contro coloro che mostravano averlo in gran conto, e magnificavano le
sue virtù, e lo applaudivano tuttogiorno, ed anche di costoro avrebbe
voluto vendicarsi, se non fossero stati in troppo, se non fosse stata
Venezia intera. Però un sol mezzo gli parve acconcio: fare in modo che
ella profondesse a Candiano tutto quello che era in poter suo di dare,
che tutte le ricompense ella concedesse a quel suo prediletto, fino al
punto oltre il quale non era più possibile un passo, perchè così, al
farsi manifesto il segreto, al publicarsi di quella colpa ch'egli
credeva nera ed atroce come un assassinio e peggio, ed era infatti un
delitto di stato, al cadere di quella bomba, lo scandalo fosse più
romoroso, il risentimento di tante persone, per essere state troppo a
lungo ingannate da chi avevano tanto favorito, fosse più attivo ed
energico, e d'altra parte la caduta di Candiano da quell'ultima
altezza, fosse più insopportabile, fosse più tormentosa. Per questo
aveva condotto le cose in modo che il Candiano venisse assunto al
dogato, per questo s'adoperava tuttavia, e con più energia di prima,
ora appunto che il frutto pareva maturo, e tutte le fila della
infernale sua trama venivano finalmente a convergere ad un punto solo.
V'era in somma in quell'uomo coperto dalla toga senatoriale più di
quanto basta a far torcere il viso pel ribrezzo.
Suonata intanto l'ora terza di notte, e cominciandosi in quel momento
le danze, il Morosini, Candiano, Barbarigo ed altri senatori, a cui
per nulla s'addiceva quel gioco della prima gioventù, si ritirarono in
altre stanze. Il Fossano avrebbe voluto seguirli, ma il senator
Morosini additatogli un gruppo di fanciulle:
«A voi tocca trasceglierne qualcuna, chè i sistri già preludiano alla
danza,» e lo costrinse a fermarsi in quella sala.
Confuso più che altro da tutto quel frastuono, pieno di una
inquietezza che gli rendeva insopportabile qualunque luogo, trovavasi
pentito dell'esser venuto a Venezia, dell'essersi presentato a
Candiano, prima d'aver pensato meglio a ciò che avrebbe dovuto fare.
Mentre se ne stava così perplesso nel bel mezzo della sala, vide
entrare il figlio di Bernabò Visconti; la tanta maraviglia che lo
prese di quella inaspettata comparsa, diede, per un momento, una
diversa direzione alle sue idee, per un momento solo, che tosto la
presenza del Visconti, facendolo ritornare colla memoria a'
quattr'anni addietro, quando lo vide la prima volta in quella sala
medesima, e sentì tanta avversione per lui, lo richiamò tosto ai
dolorosi pensieri.
Il figlio di Bernabò da quattro giorni era ospite della Serenissima
Republica, la quale, accoltolo, come era dovuto a figlio di principe,
intanto che stava deliberando se dovesse o no esaudire le domande
ch'egli le aveva fatte, e il partito che le aveva posto innanzi di far
la guerra al Conte di Virtù, nessuna cosa lasciava intralasciata che
meglio potesse render accetto a quel principe scaduto il soggiorno di
Venezia.
In quegli ultimi giorni, come suole spesso avvenire tra uomini
malvagi, il Visconti e l'Attilio avevan stretta una tal quale
amicizia, e in quella sera trovavansi accanto nella gran sala del
Morosini. Quando il Fossano venne invitato da tutta l'adunanza a dire
alll'improvviso, seppe il Visconti al tutto chi era quel giovane, e
come altra volta fosse venuto a Venezia, per far parte dell'ambasceria
del Conte di Virtù.
Il Visconti, appena sentì che il Fossano era una creatura
dell'abborrito suo cugino, pensò sarebbe stata per lui grandissima
compiacenza il poter trarre alcuna vendetta di lui, coll'offendere
quegli che in qualche modo gli apparteneva, e quantunque pensasse che
in faccia a tutta Venezia non gli conveniva offendere direttamente chi
non gli aveva usata ingiuria di sorta, pure stabilì aspettare
l'occasione; e sobillato anche dalle amare parole di Attilio Gritti,
che nulla aveva intralasciato per rendergli odioso lo sventurato
giovane, si compiacque meditando qualche modo a tormentare chi non gli
aveva fatto un male al mondo. Se poi avesse saputo che il Fossano era
il marito di Valenzia, che per lui era stato supplantato, che di
presente trovavasi a Venezia sulle traccie di quella ch'egli pure
aveva potuto amare, chi può sapere fin dove mai sarebbe arrivato il
suo sdegno?
Quando il Bronzino gli riferì ciò che aveva saputo dal Malumbra, sul
conto della figlia di Candiano, egli non aveva voluto prestare alcuna
fede, e venuto a Venezia, pieno d'altre cure, non s'era nè tampoco
ricordato di quel fatto vero o falso che fosse, e venuto alla presenza
de' magistrati veneziani, non aveva, per le sue buone ragioni, detto
nulla di ciò, e soltanto s'era limitato a richiedere la Republica di
un valido soccorso contro il signore di Milano.
E in quanto al Malumbra, pentitosi d'avere in parte palesato al
Bronzino quel mistero, quando in Venezia si incontrò di nuovo col
compagno del Visconti, condusse il discorso in modo da toglierlo
affatto da quel sospetto, che il Barbarigo avevagli severamente
ingiunto tenesse il segreto di tutta quell'impigliata faccenda, fino a
tanto che non gli avesse comandato di presentarsi al consiglio dei
Dieci.
Il Fossano alle replicate istanze de' patrizii e delle gentildonne,
che ancora volevano sentire la magia del suo canto e i soavi accordi
del suo liuto, non potè in quella sera assolutamente mostrarsi
cortese, come pure avrebbe voluto, che troppo era afflitto l'animo
suo, e la mente aveva ingombra di troppo duri pensieri perchè la
fantasia potesse somministrargli il modo d'intertenere quell'adunanza;
con tanta insistenza poi era stato, più che pregato, importunato, che
non bastando a trattenere entro di sè tutta l'amarezza che gli
occupava il cuore, con parole alcun poco acerbe, che neppure non s'era
accorto di dire, s'era rifiutato a fare il desiderio comune, con molta
maraviglia di Candiano, il quale, non avendo mai veduta tanta
ostinazione in lui, non sapeva che si pensare, e con grandissimo
dispetto di tutti coloro che dopo averlo tanto pregato, s'erano
trovati assai punti da quel duro rifiuto. L'Attilio Gritti, colto quel
momento, alzò la sua voce in mezzo al bisbiglio universale, e non
esitò a dire villania al Fossano, che gli rispose per le rime, onde
quella naturale antipatia che era tra loro, si venne più e più
esacerbando. Terminata per altro quella festa, se il Gritti e il
Visconti non seppero dimenticarsi di lui, egli ben presto si dimenticò
di loro, chè non poteva passare neppure un istante ch'ei non pensasse
a Valenzia.
Quando, insieme all'ammiraglio si ridusse a palazzo, il suo aspetto,
la sua faccia, tutto era così improntato di quell'amaritudine che
dentro il martoriava, ed era così manifesto che un pensiero fisso lo
teneva continuamente occupato, che il Candiano sospettò non ci fosse
sotto qualche seria faccenda, e fu così forte il suo sospetto che
tutta la gioia che lo aveva animato in quel giorno, disparve
improvvisa, e lo lasciò più conturbato che mai.
Quando fu l'alba, il Fossano, a cui le ore della notte erano divenute
eterne, uscì senza dir nulla a Candiano. Aveva saputo da lui che il
Malumbra era tornato in Venezia, e che anzi avevagli riferito essere
Valenzia in buonissima condizione; però essendosi intestato che colui
non fosse quel che sembrava, e tremando all'idea che fosse mai uno
sgherro e volendo sincerarsi, pensò darsi tanto attorno finchè
s'incontrasse in quell'uomo.
Scorse quasi tutta la giornata, finalmente sull'ultim'ora passando,
per caso, accanto al palazzo del doge, lo raffigurò a non molta
distanza, gli si fece appresso colla velocità di una balestra, e a
colui che si trovò colto all'improvviso, vide mutarsi il colore del
volto. A quella vista, essendo il dubbio divenuto certezza, si sentì
nel cuore un'acuta fitta quasi che la lama di uno stile lo avesse
passato da parte a parte, e l'afferrò con una forza convulsa che non
permise all'altro di svincolarsi, se ne avesse avuta la voglia. Qui,
non guardando più che tanto alla moltitudine che si era affollata
intorno, mise alle strette quel tristo, perchè gli svelasse ogni cosa;
ma colui stava sodo, avendo assai più timore del consiglio dei Dieci
che di lui, così che trasse il Fossano in sì gran furore, che gridò a
tutta quella moltitudine che gli stava intorno:
«Guardatevi da costui, se mai vi avesse ingannato sino a questo punto,
costui è uno sgherro; guardatevi.» E lo avrebbe anche passato con la
daga, se un suo amico, che aveva seguito l'ambasceria di Milano,
passato per di là e riconosciutolo, non gli avesse trattenuta la mano,
e condottolo seco.
Il Malumbra sfuggito al pericolo guardossi intorno, e potè vedere
sulle faccie di coloro che lo stavano osservando, quel misto di
terrore e di odio che uom prova al cospetto di chi vive alla rovina
degli altri, così che esso pure si tolse alla vista di tanta gente
assai costernato.
La notte di quel dì medesimo, nella camera dei Dieci, si venne a
parlare del fatto occorso al Malumbra, e come su lui pesassero i
sospetti del popolo. Una voce si alzò, tra le altre a dire:
«Che cosa ci rimarrà ora a fare di costui?»
«A ciò provvederemo; ma è certo che costui non deve più servire
l'eccelso consiglio.» Fu la risposta unanime.
Intanto si avvicinava il giorno che il gran consiglio avrebbe messa in
esame la proposizione fatta dal senato, riguardo all'elezione
dell'ammiraglio Candiano al dogato di Venezia. Essendo il gran
consiglio composto, per tacere di molti altri magistrati, di quasi
tutti i personaggi che costituivano il senato, quasi per una
consuetudine tutto quanto era proposto colà, veniva approvato nella
gran sala del consiglio; però tutta Venezia teneva oramai per cosa
certa, d'avere fra pochi giorni a salutare doge il valoroso Candiano.
Il Barbarigo pensò che era giunto il momento opportuno, e senza più,
stabilì di mettere in moto tutti i congegni che dovessero produrre
l'ultimo risultato.
Il lettore si ricorderà che il consiglio dei Dieci aveva data a lui
l'incombenza di chiarire quella strana accusa, trovata contro a
Candiano: ma il Barbarigo alle loro inchieste aveva sempre risposto
che di quell'accusa non era a far gran caso, e che non aveva scoperto
nulla, tanto che il consiglio non ci aveva pensato altro.
Pensò inoltre a disporre le cose in maniera che i suoi colleghi non
avessero ad accorgersi, aver lui per tanto tempo tenuto il segreto
senza palesarlo. Ora, almanaccando un adatto modo, per non destar
sospetti, attendeva la vigilia della straordinaria assemblea, che non
tardò ad arrivare. In quegli ultimi giorni il Visconti e l'Attilio
Gritti, rinfocando a vicenda ne' loro animi l'irragionevole odio che
avevano contro il Fossano, ed avendo sentito da quell'astuto Bronzino,
che egli era tornato a Venezia per tener dietro ad una donna della
quale doveva fieramente essersi invaghito, come il Bronzino s'era
indotto a credere, a passare la noia dell'atroce e scioperata lor
vita, s'eran messi a tener dietro ad ogni passo del Fossano per
potergli, all'occasione, recare alcuna ingiuria e peggio.
Adesso che sappiamo anche codesta circostanza, tralasciando di parlare
di que' giorni che trascorsero ancora, senza che avvenisse alcuna cosa
di qualche importanza, andiamo un tratto a ritrovare il Malumbra.
X
SPERANZA E DISPERAZIONE,
Il Malumbra, dopo l'incontro avuto coll'Alberigo Fossano, comprendendo
assai bene d'esser venuto in odio all'universale, e che la società
all'indifferenza aveva aggiunta anche l'offesa, anche egli sentì il
bisogno di agguerrirsi più validamente per riuscire a star forte, solo
com'era, incontro all'urto di tutti quanti; e presto l'anima gli si
venne guastando di tal guisa, che se prima operava il male per un
fine, per il guadagno, per la vita dei figli, allora avrebbe operato
il male, come suol dirsi, per il male medesimo, per assaporare la
vendetta, e l'esclusiva voluttà del martoriare gli altri; il veleno
della sua trista natura più mortale che mai non fosse stato, si
raddensò nel fondo dell'anima sua, press'a poco come interviene al
crotalo, quando è provocato a guerra dagli avoltori e dai corvi. Ma
sempre quel suo odio per gli uomini era misura della sua tenerezza pe'
suoi figli, e di presente che, fuori dalle anguste pareti della sua
casa, non gli era più concesso di trovare uno sguardo amico, senti a
più doppi accresciuto l'amore per la sua famiglia; e quando, seduto a
desco in mezzo a quelle sue creature tutte rigogliose e piene di
salute, li contemplava con una compiacenza di un genere indefinibile,
di sotto a que' pensieri, lenta gli usciva questa voce:--Alle vostre
spese, io li mantengo, o uomini, che mi bestemmiate.--E tale idea era
la sola che metteva qualche conforto nella sua esistenza guasta,
diremo così, e putrefatta in ogni parte.
Ma qui finiva ogni sua gioia, e quella considerazione stessa ne
portava seco mille altre, ma di un genere ben diverso; e pensando che
egli appunto aveva dovuto far ciò che mai non avrebbe fatto, a
sostentare la moglie e i figli, pei quali ci voleva pane e pane a
rigore di termine, gli entrava tanta molestia addosso che lo traeva
alla disperazione, e tanto più che di quando in quando gli veniva il
sospetto non fosse mai per mancargli la liberalità della Republica;
questo, per altro, era così amaro, così insopportabile, così rovinoso
che la sua mente, rigettandolo come impossibile, sforzavasi in vece a
fargli dar luogo a speranze di più largo compenso.
Una sera il Malumbra, dopo aver goduto alcun'ora meno infelice, in
compagnia della moglie e dei figli, d'improvviso venne colto da questo
sospetto: al solito provossi a scacciarlo; ma non gli riusciva, e non
riuscivagli appunto perchè essendosi la mattina trovato col senator
Barbarigo, aveva sentito da lui alcune parole che lo avevano messo
sopra pensiero: considerando però che gli era stato ingiunto recarsi
quella sera medesima al consiglio, la speranza che gli poteva venir
data qualche nuova incombenza, mandò in dileguo il primo timore. Udito
batter l'ora, in cui era solito recarsi a palazzo, si alzò e, ricevuti
i saluti della moglie e dei figli, se ne uscì tosto di là.
Giunto in piazza San Marco, essendo l'ora che quasi tutta Venezia
traevasi a passeggiare su quell'ampio spazzo, egli si fermò un momento
a guardare. Passeggiavano, tra gli altri, e patrizi, e gentiluomini, e
senatori, e dottori, e ricchi mercanti, tutta gente a cui il Malumbra
soleva volgere assai spesso il suo occhio pieno d'invidia e di livore.
Due patrizi gli passarono assai vicino, nel volto dei quali appariva,
a chiarissimi segni, una beata vanità mista a molta alterigia. Ed egli
potè notare che avvisatamente si erano scostati da lui; gli passarono
appresso alcuni senatori, che in un corpo molto adiposo riassumevano
le prove difficili a cui erasi messa la loro vita; lo avvicinarono
alcuni mercanti ricchi sfondolati, dei quali non era muscolo che non
dinotasse egoismo, apatia e peggio. Di tutti questi, coloro che lo
conoscevano, saettandogli un'occhiata di traverso, procuravano
cansarlo. Ed egli, mettendo il labbro sotto la stretta dei denti,
s'accorgeva troppo bene in che conto era tenuto da tutti quanti, e per
la stizza diceva tra sè e sè:
--Se la fortuna vi avesse lasciati mai sempre in balia di voi stessi,
chi sa che trista canaglia sareste riusciti anche voi, che sulla
faccia avete dipinta l'anima di fango! Ringraziate la vostra sorte,
che se non vi avesse agguerriti di molt'oro, in benemerenza delle nude
virtù che avete, forse a quest'ora, i piombi, i pozzi, i lacci, vi
avrebbero detto quel che invero valete.--
Così quel tristo uomo sfogava l'interna ira sua, e a passi lenti, e
pur guardando se alcuno lo notasse, si appressava all'adito segreto
che metteva nel palazzo dov'erano i Dieci.
Entratovi, salite le scale, quando fu per introdursi nella sala vicina
a quella dove i Dieci solevano deliberare, s'incontrò in due
arsenalotti, il cui oficio era di condur le gondole della Serenissima
Republica. Quantunque fosse a qualche distanza da loro, li udì
tuttavia a parlare in questa maniera:
«Questa notte non ci resta a far lungo sonno, e d'ordine degli
eccellentissimi a sei ore dovremo star pronti coi remi.»
«Sai tu dove dobbiamo andare?»
«Un tratto a Murano, al convento di Santa Brigida.»
«Che cosa ti diceva il procuratore?»
«Che il remo dovrà lavorare alla sorda, trattandosi di una bisogna
straordinaria.»
«Sai tu che sia?»
«Precisamente no; ma ho potuto capire che si ha a condurre qui una
donna.»
«Forse qualcuna di quelle buone suore!»
«Chi lo sa?»
Il Malumbra, quantunque in quel momento assai poco gli premesse di
quelle parole, non avendo a cavarne alcun partito, pure le intese
benissimo, e capì di che donna trattavasi. Diede così sopra pensiero
un'occhiata a que' due arsenalotti, ed entrò nell'anticamera del
consiglio dei Dieci.
Fermatosi un momento ad aspettare di venire introdotto innanzi ai
Dieci, gli rallegrò la fantasia il pensare che in quella sera avrebbe
ricevuto dell'oro in ricompensa di un'ultima sua delazione. Dopo molto
aspettare finalmente venne chiamato.
Come fu alla presenza di quegli illustrissimi mascherati, sentì farsi
molte interrogazioni a cui egli rispose ordinatamente. Dopo scorsero
alcuni momenti di perfetto silenzio, ed egli, veduto che non gli si
diceva altro, già s'era volto per ritrarsi.
«Aspetta,» gli disse allora una voce. Era la voce del senator
Barbarigo, e fu pronunciata in modo che il Malumbra sperò gli venisse
dato il prezzo dell'opera sua: dopo quella parola _aspetta_ quei
terribili personaggi continuarono a parlare per qualche tempo a
sommessa voce tra loro.
Dopo che il Malumbra erasi smascherato in faccia a tutta Venezia,
l'eccelso consiglio dei Dieci, veduto che di quell'uomo non era più a
cavare alcun utile, ridotto com'era nella condizione di una vecchia
caracca, che più non essendo atta a far vela in alto mare, la si
spezza a cavarne tutt'al più schegge per ardere, in quell'istante
statuiva appunto dargli licenza e rimandarlo per sempre.
Dopo qualche tempo infatti, gettata dalla mano del Barbarigo, cadde ai
piedi del Malumbra una borsa che egli raccolse senza esitare,
aspettando nuovi comandi.
Ma in vece dei nuovi comandi il Barbarigo soggiunse:
«Quelli che tu hai raccolto, sono gli ultimi danari che la Republica
ti dà. Ella non vuol più valersi dell'opera tua: cercati un altro
pane.»
Il Malumbra non disse parola....
Per quanto codest'uomo che abbiamo innanzi sia degno del più profondo
disprezzo, e considerati i danni irreparabili che recò a tanti buoni,
ne desti orrore e raccapriccio, pure sarebbe un dissimulare con noi
medesimi, se si negasse che quest'uomo, come uomo, non possa destare
alcun moto di compassione pensando alla sua condizione orribile. Ogni
qualvolta che un cuore si spezza sotto i colpi di una sventura
inaspettata, e lo spirito è disfatto da un'angoscia insopportabile,
chiunque pur sia l'uomo, nel quale un simil fatto si verifica, avrà
pur sempre diritto alla nostra pietà. Si dimentica in quel punto
qualunque rapporto ch'ei possa avere con altri, la sua tristizia, i
suoi delitti; tutto si dimentica, e non si vede che lui, creatura nuda
ed infelice.
Il Malumbra non potè uscire da sè, un agente segreto di quel consiglio
lo dovette condurre fuori. Disceso il Malumbra nel cortile, avanzatosi
sulla piazza, respirato l'aria aperta, la mente fatta ottusa e buia a
tutta prima, gli si rischiarò un tratto, s'accorse in quel momento
della borsa che gli era stata gettata, e che egli, senza pure saperlo,
aveva sempre tenuto stretta nella mano convulsa. Il pensiero che
quelli erano gli ultimi danari, che dopo un mese di tempo o poco più,
la miseria ancora avrebbe incalzato lui e la sua famiglia, che si
sarebbe ancora trovato in quello stato per fuggire il quale non aveva
sentito orrore dell'infame suo mestiere, che la fame avrebbe smagriti
i corpi de' suoi figli, della cui floridezza cotanto si compiaceva, e
in ultimo che alla miseria veniva compagno l'odio universale, lo fece
venire in una terribile risoluzione.
Drizzò i propri passi, così furibondo com'era, alla riva del mare,
sali su d'un sasso che sporgeva sull'acque, protese le braccia, guardò
in giù, e.... s'arrestò tutt'a un tratto, rinculò, discese ratto, e si
diede a fuggire come da un nemico che lo inseguisse. Arrivato sulla
piazzetta di San Marco, forse per l'affanno insopportabile che gli
coprì il cuore al tutto, cadde stramazzone sulle pietre, nè potè
rialzarsi per allora.
Alla sua caduta alcuni accorrono; è riconosciuto.
«È il Malumbra,» si grida, «è qui che par morto.»
«Sia maledetta la mano che tenta rialzarlo!» dice uno.
«Se non è morto s'ammazzi,» grida un altro.
«No, nessuno lo tocchi, ch'egli è più contagioso della lebbra,» grida
un terzo, e l'uno dopo l'altro tutti dileguarono, e il Malumbra fu
lasciato là.
In questo frattempo Alberigo, che più non aveva potuto portar solo il
doloroso suo segreto, erasi recato da un confidentissimo amico suo,
che aveva stanza in Venezia come segretario dell'ambasceria del Conte
di Virtù; a colui, richiedendolo di consiglio e d'aiuto, aveva narrati
per intero i propri casi, e il pericolo in cui si trovava, e come non
gli era mai bastato l'animo d'aprirsi coll'ammiraglio Candiano. Quel
buon amico com'ebbe udita ogni cosa, fu tanta la maraviglia e lo
spavento di che fu colpito, che in vece di trovar modo a confortare il
povero Alberigo, gli fe' sentire com'era grave, più grave ancora di
quello che egli medesimo potesse pensare, lo Stato in che si trovava.
«Va,» gli diceva, «corri tosto dall'ammiraglio, e narragli ogni cosa,
che forse potrebbe trovare alcun provvedimento, e se tutto è perduto
per la donna che tu dî, trovar modo di salvar te e lui, che guai se i
Dieci vi raggiungono!»
«Credi tu dunque,» replicava il Fossano, «che la cosa sia così
disperata?»
«Argomentando da quello che tu m'hai detto, è al tutto impossibile che
qui non ci covi sotto qualche terribil cosa, e ti consiglio a far
presto.»
Alberigo davasi a passeggiar per la camera, e,
«Tristo me,» andava dicendo, «a che dura condizione ho io mai
trascinato costoro? Potessi almeno sapere dov'ella è di presente?
Vederla, parlarle un momento, e poi avvenga pure quel che vorrà
l'inesorabile sorte mia; ma parlarle un momento, e vederla.»
E allora si fermava cogli occhi vitrei e fissi come in un oggetto, e
in tutti i muscoli del viso che gli guizzavano manifestamente, si
dipingeva la lotta terribile de' suoi affetti. Ma l'amico non faceva
che ripetere:
«Va a raccontar tutto all'ammiraglio, va e fa presto.»
Così che il Fossano dovette acconciarsi a ciò, e detto addio
all'amico, e raccomandandogli il segreto, si tolse di là: deliberato
di recarsi tosto dall'ammiraglio, uscito sulla piazzetta, e preso la
diagonale per poi riuscire sulla gran piazza di San Marco, per caso
venne ad inciampare nel corpo del Malumbra, che ancora era là disteso;
ed egli toccando così all'oscuro, e sentito ch'era un uomo, quantunque
avesse la mente e l'animo altrove, pure, come pietoso, pensò recargli
alcun soccorso.
L'alzò adunque di peso, e per vedere chi fosse, lo venne strascinando
presso una lampada che ardeva innanzi ad una statuetta di Nostra
Donna. Quella scossa aveva fatto aprire gli occhi al Malumbra che già
alcuni momenti prima s'era risentito, e nel momento che il Fossano,
riconosciutolo, fu a un punto di lasciarlo cader stramazzone sulla
nuda pietra, egli potè riconoscere il giovane che già movevasi per
partire. Riconoscerlo e ritornare all'intera cognizione del proprio
stato, e afferrargli il mantello a trattenerlo, fu un momento solo, e
per quanto il Fossano procurasse sprigionarsi, pure la forza convulsa
delle sue mani riuscì a fermarlo. Il Fossano d'altra parte colpito
dalla pallidezza sepolcrale e dagli occhi stravolti del Malumbra,
ristette un momento a guardarlo pensoso. Allora il Malumbra, con una
voce che lentamente e come da un luogo fondo venivasi svolgendo,
«Aspettate,» gli disse, «aspettate.» E vedendo che Alberigo faceva
tuttavia il potere per allontanarsi da lui,
«Valenzia,» disse, tanto per fermare più vivamente l'attenzione del
giovane; «è da un mese che voi andate in cerca di lei, e sempre
inutilmente; fermatevi dunque, ed io vi dirò tutto: da un'ora fa a
questo punto si sono cambiate assai cose; fermatevi che ne avrete a
benedire la vostra fortuna.»
Il Fossano, come il lettore può ben credere, non sapeva indursi a
prestar fede alcuna al Malumbra, pure fosse la confusione della sua
mente, fosse la disperata condizion sua che lo forzava a prendere
qualunque partito, si fermò. Allora il Malumbra gli si fece più
accosto, e presolo per un braccio con una pressione convulsa e quasi
furibonda,