assieme gran parte de' senatori, s'era parlato a lungo di quella
publica bisogna, e alcuni s'eran fatti leciti a richiedere palesemente
il Barbarigo del suo consiglio, e il discorso era stato condotto in
modo ch'egli si trovò nel punto di dover dare una decisa risposta. E,
presa finalmente una risoluzione, già stava per parlare, quando un
paggio gli si avvicinò ad annunciargli che un uomo gli voleva parlare.
A quell'annunzio balzò in piedi il Barbarigo assai contento che per
quell'improvviso accidente potesse ancora tener chiuso il proprio
avviso sul conto dell'ammiraglio Candiano, e dette alcune parole di
scusa agli onorevoli suoi colleghi, si recò nella stanza dove egli era
aspettato.
Assai lontano dal credere chi dovesse capitargli innanzi a quell'ora,
si rimase assai maravigliato quando in quell'uomo ravvisò il Malumbra:
«Sei tu!» gli disse, «e così?»
«E così, sono arrivato in questo momento a Venezia....»
«Ma che notizie mi porti, dî presto.»
«Ottime, illustrissimo, e qualcosa meglio che semplici notizie.»
«Cosa vuoi dire?»
«Valenzia è in Venezia.»
Il Barbarigo fu a un punto di abbracciare il tristo sgherro, e
«Come ti riuscì?....» gli domandò.
«Con qualche poco d'astuzia, e più che un po' d'oro si riesce a tutto,
illustrissimo. Del resto ci furono molti pericoli e molti ostacoli,
talchè ebbi sempre a vivere in qualche timore fino a che non toccai
Venezia.»
«E dove hai tu nascosta codesta Valenzia?»
«È in luogo sicuro e ben guardato; ma temo che la poveretta non possa
durar lungo tempo contro all'angoscia che non le lascia un'ora di
bene.»
«Hai potuto comprendere se a lei sia trapelato nulla di quanto sappiam
noi sul conto suo?»
«Con belle promesse e belle speranze io le feci percorrere gran tratto
del viaggio; ma alla fine non volle più credere alle mie parole, e
cominciò a disperarsi, a piangere, a scongiurarmi, poveretta, e non vi
saprei narrare lo spavento da cui fu assalita quando potè accorgersi
ch'io la conduceva per gli stati veneziani. E allora mi parve che le
sia balenato qualche cosa in mente, quantunque io abbia adoperato ogni
mezzo per farla riavere da que' timori e da quella disperazione.»
«Hai fatto bene sin qui; ed ora farai il resto.»
«Come volete, illustrissimo.»
«Siccome converrà ch'ella stia ancora nascosta per alcuni giorni, così
tu la condurrai subito dove io ti dirò; e in luogo che sarà certamente
più sicuro del tuo.»
«Va bene; ora vi dirò qualche cosa del Visconti.»
«Che! è forse qui esso pure?»
«No, ma ci verrà senz'altro.»
«Gli hai forse parlato?»
«No, illustrissimo, ma gli feci giungere a notizia che la Republica di
Venezia lo avrebbe ospitato volentieri. E pare che questa notizia non
gli sia dispiaciuta molto, che subito si mise in cammino, e forse in
questo momento potrebb'essere anch'egli in Venezia.»
«È facile a comprendere che il diavolo ti ha dato il suo valido aiuto
in questa circostanza!» diceva il Barbarigo quasi esaltato della
gioia.
«Credo bene che la sia così, perchè io solo non poteva bastare a far
tutto.»
«E il Fossano? Non mi hai detto ancor nulla di lui.»
«Del Fossano, per dirvi la verità, da quando l'ho salutato ad Angera,
non so nè poco nè molto; ma s'egli è così preso di Valenzia da non
saperne vivere discosto un momento, e sol che sappia fiutar da
lontano, scommetterei la testa che non passerà gran tempo, e lo
vedremo in qualcuna delle nostre gondole.»
«Dovrebbe succedere così appunto; ma quand'anche non ci capitasse, non
è già di lui che abbiamo il maggior bisogno. Ora io ti darò un ordine
scritto, e condurrai tosto Valenzia nel convento di Santa Brigida.»
E scritto l'ordine contò al Malumbra alquanti ducati d'oro, e
raccomandatogli si lasciasse veder presto, ritornò nella sala dove
aveva lasciati i suoi colleghi impazienti di una risposta. Se in tanti
giorni non aveva mai saputo determinarsi a far chiaro il suo avviso,
lo potè in quel punto, e contro all'aspettazione universale, e
probabilmente contro anche quella de' nostri lettori, riuscì a dire
che in quanto a lui credeva doversi assolutamente acconciarsi col voto
de' più, e che l'ammiraglio Candiano gli pareva il solo che fosse
degno di vestire la clamide del doge.
Alcuni giorni dopo il senato fu convocato solennemente per l'elezione
del doge, e l'ammiraglio Candiano fu quegli appunto che ebbe la
maggiorità de' voti. Ciò non bastava però perchè egli fosse
definitivamente eletto; bisognava che il gran consiglio in solenne
assemblea approvasse la proposizione del senato, al far che dovevano
interporsi, com'era l'uso a que' tempi, molti giorni ancora.
Le cose in Venezia erano a questa condizione, quando vi capitò il
figlio di Bernabò Visconti col Bronzino: noi lo abbiamo lasciato nelle
vicinanze di Castel Seprio, timorosi che il Malumbra volesse rimettere
nelle sue mani la sventurata Valenzia. Ma il tristo sgherro dopo aver
molto pensato e ripensato su quello che gli restava a fare, alla fine
considerò che non gli conveniva tentare quel partito, che gli ordini
del senator Barbarigo erano di condurre a Venezia tanto Valenzia
quanto il Visconti, ciò che forse non sarebbe avvenuto se mai lo
avesse messo al possedimento di quella che avrebbe dovuto essere sua
consorte. In conseguenza di questa determinazione, avendo data una
svolta al discorso, quand'era venuto a far parole col Bronzino, ed
assicuratosi che colui nulla aveva sospettato nè della sua condizione
nè delle donne che aveva con sè, prima che spuntasse l'alba se n'era
uscito di quell'osteria, e d'uno in altro inganno con belle parole,
come sa il lettore per bocca del medesimo Malumbra, aveva condotto
Valenzia a Venezia.
In tutto questo tempo Alberigo Fossano, dopo aver frugato per ogni
terricciuola del lago, e tentato tutto che gli era parso atto a
metterlo sulle traccie della sua donna, messosi in mille sospetti, e
in quello soprattutto che il Malumbra, spedito dal Candiano, fosse
stato inviato dalla Republica veneziana a tendere insidie alla sua
Valenzia, e non vedendo altra via per venire a capo di qualche cosa,
pensò ridursi a Venezia egli stesso per sincerare il tutto, e recarsi
dall'ammiraglio, e domandargli di sua figlia se mai per sua volontà
fosse ritornata a Venezia o in qualche luogo presso; perchè ad
escludere il terribile pensiero che ci avessero mano i Dieci, e che
tutto fosse scoperto. pensiero che non bastava a sopportare, s'era
acconciato con una certa compiacenza al credere che il buon Candiano,
fatto istrutto dalla medesima Valenzia della trista condizione di lei
e delle ingiurie patite, mandato il Malumbra sotto finti colori,
avesse voluto richiamare a sè la figlia diletta. Pur troppo, codesto
pensiero che pure è facile a credere quanto gli dovesse riuscire
molesto, gli era tuttavia un conforto, un rifugio dell'orribile
sospetto che al consiglio dei Dieci fosse stato rivelato il fatale
segreto.
IX
TRAMA INAUDITA.
Verso la metà del mese d'ottobre, intorno alle ore di sera, una
piccola barca entrava nella veneta laguna. Era il cielo tutto bigio,
eran le acque di un color cupo, e tirava un vento di tramontana così
forte, che già pareva fosse inverno. Tutto avvolto in un mantello
stavasi il nostro Alberigo seduto in quello schifo dalla parte di
poppa; entrava in quella città, dalla quale, quattr'anni prima, erane
uscito giurando non vi sarebbe tornato mai più. Era l'istess'ora, lo
stesso canale, gli stessi edificii che lo circondavano, ed il cuor suo
era pure in gran tempesta come allora. Quel continuo stato
d'incertezza, di ansia, di crepacuore che da un mese il tormentava,
gli traspariva intero nel volto d'una pallidezza mortale e così
affilato, che pareva gli fosse entrato nelle vene un morbo di maligna
natura.
Man mano che avanzavasi nella laguna, gli si accresceva l'affanno, gli
si accresceva quel caldo febbrile che di solito si apprende a chi è
travagliato dalla dubbiezza dell'evento.
Quattro anni prima usciva di là sbalordito dall'enormità della sua
disgrazia, se ne usciva senza più una speranza, ma tuttavia godeva di
quella tranquillità che dà l'attonitaggine e la sicurezza di non avere
più nulla in questo mondo; però in que' momenti aveva pensato non
esservi più sventure contro le quali potesse spezzarsi l'animo suo, e
quasi si rideva del mondo e degli uomini che non avevano più armi per
ferir lui. Questi confusi pensieri, che, trascorso quell'istante, non
gli erano mai più tornati in mente, lo assalirono di tutta la forza
adesso che ritornava in que' luoghi.
Ad uno ad uno rammentava i tormenti assaporati in quel punto con una
certa voluttà misteriosa, se non che, sentendo le dure ed acute fitte
dell'angoscia presente, vedeva che quelli non erano stati che fiori in
confronto:--pur troppo era così. Allora gli tornava in mente le parole
di Candiano,--Padova, il monastero di Santa Francesca, dove era viva,
ancor viva, quella che aveva pianto come morta.... e innanzi innanzi,
di fatto in fatto, ricordava l'isola di San Giulio, i suoi trascorsi,
quel pianto, quella soave reintegrazione d'amore, e la notte che venne
dopo, e....... Qui sentiva più e più crescersi il caldo, qui
l'opprimeva l'affanno quasi gli fosse posto un enorme peso sul cuore,
e una grossa goccia di pianto, che un pezzo gli era tremolata
nell'occhio senza che pur egli se ne accorgesse, gli sgorgava
improvvisamente, gli cadeva sulla guancia, ed egli ne sentiva la riga
infuocata.
Il motivo per cui il Fossano se ne tornava a Venezia, era quello di
recarsi da Candiano per vedere se colui avesse, per avventura, alcuna
notizia di Valenzia. Ma quand'anche in fondo del cuore potesse nutrire
un'ombra di speranza, che quando la mente vaga di dubbio in dubbio, a
proprio conforto, si sforza a mettere per probabile anche ciò che è
impossibile al tutto; pensi il lettore con che animo doveva
presentarsi innanzi a Candiano, a domandargli conto di colei che con
tanta generosità era stata affidata interamente all'amor suo, alle sue
cure. Ma di questo terribile momento, per quanto pensasse, non vi
essendo via d'uscire, volle affrontarlo tosto, e così, senza attender
altro, si volse difilato al palazzo di Candiano. Quando però mise il
piede su quegli scaglioni, un _no_ imperioso si attraversò
d'improvviso a tutt'i suoi pensieri, e fu per tornare addietro e non
farne altro; ma per sua sventura un servo dell'ammiraglio, che usciva
in quella del palazzo, riconosciutolo lo invitò ad entrare, e a lui
non fu più possibile ritrarsi.
«Saprà bene, messere, la gran novità di che oggi si parla per tutta
Venezia.»
Il Fossano, a queste parole, pensando che forse si riferivano ad un
avvenimento che il potesse toccar da vicino, si sentì tutto
rimescolare, e rispose:
«Che novità?»
«La novità che oggi in senato si votò per l'elezione del doge.»
«Del doge? È morto l'Orseolo?»
«È morto, e l'ammiraglio Candiano sarà il suo successore.»
«L'ammiraglio?»
«Sì, messere, e tutta Venezia è ben lieta di questa elezione.»
Queste parole poterono un tratto confortare il Fossano, il quale pensò
che la Serenissima Republica non si sarebbe mai più indotta ad
eleggere doge il Candiano, se avesse mai saputo di che colpa era esso
reo; breve conforto però, che pur sempre rimaneva l'incertezza amara
intorno alla condizione di Valenzia. Con questi pensieri salì lo
scalone del palazzo, e con un batticuore che gli toglieva il respiro,
mise il piede su quella soglia che in lui risvegliò tante memorie, e
gli confisse il petto di tante punte acutissime.
L'ammiraglio Candiano avendo sentito alcuni dì prima dalla bocca del
Malumbra, che la moglie del Fossano era in buonissimo stato, e che gli
mandava le sue felicitazioni, racquetato per quella parte, che l'animo
schietto non gli consentiva di sospettare di nessuno, aveva potuto in
quegli ultimi giorni sentire con molta compiacenza che il voto
universale designava lui doge di Venezia.
Qui c'è qualche cosa, che parrà forse non affarsi appunto a quella
tempra del carattere di Candiano, assai più amico della vera virtù che
del fasto e dello splendore apparente; di Candiano che avvezzo al
libero comando in mezzo al mare, doveva essere insofferente
naturalmente a quella specie di schiavitù vestita di tutte le
apparenze della grandezza e del potere. Ma, a tacere che in ciascun
uomo, per quanto sia eguale e conseguente a sè stesso, v'ha pur sempre
alcuna lieve contradizione; anche il settuagenario Candiano,
quantunque i suoi desiderii non avessero mai trasceso i limiti, e
l'anima sua fosse dotata di quel semplice candore che non ci fa
invanire della fortuna di questo mondo, pure al sentire quegli
applausi di tutta Venezia nella quale intera si spiegava la
gratitudine di tanta popolazione verso lui, al pensare che nel senato
la maggior parte dei voti erano stati a suo favore per l'elezione al
dogato; gli colmò l'anima di tanta compiacenza, che quel giorno fu uno
dei più felici della sua vita.
Per quell'indole sua aperta e sincera non trovando modo veruno ad
infingersi pur un momento, e versandosi interamente la sua gioia in
ogni suo gesto, in ogni sua parola, quando gli fu annunciato l'arrivo
del cavalier Fossano, desideroso com'era, di rivederlo e di sentire da
lui medesimo notizie della dilettissima figlia, gli mosse incontro con
un fare di sì gioconda bonarietà e benevolenza che la maggiore non era
da sperarsi da chicchefosse uomo del mondo. Le prime parole di
Candiano ad Alberigo furon volte a chiedergli notizie di Valenzia, ciò
ch'è facile e ragionevole a supporsi.
Il Fossano, mentre stava ascoltando l'ammiraglio, potè accorgersi del
giocondo esaltamento dell'animo di lui; e pur troppo, codesta
circostanza che doveva essere anche al Fossano di grandissimo
contento, lo afflisse per tal modo che si sentì l'un cento più misero
di quando non si era ancor presentato a Candiano. Gli parve quasi
avere a commettere un grave delitto col domandare all'ammiraglio
notizia della sua figlia, col funestare d'una guisa così terribile la
pace di quel generoso e prode vecchio, in uno de' momenti più belli
della sua vita. E tanto questo pensiero lo vinse che quando
l'ammiraglio gli domandò notizie di Valenzia, egli non stette un
momento in dubbio su quello che gli doveva dire, e non esitò a
rispondere:
«Valenzia sta bene.»
Ma arrossì nel dir questo, e il rapido confronto che dovette fare in
quel momento tra le parole che aveva pronunciate e la nuda verità, gli
serrarono il cuore di una maniera orribile, e fu a un punto che non
cadesse privo di sentimento. Di nulla però s'accorse l'ammiraglio, e
quando entrò il valletto a dirgli che la gondola l'aspettava.
«Tu verrai con me dal Morosini,» disse ai Fossano. «Quel caro amico
mio, a rammemorare il dì ch'io riportai la vittoria contro i Pisani,
or fanno tre anni, ha voluto questa notte dare una festa nel suo
palazzo. Tu ci verrai con me, e ti so dire che sarai il benvenuto, che
tutta Venezia si ricorda assai bene della straordinaria tua virtù nel
canto, e converrà che anche in questa notte voglia intertenerci
dell'arte tua.»
«Permettete, ammiraglio, ch'io non venga per oggi; ho gettata più
d'una notte, e dalla fatica del viaggio sono così spossato che è al
tutto impossibile ch'io sia atto a far nulla non che a cantare.
Lasciate, ammiraglio, ch'io mi ritiri, e abbiatemi per iscusato se non
so acconciarmi ai vostri desiderii.»
«Non mi state a negare sì poca cosa, messer Fossano, che per un uomo
che ha provata la polvere de' campi, come siete voi, e deve
all'occasione essere disposto a fatiche ben maggiori di qualche notte
vegliata, non deve mettere innanzi mai per iscusarsi dai far qualche
cosa, il bisogno di riposarsi. Diversamente mi convincerete che più
non avete la virtù d'una volta, e soltanto vi è rimasto l'effeminato
costume de' cantori che vanno a zonzo per le corti, e non sanno far
altro al mondo.»
Queste cose il Candiano le veniva dicendo con un fare così faceto e
brillante che avrebbe messo di buona voglia chicchessia; ma al povero
Fossano erano tormentose fitte nel cuore, ed assalendolo ancora il
sospetto che il consiglio dei Dieci fosse in cognizione di tutto,
sentiva una compassione per l'ammiraglio, tanto più profonda quanto
più l'animo di Candiano appariva pieno di gioia; e, per quanto si
schermisse, dovette accompagnare l'ammiraglio al palazzo Morosini.
Entrarono ambidue nella gondola, e non sì tosto questa s'avanzò tra le
altre, che i battimani echeggiarono d'ogni dove, e il nome di Candiano
era da tutti innalzato alle stelle.
Fossano silenzioso e tristissimo dava orecchio a quelle grida, a
quegli evviva, e guardava con occhi di sincera commiserazione il
Candiano che era lo scopo di tanti applausi.
Nè l'aver sentito dal servo dell'ammiraglio, il quale gli si era fatto
incontro sugli scaglioni, che Candiano sarebbe stato eletto al dogato,
bastava a toglierlo da' suoi timori, che la politica tenebrosa di
Venezia, della quale forse non s'accorgeva interamente chi era nato
sulle lagune, era nota assai fuori de' confini di San Marco, che anzi,
per non esservi quelli che chiudevano la bocca a chi parlava, veniva
dipinta con colori foschi e terribili più di quello forse che
comportasse il vero.
La gondola, pervenuta alla scalea del palazzo Morosini, mise a terra
Candiano e Alberigo, il quale rischiarato improvvisamente da
quell'onda di splendore che riboccava dal palazzo, s'accorse allora
solo che non aveva indosso le vesti più acconcie per una festa dove
aveva a intervenire il fiore de' patrizi e delle gentildonne di
Venezia, e veduto che quella poteva essere una scusa più forte per
ritirarsi e tornare addietro, mostrò al Candiano quell'acconciatura da
viaggio, dicendo:
«Ora direte anche voi che non m'è assolutamente possibile di entrare
nelle sale.»
L'ammiraglio guardatolo ben bene e riso un poco,
«Perchè no?» disse, «così spiccherai meglio tra gli altri.» E di forza
presolo per un braccio, lo condusse dentro.
Ai due che entrarono preceduti da un valletto di casa Morosini che li
annunciò, venne incontro il senator Morosini colla moglie e gran parte
dei gentiluomini e gentildonne che già erano intervenute alla festa.
Candiano presentò il Fossano al senatore dicendo che incontratolo
allora appunto che arrivava in Venezia, senza por tempo in mezzo,
l'aveva condotto seco, sperando far cosa grata a tutti.--E al Fossano,
che tosto venne riconosciuto, furon volte da tutti parole di tanta
gentilezza e cortesia, che ciascun altro se ne sarebbe tenuto e
n'avrebbe gioito; ma lo poteva egli?
In mezzo a coloro però che furon cortesi di tante belle parole a
Fossano, trovavasi anche quello spavaldo d'Attilio Gritti, che in vece
di parlare gli volse due occhi torvi e beffardi. In quell'anima rozza
e vulgare, avvolta in quel corpo di patrizio; poteva allignar mai
simpatia per chi, oltre al decoro dell'avvenenza, andava adorno di
mille altri pregi? Tutt'altro: che anzi, senza poter trovare la giusta
ragione, non sapendo mai le anime rozze il che ed il perchè delle loro
azioni; sin dal primo momento che ebbe veduto il Fossano, e sentì la
virtù straordinaria di lui, ne provò una così decisa avversione, che
Alberigo stesso dovette accorgesene, quando, per caso, s'era trovato a
far qualche parola con lui; e di presente poi, appena rivide il
Fossano, del quale l'ammiraglio mostrava avere tanta cura,
quell'antipatia gli si accrebbe a cento doppi. Di quanto odio egli
odiasse il Candiano dopo la sanguinosa offesa, non è mestieri che
venga ridetto; svergognato in faccia a tanti, non aveva però mai
potuto vendicarsi di lui, perchè tutti, anche gli amici suoi medesimi,
ne lo avevano sconsigliato; anelava però ad una occasione di poter far
dispiacere a quell'uomo che tanto abborriva, e col maligno ingegno
tuttodì andava pensando a qualche bel modo di ottenere l'intento: ed
un pensiero gli balenò alla mente appena che ebbe veduto il Fossano.
Gli amici di lui, a' quali piaceva spesso instigare il suo feroce
talento,
«Oh! guarda, Attilio,» gli dissero, «che egli è ritornato, colui che
tu desideravi tanto.»
«Egli deve al certo aver commesso qualche grave peccato, e il suo
demonio, che non gli è amico, lo ha mandato qui in buon punto.
Vivaddio,» soggiunse poi, «ciò che ho detto, farò, così la fortuna
faccia nascere qualche bell'occasione.» E strabuzzava gli occhi della
gioia sciocca e feroce ad una, e li saettava poi di traverso sulla
veneranda persona del Candiano, dicendo fra sè:--Ci capiterai, vecchio
invanito; il tuo sabato verrà anche per te.--E si allontanava nelle
altre sale sempre in compagnia de' suoi scioperati amici, i soli che
si adattassero a stare con lui dopo lo sfregio che aveva toccato
dall'ammiraglio.
A questo intanto ed a Fossano s'era collocato vicino il senator
Barbarigo, il quale, con grandissima maraviglia di tutti, aveva da
qualche tempo rimesso assai di quella sua torbida ed accigliata
natura, e si mostrava della più cortese e gaia indole del mondo.
Seduto tra l'ammiraglio e Fossano, volgeva belle parole tanto all'uno
che all'altro; ma si godeva principalmente nel guardare a parte a
parte la figura del giovane cavaliere del quale, appena udì ripetersi
intorno il nome, e come fosse arrivato a Venezia in quella sera
medesima, non volendo credere a sè medesimo che in ogni incontro la
fortuna gli si volesse mostrar sempre seconda, accorse per accertarsi
del vero, e come lo vide co' propri occhi, sentì riardere ancora il
sangue nelle vecchie sue membra, e disse fra sè:--Anche tu ci sei,
giovinetto inesperto, ci siete tutti,--e si volse il primo a complir
lui e l'ammiraglio.
Che un uomo traviato da condizioni eccezionali che talora intervengono
nella vita, indotto da certe necessità fatali, spinto dal desiderio
dell'oro, dalla rabbia di una vendetta covata troppo a lungo e sempre
invano, possa condursi a tormentare il suo simile, a macchinare
l'estremo suo danno, è cosa della quale ognuno può farsi capace; ma
che un facoltoso, un uomo lusingato assai ne' rapporti dell'amor
proprio e dell'ambizione, cancrena di chi non ha a litigare col pane,
possa avere in sè tanto germe di perfidia, da potere tramare, con
un'astuzia diabolica, la rovina d'un suo coetaneo pel solo motivo che
gli dava noia il vederlo rimeritato dagli uomini e dalla fortuna, è
tal cosa che difficilmente un'anima gentile può indursi a credere;
eppure il Barbarigo era tale, ed i motivi di quel suo, diremo,
monstruoso operare non si dovevano ripetere che dal desiderio che gli
era entrato nell'animo, avesse il Candiano a stargli sempre sotto in
faccia al mondo, e dal non aver potuto essere appagato. Il lettore
avrà certo fatto le maraviglie, quando sentì che il Barbarigo
medesimo, dopo la morte del doge Orseolo, costretto a metter fuori la
sua opinione, manifestò che in quanto a lui avrebbe desiderato che il
dogato toccasse all'ammiraglio Candiano, ed espose con tanta forza gli
argomenti a provare non esservi scelta migliore di quella, che potè
indurre tutti i colleghi ad essere dello stesso suo avviso.
Quel medesimo che quando trattossi di gridarlo ammiraglio, fu il solo
che desse il voto contrario, che in tutte le occasioni era, se non il
solo, tra i principali almeno, che trovassero a censurare e riprovare
le azioni di Candiano, tutt'a un tratto s'era fatto il suo fautore, il
suo difensore, l'amico suo più sviscerato; ma sarebbe stato egli così,
prima che fosse venuto in cognizione del profondo mistero, che appena
rivelato al mondo, bastava a schiacciare la testa del generoso ed
improvvido vecchio?--avrebb'egli operato così prima di sapere ch'era
in sua facoltà il rivelarlo? Ma perchè, si domanderà, appena lo seppe
non lo volle manifestare? il lettore ha l'anima troppo ingenua per
penetrare i recessi di quel cuore, e una simile domanda gli è ben
naturale.