Ora, tornando a Carlo Visconti, nel quale il Barbarigo aveva riposte

tutte le sue speranze, entrato che fu nella stanza dov'era la

sventurata Valenzia, e fermato il chiavistello dell'uscio, già nella

sua mente precorreva l'esito dell'infame tentativo cui stava per

accingersi. Chiusa la porta, si fermò un istante gettando un'occhiata

a colei, che, per sua sciagura, avendo ricuperati i sensi, comprendeva

tutto il terribile della sua situazione. Nel momento che il Visconti

s'era fermato, in quel silenzio generale che copriva tutte le cose

intorno al suo palazzotto, non si sentì che il respiro intermittente e

singhiozzante della poveretta. Egli stette fermo qualche tempo ancora,

come se aspettasse qualche cosa. Finalmente, fatti alcuni passi, si

avvicinò a Valenzia, la quale provando un ribrezzo invincibile

all'avvicinarsi di quell'uomo, si ritrasse strascinandosi ginocchioni

com'era, e mandando un tal gemito che non si può rendere con parole,

poi lasciandosi cadere le braccia, e intrecciando le mani alzò la

faccia come rapita dal fervore di una preghiera che in quel punto

faceva mentalmente. Quel volto di Valenzia, sul quale era l'impronta

di un dolore antico, accresciuto dalla desolazione del momento,

conservava tuttavia la maravigliosa sua bellezza; se non che per que'

segni di dolore, per quelle traccie di patimento, più non poteva

suscitare le voluttuose sensazioni che, forse alcun anno prima,

avrebbe potuto destare nella fantasia d'uomo avvezzo a servire al

senso, ed anzi, tanta ne era la pallidezza, il languore, lo

sbattimento che in vece di voluttà, avrebbe potuto destare, se non

assoluto ribrezzo, certo alcuna cosa di simile. Fatto sta che quella

prima idea colla quale il Visconti le si era avvicinato, svenne

nell'istante medesimo che potè contemplarla bene, e la faccia di lui,

sulla quale era un riso procace e disonesto, si appianò tutt'in un

tratto conservando tuttavia ne' guizzamenti dei muscoli un certo che

significante noia, malcontento, aspettazione delusa. E quella

repentina mutazione d'idee, quello spostamento improvviso di

sensazioni, anzi quel vacuo assoluto di pensieri che allora gli si

fece in mente, non gli permise di metter fuori alcuna parola, e stette

in silenzio un pezzo, e soltanto si accontentava di

guardarla.--Valenzia intanto tutta tremante e ristretta in sè, per

quanto fosse grande la confusione delle sue idee, pure riandando col

pensiero le vicende già corse, rimontando quattr'anni indietro, quando

per la prima volta aveva veduto l'uomo orribile che ora gli stava

presso, quando sentì dal padre che colui gli era destinato in isposo,

e via via le sue lagrime, la sua confessione a Candiano del proprio

amore per Fossano, la fuga.... quella fuga in cui le parve di toccare

il paradiso.... e più di tutto, le parole del suo Fossano:--Quel

tristo figlio di Bernabò non ti riavrà mai più in eterno, in

eterno.--Ed ora se lo vedeva lì presso... e le risuonava tuttavia

nell'orecchio quel disperato grido che un momento prima il suo Fossano

aveva mandato nel doverla abbandonare. Per l'azione di questo cocente

pensiero, quello spavento misto all'atonia che le teneva come

aggranchite le membra, si trasmutò in una tenerezza spasmodica per

colui che da tanto tempo era il solo, l'assiduo pensiero di tutte le

ore del dì e tutto l'angòre che le tramestava l'anima, si versò in uno

scoppio di pianto che scosse il Visconti. E guardando a quelle

lagrime, si maravigliava della propria irresolutezza che lo faceva

restar lì sempre immobile a guardare colei che piangeva. Alla fine si

ricordò che v'era ancora a sciogliervi un viluppo assai misterioso,

che quantunque si vedesse innanzi viva e vera quella Valenzia di cui

un tempo egli s'era sentito preso con tanta violenza, ancora gli

rimaneva a sapere come era avvenuto il fatto, in che modo egli e la

Republica erano stati ingannati; questa curiosità gli aprì il varco

alle parole, e disse:

«È inutile il disperarvi tanto, nè l'esser qui alla mia presenza vi

deve metter tanto orrore. Io non voglio farvi del male, d'altra parte

sappiate che se voi a quest'ora non foste qui, sareste innanzi al

signori Dieci, i quali, quando hanno messo il dente sulla preda, non

fia che per nessun caso mai se la lascin sfuggire; dunque vi esorto a

farvi coraggio.»

Le parole del Visconti erano queste.... ma il tuono con che le

accompagnava era assai aspro, per cui pochissimo si potè confortare

Valenzia.

«Soltanto,» continuava il Visconti, «ho gran desiderio di schiarire un

mistero in questo momento.... e per l'anima del padre mio crederei

bene d'aver qualche diritto a saperne più che altri, perchè, se la

memoria non mi falla, voi eravate promessa a me.»

Valenzia mandò un guizzo per tutta la persona a queste parole.

«Del resto.... nel momento ch'io vi credeva morta da quattr'anni, vi

rivedo ancor viva, e per aggiunta sposa d'altrui, vogliate dunque

compiacervi a raccontarmi in breve tutta la storia dell'orribile

inganno.»

Qui Valenzia, essendo malissimo disposta a narrare quella storia, non

che a metter fuori una sola parola, mostrò di non aver sentito, nè

tampoco il tuono della voce del Visconti, e continuò a mormorare fra'

denti una sua preghiera. Però crebbe la stizza al Visconti, e in tuono

più alto replicò quella domanda.

Valenzia, spaventata, cominciò allora a mandar fuori qualche sconnessa

parola, e d'una in altra tra singhiozzi e sospiri potè dire abbastanza

perchè il Visconti potesse farsi un'idea chiara di tutto quanto era

avvenuto.

Valenzia intanto, a cui l'angoscia aveva in prima ottenebrata la

mente, così da farle vedere in confuso la condizione delle sue

vicende, coll'esser costretta a raccontare ordinandosele in mente in

successione tutti i fatti avvenuti dalla fuga da Venezia in poi, per

sua sventura rinacque alla chiara cognizione di tutto, e misurato il

pericolo del padre e il proprio, vide come le cose fossero giunte al

punto che più non era luogo a sperare, e che uscita dalle mani del

Visconti sarebbe tosto ricaduta in quelle della Republica, ove avrebbe

trovata l'estrema condanna. A questo pensiero, di ginocchio balzò in

piedi esterrefatta: quella immobilità, quell'atonia in cui aveva

durato qualche tempo, si trasmutò improvvisamente in un dolore

prorotto che teneva della forsennatezza: chiamò ad alta voce per nome

il suo Fossano, il padre, e fu presa da un così prepotente delirio che

parlava singhiozzando a que' due suoi cari; quasi che le fossero

presenti, e invocava Dio, la Vergine, i santi, e miste alla preghiera,

le imprecazioni contro a Venezia, ai Dieci e a tutti coloro che

nell'agitata fantasia credeva avessero causata la di lei rovina.

Finalmente dopo quello sperpero di grida, di pianti, di preghiere,

d'imprecazioni, e quel violentissimo lassamento di tutte le sue forze

fisiche, nell'istante che volta al Visconti con una faccia tutta

stravolta e terribile stava per imprecargli, il sangue le fuggì dal

cuore, nel suo volto avvenne come un altro smagrimento repentino, i

nervi le sussultarono dai capo alle piante, e per la quinta volta

cadde abbandonata da' sensi.

Le lagrime, le preghiere, le furibonde grida, il delirio della povera

Valenzia, arrivarono a ingenerare nell'animo del Visconti qualche cosa

che poteva somigliare alla compassione, e gli somigliava abbastanza

per giungere a scioglierlo del tutto da ogni basso tentativo. Si fermò

a contemplarla un pezzo, poi disse:

«Ma infine.... cosa mi resterebbe a fare? Se io la lascio uscire di

qui.... cadrà nelle ugne di tal belva, al cui confronto io le sarò

parso assai più che padre e fratello.» E gettò un'altra occhiata sulla

giovane infelice, e con ribrezzo ne sentiva i singhiozzi affannosi, e

il rantolo strozzato nelle fauci, la compassione s'accrebbe a più

doppii nell'animo suo, e pensò.... pensò se vi poteva essere qualche

aggiustato modo per trarla in salvamento e alleggerire la sua

sventura.

Ma come poteva venire in mente a quel tristo un simile pensiero?--Non

era forse egli più il crudele, il feroce figlio di Bernabò?--Questa

domanda è assai ragionevole, e anche noi durammo assai fatica a

credere a un simile mutamento nell'indole sua. Ma una considerazione

che ci sorse in mente, ne condusse, o ne parve almeno ci potesse

condurre, alla soluzione di un fatto così strano. Se a Carlo Visconti,

quattr'anni prima, quand'era ancora nel fiore della sua potenza il

terribile Bernabò suo padre, ed egli non viveva che nell'aspettazione

di un ricco e vasto dominio, fosse intravvenuto una simile avventura,

si fosse trovato in una circostanza pari, avrebb'egli ceduto sì di

leggieri a delle lagrime, avrebb'egli saputo comprendere l'angoscia di

un cuore al punto da rimanersi dalla persecuzione? Tutto c'induce a

credere che avrebbe fatto il contrario. Da quell'altezza su cui la

sorte avealo fatto nascere, e da cui non era disceso un momento non

avendo mai potuto porsi a paro un istante col resto degli uomini, non

aveva mai potuto mettersi all'unisono col loro, nè per quanta sagacia

potesse mai avere, la dura esperienza non gli aveva fatto conoscere

ancora il che ed il perchè di tutte le cose. Non gli aveva ancor data

la giusta misura per valutare nella loro interezza i dolori che

possono straziare anima d'uomo, ma da quel momento che la sventura lo

ebbe assalito, e il cuor suo sentì le potenti strette dell'angoscia e

della disperazione, e provò le durezze dell'esiglio, le privazioni più

tormentose della vita, e l'odio contro il suo persecutore, l'anima sua

oscillò per migliaia di sensazioni che fino a quel punto gli erano

rimaste al tutto sconosciute.... e da quel punto, senza ch'egli se ne

fosse accorto, l'indole sua subì una forte modificazione,

modificazione che però non s'era mai palesata, ed aspettò a mostrarsi

intera allora che una scena di sventura e d'angoscia lo ebbe

fortemente colpito. La prosperità guasta gli animi, la sventura li

corregge, se non sempre, certo il più delle volte.

Alla Valenzia, così come gli poteva permettere l'abituale durezza de'

suoi modi, spruzzò con acqua la fronte affine di farla riavere.

«Valenzia,» cominciò poi a chiamarla per nome, «Valenzia!»

«O Fossano, perchè mi lasci tu qui?»

«Destatevi su via, fate presto che meglio per voi.» La giovane si

rizzava. «Se amate il vostro meglio, v'è mestieri di coraggio;

alzatevi, presto.»

«O Fossano, vieni a togliermi di qui.»

«È inutile che sprechiate il vostro fiato a chiamare chi non verrà di

certo.»

«Non verrà? perchè non può venire?»

«Oh! sentite, vorrei pregarvi a non darmi più noia con queste vostre

parole, e torno a ripetervi che v'è mestieri far senno, e che vi

converrà prendere qualche partito prima che battino alla porta i fanti

del consiglio.»

«Oh, padre mio!» esclamò allora la Valenzia. e facendo forza a sè

stessa, e volgendosi al Visconti: «Oh! ditemi, che è avvenuto del

padre mio?»

«Io non so nulla; ma vi consiglio a pensare a voi medesima prima di

tutto, diversamente senza fare il suo vantaggio, sarete causa del

vostro danno.»

Valenzia, che un momento prima guardando la faccia del Visconti aveva

potuto scorgere quanto fosse volto al male, ora non sapeva credere a

sè stessa accorgendosi dell'improvviso mutamento ne' suoi modi; e

disse:

«Signore, abbiate pietà di me, ditemi che è del padre mio; lasciate

ch'io vada presso di lui. Dov'è il Fossano? dov'è? voi lo dovete

sapere. Lasciatemi tornare dov'è lui; lasciatemi uscire di qui. Io non

domando, io non voglio altro.»

XII

CONTRATTEMPO.

In questa s'udì battere alla porta. Il Visconti tende l'orecchio;

Valentia ricade a terra ginocchioni tutta tremante, gridando:

«Chi sarà?»

Il Visconti aprì un'impannata; guardò fuori, e domandò:

«Sei tu, Bronzino?» Ma nel domandare, vide più barche che si erano

fermate, e s'accorse ch'erano le barche della Republica.

«Sono il fante del consiglio,» dice una voce. «il quale vi prega

vogliate recarvi da lui sull'istante, senza aspettar altro. Ho con me

venti arsenalotti, incaricati d'accompagnarvi e servirvi fino a

palazzo.»

«Cosa ha bisogno il consiglio di me?»

«Voi lo sapete meglio di tutti; ma vi esorto a far presto, che i

signori Dieci non possono aspettare.»

Il Visconti pensò e ripensò a quel che dovesse fare; ma di lì non era

via d'uscire. Quando s'era impadronito di Valenzia, avendo allora

altro disegno in mente, non aveva pensato ridursi dove la Republica

non avrebbe potuto raggiungerlo.

Valenzia, che tutto aveva sentito, disse:

«Ah! io sono perduta, Iddio mi abbia misericordia!» e piegava la testa

quasi aspettasse l'estremo colpo della mannaia.

Il Visconti intanto discese, e aperto l'uscio, mostrossi al fante

dicendogli:

«Io sono qui, andiamo.»

«Voi saprete,» soggiunse il fante, «perchè il consiglio v'abbia

mandato a chiamare.» E stava attendendo una risposta. «La Republica sa

troppo bene chi si trova di presente nelle vostre stanze: il consiglio

vi prega a non voler interrompere il corso della giustizia. Vogliate

adunque compiacervi a rimettere nelle nostre mani chi avete ricovrato

presso di voi.»

Qui Carlo Visconti manifestò quanto tenesse del carattere del padre,

il quale atroce e iniquo sempre, pure per ispirito di contraddizione,

pertinacia e prepotenza, inducevasi qualche volta a fare un'azione che

ne' suoi effetti poteva chiamarsi benefica.

«Io non so, nè comprendo nulla di quanto mi dite; ma s'egli è vero che

qualcheduno è venuto a rifuggirsi presso di me, penso ch'io non sarò

vigliacco e infame così da non mantenere ciò che ho promesso. Vi prego

a riportare quanto vi ho detto all'eccelso consiglio.»

«Ebbene io riporterò le vostre parole; ma voi non uscirete intanto, e

costoro staranno qui a farvi compagnia.»

Il Visconti, a guadagnar tempo, accettò il partito, e disse:

«Così sia fatto; andate e v'aspetto.»

Ciò detto richiuse l'uscio, e risalì ancora nella camera ove trovavasi

Valenzia.

Questa s'era alzata, e se ne stava ritta su due piedi nel mezzo della

camera. All'aspetto parve che avesse ricuperato tutte le sue forze, e

una subita vampa di vivo rossore le aveva acceso il volto. Qualche

cosa di maraviglioso e di sublime brillava in quel punto sulla

purissima sua fronte; e quando il Visconti le comparve innanzi, gli

disse:

«Io vi ringrazio, Iddio ve ne renda merito; ma pur troppo tutto quanto

avete fatto non potrà produrre nessun utile al mondo. Pure non è per

me ch'io trema adesso, è pel padre mio, che, a vedermi contenta e

felice, osò tentare e condurre a fine ciò che nessun altri avrebbe

saputo. Oh! ditemi... io non voglio che salvar lui.»

«Come lo potete?»

«Perdonate, ho la mente assai scompigliata, pure ditemi, voi lo

dovreste sapere: il padre mio fu già accusato a quest'ora, è già

comparso innanzi ai Dieci?»

«Ieri duecento voti lo elessero doge di Venezia, non fa un'ora che lo

vidi io medesimo, e sul volto di lui ho potuto scorgere segni

manifesti di gioia. Vivo sicuro ch'egli è assai lontano dal credere

che tanta sventura gli stia sopra.»

«Ne siete sicuro?»

«Sicurissimo.»

«Oh! sia lodato Iddio e la Vergine santissima,» e ciò dicendo cadeva

ginocchioni come fuori di sè per la gioia.

Il Visconti la guardava maravigliato non sapendo comprendere la causa

di quell'improvvisa e fantastica allegrezza.

«Oh! abbiate compassione di me e del padre mio,» continuava la

Valenzia; «oh! vogliate correr subito in traccia di lui.»

«E poi?»

«Il consiglio lo accuserà d'aver ingannata la Republica, col dire

ch'io era morta.»

«È questa appunto la sua colpa.»

«Ebbene, volate da lui: ditegli che non abbi più timore di

quest'accusa, e la rigetti perchè io son morta davvero.»

In quella camera era aperta una finestretta che guardava la laguna

dalla parte opposta, ove si trovavano le barche della Republica.

Valenzia, un momento prima, guardatosi attorno, s'era accorta di

quella finestra, ed a tal vista erale spuntato in mente un terribile

pensiero; però come ebbe pronunciate quelle ultime parole, si alzò da

terra, si raccolse, fece una preghiera,

«Oh, mio Fossano! oh, mio Fossano!» disse ancora, e già....

In quella si sentì un gran colpo alla porta. Il Visconti dovette

ancora uscire: Valenzia rimase sola.

Basta talora una sola spinta perchè l'uomo si determini ad azioni

estreme e terribili; ma più cagioni, e tutte forti, avevano per tal

modo assalita l'anima della povera Valenzia, che in quel momento non

le parve possibile altro disegno, fu or quello di darsi la morte da sè

medesima. La persuasione in cui era entrata, esser quello l'unico

mezzo a salvare la vita del generoso suo padre; il pericolo di perdere

in quel momento la sola cosa che i suoi crudi destini non le avevano

ancora potuto rapirle, l'onoratezza, che quantunque avesse potuto

accorgersi del mutamento ne' modi e nelle parole del Visconti, non

aveva per nulla saputo vincere il timore che aveva in lui; ed a ciò si

aggiunga quello scompiglio della mente, quel tedio mortale della vita

dopo tanti affanni e tormenti, quella debolezza dello spirito a cui

par sempre più grave, più insopportabile una sventura di quello che il

sia realmente.

Uscito che fu il Visconti, ella fece alcuni passi per la camera, dando

volte assai rapide. Al vedere i suoi atti, i suoi moti, l'alterazione

delle sue sembianze, pareva in vero ch'ella più non respirasse codesta

vita. V'era nella sua persona un non so che di fantastico, di

trasumanato, e tal cosa che poteva destare religiosa venerazione,

mista a un sacro orrore che non è possibile a definirsi con parole.

Nel muoversi descriveva così a caso molti giri col pie' leggiero e a

grado a grado sempre più vacillante; e questi giri, fosse caso o che

altro si fosse, si venivano a ristringere ogni qualvolta li ripeteva,

finchè si trovò vicinissima alla finestra.

S'udì in quella un romore abbasso e un suono di voci. Ella s'alzò

sulla punta de' piedi con un tremito convulso di tutta la persona, e

battendo i denti come per brividi. Quelle voci che prima erano

abbasso, le suonarono assai più dappresso. Fece uno sforzo, si

aggruzzò sul davanzale.... s'udì un gran fracasso come d'una porta

spinta a battersi contro d'una parte.... e in quel momento s'udì ai

piedi di quella finestra un tonfo nell'acqua.... la stanza rimase

vuota.

Allora si sentirono assai chiare le voci del Visconti e del fante

della Republica.

«Che volete?»

«Il consiglio mi ha comandato di entrare nelle vostre stanze.»

«A far che?»

«Non so nulla, io debbo obbedire la Republica.»

E nel punto medesimo che mandò fuori quella parola, il fante, insieme

a dieci arsenalotti che tenevan chiuso nel mezzo il Visconti, il quale

non potè opporsi con suo gran dispetto, entrò nella stanza dov'era

Valenzia. Il fante, gli arsenalotti guardano, il Visconti anch'egli vi

getta uno sguardo corruccioso di sembrare un vile agli occhi d'una

donna; ma la stanza è vuota.--Per Dio, dice tra sè, dove se n'è

andata?--Entra col fante nelle altre stanze; ma tutte son vôte. Il

Visconti già qualche cosa aveva sospettato: torna nella stanza dove

aveva lasciata Valenzia; s'affaccia a quella finestra, comprende al

tutto ciò che dev'essere avvenuto, e se ne sta taciturno, e stupito e

percosso nel mezzo della stanza.

Gli grida il fante:

«Ma insomma dove avete trafugata colei?»

«Chi?» gli risponde il Visconti.

«Valenzia, la figlia dell'ammiraglio, credo bene ch'ella fosse qui.»

«Ma io non so nulla, vi torno a ripetere, e qui non ci sta mai altri

che io solo, amici cari.»

Il fante non seppe dire più nulla, discese, e non avendo alcun ordine

scritto che determinasse com'egli dovesse comportarsi col Visconti,

non prese altro partito, e ritornò cogli arsenalotti a palazzo.

Il lettore farà le maraviglie come l'eccelso consiglio dei Dieci non

abbia pensato impadronirsi anche della persona del Visconti, il quale

aveva recato una grave offesa alla Republica; ma lo stupore dovrà

dileguare del tutto, quando si pensi che la Republica usa ad essere

severissima co' propri sudditi e co' forastieri di basso conto che

venissero a vivere sotto di lei, non s'attentava di far lo stesso

cogli illustri e coi potenti. Ben è vero che offendendo la persona di

Carlo Visconti, avrebbero fatto gran piacere al Conte di Virtù; ma i

Dieci sapevan però ch'egli era assai protetto dalla Francia, e questa

sicuramente lo avrebbe vendicato se mai gli si fosse fatta ingiuria di

sorta.

Ora abbandoniamo per poco anche il Visconti, il quale, rimasto per

qualche tempo sbalordito dalla miserissima fine di Valenzia, già volge

in mente di recarsi al palazzo di Candiano per avvisare il buon

vegliardo di tutto quanto era avvenuto, e facciamoci ancora col

Gritti.

Costui, che per un mese era stato costretto a rattenere dentro di sè

gl'impeti dell'odio, e a rintuzzare più che poteva la rabbia di

vendetta, che non gli lasciava aver bene per aspettare l'occasione,

come andavagli consigliando il Barbarigo ogni qual volta si avvenisse

in lui, affrettava il gondoliere per quegli stretti canali di Venezia;

e giacchè aveva potuto comprendere che il Candiano era tuttavia al

tutto inconsapevole della sventura che gli stava sopra, con una

sottigliezza d'ingegno veramente diabolica, pensò che avrebbe potuto

trarre un'orribile vendetta del Candiano, coll'annunciargli per il

primo la sventura in cui era caduto, e ad inasprire colla sferza

dell'ironia e delle invettive quella ferita ch'egli per il primo

avrebbe aperto in quell'uomo da lui tanto abborrito, da cui aveva

dovuto patire uno sfregio così sanguinoso. Percorrendo il canal

Grande, e radendo colla gondola, mentre passava, gli scaglioni del

palazzo Candiano, vennegli perfino il pensiero di entrare colà, e di

farsi annunciare all'ammiraglio: e ad un servo che se ne stava oziando

sulla soglia della porta, domandò infatti se l'illustrissimo trovavasi

in palazzo. E avendogli il servo risposto di no, senza più altro se ne

andò dritto pel canale; giunto assai presso al palazzo Malipieri,

pervenendo al suo orecchio l'onda de' suoni che partivano di là, e

abbagliandolo lo splendore che riboccava dalle finestre e dai balconi

di esso, si ricordò delle nozze della figlia Malipieri, e gli venne in

mente potesse mai l'ammiraglio Candiano trovarsi colà. Si morse allora

il labbro pel dispetto di non potervi entrare, giacchè è da sapersi

che per certi contrasti, che qui è inutile raccontare, quel senatore

gli aveva assolutamente vietato di metter piede nelle sue stanze; e

volendo tuttavia incontrarsi quella notte col Candiano, pensando,

poichè l'ora era tarda, che se colui vi si trovava, ne sarebbe uscito

in breve, stabilì di scendere a terra, e d'aspettarlo colà a piè

fermo.

Quando ad un orologio vicino scoccaron le otto ore di notte, il Gritti

vide uscire gente dal palazzo Malipieri, e vi si accostò per guardare.

L'andare ed il venire delle gondole, delle quali un servo che se ne

stava sulla porta di palazzo, nominava il padrone; la processione

continua di matrone, di fanciulle bellissime; il rumore, il frastuono,

il cicaleccio di tante voci divertirono i pensieri del Gritti, che per

qualche tempo, ravvolto nel suo mantello per non farsi riconoscere,

non sentì la noia del dovere aspettare. Finalmente, quando già era

scorsa una mezz'ora che egli se ne stava là, e già cominciava a

sentire il tedio di una sì lunga fermata, vide uscire l'ammiraglio

Candiano. Si sentì dare una picchiata al cuore, e senza pur muoversi

d'un tratto stette spiando da qual parte quel vecchio volgesse i suoi

passi. Accortosi che l'ammiraglio non aveva gondola che l'aspettasse,

detto al proprio gondoliere che s'avviasse solo ad attenderlo verso

San Marco, prese il partito di tenergli dietro finchè si fosse

presentata l'occasione di rivolgergli una parola.

Percorsero tutto il tratto di via che dal palazzo Malipieri metteva a

quel di Candiano. Quando furono a poca distanza da questo, il Gritti

accelerò il passo per non lasciar tempo all'ammiraglio d'entrare in

palazzo, e portatosegli di costa,

«Ammiraglio,» disse.

«Chi mi chiama?»

«In Venezia vi son molti luoghi remoti per ribattere un'ingiuria, se

mai tu ti credessi offeso.--Vi ricorderete d'avermi dette queste

parole.»

«Oh! sei tu, Attilio?»

«Son io....»

«Ebbene.... che vuoi tu ora da me?»

«Dovreste immaginarvelo.»

«È passato tanto tempo che oramai m'era sfuggito di memoria.»

«Non ho mai sospettato che aveste sì debole la memoria dal momento che

vi ho sentito a ricordare le leggi di dugent'anni fa, cadute in disuso

da tanto tempo.»

«Bravo Attilio, mi sembra d'averti già detto che mi piace il tuo

spirito.... ma ora non faccio complimenti, e vorrei pregarti a

spacciarti presto; se dunque vuoi da me quel che da tanto tempo

dovresti aver preteso, dimmi il luogo dove hai stabilito di farla

finita, che per le nove ore di notte vorrei già essermi corcato.»

«Badate che qualche scrollo importuno non abbia poi a destarvi

presto.»

«Le troppe parole non mi piacciono, Attilio, nè mi garba lo star qui

su due piedi a dar retta alle tue ciance.»

«Vorrei prima, ammiraglio, darvi una buona notizia.»

«Che notizia?»

«Tale che vi dovrà essere la più grata di tutte.»

«Poco me ne importa.... e se altro non hai nè a dire nè a fare, io ti

lascio colla buona notte, e vado a letto.»

«Non andate così presto, ammiraglio, che quel letto vi potrebb'essere

di spine, e vogliate sentir prima la buona novella.»

Il Candiamo che già s'era mosso per partire, ancora si fermò.

Il Gritti continuava:

«Io doveva vivere trent'anni, ammiraglio, prima di giungere a sapere

non esser vero che i morti dormono eterno sonno.»

«Che?»

Valenzia Candiano: Racconto · 第 13 / 15 段