_Foresta famosa in Finlandia. Indole dei lupi che vi abitano.
Incendii ed uragani che la devastano. Cammino pericoloso, e
mal passo sul ghiaccio. Altro ghiaccio più spaventoso. Wasa:
descrizione di questa città._
Abbandonando Yervenkil entrammo in una foresta famosa in Finlandia,
tanto per l’altezza delle piante, quanto per la sua profondità,
dicendosi che va oltre le 80 miglia inglesi. I lupi sono i soli
animali, che ivi possano temersi: non assaltano mai l’uomo; ma non
risparmierebbero mai il suo cavallo senza la presenza di lui; e
quando sono veramente affamati si uniscono in truppe, e danno addosso
furenti a quelli che strascinano le slitte. Guai se allora la slitta
si rovescia! Scappato il cavallo, e rimasto l’uomo abbandonato sulla
terra, essi precipitansi sopra di lui, e sel divorano. Noi non ne
vedemmo alcuno.
Queste foreste sono scure a cagione dei fitti rami che s’intrecciano
insieme sulle cime di quelle piante gigantesche; e la temperatura
n’è assai dolce. Ma tutto colà è muto; se non che tanto silenzio vien
rotto dallo scoppio, che il gelo cagiona nel corpo de’ grossi fusti.
E non è questo l’aspetto unico che presentano. Noi vedemmo gl’immensi
guasti di uragani terribili, e d’incendii spaventosi. Montagne, valli,
spazii di più miglia coperti di boschi, sono frequentemente esterminati
dalle fiamme. Onde quest’incendii? La poca cura de’ paesani, che non
abbandonano mai la pipa transitando per queste foreste; e una scintilla
che cada sopra foglie secche, ajutata da leggiero venticello, può
esserne una cagione. Oltre ciò i paesani soventi volte accendono de’
fuochi o per riscaldarsi, o per cuocere le loro vivande; e trascurano
poi di estinguerli partendone. La seconda cagione è riposta nelle
leggi del paese. In parecchi distretti i paesani traggono i legnami
dalle foreste reali pagando una certa tassa: in altri hanno la facoltà
di tagliarne; ma sono multati, se oltrepassano i limiti. Più: quando
una foresta della Corona s’incendia i paesani hanno il diritto di
abbattere, e di portar via gli alberi attaccati dal fuoco. Avviene
adunque che se i paesani mancano di legname, o se la quantità loro
assegnata non basta ai loro bisogni, l’interesse loro li spinge a
metter fuoco ai boschi della loro vicinanza, essendo allora liberi
ad appropriarsi quanti alberi mai vogliono. Io vidi in questa foresta
un esempio dei terribili guasti di uno di questi incendii. Le fiamme
aveano divorato il bosco per una estensione di sei in sette miglia. Non
può vedersi spettacolo più tristo. Non solo si tratta che presentinsi
allo sguardo tronchi e rimasugli d’alberi confusamente giacenti sul
suolo, e interamente ridotti in carboni; ma ve n’ha molti altri ancora
ritti in piedi, che le fiamme hanno spogliati dei loro rami, e della
loro scorza dalla cima fino alle radici. Alcuni sono stesi tutti interi
sulle brage estinte: altri semplicemente inclinati appoggiano i loro
neri scheletri ai vicini, morti anch’essi, ma senza essersi smossi
dalla prima loro positura. In mezzo poi a tanta ruina se ne osservano
de’ giovani pieni di sanità, di succhio, e di forza, i quali sembrano
nudrirsi delle ceneri de’ loro padri, e vanno crescendo per rimpiazzare
la generazione scomparsa. Ma eguale terribil guasto fanno anche gli
uragani.
È impossibile concepire come i venti possano penetrare attraverso della
fitta volta, che ad essi codesti boschi oppongono. Si sarebbe tentati a
credere che questi uragani fossero tante di quelle formidabili trombe
descritte da altri Viaggiatori, e che trionfano di ogni resistenza.
Alberi di un volume enorme sono strappati dalla terra, e mostrano
nude le loro profonde radici: pini che tre uomini non potrebbero
abbracciare, e i cui tronchi impunemente sfiderebbero le più furiose
tempeste dell’Oceano, ivi sono piegati come un debole giunco; ed
abbassano nella polvere la superba loro fronte. I colossi in apparenza
più indomabili sono precisamente quelli, che i venti maltrattano con
maggior violenza.
In estate si batte una strada praticata in mezzo della foresta; ma in
inverno i paesani vanno più a dirittura che possono, attraversando
fiumi e laghi sulle loro slitte. Ed usano poi, perchè nissuno si
smarrisca in codeste profonde e tenebrose foreste, ove pei primi
trovino una buona strada, marcarne tutti gli alberi con un colpo di
accetta, come fanno i selvaggi di America. Codeste strade però sono
cattive perchè sassose ed aspre: e le scosse che le slitte soffrivano,
ci defatigavano non mediocremente; e dovevamo andar lenti. Fummo
sollevati da questo flagello incontrandoci in un lago, che i nostri
cavalli attraversarono colla rapidità di un uccello. Non senza pericolo
però: perciocchè da ogni parte il ghiaccio scoppiava; e noi tremavamo
all’aspetto delle crepature, che ad ogn’istante il peso delle slitte
faceva divergere in raggi all’intorno di noi. Noi non ci saremmo
esposti a tante angustie, se andando per terra non avessimo sofferto
mille volte di più.
Fu spezialmente tra Tuokola e Gumsila, che trovammo la strada sul
fiume estremamente spaventosa; e saremmo periti senza dubbio senza
il soccorso di due paesani, che ci servirono di guida spontaneamente,
indicandoci i luoghi ove il ghiaccio era ancora forte per sostenerci.
Tra que’ due villaggi il fiume è di una singolare rapidità; e
la forza della corrente in alcuni siti rendea il ghiaccio di una
tessitura più tenera. Bisognava per esser sicuri conoscer bene la
direzione della corrente; e le nostre guide precedendoci nella loro
slitta c’incoraggiavano. Giungemmo ad un sito ove noi credemmo somma
imprudenza il tentare il passaggio: ma o ritornare per sei, o sette
miglia indietro, e rimetterci su quella diabolica strada che non
avevamo potuto proseguire, o andare avanti qui; e trattavasi di far
saltare una barriera ai nostri cavalli, e di tirare la slitta sopra
un mucchio di pietre finchè potessimo riguadagnare il ghiaccio di quel
fiume. Preferimmo questo partito: i cavalli attraversarono la barriera:
noi ci ajutammo ad alzare la slitta, e a portarla dall’altra parte;
ed in appresso ci rimettemmo sul ghiaccio presso un mulino. Ma qual
desolante sorpresa! Ci si presentò un pericolo cento volte maggiore:
il ghiaccio non era più attaccato alle sponde del fiume; e bisognava
abbandonarci alla crosta rimasta in mezzo dello stesso, e sotto la
quale sentivamo la corrente gorgogliare con fracasso. Le nostre guide
si esposero le prime al pericolo; e superato che l’ebbero, ci dissero
che l’avremmo con un poco di coraggio superato anche noi; e che quando
avessimo passato il mal luogo, nulla più era a temere. Dicevano bene;
ma il terrore non ci abbandonava. Ci risolvemmo di arrampicarci colle
ginocchia sopra un monticello di ghiaccio, il quale pareva a noi che
ne impedisse il cammino; e ci lasciammo scivolare dall’altra parte per
giungere alla nostra slitta, che ci aspettava colà. Le nostre guide
risero della nostra paura, e del partito che prendemmo; e riusciti in
bene ridemmo di noi medesimi anche noi. Que’ buoni Finlandesi dissero
che non avevamo più bisogno di loro, e congedaronsi: noi volevamo
gratificarli con qualche moneta; e parvero stupefatti della esibizione.
Fin qui avevamo veduto il ghiaccio coperto di uno strato di neve
piuttosto sporca, che ne nascondeva la trasparenza; e ci faceva quasi
dimenticare che camminassimo sul liquido elemento. Che nuova paura
quando dovemmo attraversare un fiume, il cui ghiaccio era talmente
diafano, che vedevamo non solo la corrente e profondità dell’acqua,
ma fin anco i più piccoli pesci che vi guizzavano dentro? Nel primo
momento, nuovo essendo per noi il fenomeno, ci credemmo perduti:
vedevamo l’abisso che stava per ingojarci; e il cavallo medesimo
atterrito anch’esso si fermò; e non voleva più muoversi. Se non che
l’impulsione ricevuta nella sua corsa lo spinse avanti, e sdrucciolando
sulle sue quattro gambe scorse lo spazio di ventiquattro in trenta
piedi. La cosa non era per noi la più dilettevole. D’onde veniva
mai questa singolare diafaneità? Dall’azione de’ raggi solari e del
vento. Così almeno ho creduto io. Il vento avea spazzata la neve, e
nettata la superficie del ghiaccio: il sole alla fine di marzo e al
principio di aprile, avendo acquistata forza, avea fusa ed appianata
la superficie, che da prima era alquanto scabra. Questa superficie
fusa durante il giorno, tornando a congelarsi la notte formava allora
uno specchio liscio perfettamente; ed era sì diafana, che se non
avessimo vedute le crepature perpendicolari, che ci facevano vedere
la spessezza del ghiaccio, non avremmo potuto distinguerlo dall’acqua
che vi correva sotto. Non posso dire il terrore sofferto in quella
circostanza; noi cercammo di liberarcene chiudendo gli occhi. Quando
però il fiume non avea che la profondità di pochi piedi, godemmo del
piacere di considerare i ciottoli, di cui era coperto il suo letto, e
di spaventare i pesci che ci stavano sotto i piedi.
Prima di arrivare a Wasa avemmo qualche altro incomodo; e fummo
obbligati a fermarci ad un piccol luogo detto Sillampe, che serve di
posta. Ivi facemmo buona stazione.
Wasa è la prima città che trovasi entrando nella Ostro-Botnia. Le case
sono tutte di legno, e la più parte di un piano solo. Essa è situata
al 64.º grado di latitudine, e lontana da Stockholm 1144 miglia.
_Gustavo III_ le diede un consiglio supremo di giustizia pel Nord
della Finlandia; e costruì per residenza di questo consiglio un superbo
edifizio di 210 piedi lungo, largo di 71, ed alto di 99: ha due piani,
una facciata magnifica; ed è posto sul pendío di una collina presso
la città; ed è un edifizio in pietra. Quel Re molte altre cose avea
fatte per la prosperità e l’accrescimento di Wasa. Essa si estende
attualmente per la lunghezza di 4,800 piedi, e di 3,000 in larghezza,
con 17 strade tutte larghe e dritte. Ha bei viali d’alberi, una scuola,
una chiesa, una farmacia, un orto botanico, una fabbrica di panni,
una di tabacco, una d’olio di vitelli marini, tre di corami, due di
tinture, e due per fondere la pece. Ottimo è il nuovo porto sostituito
all’antico; ed è considerabile il suo commercio co’ forestieri,
esportando catrame, pece, tavole, e travicelli, e segala, e burro,
e carne bovina, e sevo, e pelli, ed olio di pesce, ecc. Nelle sue
vicinanze ha due sorgenti di acque minerali; ed ha infine una comoda
strada aperta nel 1775 attraverso di varie parrocchie, la quale porta
al Savolax[1].