Una sera nel suo palazzo medesimo, dove per caso vennero a trovarsi

assieme gran parte de' senatori, s'era parlato a lungo di quella

publica bisogna, e alcuni s'eran fatti leciti a richiedere palesemente

il Barbarigo del suo consiglio, e il discorso era stato condotto in

modo ch'egli si trovò nel punto di dover dare una decisa risposta. E,

presa finalmente una risoluzione, già stava per parlare, quando un

paggio gli si avvicinò ad annunciargli che un uomo gli voleva parlare.

A quell'annunzio balzò in piedi il Barbarigo assai contento che per

quell'improvviso accidente potesse ancora tener chiuso il proprio

avviso sul conto dell'ammiraglio Candiano, e dette alcune parole di

scusa agli onorevoli suoi colleghi, si recò nella stanza dove egli era

aspettato.

Assai lontano dal credere chi dovesse capitargli innanzi a quell'ora,

si rimase assai maravigliato quando in quell'uomo ravvisò il Malumbra:

«Sei tu!» gli disse, «e così?»

«E così, sono arrivato in questo momento a Venezia....»

«Ma che notizie mi porti, dî presto.»

«Ottime, illustrissimo, e qualcosa meglio che semplici notizie.»

«Cosa vuoi dire?»

«Valenzia è in Venezia.»

Il Barbarigo fu a un punto di abbracciare il tristo sgherro, e

«Come ti riuscì?....» gli domandò.

«Con qualche poco d'astuzia, e più che un po' d'oro si riesce a tutto,

illustrissimo. Del resto ci furono molti pericoli e molti ostacoli,

talchè ebbi sempre a vivere in qualche timore fino a che non toccai

Venezia.»

«E dove hai tu nascosta codesta Valenzia?»

«È in luogo sicuro e ben guardato; ma temo che la poveretta non possa

durar lungo tempo contro all'angoscia che non le lascia un'ora di

bene.»

«Hai potuto comprendere se a lei sia trapelato nulla di quanto sappiam

noi sul conto suo?»

«Con belle promesse e belle speranze io le feci percorrere gran tratto

del viaggio; ma alla fine non volle più credere alle mie parole, e

cominciò a disperarsi, a piangere, a scongiurarmi, poveretta, e non vi

saprei narrare lo spavento da cui fu assalita quando potè accorgersi

ch'io la conduceva per gli stati veneziani. E allora mi parve che le

sia balenato qualche cosa in mente, quantunque io abbia adoperato ogni

mezzo per farla riavere da que' timori e da quella disperazione.»

«Hai fatto bene sin qui; ed ora farai il resto.»

«Come volete, illustrissimo.»

«Siccome converrà ch'ella stia ancora nascosta per alcuni giorni, così

tu la condurrai subito dove io ti dirò; e in luogo che sarà certamente

più sicuro del tuo.»

«Va bene; ora vi dirò qualche cosa del Visconti.»

«Che! è forse qui esso pure?»

«No, ma ci verrà senz'altro.»

«Gli hai forse parlato?»

«No, illustrissimo, ma gli feci giungere a notizia che la Republica di

Venezia lo avrebbe ospitato volentieri. E pare che questa notizia non

gli sia dispiaciuta molto, che subito si mise in cammino, e forse in

questo momento potrebb'essere anch'egli in Venezia.»

«È facile a comprendere che il diavolo ti ha dato il suo valido aiuto

in questa circostanza!» diceva il Barbarigo quasi esaltato della

gioia.

«Credo bene che la sia così, perchè io solo non poteva bastare a far

tutto.»

«E il Fossano? Non mi hai detto ancor nulla di lui.»

«Del Fossano, per dirvi la verità, da quando l'ho salutato ad Angera,

non so nè poco nè molto; ma s'egli è così preso di Valenzia da non

saperne vivere discosto un momento, e sol che sappia fiutar da

lontano, scommetterei la testa che non passerà gran tempo, e lo

vedremo in qualcuna delle nostre gondole.»

«Dovrebbe succedere così appunto; ma quand'anche non ci capitasse, non

è già di lui che abbiamo il maggior bisogno. Ora io ti darò un ordine

scritto, e condurrai tosto Valenzia nel convento di Santa Brigida.»

E scritto l'ordine contò al Malumbra alquanti ducati d'oro, e

raccomandatogli si lasciasse veder presto, ritornò nella sala dove

aveva lasciati i suoi colleghi impazienti di una risposta. Se in tanti

giorni non aveva mai saputo determinarsi a far chiaro il suo avviso,

lo potè in quel punto, e contro all'aspettazione universale, e

probabilmente contro anche quella de' nostri lettori, riuscì a dire

che in quanto a lui credeva doversi assolutamente acconciarsi col voto

de' più, e che l'ammiraglio Candiano gli pareva il solo che fosse

degno di vestire la clamide del doge.

Alcuni giorni dopo il senato fu convocato solennemente per l'elezione

del doge, e l'ammiraglio Candiano fu quegli appunto che ebbe la

maggiorità de' voti. Ciò non bastava però perchè egli fosse

definitivamente eletto; bisognava che il gran consiglio in solenne

assemblea approvasse la proposizione del senato, al far che dovevano

interporsi, com'era l'uso a que' tempi, molti giorni ancora.

Le cose in Venezia erano a questa condizione, quando vi capitò il

figlio di Bernabò Visconti col Bronzino: noi lo abbiamo lasciato nelle

vicinanze di Castel Seprio, timorosi che il Malumbra volesse rimettere

nelle sue mani la sventurata Valenzia. Ma il tristo sgherro dopo aver

molto pensato e ripensato su quello che gli restava a fare, alla fine

considerò che non gli conveniva tentare quel partito, che gli ordini

del senator Barbarigo erano di condurre a Venezia tanto Valenzia

quanto il Visconti, ciò che forse non sarebbe avvenuto se mai lo

avesse messo al possedimento di quella che avrebbe dovuto essere sua

consorte. In conseguenza di questa determinazione, avendo data una

svolta al discorso, quand'era venuto a far parole col Bronzino, ed

assicuratosi che colui nulla aveva sospettato nè della sua condizione

nè delle donne che aveva con sè, prima che spuntasse l'alba se n'era

uscito di quell'osteria, e d'uno in altro inganno con belle parole,

come sa il lettore per bocca del medesimo Malumbra, aveva condotto

Valenzia a Venezia.

In tutto questo tempo Alberigo Fossano, dopo aver frugato per ogni

terricciuola del lago, e tentato tutto che gli era parso atto a

metterlo sulle traccie della sua donna, messosi in mille sospetti, e

in quello soprattutto che il Malumbra, spedito dal Candiano, fosse

stato inviato dalla Republica veneziana a tendere insidie alla sua

Valenzia, e non vedendo altra via per venire a capo di qualche cosa,

pensò ridursi a Venezia egli stesso per sincerare il tutto, e recarsi

dall'ammiraglio, e domandargli di sua figlia se mai per sua volontà

fosse ritornata a Venezia o in qualche luogo presso; perchè ad

escludere il terribile pensiero che ci avessero mano i Dieci, e che

tutto fosse scoperto. pensiero che non bastava a sopportare, s'era

acconciato con una certa compiacenza al credere che il buon Candiano,

fatto istrutto dalla medesima Valenzia della trista condizione di lei

e delle ingiurie patite, mandato il Malumbra sotto finti colori,

avesse voluto richiamare a sè la figlia diletta. Pur troppo, codesto

pensiero che pure è facile a credere quanto gli dovesse riuscire

molesto, gli era tuttavia un conforto, un rifugio dell'orribile

sospetto che al consiglio dei Dieci fosse stato rivelato il fatale

segreto.

IX

TRAMA INAUDITA.

Verso la metà del mese d'ottobre, intorno alle ore di sera, una

piccola barca entrava nella veneta laguna. Era il cielo tutto bigio,

eran le acque di un color cupo, e tirava un vento di tramontana così

forte, che già pareva fosse inverno. Tutto avvolto in un mantello

stavasi il nostro Alberigo seduto in quello schifo dalla parte di

poppa; entrava in quella città, dalla quale, quattr'anni prima, erane

uscito giurando non vi sarebbe tornato mai più. Era l'istess'ora, lo

stesso canale, gli stessi edificii che lo circondavano, ed il cuor suo

era pure in gran tempesta come allora. Quel continuo stato

d'incertezza, di ansia, di crepacuore che da un mese il tormentava,

gli traspariva intero nel volto d'una pallidezza mortale e così

affilato, che pareva gli fosse entrato nelle vene un morbo di maligna

natura.

Man mano che avanzavasi nella laguna, gli si accresceva l'affanno, gli

si accresceva quel caldo febbrile che di solito si apprende a chi è

travagliato dalla dubbiezza dell'evento.

Quattro anni prima usciva di là sbalordito dall'enormità della sua

disgrazia, se ne usciva senza più una speranza, ma tuttavia godeva di

quella tranquillità che dà l'attonitaggine e la sicurezza di non avere

più nulla in questo mondo; però in que' momenti aveva pensato non

esservi più sventure contro le quali potesse spezzarsi l'animo suo, e

quasi si rideva del mondo e degli uomini che non avevano più armi per

ferir lui. Questi confusi pensieri, che, trascorso quell'istante, non

gli erano mai più tornati in mente, lo assalirono di tutta la forza

adesso che ritornava in que' luoghi.

Ad uno ad uno rammentava i tormenti assaporati in quel punto con una

certa voluttà misteriosa, se non che, sentendo le dure ed acute fitte

dell'angoscia presente, vedeva che quelli non erano stati che fiori in

confronto:--pur troppo era così. Allora gli tornava in mente le parole

di Candiano,--Padova, il monastero di Santa Francesca, dove era viva,

ancor viva, quella che aveva pianto come morta.... e innanzi innanzi,

di fatto in fatto, ricordava l'isola di San Giulio, i suoi trascorsi,

quel pianto, quella soave reintegrazione d'amore, e la notte che venne

dopo, e....... Qui sentiva più e più crescersi il caldo, qui

l'opprimeva l'affanno quasi gli fosse posto un enorme peso sul cuore,

e una grossa goccia di pianto, che un pezzo gli era tremolata

nell'occhio senza che pur egli se ne accorgesse, gli sgorgava

improvvisamente, gli cadeva sulla guancia, ed egli ne sentiva la riga

infuocata.

Il motivo per cui il Fossano se ne tornava a Venezia, era quello di

recarsi da Candiano per vedere se colui avesse, per avventura, alcuna

notizia di Valenzia. Ma quand'anche in fondo del cuore potesse nutrire

un'ombra di speranza, che quando la mente vaga di dubbio in dubbio, a

proprio conforto, si sforza a mettere per probabile anche ciò che è

impossibile al tutto; pensi il lettore con che animo doveva

presentarsi innanzi a Candiano, a domandargli conto di colei che con

tanta generosità era stata affidata interamente all'amor suo, alle sue

cure. Ma di questo terribile momento, per quanto pensasse, non vi

essendo via d'uscire, volle affrontarlo tosto, e così, senza attender

altro, si volse difilato al palazzo di Candiano. Quando però mise il

piede su quegli scaglioni, un _no_ imperioso si attraversò

d'improvviso a tutt'i suoi pensieri, e fu per tornare addietro e non

farne altro; ma per sua sventura un servo dell'ammiraglio, che usciva

in quella del palazzo, riconosciutolo lo invitò ad entrare, e a lui

non fu più possibile ritrarsi.

«Saprà bene, messere, la gran novità di che oggi si parla per tutta

Venezia.»

Il Fossano, a queste parole, pensando che forse si riferivano ad un

avvenimento che il potesse toccar da vicino, si sentì tutto

rimescolare, e rispose:

«Che novità?»

«La novità che oggi in senato si votò per l'elezione del doge.»

«Del doge? È morto l'Orseolo?»

«È morto, e l'ammiraglio Candiano sarà il suo successore.»

«L'ammiraglio?»

«Sì, messere, e tutta Venezia è ben lieta di questa elezione.»

Queste parole poterono un tratto confortare il Fossano, il quale pensò

che la Serenissima Republica non si sarebbe mai più indotta ad

eleggere doge il Candiano, se avesse mai saputo di che colpa era esso

reo; breve conforto però, che pur sempre rimaneva l'incertezza amara

intorno alla condizione di Valenzia. Con questi pensieri salì lo

scalone del palazzo, e con un batticuore che gli toglieva il respiro,

mise il piede su quella soglia che in lui risvegliò tante memorie, e

gli confisse il petto di tante punte acutissime.

L'ammiraglio Candiano avendo sentito alcuni dì prima dalla bocca del

Malumbra, che la moglie del Fossano era in buonissimo stato, e che gli

mandava le sue felicitazioni, racquetato per quella parte, che l'animo

schietto non gli consentiva di sospettare di nessuno, aveva potuto in

quegli ultimi giorni sentire con molta compiacenza che il voto

universale designava lui doge di Venezia.

Qui c'è qualche cosa, che parrà forse non affarsi appunto a quella

tempra del carattere di Candiano, assai più amico della vera virtù che

del fasto e dello splendore apparente; di Candiano che avvezzo al

libero comando in mezzo al mare, doveva essere insofferente

naturalmente a quella specie di schiavitù vestita di tutte le

apparenze della grandezza e del potere. Ma, a tacere che in ciascun

uomo, per quanto sia eguale e conseguente a sè stesso, v'ha pur sempre

alcuna lieve contradizione; anche il settuagenario Candiano,

quantunque i suoi desiderii non avessero mai trasceso i limiti, e

l'anima sua fosse dotata di quel semplice candore che non ci fa

invanire della fortuna di questo mondo, pure al sentire quegli

applausi di tutta Venezia nella quale intera si spiegava la

gratitudine di tanta popolazione verso lui, al pensare che nel senato

la maggior parte dei voti erano stati a suo favore per l'elezione al

dogato; gli colmò l'anima di tanta compiacenza, che quel giorno fu uno

dei più felici della sua vita.

Per quell'indole sua aperta e sincera non trovando modo veruno ad

infingersi pur un momento, e versandosi interamente la sua gioia in

ogni suo gesto, in ogni sua parola, quando gli fu annunciato l'arrivo

del cavalier Fossano, desideroso com'era, di rivederlo e di sentire da

lui medesimo notizie della dilettissima figlia, gli mosse incontro con

un fare di sì gioconda bonarietà e benevolenza che la maggiore non era

da sperarsi da chicchefosse uomo del mondo. Le prime parole di

Candiano ad Alberigo furon volte a chiedergli notizie di Valenzia, ciò

ch'è facile e ragionevole a supporsi.

Il Fossano, mentre stava ascoltando l'ammiraglio, potè accorgersi del

giocondo esaltamento dell'animo di lui; e pur troppo, codesta

circostanza che doveva essere anche al Fossano di grandissimo

contento, lo afflisse per tal modo che si sentì l'un cento più misero

di quando non si era ancor presentato a Candiano. Gli parve quasi

avere a commettere un grave delitto col domandare all'ammiraglio

notizia della sua figlia, col funestare d'una guisa così terribile la

pace di quel generoso e prode vecchio, in uno de' momenti più belli

della sua vita. E tanto questo pensiero lo vinse che quando

l'ammiraglio gli domandò notizie di Valenzia, egli non stette un

momento in dubbio su quello che gli doveva dire, e non esitò a

rispondere:

«Valenzia sta bene.»

Ma arrossì nel dir questo, e il rapido confronto che dovette fare in

quel momento tra le parole che aveva pronunciate e la nuda verità, gli

serrarono il cuore di una maniera orribile, e fu a un punto che non

cadesse privo di sentimento. Di nulla però s'accorse l'ammiraglio, e

quando entrò il valletto a dirgli che la gondola l'aspettava.

«Tu verrai con me dal Morosini,» disse ai Fossano. «Quel caro amico

mio, a rammemorare il dì ch'io riportai la vittoria contro i Pisani,

or fanno tre anni, ha voluto questa notte dare una festa nel suo

palazzo. Tu ci verrai con me, e ti so dire che sarai il benvenuto, che

tutta Venezia si ricorda assai bene della straordinaria tua virtù nel

canto, e converrà che anche in questa notte voglia intertenerci

dell'arte tua.»

«Permettete, ammiraglio, ch'io non venga per oggi; ho gettata più

d'una notte, e dalla fatica del viaggio sono così spossato che è al

tutto impossibile ch'io sia atto a far nulla non che a cantare.

Lasciate, ammiraglio, ch'io mi ritiri, e abbiatemi per iscusato se non

so acconciarmi ai vostri desiderii.»

«Non mi state a negare sì poca cosa, messer Fossano, che per un uomo

che ha provata la polvere de' campi, come siete voi, e deve

all'occasione essere disposto a fatiche ben maggiori di qualche notte

vegliata, non deve mettere innanzi mai per iscusarsi dai far qualche

cosa, il bisogno di riposarsi. Diversamente mi convincerete che più

non avete la virtù d'una volta, e soltanto vi è rimasto l'effeminato

costume de' cantori che vanno a zonzo per le corti, e non sanno far

altro al mondo.»

Queste cose il Candiano le veniva dicendo con un fare così faceto e

brillante che avrebbe messo di buona voglia chicchessia; ma al povero

Fossano erano tormentose fitte nel cuore, ed assalendolo ancora il

sospetto che il consiglio dei Dieci fosse in cognizione di tutto,

sentiva una compassione per l'ammiraglio, tanto più profonda quanto

più l'animo di Candiano appariva pieno di gioia; e, per quanto si

schermisse, dovette accompagnare l'ammiraglio al palazzo Morosini.

Entrarono ambidue nella gondola, e non sì tosto questa s'avanzò tra le

altre, che i battimani echeggiarono d'ogni dove, e il nome di Candiano

era da tutti innalzato alle stelle.

Fossano silenzioso e tristissimo dava orecchio a quelle grida, a

quegli evviva, e guardava con occhi di sincera commiserazione il

Candiano che era lo scopo di tanti applausi.

Nè l'aver sentito dal servo dell'ammiraglio, il quale gli si era fatto

incontro sugli scaglioni, che Candiano sarebbe stato eletto al dogato,

bastava a toglierlo da' suoi timori, che la politica tenebrosa di

Venezia, della quale forse non s'accorgeva interamente chi era nato

sulle lagune, era nota assai fuori de' confini di San Marco, che anzi,

per non esservi quelli che chiudevano la bocca a chi parlava, veniva

dipinta con colori foschi e terribili più di quello forse che

comportasse il vero.

La gondola, pervenuta alla scalea del palazzo Morosini, mise a terra

Candiano e Alberigo, il quale rischiarato improvvisamente da

quell'onda di splendore che riboccava dal palazzo, s'accorse allora

solo che non aveva indosso le vesti più acconcie per una festa dove

aveva a intervenire il fiore de' patrizi e delle gentildonne di

Venezia, e veduto che quella poteva essere una scusa più forte per

ritirarsi e tornare addietro, mostrò al Candiano quell'acconciatura da

viaggio, dicendo:

«Ora direte anche voi che non m'è assolutamente possibile di entrare

nelle sale.»

L'ammiraglio guardatolo ben bene e riso un poco,

«Perchè no?» disse, «così spiccherai meglio tra gli altri.» E di forza

presolo per un braccio, lo condusse dentro.

Ai due che entrarono preceduti da un valletto di casa Morosini che li

annunciò, venne incontro il senator Morosini colla moglie e gran parte

dei gentiluomini e gentildonne che già erano intervenute alla festa.

Candiano presentò il Fossano al senatore dicendo che incontratolo

allora appunto che arrivava in Venezia, senza por tempo in mezzo,

l'aveva condotto seco, sperando far cosa grata a tutti.--E al Fossano,

che tosto venne riconosciuto, furon volte da tutti parole di tanta

gentilezza e cortesia, che ciascun altro se ne sarebbe tenuto e

n'avrebbe gioito; ma lo poteva egli?

In mezzo a coloro però che furon cortesi di tante belle parole a

Fossano, trovavasi anche quello spavaldo d'Attilio Gritti, che in vece

di parlare gli volse due occhi torvi e beffardi. In quell'anima rozza

e vulgare, avvolta in quel corpo di patrizio; poteva allignar mai

simpatia per chi, oltre al decoro dell'avvenenza, andava adorno di

mille altri pregi? Tutt'altro: che anzi, senza poter trovare la giusta

ragione, non sapendo mai le anime rozze il che ed il perchè delle loro

azioni; sin dal primo momento che ebbe veduto il Fossano, e sentì la

virtù straordinaria di lui, ne provò una così decisa avversione, che

Alberigo stesso dovette accorgesene, quando, per caso, s'era trovato a

far qualche parola con lui; e di presente poi, appena rivide il

Fossano, del quale l'ammiraglio mostrava avere tanta cura,

quell'antipatia gli si accrebbe a cento doppi. Di quanto odio egli

odiasse il Candiano dopo la sanguinosa offesa, non è mestieri che

venga ridetto; svergognato in faccia a tanti, non aveva però mai

potuto vendicarsi di lui, perchè tutti, anche gli amici suoi medesimi,

ne lo avevano sconsigliato; anelava però ad una occasione di poter far

dispiacere a quell'uomo che tanto abborriva, e col maligno ingegno

tuttodì andava pensando a qualche bel modo di ottenere l'intento: ed

un pensiero gli balenò alla mente appena che ebbe veduto il Fossano.

Gli amici di lui, a' quali piaceva spesso instigare il suo feroce

talento,

«Oh! guarda, Attilio,» gli dissero, «che egli è ritornato, colui che

tu desideravi tanto.»

«Egli deve al certo aver commesso qualche grave peccato, e il suo

demonio, che non gli è amico, lo ha mandato qui in buon punto.

Vivaddio,» soggiunse poi, «ciò che ho detto, farò, così la fortuna

faccia nascere qualche bell'occasione.» E strabuzzava gli occhi della

gioia sciocca e feroce ad una, e li saettava poi di traverso sulla

veneranda persona del Candiano, dicendo fra sè:--Ci capiterai, vecchio

invanito; il tuo sabato verrà anche per te.--E si allontanava nelle

altre sale sempre in compagnia de' suoi scioperati amici, i soli che

si adattassero a stare con lui dopo lo sfregio che aveva toccato

dall'ammiraglio.

A questo intanto ed a Fossano s'era collocato vicino il senator

Barbarigo, il quale, con grandissima maraviglia di tutti, aveva da

qualche tempo rimesso assai di quella sua torbida ed accigliata

natura, e si mostrava della più cortese e gaia indole del mondo.

Seduto tra l'ammiraglio e Fossano, volgeva belle parole tanto all'uno

che all'altro; ma si godeva principalmente nel guardare a parte a

parte la figura del giovane cavaliere del quale, appena udì ripetersi

intorno il nome, e come fosse arrivato a Venezia in quella sera

medesima, non volendo credere a sè medesimo che in ogni incontro la

fortuna gli si volesse mostrar sempre seconda, accorse per accertarsi

del vero, e come lo vide co' propri occhi, sentì riardere ancora il

sangue nelle vecchie sue membra, e disse fra sè:--Anche tu ci sei,

giovinetto inesperto, ci siete tutti,--e si volse il primo a complir

lui e l'ammiraglio.

Che un uomo traviato da condizioni eccezionali che talora intervengono

nella vita, indotto da certe necessità fatali, spinto dal desiderio

dell'oro, dalla rabbia di una vendetta covata troppo a lungo e sempre

invano, possa condursi a tormentare il suo simile, a macchinare

l'estremo suo danno, è cosa della quale ognuno può farsi capace; ma

che un facoltoso, un uomo lusingato assai ne' rapporti dell'amor

proprio e dell'ambizione, cancrena di chi non ha a litigare col pane,

possa avere in sè tanto germe di perfidia, da potere tramare, con

un'astuzia diabolica, la rovina d'un suo coetaneo pel solo motivo che

gli dava noia il vederlo rimeritato dagli uomini e dalla fortuna, è

tal cosa che difficilmente un'anima gentile può indursi a credere;

eppure il Barbarigo era tale, ed i motivi di quel suo, diremo,

monstruoso operare non si dovevano ripetere che dal desiderio che gli

era entrato nell'animo, avesse il Candiano a stargli sempre sotto in

faccia al mondo, e dal non aver potuto essere appagato. Il lettore

avrà certo fatto le maraviglie, quando sentì che il Barbarigo

medesimo, dopo la morte del doge Orseolo, costretto a metter fuori la

sua opinione, manifestò che in quanto a lui avrebbe desiderato che il

dogato toccasse all'ammiraglio Candiano, ed espose con tanta forza gli

argomenti a provare non esservi scelta migliore di quella, che potè

indurre tutti i colleghi ad essere dello stesso suo avviso.

Quel medesimo che quando trattossi di gridarlo ammiraglio, fu il solo

che desse il voto contrario, che in tutte le occasioni era, se non il

solo, tra i principali almeno, che trovassero a censurare e riprovare

le azioni di Candiano, tutt'a un tratto s'era fatto il suo fautore, il

suo difensore, l'amico suo più sviscerato; ma sarebbe stato egli così,

prima che fosse venuto in cognizione del profondo mistero, che appena

rivelato al mondo, bastava a schiacciare la testa del generoso ed

improvvido vecchio?--avrebb'egli operato così prima di sapere ch'era

in sua facoltà il rivelarlo? Ma perchè, si domanderà, appena lo seppe

non lo volle manifestare? il lettore ha l'anima troppo ingenua per

penetrare i recessi di quel cuore, e una simile domanda gli è ben

naturale.

Valenzia Candiano: Racconto · 第 9 / 15 段