morti risuscitati.»
«Che? che vuoi tu dire?»
«Che voi avete portato il corrotto, e avete pianto per tant'anni
inutilmente.»
Al vecchio Candiano cadde l'animo a quelle parole, e accostatosi
all'Attilio e sbassando la voce,
«Che vuoi tu dire, o sciagurato?» gli domandò.
«L'avello di San Cristoforo della Pace si è scoperchiato. No, non vi
prenda spavento, ammiraglio, quel che vi dico è la pura verità. La
vostra Valenzia n'è uscita viva, lo l'ho veduta momenti sono; codesta
è la buona novella che io vi do.»
Il Candiano non rispose parola, e guardò, come potè meglio tra quelle
ombre notturne, per un pezzo il volto del Gritti, quasi tentasse
penetrare nei più interni pensieri di lui, e preso da un brivido
gelato diè da primo un guizzo per tutta la persona, poi a poco a poco
si sentì assalito da un tremito convulso, che a grado a grado andò
sempre crescendo al punto che pareva assalito da una paralisi
universale.
Il Gritti, che ben s'accorgeva della condizione del povero ammiraglio,
lo guardava fiso esso pure, affettando un sorriso tra labbro e labbro,
e si compiaceva internamente nel far scontare al vecchio in quella
durissima guisa l'ingiuria che un mese prima aveva da lui ricevuta.
Quando il Candiano, non sapendo a che appigliarsi, fece per
rivolgergli una domanda, egli lo prevenne prorompendo in sarcasmi ed
invettive, che al povero Candiano fecero abbassare la canuta sua
testa.
«A voi che solete assumervi il carico di fare osservare con rigore le
leggi della Serenissima Republica, a voi fra poco l'eccelso consiglio
dei Dieci rammenterà una tal legge, che, forse per esservi crucciato
troppo delle cose altrui, probabilmente vi siete dimenticato; fra
poco, sì, che forse a quest'ora la vostra Valenzia è al cospetto del
carissimo amico vostro il senator Barbarigo o in mani ancora peggiori,
e se codesto è avvenuto, a me ne dovrete andar debitore, a me che l'ho
fermata fuggitiva, e la strappai a chi l'aveva tolta di mano agli
arsenalotti della Republica.»
Candiano fece un moto repentino. Quel suo tremito convulso cessò, lo
sgomento, il terrore cominciò a cangiarsi in ira, e con uno sguardo
saettò di tanto furore quel tristissimo Gritti, che pareva volesse
farlo in frantumi, e continuava tuttavia a tacere.
«Un'altra cosa avrei a dirvi, illustrissimo.»
«Oh taci, io non posso attendermi qui d'avvantaggio con te, e nelle
tue parole io non so coglier senso.»
In mezzo al terrore di che il Candiano era stato assalito, trovò pur
strada un pensiero consolante, l'idea che il Gritti entrato soltanto
in qualche sospetto, si attentasse di presente per trarlo all'ultimo
danno, di fargli confessare il vero con ingannevoli parole. Questo
pensiero gli aggiunse per un momento ancora quella sicurezza che un
istante prima l'aveva del tutto abbandonato, e affettando calma e
placidezza fece ancora per avviarsi.
Intanto che succedeva questo dialogo, dalla laguna, ove s'era gettato
a nuoto, uscì a riva il Fossano così vestito com'era, e s'incamminò
affannato verso il palazzo di Candiano. Corre, vede due persone,
ravvisa l'ammiraglio, di slancio gli si reca vicino, e si ferma.
Il vecchio lo guardava spaventato, notò la disperazione ch'era nel
volto del giovane, il disordine delle sue vesti tutte molli e
inzuppate d'acqua, non aspettò che il giovane parlasse: tutto aveva
compreso,--e di botto voltosi al Gritti, che a due passi pieno
d'infernale compiacenza se ne stava a contemplarli ambidue,
«Ah! è dunque vero,» disse, e tornato a guardare il Fossano, e
alternativamente volgendosi ora al Gritti, ora a lui, «Oh orrore!»
proruppe finalmente, e si strinse all'Alberigo, che perplesso e
attonito non aveva nè parole, nè lamenti, nè imprecazioni.
Il Gritti, come il genio della disperazione, era sempre là immobile a
guardare i due sventurati, e ricordandosi in quel momento che il dì
dopo l'ammiraglio sarebbe stato acclamato doge di Venezia, con una
diabolica tristizia:
«Il manto, lo scettro ed il corno ducale vi attendono, ammiraglio. Io
vi consiglio a non logorare gli ultimi avanzi della vostra vecchiaia.
Però non date nè in furore, nè in pianto. Alla prim'alba le campane di
San Marco suoneranno a festa per voi.»
Quelle parole furono come spruzzaglia d'aceto gettata su d'una piaga
cancerosa. Il Fossano, riconosciuto il Gritti alla voce, tentò
svincolarsi dalle braccia del vecchio Candiano, e gettarsi addosso a
quel tristo, il quale, accortosi della sua intenzione, brandì uno
stiletto per difendersi. Veduto poi che il vecchio, con quella
tenacità di forze che dà la disperazione, si teneva ancora stretto il
giovane, a rendere più compiuta la sua vendetta, a martoriare con più
atrocità ancora gli animi già tanto sbattuti dei due miseri, uscì in
queste parole:
«Mi scordava dirvi che intanto che l'eccelso Consiglio sta provvedendo
ai fatti vostri, la bella e onesta vostra figlia è adesso nelle camere
del Visconti, che non lascerà sfuggirsi così bella occasione, e saprà
cavarsi ogni sua voglia.»
«Che?» rispondeva il Candiano scuotendosi agitatissimo.
«Morte e dannazione!» gridò il Fossano sciogliendosi dalle braccia
dell'ammiraglio.
Questi ancora tentava rattenerlo.
«No, lasciatemi: ch'io vada a strapparla dalle mani di quell'infame
uomo. Aimè che pur troppo era vero il mio presentimento. Oh
provvidenza!» E senza più s'allontanò da Candiano, che stordito e muto
lo accompagnò coll'occhio finchè scomparve affatto. Quando si volse
vide ancora il Gritti innanzi a lui, ritto, immobile, orrendo, che
brandiva ancora lo stiletto. Candiano restò immobile un pezzo; poco
dopo il Gritti lo vide cader ginocchioni a terra.
Passarono alcuni momenti di assoluto silenzio, e l'ammiraglio pregava
e pregava con un fervore veramente straordinario. Poco di poi s'alzò.
All'angoscia, al furore, alla disperazione era in lui successa una
calma maravigliosa, solenne e tuttavia terribile. Si volse al Gritti,
e,
«Seguimi,» gli disse, «le nostre spade han da incrociarsi stanotte:
uno di noi due fra poco spero che sarà morto.»
Attilio Gritti, per quanto fosse esacerbato dalla rabbia di vendetta,
per quanto fosse coraggioso, per quanto fidentissimo di sè stesso,
pure a quelle parole del vecchio venerando pronunciate con una gravita
misteriosa, fu tanto quanto sconcertato, e provò una sensazione che
poteva tenere assai della paura, forse perchè egli non s'era mai
aspettato di dover riuscire a quel fine. Tuttavia non aggiunse parola,
ed al Candiano che già s'era mosso, tenne dietro.
Presero per contrade, per chiassetti, per piazze; passarono su quasi
tutti i ponti della laguna veneziana, e dopo molto cammino arrivarono
finalmente in un luogo remoto e solitario.
«Questo è il luogo,» disse il vecchio Candiano con una voce fonda e
terribile, fermandosi su quello spazzo di terra, «qui siamo noi due
soli.»
«Ammiraglio,» rispose allora il Gritti con un accento di sprezzo e
d'ironia profonda, «è questo un terreno assai sdrucciolevole per voi.»
«Per me e per tutti, ed anche per te, se lo vorrà Iddio;» e sfoderava
la spada.
«Persistete dunque nel voler battervi con me?»
«Per verità ch'io non so se tu sii più infame o più vile.»
«Vile?!»
«L'ho detto, e ciò dovrebbe bastare a farti risolvere. Presto dunque,
ti difendi.»
«Ma se rimarrà qui morto uno di noi due, chi avrà vinto potrebbe aver
taccia d'assassino, non vi essendo testimoni, e ciò mi spiacerebbe
assai.»
«Testimonio è Iddio, e può bastare.»
E senza aspettar altro prese ad incalzare il Gritti, il quale dovette
pure pensare a difendersi.
Era certamente assai più prodigioso che raro che un vecchio a
settant'anni potesse avere ancor tanto di forza e di destrezza da
reggere incontro ad un giovane, ed anzi ad uno dei più formidabili
spadaccini che avesse nome fra' patrizi veneti. E non solo seppe
reggervi contro, ma dopo i primi assalti adoprò col ferro di tanta
forza e bravura che il Gritti si morse le labbra pel dispetto di non
aver saputo al primo disfarsi di quel vecchio; e codesto dispetto e la
vergogna lavorò di maniera nella sua fantasia, e la rabbiosa smania di
metter sotto l'avversario talmente lo travolse, lo accecò, che non gli
venne più fatto un colpo sicuro, tanto una passione è forte da render
nulle in un uomo anche le facoltà che sono al tutto fisiche........
E Candiano seppe far suo pro di quella circostanza, e dopo un quarto
d'ora che si combatteva, il corpo del Gritti, che stramazzò a terra
come una massa di piombo, avvisò che quella sfida era finita.
Il vecchio allora scagliò lontano da sè la spada insanguinata, si
allontanò da colui con ribrezzo, e ritrattosi sul margine estremo di
quel lembo di terra, si gettò ginocchioni. La luna che gli era in
faccia, vestiva della sua bianca luce quella dignitosa figura, e
rendeva più veneranda la di lui canizie. Dopo una preghiera che non
saprebbesi dire se fosse più fervorosa o più scompigliata, si alzò, e
rifece la strada che aveva percorsa col Gritti. Ma in quel ritorno si
sentì lassate tutte le membra per un abbattimento repentino, e nella
sua mente fu un così duro e angoscioso e impetuoso tumulto di pensieri
e di memorie, che in vero la sua testa non vi sapeva reggere. Tremava
come canna, e per brividi gli stridevano i denti. Non si ricordò quasi
più d'avere avuto un momento prima un duello col Gritti. Tutto
l'orrore della sua condizione, che a primo tratto l'aveva più
sbalordito che altro, allora lo investì da tutte le parti, e pensando
che a quell'ora il fante del consiglio forse od era in giro per
Venezia in traccia di lui, o stava attendendolo nel suo palazzo,
affrettò il passo, e volò incontro all'estremo suo danno.
Il consiglio dei Dieci, raccolto già da qualche tempo, udita dalla
bocca del Barbarigo con una maraviglia quasi incredula la storia
misteriosa e l'inganno così ben riuscito all'ammiraglio Candiano, e
mandato alla casa del Visconti, dove il Barbarigo, narrando
l'accidente occorso in quella notte, aveva detto trovarsi Valenzia,
stava in aspettazione di lei; che senza la presenza della figlia di
Candiano non si sarebbe potuto procedere contro il medesimo, mancando
la prova della di lui colpa se, per caso, persistesse a negare.
Ritornò finalmente il fante della repubblica, e con doloroso stupore
del senator Barbarigo narrò che aveva interrogato il Visconti sul
conto di Valenzia, che colui era stato fermo a negar tutto, che però,
costretto a metter piede nelle stanze di lui, dopo molte indagini non
aveva trovato nessuno che fosse là celato. Allora il Consiglio chiamò
ancora l'arsenalotto, che insieme agli altri suoi aveva avuta
incombenza di condurre Valenzia da Santa Brigida a San Marco. Gli si
domandò s'egli ha ravvisato colei. Il fante rispose che non sapeva
niente di niente, che lui non aveva atteso che al remo, che la giovane
l'aveva bensì veduta, ma non sapeva chi fosse.
Nel Consiglio successe un nuovo bisbiglio. Il Barbarigo, fortemente
sconcertato e tutto pallido di timore, d'incertezza e di rabbia,
propose di mandare al palazzo di Candiano una squadra di arsenalotti
per arrestar l'ammiraglio, e condurlo in Consiglio.
«Non vorrei che ci avessero ingannato, Barbarigo,» prese a dire uno
del Consiglio, «e il Candiano avesse a patire ingiuria la vigilia
della sua elezione al dogato.»
«La giustizia deve andare innanzi a tutto, illustrissimo collega.»
«Se si trattasse della giustizia, Barbarigo; ma voi in fine non siete
certo di nulla.»
«Io penso che la denunzia d'un solo in questo caso non possa bastare,»
soggiungeva un altro.
«Anch'io porto la medesima opinione.»
«Ned io oserei pensare diversamente.»
«E mi farò lecito dirvi una cosa, Barbarigo; ch'egli è strano assai
che ieri, quando i duecento voti proclamarono doge Candiano, non si
sapesse niente di ciò; e s'aspettasse questa notte, che è la vigilia
dell'incoronazione, che non si è più in tempo a disfare il già fatto,
a sapere questa scandalosa colpa di Candiano.»
«È vero, gli è strano.»
«Se non c'è la persona viva e vera della Valenzia, penso non sia da
farne altro col Candiano.»
Il Barbarigo non sapeva più l'attenere entro di sè la rabbia che lo
soffocava all'udire che quasi tutto il consiglio gli era contro.
Il fatto straordinario e quasi misterioso di Valenzia non avendo
potuto trovar fede nei membri del consiglio, questi per la prima volta
che appartenevano a quell'eccelso magistrato, s'erano rifiutati a
fondare una procedura su quella semplice accusa; se la colpa, se il
delitto fosse stato dei più ovvii, anche la semplice denunzia li
avrebbe resi inesorabili contro Candiano.
Il contrasto durò per lungo tempo nella sala del consiglio dei Dieci;
ma vinti finalmente dalle parole del Barbarigo, che era eloquentissimo
uomo, deliberarono chiamare in palazzo l'ammiraglio Candiano,
interrogarlo sul proposito della sua figlia, ed affidarsi interamente
alle sue risposte. E così appunto venne fatto.
Quando il Visconti, volendo recarsi da Candiano, era entrato appena in
canal Grande, potè accorgersi che egli era giunto troppo
tardi.--Innanzi al palazzo dell'ammiraglio erano ferme due gondole
della Republica. Egli pensò accostarsi, e nel punto che lor passava
vicino quasi radendole, vide in mezzo a due fanti uscire sugli
scaglioni la gigantesca figura dell'ammiraglio. Assicuratosi di ciò
che aveva temuto, subito retrocesse, e ritornò al proprio alloggio. Vi
trovò il Bronzino, il quale, vistolo da lontano,
«Novità,» gli grida.
«Per ora credo di saperne più di te.»
«Dite un tratto.»
«L'ammiraglio è nelle mani della Republica.»
«Ciò non sapeva; ma io vi darò notizia per notizia: messer Gritti è
morto.»
«Morto?»
«Per lo meno ferito mortalmente.»
«Ma in che modo?»
«Un duello.»
«Con chi?»
«Col medesimo ammiraglio.»
«E questo vecchio cadente potè metter sotto colui?»
«Lo potè.»
«D'ora innanzi vorrò credere anche ai miracoli.»
«E voi?»
«Cosa?»
«Voglio dire la Valenzia?»
«È morta.»
«Numero due. Ma come mai?»
«A proposito, voglio vedere un tratto dov'ella sia caduta; se il corpo
suo fu trascinato via dall'acqua o no.»
«Ma in poche parole voi l'avete affogata.»
«Io no; s'è affogata da sè;» e raccontava l'avvenuto al Bronzino. «Ora
seguimi un momento.»
Ambidue nella gondola si recarono da quella parte dei palazzo ov'era
la finestra da cui erasi gettata Valenzia.
«Pesca un tratto col remo,» disse il Visconti al Bronzino, «se mai ci
venisse fatto trovarla.»
«Io non sento nulla; ma certo l'acqua l'avrà portata con sè.»
«Eppure fra questi sassi dovrebbe essersi fermata.»
«Aspettate..... qui e' è alcun che di umano.»
«Dov'è?»
«Qui.»
«Ti pare?»
«Questo è un braccio.»
«Or come si fa a levarla di qui?»
«Ma non vogliate già credere ch'ella possa risuscitare.»
«Lo so bene; ma in ogni modo vo' cavarla di qui.»
«Bene: allora lasciate fare a me; ma è necessario un lume.»
«Va dunque a prenderlo, e torna presto.»
Il Bronzino saliva nelle stanze del Visconti, vi prese una lampada, e
discese subito.
«Ecco il lume.»
«Ora come vuoi fare?»
«Vedrete.»
E con un suo spedito modo ghermì quel braccio, ed estratto così il
corpo estinto di Valenzia, lo depose sullo scaglione che ricingeva il
palazzo.
«Adesso che pensate fare?»
«Non penso di far nulla; ma costei meritava pure una tomba migliore di
quella che si è data da sè.»
«Non vorrei che qualcheduno passando e vedendoci qui con questo corpo
morto, ci pigliasse per assassini.»
«Si fa presto a gettar la broda addosso alla Republica.»
«Si fa presto e non si fa presto, messere.»
«Sai che se si avesse ad asciugare il canal Orfano, questo canale...»
«Sarebbe come la valle di Giosafat, lo so.»
«Eppoi questa notte medesima io penso di uscir tosto da Venezia, e non
tornarvi mai più.»
«E farete benissimo, che non mi pare disposta a far nulla di buono per
voi.»
«Dunque...»
«Dunque... ma queste sono voci umane...»
«Pare anche a me.» E il Visconti tese l'orecchio, che a qualche
distanza s'udiva in fatti il suono di alcune voci.
«E questo è il tonfo misurato di due remi.»
«Lascia che passeranno oltre.»
«Fate a mio modo: allontaniamci un tratto di qui.»
E sentendo più vicino il remo, saltati ambidue nella gondola, e
rovesciata la lampada che avevano collocata presso il corpo di
Valenzia, si diedero a fuggire.
Il tonfo del remo intanto veniva sempre più appressandosi. Al fine
comparve distinta una gondola che volgeva il suo corso direttamente al
palazzo.
«A quest'ora sarà tornato,» diceva una voce: era quella d'Alberigo
Fossano.
Quando erasi spiccato da Candiano per andare in traccia del Visconti
nelle cui mani aveva sentito trovarsi Valenzia, si recò subito di
fatto al palazzo di colui. Ma impaziente d'indugio, non avendovi
trovato nessuno, si tolse di là, e andò per un pezzo vagando per le
lagune quasi aspettando che il caso gli dovesse far trovare il
Visconti. Tornato una seconda volta al palazzo di costui, aveva visto
colà le barche della Republica, nè aveva osato avvicinarsi. Ora vi
ritornava, e per sapere dal Visconti che fosse avvenuto di Valenzia e
per vendicarsi di lui.
In quell'intervallo erasi recato al proprio alloggio per armarsi
meglio e per condurre con sè il servo che s'imaginava gli dovesse
tornar utile a qualche cosa.
Discese dalla gondola, salì le scalee di quel palazzo, e picchiò
risolutamente alla porta. È inutile il dire che nessuno rispose.
La speranza di trovare quell'abborrito suo rivale, di trovare
Valenzia, speranza che neppure la vista delle barche della Republica
in quel luogo non aveva potuto sradicare del tutto, gli avevan messo
addosso una balda esaltazione. Ma come s'accorse che non v'era nessuno
in quel palazzo, sapendo che il Visconti non era colui da restarsene
queto e celato per timore di lui, sentì chiudersi il cuore ad ogni
speranza, ad ogni vendetta, a tutto; e rimase là stupidito e percosso.
«Era ben d'aspettarsi che il Visconti non sarebbe tornato qui,» disse
il servo.
«Taci, taci,» rispondeva fuor di sè il Fossano. Gli era insopportabile
il pensiero di durare lungo tempo in quell'amara incertezza senza
avere a far nulla, senza poter far nulla; e se in quel punto avesse
dovuto gettarsi sulla punta di dieci spade, l'avrebbe fatto volentieri
piuttosto che rimanersi in quella spasmodica inazione.
Stato colà per qualche tempo irresoluto così, alla fine discese ancora
nella gondola.
«Aimè,» disse, «temo pur troppo che tutto sia perduto. Or faccia Iddio
ch'io possa sapere almeno quel che avvenne di quella mia poveretta...»
e non potè finire, che un impeto di tenerezza gli aveva già trasmutate
le parole in pianto.
E già col remo aveva data una spinta alla gondola, e senza sapere quel
che si facesse radeva gli scaglioni del palazzo, quando nel momento
che stava per prendere il largo nella laguna, al servo venne veduto
come un fioco barlume di luce che guizzava a non molta distanza da
loro, ed era la lucerna del Visconti, che, quantunque rovesciata,
tuttavia mandava ancora una fiamma irresoluta. Dice al suo signore:
«Che cosa può essere quel fuoco?»
Il Fossano vi getta un'occhiata:
«Sia quel che vuol essere, a me non ne importa nulla; andiamo;» e
tirava innanzi. Ma non poteva distogliere lo sguardo da quella fiamma:
ed essendo vicina a spegnersi, divampò in quel momento più forte, e
rischiarò la veste azzurra di Valenzia.
«Sì, c'è qualche cosa,» gli tornò a dire il servo.
«Per Dio, pare anche a me,» e senza saperne il perchè, a quella vista
il petto gli volle scoppiare sotto il giustacuore.
E colla gondola girò intorno al palazzo finchè pervenne a quel punto.
La fiamma continuava ancora a mandare dei guizzi irresoluti e
intermittenti, di guisa che quel luogo desolato ora era buio e tetro
come la notte, ora era rischiarato come da un lampo fuggitivo. Il bel
corpo di Valenzia steso colà colla testa piegata da una parte, con
quelle umide vesti che aderivano alle membra, apparve un momento
spiccato in mezzo a quella scena deserta. Il Fossano in prima vi gettò
un'occhiata, e quasi per una forza d'istinto volse tosto la faccia
altrove agitatissimo; ma quasi nel medesimo tempo tornò a volgervi gli
occhi stravolti, e prorompendo in un grido che dovette sentirsi a
molta distanza, cadde addosso al servo, che pure rimase atterrito a
quella vista, a quel grido.
E il servo toccò il corpo di Valenzia. La scossa avendo fatto muovere
un braccio della medesima, il Fossano balzò a quella vista tutto
rimescolato, e dalla gondola saltato a terra si gettò sul corpo morto,
e dileguato quel raggio di speranza che gli era balenato in pensiero,
ricadde ginocchioni più costernato, più percosso ancora di prima,
tenendo stretta la bianca mano di lei. Allora, volgendosi al cielo con
un'espressione che destava terrore insieme e pietà,
«Oh, che t'ho io fatto?» disse, «che grave colpa è la mia? Quai
delitti, quali orrori ho io commessi perchè tu debba straziarmi così?»
E stringeva le pugna squassandole per aria, ed a mezzo e fra i denti
affollò alcune parole di bestemmia. Se non che inorridito tacque, e
diè un tremito per tutte le membra facendo tali moti che non si
possono descrivere. Finalmente, quasi che in quello scompiglio
straordinario di pensieri volesse tentare un partito, si alzò sui due
piedi, ma ricadde quasi nel medesimo tempo sul corpo di Valenzia.
Quando si rialzò parve che avesse riacquistato intero l'uso delle sue
facoltà, e con una calma terribile,
«Aiutami,» disse al servo, e pieno di venerazione scrupolosa rialzò
quel diletto corpo da terra, se l'accostò, se l'adagiò fra le braccia
come se fosse viva; senonchè quelle due bianche mani che spenzolavano
inanimate, quella fronte purissima, e quei lunghi capegli sciolti e
stillanti acqua davano indizio di ciò che era veramente.
Aiutato dal servo l'adagiò sul fondo della gondola, e tranquillo le si
pose da canto. A un suo comando il servo spinse innanzi la gondola
sinchè s'accostarono a riva; il luogo era deserto e assai lontano dal
centro della città. Dice al servo:
«Tu scendi a terra; va dall'ammiraglio; portami qualche notizia di
lui.» E veduto che il servo stava perplesso, quasi volesse rifiutarsi
ad eseguire quel comando, «Scendi a terra,» gli replicò furibondo,
balzando in piedi, «va.»
Il servo atterrito obbedì, e con voce quasi piangente disse addio al
Fossano, il quale, cangiando in un subito l'ira in accorata tenerezza,
«Addio,» gli rispose con voce tremolante, «va, fa ciò che ti ho
detto...»
E ritto in piedi nel mezzo della gondola e appoggiato al remo stette
aspettando sin che il servo si perdette in una contrada.--Allora mise
ancora i remi nell'acqua, e giù pei canali venne al porto, ne uscì,
passò innanzi a Murano; passò altre terre, e su su sempre in alto.
XIII
CONCLUSIONE.
Già cominciava ad albeggiare. Alcune nuvole leggermente dorate
passavano in fretta sulla faccia del ciclo. L'aria marina, fresca ed
umidoccia, alitava leggera leggera intorno alla gondola di quello
sventurato. Gli uccelli, spiccatisi a quell'ora dalle antenne delle
navi, passavano a lambir l'onda placida colle ali, e gemendo intorno
intorno alla gondola, svolavano a garrire in cielo.
Il Fossano, senza pure saperlo, guardò un momento a quegli spazi
interminati del cielo e del mare, a quella calma ridente e serena;
ascoltò quel placido mareggio dell'onda, quei garriti degli uccelli,
quei mugolii lontani ed indistinti, poi di un tratto chinò la testa e
lo sguardo sul corpo di Valenzia. Due grosse lagrime gli sgorgarono
lente lente e come impietrite dagli occhi, lasciò cadere i remi
nell'acqua e sè stesso sul corpo della Valenzia; e in quel silenzio
mattutino si udì il fervido scoccare d'un bacio. La barca, stata un
pezzo in balia dell'onda, alla fine si perdette dietro ad una
scogliera.
Il servo del Fossano, corso intanto al palazzo dell'ammiraglio, e
sentito come questi era stato condotto innanzi ai Dieci, senza
pensarvi altro era tornato all'alloggio del suo padrone sperando
trovarlo nelle proprie sue stanze; e di là alla casa dell'amico di
lui, al quale raccontò ogni cosa in breve ed il proprio sospetto.