mare. Ma dopo molto cercare, non essendosi potuto venir mai a capo di
nulla, si tralasciò ogni indagine, e quel fedel servo stette colà più
d'un anno sempre sperando di vedersi un dì o l'altro comparire innanzi
l'amato suo signore. Ma aspettò inutilmente, e alla fine ritornò in
Milano sua patria.
La notizia dell'arresto dell'ammiraglio Candiano dalla bocca de' suoi
servi fra poco girò per tutta Venezia, con che maraviglia, con che
malcontento, con che dicerie lo pensi il lettore; ma l'eccelso
consiglio pensò presto a far tacere ogni voce.
L'istessa mattina che seguì a quella notte memorabile, in una
stanzaccia dell'arsenale se ne stavano a passar tempo un cinquanta
soldati delle galere, i più veterani della flotta veneta, quelli che
sempre uniti sulla nave ammiraglia obbedivano al comando immediato di
Candiano; tutta gente che da molt'anni divideva con lui le fatiche
della guerra, che da vicino aveva potuto vedere quanto fosse il
coraggio di quel maraviglioso vegliardo, che per l'assidua pratica e
per la lunga abitudine di trovarsi quasi sempre con lui gli si era per
tal modo affezionata che avrebbe senza dubitare pur un momento
sagrificato volentieri la propria vita per salvare la sua.--Intanto
che durava la pace, e per aver ricevuto le largizioni della Republica,
non attendeva che a darsi buon tempo; e quella mattina facilmente
sarebbesi potuto comprendere quanta era la gioia di quei prodi
veterani, i quali, insuperbiti che il loro generale fosse stato eletto
doge, non attendevano che a parlare di lui, della sua bontà, delle sue
virtù, del suo indomabile coraggio, della forza del suo braccio, ed
era una gara fra loro a ricordare i pericolosi momenti in cui s'era
trovato il Candiano.
«Io l'ho pur sempre detto,» diceva uno di quei prodi, «che il destino
è ben secondo a Venezia se pur dopo tanto tempo si è finalmente
determinata a dare il corno ducale a chi in un'occasione la può
difendere col proprio braccio.»
«E se la patria nostra vuol avere un uomo, ma di quelli che ne v'ha
uno per mille, ha da venire a cercarlo qui in mezzo a noi, che noi
siam quelli che provvediamo alla sua difesa, alla sua grandezza, alla
sua gloria.»
«Amici e compagnoni miei, io credo bene di essere il più vecchio di
tutti qui, ed ho servito sotto a quattro ammiragli, ma un uomo come
questo Candiano io credo non ci sia mai stato al mondo.»
«E quante volte non dubitò mettere la sua vita in pericolo per salvare
uno di noi che sull'orlo della nave ammiraglia minacciasse cadere in
mare o nelle mani del nemico; e tu, Pierozzo, dovresti ricordartene,
chi sa in che fonda scogliera te ne staresti adesso a macerar le tue
carni, se Candiano, con quel suo braccio di ferro, non t'avesse
sostenuto di tutto peso pel buricchetto nella giornata della Spezia.»
«Me ne ricordo benissimo, e non mi par vero d'essere ancora qui a
contarla, e non desidero e non aspetto altro al mondo che di fare
altrettanto al mio buon ammiraglio.»
«Viva Candiano, l'amico, il padre de' suoi soldati!»
«Viva il difensore di Venezia!»
«Viva il bravo dei bravi!»
«Che sentimento debb'essere il suo vedendosi ammirato e benedetto da
tanta moltitudine.»
«Felice colui al quale è si bene meritato dalle sue virtù.»
«Chi non vorrebbe esser lui anche a patto di avere i suoi settant'anni
sulle spalle?»
«Io, che appena ho tocchi i miei quaranta, e mi sento ancor forte di
gioventù, non so che darei per diventar lui a un tratto.»
«Bravo Verezza, tu la pensi come la penso anch'io.»
«Gridiamo dunque tutti ad uno: Viva Candiano, viva il nuovo doge!»
«Ma tu che hai, Bertuccio, stamattina che te ne stai li colla testa
china e tutto d'un pezzo, come se l'allegria comune non ti toccasse
per niente?»
«Io?»
«Sì, tu.»
«Viva il nuovo doge! Ecco, l'ho detto ancor io; siete contenti ora?»
«Per fare quella brutta smorfia tanto n'avevi a non parlare, e pare
che la parola abbia penato ad uscire intera dalla tua bocca.»
«Non ha penato niente, che non c'è nessuno di voi che possa vantarsi
amar meglio di me il vantaggio e la gloria di Candiano, ma...»
«Cosa avresti a dire?»
«Che fra qualche ora quando in lui saluteremo il doge avrem perduto
l'ammiraglio, e ciò, per san Marco e sant'Elmo, mi pesa forte e mi dà
grandissima noia.»
A queste parole, come se d'improvviso si fosse gettata dell'acqua
sopra una fiamma che crepitasse forte, svanì in un momento l'allegria
in quel luogo, ed a tutte quelle grida, a tutti quegli evviva successe
un assoluto silenzio.
«Per sant'Elmo che qui il Bertuccio ha detto il vero!»
«Il Bertuccio ha ben parlato.»
«Ha ben parlato, ma non tanto. E credo che allorquando Candiano sarà
doge, questo non torrà che lui comandi alle galere, e in un'occasione
lui sarà ancora il nostro generale, e vi ricordi di Enrico Dandolo.»
«Bravo Verezza; viva la gloriosa memoria di Enrico Dandolo!»
«E sia benedetto quel dì quando sulla nave ammiraglia ci stringeremo
intorno al vecchio doge Candiano.»
«E obbediremo a' suoi comandi.»
«E come leoni combatteremo intorno a quel vecchio leone.»
«E i nemici di Dio e di Venezia al nostro ruggito fuggiranno
spaventati.»
«Benedetto quel dì, e faccia san Marco ch'ei sia ben vicino.»
«Viva adunque Candiano, il nostro ammiraglio!»
«Il nostro doge!»
«Il nostro padre ed amico!»
E gli evviva e le acclamazioni tornarono ancora ad echeggiare in
quello stanzone a volta.
Ma di mezzo al frastuono uscì improvvisa una voce assai alta a
comandar silenzio, e sull'uscio di quello stanzone comparve un
uficiale del consiglio accompagnato da sei fanti della Republica.
Quell'uficiale s'innoltrò nello stanzone, fece venire innanzi i sei
fanti; l'uno dei quali portava un piccol sacco sotto il braccio,
chiamò il caposquadra, e gli disse:
«La Republica vi manda cinquecento ducati per distribuire a questa
brava gente.»
Un altro grido si alzò a queste parole.
«Zitto, ascoltatemi,» continuava l'uficiale; «è comando espresso
dell'eccelso consiglio dei Dieci che quanti v'hanno soldati delle
galere tutti si raccolgano quest'oggi nelle caracche, e si rechino a
Malamocco. È pure espresso comando dell'eccelso consiglio che fra
un'ora sieno spiegate le vele.»
A queste parole tutti si guardarono in viso maravigliati. In prima si
fece un profondo silenzio, poi cominciò un bisbiglio che a grado a
grado finì in un frastuono altissimo. Allora il caposquadra disse
queste parole all'uficiale:
«Non vi maravigliate, messere, ma questa brava gente sperava
quest'oggi, com'era ben ragionevole, di assistere all'incoronazione
dell'amato lor generale.»
«E vi assisteranno quando sarà il dì;--per oggi non si fa nulla.»
«Nulla!»
«Nulla. Or fate in modo che l'eccelso consiglio abbia a lodarsi della
pronta vostra obbedienza.»
Pronunciate queste parole l'uficiale del consiglio se n'andò.
Partito colui, quei cinquanta e più soldati che si trovavano colà si
raggrupparono tutti in crocchio.
«Avete voi compreso bene?»
«Per me nulla affatto. però m'è entrato nell'animo un gran sospetto.»
«Oggi doveva essere coronato doge.»
«Così ho sempre creduto.»
«Ma la funzione è protratta.... e noi ci si manda a Malamocco.»
«Qui ci covan sotto altro che favole.»
«Avete sentito?» entrava subito a dire il caposquadra, per dare una
svolta a quei discorsi; «non ci rimane che un'ora di tempo, e dovremo
aver levate le àncore.»
«Pensiamo che codesto comando avrebbe dovuto venire dall'ammiraglio, e
non dall'eccelso consiglio.»
«Per verità che non so nemmen io che mi pensare; del resto mi pare che
vi siano cinquecento ducati da dividersi fra noi, ed è ciò che mi dà
molto piacere.»
«Vino ed oro: il tuo mondo è in queste due parole.»
«Nè il mondo ha parole più belle di queste.»
«Ed io darei il tuo vino e il tuo oro pel piacere di veder in
quest'istante medesimo il nostro ammiraglio.»
«Lo vedrei volentieri anch'io; ma penso tuttavia che se non lo vedremo
oggi lo vedremo domani, e che non c'è da rusticarci tanto per questo.»
Nel salotto non rimanevano più che un dieci o dodici soldati, quando
entrò uno dei loro che nella notte era stato assente dall'arsenale.
Quel soldato era uno dei più vecchi; l'aspetto di quel buon uomo dava
indizio di una cupa tristezza che assai teneva della disperazione.
S'accosta tutto tremante a que' suoi colleghi, e,
«Una gran sventura, amici,» esclamò, «una gran sventura, la più dura,
la più insopportabile che mai ci potesse venire addosso!»
«La tua faccia è pallida come quella di un morto. Se la sventura che
tu dî è terribile come il tuo aspetto, ci protegga san Marco.... ma
parla una volta.»
«Candiano è nella stanza dei Dieci; egli è accusato, e si racconta di
lui un'incredibile avventura.»
Quei dodici prodi si guardarono in faccia esterrefatti, percossi.
«L'ammiraglio accusato?»
«Come v'ho detto. Io sono ancora compreso d'orrore.»
«Ma di che accusato?»
«Lo sa Iddio!»
«E proprio nel dì ch'egli doveva essere acclamato doge!»
«In questo dì appunto.»
«Ora ho compreso perchè l'eccelso consiglio ci manda a Malamocco.»
«Egli sa che Candiano è l'amato nostro ammiraglio.»
«E che se ingiustamente gli venisse mai torto un capello, queste
braccia, che tante volte hanno saputo difendere la patria, saprebbero
pure ad un'occasione...»
«Il mio pensiero s'è incontrato col tuo; ma tronchiamo a mezzo codesto
discorso, che non è per recarci alcun utile.»
«Io so, Gazzella, che molti di codesti patrizi infingardi hanno sempre
portato invidia e peggio al vecchio Candiano, e che al piacere di
saperlo sconfitto e morto avrebbero i tristi sagrificato anche l'utile
della patria comune.»
«Bertuccio mio, se mai l'accusa fosse una calunnia...?»
«Io fremo in pensarci... ma...»
«Ma a costo di morire di spasimo nella gabbia di San Marco, chi volle
essere nostro padre ed amico, per l'anima mia che avrà in me più che
un amico, più che un fratello, e lo vendicherò.»
Dicendo queste parole uscirono di là. In quel momento medesimo un
fante della Republica, mostrandosi improvvisamente di dietro a un
grosso pilastro che sorreggeva la volta dello stanzone, e guardandosi
intorno con gran sospetto uscì esso pure rapidamente.
Il dì dopo l'eccelso consiglio mandò al caposquadra delle galere
stanziate a Malamocco un ordine di spedire a rinforzare il presidio
dell'isola di Cipro una caracca di arsenalotti, con espresso comando
che segnatamente fosser mandati colà il Gazzella e il Bertuccio, e
l'altro vecchio compagno col quale il dì prima avevano fatto quegli
imprudenti discorsi.
Il lettore avrà ben compreso il perchè di tutte queste deliberazioni
del consiglio, ed avrà dovuto ammirare la profonda e fina politica dei
Dieci. Ma la sua ammirazione si cangerà presto in orrore quando sappia
che in tutti quei dì che susseguirono alla cattura dell'ammiraglio
Candiano, a sera, a notte chiusa alcune famiglie, alcune spose
attesero in vano il padre, il marito, e lo attesero per un pezzo, nè
mai loro comparve più innanzi.
Il consiglio dei Dieci non pativa che nessuno in Venezia parlasse
dell'ammiraglio, molto meno che si tributasse una lode alla sua virtù,
un compianto alla sua sventura. Ma sebbene i cittadini indovinassero
con orrore la causa di quelle improvvise disparizioni, tuttavia il
prode e buon vecchio aveva lasciato tanto amore e pietà di sè stesso,
il caso di Valenzia sua figlia, del quale era pur corsa ovunque la
storia genuina, aveva messa negli animi tanta maraviglia, che
bisognava pure che in qualche modo se ne parlasse. Ma dal momento che
l'ammiraglio fu condotto innanzi al tribunale dei Dieci, non si potè
più sapere quel che avvenne di lui e della sua figlia, intorno alla
quale correvano tante e sì disparate voci, e con misterioso terrore di
tutta la città quel prode vegliardo e quella giovane infelice
disparvero dalla scena del mondo senza che nè un atto pubblico
attestasse la loro fine, nè un publico monumento i loro nomi.
Così la Serenissima Republica non ebbe scrupolo a sagrificare un uomo
al quale andava debitrice di tanti segnalati servigi, e all'utile
proprio antepose la stretta osservanza di una legge assurda che essa
però aveva sancita nella supposizione che troncando ogni legame con
chi non apparteneva a San Marco avrebbe cansati molti pericoli
possibili. Soltanto alcuni anni dopo, quando si trovò impegnata in una
lotta colla flottiglia di Pisa, e s'accorse mancarle l'uomo adatto a
toglierla dal pericolo, s'avvide dell'errore, e il popolo in massa,
che spesso ha un tatto squisito nel giudicare, accusò altamente
l'improvvido consiglio che aveva segnata la sentenza di Candiano.
Del resto il considerare che quella legge assurda ed avente in sè gli
elementi dell'ingiustizia ebbe un contravventore in quell'uomo appunto
che più aveva d'equità e di senno, ne condurrebbe alla conseguenza che
tutte le leggi di simil natura, se mai ve ne fossero, procurerebbero
la rovina di quegli uomini dei quali è più forte il bisogno in questo
mondo venendo in vece puntualmente osservate da quella numerosa folla,
che obbedendo così alla cieca e senza convinzioni non han neppure le
qualità che si vogliono a rendere in qualche modo utile l'uomo
all'uomo.
Ma prima d'accommiatarci dal nostro lettore, dobbiamo ancora
raccontargli una cosa, della cui riuscita forse egli stava in
aspettazione.
Alcuni giorni dopo che il Candiano ed i suoi figli eran scomparsi
dalla scena del mondo, sulla riva degli Schiavoni fu esposto un corpo
morto alla publica vista perchè potesse venir riconosciuto dagli
affini e dai consanguinei.
Era quello il corpo di Apostolo Malumbra che essendo rimasto là in
mezzo al mare per tanti giorni, s'era sfigurato in modo da non più
riconoscersi.
La donna sua, che da tanti giorni viveva in un'angustia terribile, nè
mai erale venuto fatto rintracciar notizie sul conto del marito,
passando una mattina a caso per quei luoghi, e vedendo gran folla che
traeva a vedere il morto, anch'essa vi venne trascinata. Vi getta gli
occhi, ne riconosce il gabbano, e senza dir parola cade a terra come
piombo. I due piccoli figliuoletti che aveva condotti con sè, si danno
a brancolare sul corpo della madre svenuta, a piangere, a gridare. La
folla s'arresta. Grida uno del popolaccio:
«È la moglie del Malumbra.»
«Guardate un tratto,» dice un altro, «che il morto non sia il marito
di costei.»
Tutti si avvicinano a guardar meglio. Quelli che prima non avevano
saputo trovar traccia d'uom conosciuto in quel cadavere, ad una voce
gridano:--È lui...--E a quella parola, come se in quel corpo si fosse
scoperto il fatale gavacciolo d'un appestato, tutti dileguarono... e
la povera donna svenuta ed i figliuoletti strillanti furono lasciati
colà. Quando la moglie del Malumbra si risentì non si vide intorno più
nessuno, e ritornò alla sua casa.
Passò qualche tempo, mancò ogni mezzo di sussistenza... gl'innocenti
fanciulli tornarono a domandar pane affamati; ma in quella casa
desolata non osò metter piede persona al mondo. Nè tutti coloro che
poterono tener dietro ad ogni passo di quello sciagurato e tristo
Malumbra, non seppero mai comprendere di chi era veramente la colpa, e
senza neppur pensare che il bisogno è persuasore orribile di delitti e
di colpa, lasciarono languire nella miseria anche i figli di lui, che
pure erano innocentissimi.
Dice la cronaca che fintantochè furon fanciulli e deboli non fecero
che piangere e patire; ma giunti all'età in cui l'uomo spiega tutta
quella forza che natura gli ha conceduto, si condussero anch'essi
verso la scesa del delitto. Due di essi fecero ciò che il padre loro
non aveva saputo fare: s'appiattarono nelle macchie a svaligiare i
passeggeri, e quando furono raggiunti dalle mani della giustizia,
questa li consegnò al patibolo. Una folla numerosa accorse allo
spettacolo orrendo: sapevasi di chi eran figli; ma a nessuno venne in
mente che se il padre loro non fosse stato respinto da tutti e
lasciato privo di pane senza che ne avesse colpa, forse i figli suoi
sarebbero riusciti cittadini assai probi, e giovati un poco dalla
fortuna, quegli stessi che il patibolo troncava, sarebbero forse stati
l'oggetto della gratitudine e dell'amore universale.
Di molte sventure e molti delitti pur troppo talvolta è colpevole la
società, non l'individuo; e spesso per una condanna precipitata, per
un pregiudizio, per la fredda indifferenza, un uomo che Dio ha
sospinto sulla via dei buoni, travia, e si perde irremissibilmente.
Così avessero queste pagine abbastanza pregi da fermare l'attenzione
dei più, che forse la storia di Candiano e di sua figlia, la sciagura
ed i delitti del Malumbra sarebbero potenti ad impedire qualche nuova
ingiustizia e qualche nuova colpa.
FINE.
INDICE
I.----LA GOLA DEL LEONE
II.----IL PADRE E LA FIGLIA
III.----APOSTOLO MALUMBRA
IV.----LA ROCCA D'ANGERA
V.----CARLO VISCONTI
VI.----VALENZIA
VII.----INSIDIA
VIII.---IL DOGE
IX.----TRAMA INAUDITA
X.----SPERANZA E DISPERAZIONE
XI.----RICONOSCIMENTO
XII.----CONTRATTEMPO
XIII.----CONCLUSIONE
La presente edizione è posta sotto la tutela delle vigenti Leggi e
Convenzioni fra gli Stati Italiani, essendosi adempiuto a quanto esse
prescrivono.