CAPO III.

_Abo e cose notabili di questa città. Stato e vivere degli

abitanti del paese. Incontro di un bardo moderno. Aurora

boreale. Yervenkile. Sua cascata. Caccia. Stato economico

dell’albergatore._

Non v’era gran che a quest’isole, perchè vi ci fermassimo. Noi dovevamo

spingerci ad Abo; e per arrivarvi passammo presso il castello di

Abo-Hus, situato alla foce del fiume Aura. Abo è una di quelle città,

che nel paese si chiamano _Stapestad_, cioè che hanno il permesso

di commerciare co’ forestieri. È situata al 60.º grado e 10 minuti

di latitudine settentrionale, sopra un promontorio formato dal golfo

di Finlandia e da quello di altrove Botnia. È distante da Stockholm

287 miglia; e siede in riva del fiume Aurajocki, ivi largo da 180

a 300 piedi, e le cui acque fangose poco o nulla servono agli usi

domestici. La città, lunga 12,820 piedi e larga 7,250, è divisa in

cinque quartieri, tre de’ quali sono situati al nord-est del fiume, e

due al nord-ovest; e comunicano insieme per mezzo di un ponte di legno.

Ha tre piazze. La detta _piazza grande_ è cinta di parecchi edifizii

pubblici e privati, costrutti in pietra: la _piazza nuova_ ha fabbriche

d’ogni specie fatte di legname; e presso la _piazza della chiesa_ è

l’accademia. Questa chiesa è la cattedrale, detta di _Sant’Enrico_:

bel fabbricato gotico, lungo 350 piedi e largo 190. Essa serve ai due

cleri, lo svedese e il finlandese: il primo incomincia le sue funzioni

alle sei ore della mattina; e il secondo alle ore nove. Abo non ha

altra chiesa che questa.

L’accademia ha due piani, ed è fabbricata in pietra. Ha sale per

le sedute degli accademici, per gli esercizii ginnastici, per la

biblioteca e per altri usi. In questo fabbricato alloggia il vescovo

d’Abo; e sta inoltre anche il seminario.

L’università ha molto credito, e singolarmente in grazia di uno

statuto, il quale obbliga tutti quelli che hanno terreni o pensioni

dalla corona, a lasciare i loro corpi, morti che sieno, ad uso

del teatro anatomico. Questa università ha professori adunque di

anatomia, che vi si sono distinti, e ne ha di chimica, di storia

naturale e di economia. Recentemente si sono assegnati stipendii fissi

e sicuri a’ professori che prima non ne avevano; e si è istituita

una nuova cattedra di poesia unita a quella di eloquenza. Il numero

degli studenti si valuta a cinquecento cinquanta all’incirca. Questa

università deve la sua fondazione alla famosa regina _Cristina_: essa

ne formò pure la biblioteca, accresciuta poscia da diversi personaggi

assai rispettabili; ed oggi è ricca di libri rari, di manoscritti, di

medaglie, ecc. Tra varii oggetti di curiosità ci si mostrò un libro di

orazioni incise da un paesano sopra tavolette di legno. V’è ancora una

bella raccolta di medaglie svedesi antiche e moderne; e vi si contano

più di dieci mila volumi, e si ha un fondo annuo di centocinquanta

risdalleri per ampliarla.

A tre miglia di distanza da Abo verso il sud-ovest è Beckholmen,

piccolo porto, ma sicuro, e per la profondità delle sue acque atto a

ricevere le più grosse navi mercantili, provveduto inoltre di quanto

occorre per caricare e scaricare. I legni che non hanno bisogno di

oltre 8 o 10 piedi d’acqua, possono risalire quasi fino al ponte.

Abo ha varie manifatture di tabacco, di zucchero, di fettucce di seta,

di tele, di corami, di carta, ecc., e le piantagioni di tabacco sono

per essa un oggetto importantissimo, poichè ne producono ogni anno

per lo meno 152,000 libbre grosse. Considerabile è pure il commercio,

ch’essa fa non solo nei porti del Baltico, o ne’ vicini, ma in quelli

di Cadice, di Lisbona, di Bordeaux, di Genova e di Amsterdam. Ma è

d’uopo partire da Abo.

Noi ne partimmo ai 20 di marzo, e ci dirigemmo verso il nord. Per

risparmiarci la pena di scaricare e caricare le nostre cose ad ogni

posta, avevamo comperate ad Abo delle slitte, affatto simili alle usate

dai paesani. Ma come in quell’anno non era caduta moltissima quantità

di neve, il cammino riusciva stentato; e il cavallo incontrando

de’ tratti di terreno spoglio o in tutto, o in gran parte di neve,

faceva una enorme fatica a strascinare la slitta, e ad ogni momento

ci bisognava discendere, e andare a piedi finchè si trovasse neve,

o qualche lago, o fiume gelato. Molte volte adunque la slitta si

rovesciava; e com’era stretta e bassa, noi non correvamo per ciò gran

pericolo.

Nulla di gran momento il viaggiatore incontra sul cammino da Abo a

Yervenkile. Il paese è in gran parte piano; e solamente a qualche

miglio da Yervenkile diventa un poco montuoso, senza presentare però

punti di vista dilettevoli. In generale le case de’ paesani sono ben

fatte; e il forestiere vi trova alloggiamento e letto. Il paesano lo

accoglie con buona ciera; e gli fa parte delle sue provvisioni, le

quali comunemente consistono in latte rappreso, in aringhe salate,

e in carne pure salata anch’essa. Questi paesani sarebbero poveri

confrontati colla nostra maniera di vivere; ma confrontatisi tra loro

sono ricchi, perchè hanno tutto quello, che secondo essi costituisce

l’agiatezza. Potendo risparmiare qualche denaro, lo tengono pei loro

bisogni impreveduti, o lo spendono in vasellami ed utensili necessarii

alla famiglia. E in Finlandia non è cosa rara il vedere che in una casa

di legname, ove non si trova che aringhe e latte, si porti acqua in una

coppa di argento, che vale 50 o 60 risdalleri. Le donne sono vestite di

abiti caldi; e sopra i loro abiti portano una specie di duglietta di

tela, di modo che vedendole in tale figura si crederebbe che fossero

miserabilmente coperte. L’interno della casa è sempre caldo ed anche

molte volte troppo per que’ medesimi ch’entrano dall’aria aperta. Gli

uomini rimangonsi costantemente in casa con una semplice camicia e un

piccolo giubbettino sopra di essa; ed escono sovente anche fuori in

quella maniera senza paura nè di febbri, nè di reumi. Ne troveremo la

ragione quando ci avverrà di parlare de’ loro bagni. I Finlandesi che

accompagnano i viaggiatori per di dietro alle slitte, sono coperti di

un piccolo sopratutto di pelle di vitello marino o di panno, chiuso

alla metà del corpo con una cintura: essi mettonsi sopra gli stivali

delle grosse calzette di lana, avendo così il doppio vantaggio di

tenersi caldi e di non iscivolar camminando sul ghiaccio.

L’interno della famiglia di un paesano presenta all’uomo che non abbia

il cuore corrotto, un quadro giocondissimo d’innocente costume. Le

donne sono intese a cardare o a filare la lana; e badano bene a queste

loro faccende mentre gli uomini fanno fascine o reti, o fabbricano od

acconciano slitte. A Mamola noi incontrammo un cieco con un violino

sotto il braccio, circondato da una folla di giovinetti e di ragazze.

Era calvo sulla parte davanti della testa, avea una lunga barba che

gli arrivava al petto e bianchissima come la neve, con che ispirava

una certa venerazione. Sarebbesi preso per uno di que’ bardi, o poeti

descritti con una specie di entusiasmo nella storia del Nord. Quella

folla nol circondava invano, perciocchè cantava strofe graziose,

e le alternava con istorielle di varie maniere. Al giunger nostro

tutto tacque, e molti si sbandarono; e come i ragazzi sono ragazzi

in ogni paese, veggendo essi de’ forestieri, cosa per loro affatto

nuova, dimenticando il bardo si misero a burlarsi, e a ridere di noi.

Il povero bardo approfittando della occasione ci domandò in cattivo

svedese qualche moneta in limosina.

La maniera nostra di viaggiare parte in islitta, e parte a piedi

mi condusse a meditare sulla utilità di una slitta, il cui modello

avea veduto nel deposito delle macchine di Stockholm. Era questa

una slitta sospesa a’ due fianchi, la quale con una sorta di molla

potevasi collocare sopra quattro ruote, e le molle l’alzavano dal

terreno, e servivano a convertirla in una vettura. Ai 30 di marzo

verso mezza notte eravamo ancora in istrada, con un freddo di 13 gradi

sotto il gelo, secondo il termometro del _Celsio_, quando, molto a

proposito per distrarci dalla nojosa monotonia del viaggio, ci si

presentò lo spettacolo di un’aurora boreale. Il cielo nella parte del

settentrione parve ad un tratto tutto infuocato; ed insensibilmente

prese quel brillante colore del rubino, di cui il tramonto del sole

arricchisce le belle serate d’Italia, felice presagio, al dir di

_Virgilio_ ed alla prova della esperienza, della bellezza del dì

susseguente. Dal seno di questa porpora superba immantinente s’alzò

verso il polo un arco splendentissimo di tutte le varietà dell’iride,

e tagliato da moltissimi altri archi non meno vivi, ma mobili, e con

maestà ondeggianti, i quali disegnavansi sopra un immenso velo di

un fosforo luminoso, le cui pieghe diafane, agitate continuamente si

sviluppavano in lunghi solchi di fiamma, ed ognor più animati da come

fiaccole ardentissime, colle quali sarebbesi detto, che il cielo ad

ogn’istante le fulminava, prolungavano lungi l’incendio sotto la volta

celeste. Tutta l’atmosfera veniva presa dal loro chiarore; e indoravano

vivamente i contorni di tutte le nubi. Se queste meteore frequenti

nelle contrade vicine al polo interessano per la loro magnificenza

gli abitanti del Nord, accostumati pure a vederle, facil’è giudicare

l’effetto che questo spettacolo produsse in noi, che ne godevamo la

vista per la prima volta.

Finalmente giungemmo ad Yervenkile, piccolo distretto, il quale

appartenendo alla università di Abo è affittato ad un onesto paesano.

Questo galantuomo ci accolse eccellentemente, e ci diede una camera

e de’ letti. L’ingenua sua ospitalità ci rendette giocondissimi i

tre giorni di riposo che prendemmo in casa sua, e di cui avevamo gran

bisogno. Quest’abitazione, vicina ad una bellissima cascata, offre un

eguale interesse al pittore e al cacciatore. Non sarà grave udirne una

breve descrizione a chi ami più particolarmente conoscere codesta parte

della Finlandia in cui ora siamo.

Yervenkile è un piccolo villaggio di tre o quattro famiglie situato

sopra un lago. Noi prendemmo la strada di questo villaggio invece di

quella di Wasa, perchè volevamo vedere la cascata che n’è distante un

quarto di lega, e ch’è famosa per la sua elevazione. Essa è formata

dal fiume Kyro, il quale uscendo del lago che porta lo stesso nome si

precipita attraverso di scogli e rupi scoscesissime e disuguali per

un’altezza di circa 210 piedi. È difficile dire in quante diverse forme

si presenti l’acqua impetuosa e schiumante che si gitta giù da tante

asperità enormi. Noi per meglio contemplarne lo spettacolo ci fermammo

sopra un’altura, da cui si discopriva un paese mirabilmente variato, e

quasi tutto coperto di pini, la cui verzura tetra, indorata dai raggi

del sole faceva un contrasto pittorico colla bianchezza abbagliante

della neve e colle masse de’ ghiacci sospesi sull’orlo della cataratta.

L’aspetto della cascata è particolare affatto alle regioni del Nord;

nè di simile se ne trova alcuna in Italia. Vedevasi l’acqua scagliarsi

da enormi volte di ghiaccio cristallizzate in mille maniere; e come il

vapore che s’alzava, ivasi congelando nell’aria in forma di polvere,

percosso dai raggi solari presentava iridi sorprendenti pe’ vivi e

diversi colori, e per la loro ineffabile mobilità. Cadendo poi que’

vapori gelati sopra la discendente corrente, formavano de’ ponti di

ghiaccio di tale solidità, che si potevano passare con tutta sicurezza;

e siccome i flutti urtavansi e precipitavansi con somma violenza contro

le pareti di que’ ponti, sovente accadeva che travasassero al di sopra

de’ medesimi, e ne rendessero la superficie sì liscia e sdrucciolevole,

che i paesani per passarvi erano obbligati a mettersi col ventre a

terra e a camminare colle ginocchia e colle mani. Essendo stati a

questa cascata più volte ne’ giorni che ci fermammo nel villaggio, ci

prendemmo anche il piacere della caccia per tirare alle lepri, alle

volpi e ai lupi, delle quali bestie vedevamo i segni nelle foreste; ma

non avendo cani con noi, non ne potemmo snidare alcuna. Ci limitammo

a tirare a piccoli uccelli, che osservammo di razza non veduta in

Italia. I paesani vedendoci gittare la nostra polvere per sì poca

cosa, ridevansi di noi; e come uno di loro credette di farci cosa grata

ammazzandoci qualcuno di quegli uccelli, prese il suo archibugio, lo

sparò, e ce ne portò uno, il quale avendo noi trovato senza testa,

gli facemmo intendere che il dono non poteva esserci grato: l’avremmo

desiderato intero. Il suo archibugio avea una canna simile a quella

di una carabina, ma di calibro piccolissimo; adoperava inoltre

palle grosse quanto un pisello. Io gli mostrai la nostra minutissima

munizione: egli ne fu meravigliato, non avendone mai veduta di simile;

ma ricusò di adoperarla; e caricato di nuovo l’archibugio alla sua

maniera, tirò, e mi recò un uccello della specie del primo, tutto

intero, e non avente che una piccola contusione al petto. Non avea

fatto che toccarlo leggierissimamente. Ammirammo la sua destrezza e

la giustezza del suo colpo d’occhio; ed egli disse che tutti i paesani

tiravano colla medesima abilità.

Prima di lasciare Yervenkile desideravamo informarci della maniera

di vivere del nostro ospite, delle sue spese domestiche, e del prezzo

delle derrate in quella parte di Finlandia. Il legname non costa che la

fatica di tagliarlo e di trasportarlo; e la giornata di un lavoratore

è cara, perchè costa dai 12 ai 16 soldi. Il nostro ospite avea tutta

l’aria di un uomo comodo. Avea sei vacche, le quali gli avevano dati

sei bei vitelli: avea sei capre, che ogni sera ritornando dal pascolo

gli somministravano latte abbondante: avea di più otto agnelli e

tre cavalli, de’ quali servivasi per le sue slitte: le vacche gliene

davano ogni mattina un secchio. Una vacca gli costava da cinque a sei

risdalleri; un vitello due; e sedici soldi una capra e un capretto.

Il cantone non dava frumento; e il prezzo della segala era di cinque

risdalleri e mezzo il barile. Gli domandammo se fosse stato mai nella

necessità di mangiare pane fatto colla scorza d’albero, e se mai si

fosse trovato costretto a nudrire le sue vacche coi loro escrementi,

conciandoli con un poco di sale, di farina e di paglia, conforme usano

quelli della Dalecarlia; e rispose non essersi mai trovato in tali

angustie. L’affittanza che avea era una casa, che abitava colla sua

famiglia: a destra di essa era un piccolo alloggiamento pe’ forestieri,

a sinistra le stalle per gli animali.

Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi · 第 10 / 40 题