versi d’amore. Le più antiche poesie runiche sono

formule di magia, d’incanti, di superstizioni, reliquie della

religione dominante presso i Finlandesi prima del cristianesimo._

Ho detto che i Finlandesi hanno degl’improvvisatori. Ciò mi conduce a

parlare della loro poesia. Tutte le nazioni settentrionali, Scozzesi,

Danesi, Svedesi, Norvegi, fino dagli antichi tempi poetarono: e così

fecero anche gli abitanti della Finlandia. _Runica_ si chiamò la loro

poesia, perchè _runoot_ dicevasi l’antica lingua gotica, in che la

espressero. I loro versi, composti di otto piedi trochei ciascuno,

cioè di una sillaba lunga e di una breve, non erano rimati, ma

incominciavano, almeno ogni due, colla stessa sillaba, oppure questa

corrispondenza di sillabe simili veniva alternata. Ciò che importa

dire si è, che codesta ripetizione di sillabe simili non manca di

riuscire gradita ad orecchi alla medesima avvezzi, ed oltre ciò serve

eccellentemente ad ajutare la memoria. I paesani spezialmente coltivano

questa poesia popolare, e l’applicano ad ogni argomento, che sia

a loro portata: nè hanno meno facilità degl’improvvisatori nostri.

Singolare poi è il modo, con cui la recitano, o la cantano. Il poeta

ha un ajutante, il quale ripete a mano a mano il verso, che l’altro

dice, tenendo lo stesso tuono, con questo di più che incominciando

l’ajutante, o ripetitore, che vogliam dirlo, all’ultima, o penultima

sillaba, finisce il verso coll’improvvisatore: indi lo ripete da

solo, così dando riposo al poeta, onde preparare il verso seguente. Di

questa maniera continuano entrambi sino al fine; ed entrambi vannosi

confortando di tratto in tratto con birra, od acquavite. Di poemi, che

noi diremmo epici, fatti per illustrare la memoria di antichi eroi,

ed accennare punti di storia, non se n’è trovata traccia; ma egli è

probabile che se ne trovino brani, forse presso i montanari, comunque

per avventura o tronchi, od alterati, poichè tutto è stato affidato

alla memoria; e nulla si è scritto. Altra cosa notabile si è, che di

poesie runiche non se ne trova alcuna di data posteriore alla riforma

di _Martin Lutero_.

Checchè sia di queste due cose, giova avvertire, che i Finlandesi non

fanno del ballo un genere guari ordinario di ricreazione: ma e alle

fiere, e nelle loro adunanze dilettansi di certe specie di canzoni,

o di racconti, che qualche volta accompagnano coll’_harpu_, se hanno

questo istromento alle mani, e se chi lo suona può fare anche l’officio

di ajutante, o ripetitore.

Ma i miei leggitori ameranno avere qualche saggio delle poesie

finlandesi, il cui carattere in generale si è d’essere piene di

espressioni ridondanti, e d’avere il senso compreso in due versi, ed

anche più; ma questo senso ripetuto in giro diverso di parole, e di

frasi all’uso orientale. Alle quali maniere naturalmente si adatta

la lingua finlandese, in quanto è copiosa, ed abbonda di sinonimi.

Per primo esempio ecco una elegia funebre composta da _Paulo Remes_,

paesano, in occasione della morte di un suo fratello; elegia che fu

stampata in Abo nel 1765.

«La parola viene dal cielo; da quello, nelle cui mani stanno tutte le

cose».

«Vieni qui: ti farò il mio amico: appressati, poichè di qui innanzi

sarai il mio compagno. Vieni dall’alto monte: lasciati alle spalle

la sede del dolore: hai sofferto abbastanza: cessino le lagrime che

hai versate; tu hai sentito il dolore, e la malattia: l’ora d’esserne

libero è giunta: sei salvo dai giorni di tristezza: la pace si è

fatta sollecita di venire a trovarti; e dalla tristezza ti è venuta la

consolazione».

«Così egli è ito verso il suo creatore: egli è entrato nella gloria; si

è affrettato verso il sommo bene: è partito per godere della libertà:

ha abbandonata la via del rammarico: ha lasciata l’abitazione della

terra».

La lingua finlandese è ricca di proverbii di un senso profondo; e i

versi runici ne comprendono molti, divisi in due emisticchi, l’ultimo

rischiarativo del primo, non diversamente da quello che si osserva

praticato dagli Ebrei. Eccone esempi.

«L’uomo buono fa risparmio di quello che ha: ma il cattivo non darà un

pugno di ciò, che ha nel suo moggio».

«Il saggio sa cosa ha da fare: lo sciocco si accinge a far tutto».

«Col piangere non si rimedia all’afflizione; nè ai mali colla

tristezza».

«Chi ha provato prima si mette francamente all’opera: colui che non ha

esperienza si ferma titubante».

«L’uomo saggio impara da ogni cosa: egli approfitta anche dei discorsi

dello sciocco».

«La terra, che forma il patrimonio di un uomo, forma la sua principale

delizia; e il più bel bosco, che conosca, è il suo».

«Il forestiero è fratello nostro; e l’uomo che viene da lontano è

nostro parente».

«Quando l’aurora spunta, io so che le vien dietro il giorno: una

persona buona si manifesta co’ suoi sguardi».

«È finita l’opera che è cominciata: ed è perduto il tempo quando si

dice: che farò io?»

«L’istromento dell’uomo industrioso è aguzzo; ma il coro del pazzo ha

sempre bisogno d’essere aguzzato».

Ma diamo l’esempio di più lunga composizione. Il seguente racconto

è uno squarcio d’improvvisatura finlandese di un giovine poeta

chiamato _Vanoen_, che vivea tra Wasa ed Uleaborg, regalatomi dal

governatore di Wasa, il quale conosceva di persona il poeta. Questi

era povero, perchè preferiva i piaceri della immaginazione ai lavori

rustici, ne’ quali occupavansi gli altri paesani. Egli non sapeva

nè leggere, nè scrivere; ma avea per natura un umore allegro; ed era

di un carattere affatto singolare. Perciò era ben veduto da tutti, e

volentieri accolto nelle case de’ paesani, i quali egli divertiva co’

suoi racconti, e le sue facezie. La traduzione, quantunque letterale,

mentre riferisce esattamente ii senso, comprende però poche di quelle

bellezze, e singolarità, che consistono nella brevità, precisione, e

forza dell’originale. Questa composizione, intitolata il _Paldamo_, è

di circa dugento quarant’otto versi; e rappresenta un ricambio burlesco

da un astuto paesano di Finlandia presosi sopra un officiale di dogana.

Ho vedute persone ben istruite del significato, e dell’indole della

lingua finlandese, leggendo questo poemetto, lodarlo a cielo, e ridere

sgangheratamente a ciascun verso.

_Il pasticcio di Paldamo._

«Il mio racconto sarà esposto in termini convenienti. Io canto il

regalo che un abitante di Paldamo preparò da fare a un doganiere. Non

si tratta di null’altro che di un gatto colla sua pelle, e il suo pelo,

che cotto eccellentemente gli fu presentato per suo pasto».

«Era una domenica sera: gli abitanti della buona città di Paldamo

trovavansi raccolti insieme; ed essendo tra loro caduto discorso sugli

abitanti della città di Uleaborg, dicevano concordemente tutti, che

coloro erano una massa di birbi, e spezialmente i doganieri. Erano

pagati per mangiare, ed esitavano a pagare ciò che mangiavano: il loro

vero mestiere consisteva in dare il sacco alle slitte, e in rubare le

provvigioni ai viaggiatori».

«A questo proposito, disse uno scherzoso vecchio della partita, farei

volentieri un piccol viaggio, se potessi trovare un compagno di buon

umore; perciocchè vorrei vedere almeno una volta la nostra grande

città: ho un poco di sevo da vendere, e del burro, di cui posso

disfarmi, quantunque la stagione mi sia stata avversa. I paesani gli

risposero tutti d’accordo: anche noi quanti siam qui, desideriamo

di fare una corsa ad Uleaborg; vi accompagneremo al più presto che

vogliate nel basso paese».

«Così poi parlò un altro buon compagnone, famoso per le sue bizzarre

storielle: nelle feste di Natale non si dee far nulla; ed io vi

accompagnerò di tutto cuore. Ma mi ricordo di avere ultimamente servito

uno di que’ doganieri; e temo d’essere riconosciuto. Voi dovete tutti

sapere, che ultimamente andai ad Uleaborg, e che avea nella mia slitta

un eccellente pasticcio di pesce, che i doganieri mi presero, sebbene

io dicessi loro che non poteva privarmene trovandomi assai lontano da

casa mia, ed avendolo portato meco per mangiarlo in città nel tempo,

in cui mi vi fossi fermato. Nulla di quanto potei dire giovò: que’

ghiottoni aveano risoluto di avere il mio pasticcio, e me lo rubarono

senza che io me ne avvedessi. Cani veramente! cani tre volte, che

rubano ai paesani le loro provvigioni nella maniera più detestabile».

«Quando fui di ritorno a casa, proseguì egli, dissi a mia moglie

com’era stato servito; ed essa mi disse il ben di dio: come, sciocco,

poltronaccio! e perchè non hai rotta la testa a quel briccone di

doganiere? Bravo! dagli il tuo pasticcio. Dagli il diavolo che porti

te, e lui».

«Così gridò mia moglie. — Ma chi mi mette in testa il bel pensiero?

Ah! Ah! diss’io. Signorini miei! ve la farò bella; e mi rimpatterò: non

dubitate; nè tarderò molto».

«Dicendo così, presi per le zampe di dietro la mia bella gattona; e

in un istante le feci la festa. Ora, dissi a mia moglie, scalda il

forno; ed io fo intanto la pasta: e vedrai il bel pasticcio di gatto.

— Essa veramente avrebbe voluto ritenere la pelle per guarnirne la

sua pelliccia. Come! le dissi io in collera, vorresti dare a codesti

birbanti di doganieri una sì buona vivanda! Se levo la pelle alla

gatta, codesti signorini prenderanno la gatta per un buon lepre; e

saranno ben contenti di gozzovigliare co’ nostri buoni bocconi. Allora

le slitte de’ nostri poveri borghesi saranno più che sicure d’essere

messe a sacco. No, no: avranno la gatta, pelle e zampe; ed infine

vedranno, che noi possiamo pareggiarli in malizia».

«Mia moglie voleva a tutti i patti quella pelle della gatta; ma

finalmente si ridusse a cederla; e la gatta con tutta la sua superba

pelle fu messa nel pasticcio; e il pasticcio fu messo nel forno.

«Quando il pasticcio fu cotto; e non lo fu che verso la mattina,

lo avviluppai in un sacco; ed allegramente mi posi in viaggio

per Uleaborg. Si aggiustava il ponte di Uleaborg; e noi dovemmo

attraversare il fiume sul ghiaccio. Giunti alla dogana, trassi fuori

del sacco un piccolo pasticcio, e lo presentai all’officiale. — E che

intendi con questo? diss’egli. Pretendi forse con siffatta miseria

guadagnarti le buone grazie del primo officiale delle dogane? Via,

via: voi altri paesani di _Paldamo_, vi conosco; non andate mai

fuori di contado senza un buon pasticcio di merluzzo, o d’altro pesce

eccellente; dà qua il più grosso che t’abbi, che questo darà credito

alla tua città. — Questo era quello che io voleva. Trassi dunque fuori

il grosso pasticcio, che conteneva la gatta; e lo diedi all’officiale,

che ne fu contentissimo a segno che invitò l’altro paesano e me a

bere con essolui. Egli ci diede un bicchiere di punch, ed un altro di

acquavite eccellente. Noi poscia ci congedammo; e seguitammo la nostra

strada».

«Così terminò il suo racconto il paesano di _Paldamo_; ed io _Vanoen_

l’ho messo in versi per divertimento di quelli, che vorranno udirlo:

certo che per la mia composizione guadagnerò più di quello che per la

sua civiltà guadagnasse l’official di dogana; voglio dire una delle

zampe di dietro del gatto, perchè il doganiere mangiò l’altra, come

presto udirete».

«L’officiale _Ritzi_, che così chiamavasi quel doganiere stato

presentato di quel famoso pasticcio, sedutosi a tavola se l’avea posto

d’innanzi. Da prima tagliò un pezzo della crosta, che assaggiò, e trovò

buona. Poi tirò fuori una zampa di dietro; e nel mangiarsela si graffiò

un poco la bocca colle unghie; ma credette che l’accidente provenisse

da un dente del pesce, tenendo per fermo che in fondo del pasticcio

si trovasse un grosso merluzzo; e la zampa di dietro, egli la credeva

la testa del merluzzo. In fine aprì il pasticcio; e allora quale fu il

suo stupore quando vi trovò dentro un gatto cotto col suo pelo, e col

resto?»

«Pestò co’ piedi la terra per la rabbia: disse, giurò, bestemmiò; ed

esalò la collera dicendo: chi avrebbe mai potuto credere che un paesano

di _Paldamo_ avrebbe dato ad un commissario della dogana un gatto

cotto dentro un pasticcio? Che bricconeria! Chi potrà mai sapere cosa

campando gli può avvenir di mangiare, se io, giovine qual sono, era sul

punto di mangiare un gatto colla pelle, e il pelo?»

«Così finì il racconto, che io, _Vanoen_ suddetto, ho composto,

e che tutti si accordano in dire essere finito bene, e in un modo

ingegnosissimo».

Del rimanente v’hanno molte canzoni runiche composte da donne della

classe de’ paesani, le quali non sono senza merito. Le donne che aveano

un certo spirito le componevano, e le cantavano, applicate ai loro

materali officii di famiglia, e segnatamente macinando il formento,

od altre granaglie, quando non si usavano ancora nel paese molini ad

acqua, o a vento: le altre ripetevano le imparate a memoria. Ve n’ha

di soggetto grave, ve n’ha di soggetto satirico, o burlesco, e più

spesso di argomento amoroso. Il sig. _Frauzen_ in Abo mi fece vedere

una canzone composta da una giovane paesana, nativa dell’Ostro-Botnia,

e serva del maestro ecclesiastico del villaggio, dove essa avea

costantemente dimorato. Questa piccola composizione considerata come il

parto d’ingegno di una ragazza che non sapeva nè leggere, nè scrivere,

è cosa stupenda. Ecco tradotte letteralmente in prosa le produzioni di

questa _Saffo_ finlandese, la quale in mezzo alle nevi del suo tristo

paese non mostra meno calore della musa di Lesbo.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 14 / 40 题